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Celestina, una volta che fu
persuasa d'accettare con rassegnazione la sua sorte, trovò nel palazzo delle due
vecchie contesse un asilo quieto e sicuro. Già fin dai primi giorni la confortò
il sentirsi segregata in un sito dove non era conosciuta da nessuno, lontana da
quella maledetta casa, ogni angolo della quale le ricordava un segno della sua
disgrazia, fuori dagli occhi di Giacomo, ch'essa aveva ragione di temere come
un giudice implacabile.
Le due vecchie dame, che non
avevano mai avuto per le mani una matassa più ingarbugliata, e che nella
protezione della fanciulla sentivano di carezzare i peccati del loro Giacinto,
fecero di tutto per trattarla bene, le assegnarono la più bella stanza della
guardaroba, che dava sull'aperta campagna; e, per giustificare agli occhi della
gente la presenza di questa fanciulla in casa, dissero alle altre donne e al
Rebecchino che l'avevano domandata in prestito alla contessa per la sua abilità
nel ricamare. Avvicinandosi il centenario della Madonna della Noce, volevano
finire il bel padiglione, un lavoro di pazienza, minutissimo, per il quale non
bastavano le sole loro mani e i loro poveri occhi. Questa Celestina, oltre a
essere brava di mano, aveva bisogno di rimettersi anche di una malattia, di cui
recava le traccie sul viso, mentre a Cremona l'aria non è così buona. Con
queste ed altre abili bugiette, riuscirono a rendere naturale non solo la sua
presenza a Buttinigo, ma a giustificare anche una certa quale predilezione, di
cui facevano segno la povera orfanella.
Fecero portare nella sua stanza
il telaio col bellissimo lembo ricamato a imitazione d'un arazzo, offerto dalle
monache Preziosine di Monza. Tra due alti margini di corone di spine
intrecciate e ricorrenti si svolgevano i profili simbolici della Passione di
Cristo, i calici, i flagelli, i chiodi, la croce a punto ribattuto di seta
cruda, collegati un oggetto coll'altro dalle iniziali di Maria Santissima, a
punto rincrunato d'oro, sopra un fondo di raso color cielo perso, che mandava
fosforescenze di madreperla.
Donna Adelasia, che per essere
stata fidanzata tre mesi al povero marchese Caccianino, si sentiva nella condizione
non solo di conoscere, ma anche di poter discorrere dei piccoli misteri della
vita, le aveva tenuto fin dai primi giorni un gran discorso per raccomandarle
la prudenza, la rassegnazione, il santo ritiro:
‑ Qui ‑ le disse ‑
devi considerarti come in un convento. Non ti mancherà nulla, ma non devi
offrir motivo ai discorsi della gente. Quando una povera ragazza ha avuto la
disgrazia di perdere il fiore della santa purità, non può avere che un
conforto: la religione. Quando capitano certe disgrazie, com'è capitata a te,
povera pecorella, la gente non crede mai che sia senza colpa. E allora diventa
uno scandalo il solo farsi vedere. Negli esercizi della pietà potrai trovare la
tua redenzione e anche la pace del cuore. Col tempo non ti mancheranno le occasioni
per acquistarti dei meriti, potrai consacrarti al servizio dei poveri e degli
infermi in qualche ospedale e trarre dalla tua stessa disgrazia i più preziosi
frutti spirituali. Ho letto che una grande peccatrice di Parigi, tocca dalla
grazia, dopo tutta una vita di perdizione, si era data all'esercizio delle
buone opere con tanto fervore che tutti la chiamavano la madre dei poverelli e
morì quasi in odore di santità. Questo non per dire che tu sia una donna
cattiva, povera pecora, ma per dimostrarti che si può sempre in ogni condizione
ottenere i doni della divina misericordia.
A queste raccomandazioni, che la
carita sincera e la trepidazione paurosa di uno scandalo inaudito suggerivano
allo spirito stretto della pia dama, Celestina non sapeva opporre che un
attonito sìlenzio, come chi teme di offendere col voler capire più di quel che
permette la sua ignoranza. Non sempre sapeva entrare col pensiero nello spirito
delle cose che sentiva dire, non sempre osava rispondere a interrogazioni che
contenevano curiosità oscure o mal represse, miste a bizzarrie di desideri
invecchiati o morti insoddisfatti; ma cedeva volontieri alla seduzione
carezzevole della benevolenza e della protezione di queste buone signore, che
avevano nelle mani la sua vita. Come un'edera molle e rigogliosa, che si
attacca e si stende sopra un vecchio muro cadente, nel suo abbandono e nella
sua incapacità si sentì appoggiata a questa protezione, si adattò al mite e
ombroso ambiente, mise volontieri le mani in un lavoro, che parlava già da sé
stesso di sacri dolori e di eterne consolazioni. Le crisi divennero meno
frequenti, perfino un'ombra di colore riapparì sulla pallidezza del suo volto
lavato da troppe lagrime, si abbandonò alle pratiche della pietà, che per gli
spiriti umili e bisognosi tengono il posto delle persuasioni che non si possono
procacciare; accettò di buon grado tutte le medagliette e tutte le coroncine,
che mandava il convento e che le sante dame facevano venire apposta per lei da
Lourdes o da Loreto, piccoli segni di quella forza di fede, che è più facile
canzonare che non sia il farne senza.
Così passò tutto il novembre.
Dopo una nevicata, che rallegrò
le feste di Sant'Ambrogio e che lasciò le campagne belle bianche, il dicembre
seguì eccezionalmente dolce. Il più bel sole si diffondeva nella stanza dove le
pie signore tenevano un vecchio altarino colla statua dell'Addolorata sotto un
tempietto di fiori di carta. Donna Gesumina che era bravissima nei lavori pei
quali ci vogliono manine di piuma, veniva spesso a trovarla, sedeva con lei
davanti al telaio, ordiva il tessuto nuovo, dava qualche suggerimento per il
resto. Se il punto era alquanto cruccioso o troppo pigro per sostenere la
pazienza, la buona signora intonava sotto voce le litanie su una cantilena
facile e girante come un arcolaio, tale da aiutare senza sconvolgerlo il filo
del lavoro. Celestina in quella vocina di monaca digiuna faceva entrare a
intervalli la bella nota media della sua voce, con cui soleva sostenere le
litanie al Santuario, e si lasciava cullare così in una dolce dormiveglia piena
di oblio.
Nelle nature sane pare che anche
i dolori perdano del loro veleno e finiscano coll'essere assorbiti, come sono
assorbiti dalle sane costituzioni i contagi che persistono. Un secondo dolore
non fa più soffrire come un primo, come se i tristi pensieri, a furia di
passare, facessero nell'anima un solco sempre più inclinato e largo.
Come il montanaro si abitua a
portare sulle spalle i più grossi carichi e non si sente ben equilibrato sulle
gambe, se non quando ha tutto il suo solito peso addosso, così si oserebbe
quasi dire che la natura dia alle costituzioni robuste, non guaste dalla troppa
filosofia, l'abitudine di portare una certa quantità di patimenti.
Questo può spiegare come nel
rifiorire della pace anche il fisico della ragazza, aiutato da forze spontanee
più potenti della volontà, ricominciasse a fiorire. Nel benessere di tutto il
corpo essa provava non rari istanti di ristoro e di nervosa ebbrezza, non priva
di godimenti, come capita nei dolci istanti di buona convalescenza. Anima
semplice e primitiva, priva di raffinatezze intellettuali, incapace di uscire o
di allontanarsi troppo dal momento presente, bastava che l'idea dolorosa fosse
momentaneamente assente, perché tutte le altre idee, quasi ancora fanciullesche,
godessero di una specie di vacanza. A vederla in certi istanti, uno avrebbe
detto che la sua disgrazia era più grande di quel ch'ella fosse in grado di
soffrirne. Pensava qualche volta: ‑ Poiché era diventata così indegna,
non per colpa sua, Giacomo avrebbe imparato a dimenticarla. Forse era per lui
una fortuna. Giacomo aveva camminato troppo avanti sulla strada del sapere,
perché potesse contentarsi di voler bene a una povera ragazza come lei. Se la
terribile disgrazia doveva fruttare a qualcuno, in mezzo al male era un bene
che fruttasse almeno a lui la libertà, e qualche compenso. La contessa aveva
promesso che, fin dove un male si può riparare a denaro, Giacomo doveva far
conto sugli aiuti della sua casa. Alla famiglia dello zio Mauro non sarebbe mancato
più nulla. Ebbene (seguitava a riflettere, offrendo a sé stessa, non senza
qualche orgoglio, questa consolazione), se la mia disgrazia salva questa povera
gente dai bisogni e dai creditori, se mette Giacomo nella condizione di poter
continuare nella sua carriera e di farsi col tempo un grande onore, perché devo
disperarmi? Certo avrei voluto restituire in un altro modo il bene che ho
ricevuto; ma poichè Dio ha voluto così, sia fatta la sua volontà.
Ma non sempre questa
rassegnazione parlava così forte. Improvvise curiosità intervenivano a
interrogarla: «Che cosa avrà detto di me? crederà proprio ch'io sia stata
innocente? perché non è venuto ancora a vedermi? perché non mi scrive? gli
avranno detta la verità? sa dove sono e in mano di chi?» In questi incalzanti
quesiti, a cui non era in grado di dare nessuna risposta e che andava ripetendo
a sé stessa con una ostinazione piena di rancore e di compianto, tornava a
provare le vecchie ansietà, la sua mente cadeva in paure profonde; agitazioni
nuove, accompagnate da una febbrile impazienza, non la lasciavano più ferma
sulla sedia.
La contessa aveva le prove della
sua innocenza, e Giacomo non poteva non credere a una donna come la contessa;
ma, riandando minutamente ai particolari della sua sventura, ora temeva che
l'interesse avesse a far rinnegare la verità anche ai santi, ora si accusava di
non aver saputo respingere con più violenza le cortesie del giovine conte, di
non aver provato abbastanza ribrezzo di lui, di non averne parlato subito a
Giacomo, e malediceva in cuor suo alla floridezza della sua giovinezza, di cui
si era servito il demonio per perderla. In questo modo, co' suoi stessi dolori,
essa andava fabbricando nuovi strumenti di tortura e finiva col ritrovare la
spina del rimorso fin nel fiore dell'innocenza.
In certe ore, in modo speciale
verso sera, quando, al morire della viva luce del dì sentiamo venir meno in noi
molte certezze, la sua stanza le diventava uggiosa come una prigione. Lampi di
follia tornavano a guizzare nella tempesta dei pensieri. Stava immobile, cogli
occhi perduti in una lenta stupefazione sulla campagna coperta di neve, o fissi
alla linea dei monti lontani, tra cui andava ricostruendo qualche nota giogaia.
Sentiva di essere più che morta, sepolta viva, e piangendo, diceva in modo di
poter ascoltarsi:
‑ Giacomo, perché mi
abbandoni? Vieni a vedere che cosa hanno fatto della tua Celestina.
‑ Non pensi, Adelasia, che
quella ragazza possa aver bisogno di qualche speciale benedizione? ‑
disse un giorno donna Gesumina alla sorella. ‑ Ho letto nella vita di
Santa Zita, patrona delle donne di servizio, che il demonio ama tormentare
queste ragazze povere e ignoranti per tirarle al male.
‑ Certi diavoli, quando ci
sono, non c'è benedizione che li possa scacciare. Bisogna aspettare che se ne
vadano da sè. Sono i fenomeni del suo stato.
Così disse donna Adelasia quasi
con solennità scientifica.
‑ Basta, basta... tu sei
più in grado di me di saper giudicare ‑ rispose, umiliandosi, la più
giovine delle due vecchie zitelle; e non tornò più sull'argomento.
Dopo molto aspettare, un giorno
arrivarono finalmente due lettere di donna Cristina, una per Celestina, l'altra
per donna Adelasia. A Celestina, riferiva in poche righe, non tutte sincere, il
risultato del colloquio avuto con Giacomo:
«Per quanto il colpo sia stato
grande» scriveva la contessa «egli mi ha promesso di perdonare, e sarebbe già
venuto a vederti costì, se un po' di febbre buscata con questi freddi non
l'obbligasse a letto. La sua pace, la sua salute, il destino di tutta la sua vita
dipende unicamente da te, mia cara figliuola. Se tu sarai buona, docile
obbediente a tutto quello che ti diranno di fare queste tue benefattrici,
vedrai che col tempo proverai una grande consolazione. Io faccio pregare sempre
per te.»
Nella lettera a donna Adelasia la
contessa lasciava trasparire invece tutte le paure e le preoccupazioni che
aveva ridestate nel suo cuore il primo incontro con Lanzavecchia:
«Speravo di trovare nel giovine
una maggiore arrendevolezza; ma ho paura di aver sbagliato nel giudizio che mi
son fatta del suo carattere. Soffre meno per il fatto doloroso che non per
l'orgoglio ferito. Il pensiero che ci deve qualche cosa gli è insopportabile.
Quale altra soddisfazione vorrà chiederci? come intende vendicarsi di Giacinto?
La mia povera testa si confonde e non sa più che cosa pensare e che cosa
temere. Ora è piuttosto gravemente ammalato, non si sa se per una minaccia di
tifo o per una congestione cerebrale, che lo tiene in continuo delirio: e
questo dottore non è senza qualche apprensione. Nel mio egoismo non so più che
cosa augurare a me stessa e agli altri. Mi pare che, prima d'ora, non abbia mai
saputo che cosa sia soffrire, né mai prima di questa grande battaglia ho tanto
compatito chi piange. Ora, sì, sento nel cuore le sette spade dell'Addolorata e
capisco come le ricchezze, i titoli gli onori, le vanità del mondo, non valgano
un'ora di buona coscienza. Non c'è donna così povera tra queste contadine,
colla quale non farei cambio volontieri, se Dio mi potesse restituire la pace.
No, il morire non è il peggior male: è peggio il non poter morire, quando si
vuole. Dio sa se io vorrei essere sotto la terra da dieci anni! almeno sarei
morta nell'illusione della mia felicità, nella freschezza delle mie gioie
materne, sarei morta compianta, benedetta, e avrei trovato nella memoria de'
miei cari il suffragio, che ci fa vivere anche dopo la morte. Questa invece non
è né la vita, né la morte. È un'agonia, un singhiozzo che non cessa mai. Io
sono un dolore solo, temo d'ogni scossa, non ho più lagrime e non ho finito di
piangere, non ho riposo né giorno né notte, e, poiché non posso morire, invoco
quasi la pazzia, che mi liberi da questa spaventata coscienza. Lorenzo, che non
deve mai saper nulla, s'è lasciato persuadere a restare al Ronchetto fino a
dicembre: così almeno spero di poter rivedere il giovine e di strappargli
almeno una promessa, che salvi la mia povera casa. Come potrei abbandonare
questo campo di battaglia? Alla ragazza non dite nulla per ora di questa
malattia del giovine; ma procurate di secondare le idee, che espongo nella
lettera qui inclusa per lei. E poi pregate per me: mai ho avuto tanto bisogno
della preghiera di tutti. Giacinto non scrive più, ma so che mi rimprovera di
non saper far nulla per lui. Non immagina nemmeno quel che mi costa di fatiche
e di spasimi questa sua colpa. Dio salvi lui e me dal dover rendere i conti,
Quando mi sforzo d'immaginare quel che accadrebbe intorno a noi, se uno di
questi giornali nostri nemici, che combattono per l'empietà, stampasse il nostro
nome nella cronaca degli scandali; quando penso al giudizio che di lui, di me,
di suo padre pronuncerebbero i nostri parenti e gli amici che ci stimano, dico
il vero, non mi pare quasi che sarebbe un maggior avvilimento, se Giacinto
riparasse al suo errore, come si fa in altri ceti, sposando la ragazza.»
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