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- In quanto a questo, signor
Giacomo, c'intenderemo con comodo. Norma non aspettava che una parola. Dillo tu
se non è vero. ‑ Il signore della Rivalta, sollevando una mano curva e
lunga verso sua figlia, sorrideva, movendo le mascelle di can segugio, mentre
la bella Norma dagli occhi di odalisca, appoggiata mollemente allo stipite
dell'uscio, lasciava cadere piccolissimi baci sulla cucuzza della cagnolina.
L'ex impresario mise l'un
sull'altro venti logori biglietti rossi da cento lire, dopo di che soggiunse:
‑ Ora, caro signor Giacomo,
non le resta che di firmare queste due righe.
Giacomo si affaticò inutilmente
per chiarire gli sgorbi, che l'amico protettore gli mise davanti. L'aria della
stanza cominciava a diventare cenericcia. Dopo aver esitato un gran pezzo, non
senza provare in tutto il corpo un inesprimibile senso di cascaggine e come un
dolore sonnolento, che serpeggiava nelle ossa, firmò e buttò via la penna con
un atto di ribrezzo. Il sacrificio era fatto! Per riscattare la sua dignità,
per salvare e sostenere il suo ideale morale, era venuto alla Rivalta a cercar
questo denaro all'amico usuraio; ma sentiva che, firmando la carta, si vendeva
anima e corpo al suo creditore ed alla sua bella zingara, che lo dominava
coll'occhio della civetta. Ma domani avrebbe potuto dire ai signori del
Ronchetto: «Ecco il vostro denaro; ora posso difendermi; ora comincia la mia
vendetta, o signori!». Avrebbe voluto prendere il denaro e andarsene da quella
casa: ma si aspettava un caffè, un caffè che non era mai servito. Al di là
della soglia, oltre l'uscio della cucina, vedeva passare e ripassare
infagottata in una gonnella, color dell'acqua sporca, la Serafina, la serva
ladra, che, nicchiandogli cogli occhi loschi, gli voleva far capire che la
bella ragazza era innamorata morta di lui... ‑ Ah! finalmente aprì
davvero gli occhi, e vide che era un altro sogno, o qualche cosa di ancor più
irrazionale, di più manchevole di un sogno. Da immagine in immagine la sua
povera testa, divorata dalle fiamme della febbre, passava attraverso un mondo
d'idee posticcie, dal quale usciva per improvvisi sbalzi nervosi, per ricadere
nella realtà, per uscire poi di nuovo a raggirarsi in tetri labirinti, in mezzo
a concetti logici frammentari, che avevano già fatto parte della sua ragione,
ma che ora rivedeva come i frantumi sparsi in terra d'un vetriata dipinta.
Questo pensiero che alla Rivalta
avrebbe potuto trovare il denaro del suo riscatto gli era venuto per vie ignote
in mezzo a mille altri suggerimenti nelle due ore che, uscito dal colloquio
della contessa, era andato vagolando, come un'anima ossessa, per il ghiaieto
del fiume. Ora la febbre non faceva che dar corpo e colore a una fragile
ipotesi. E così si mescolavano gli spauracchi alle più dolci visioni; così si
alternavano i giorni torbidi alle notti di profondo assopimento. Al sesto
giorno di febbre, il dottor Brandati cominciò a notare un certo sostegno nelle
forze: poi vide il male ritirarsi a poco a poco in una forma placida e
indefinita, in parte divorato dalle sue stesse fiamme, in parte vinto dalla
natura sana e robusta del soggetto.
‑ Se fossimo in agosto,
direi quasi che è un colpo di sole, ‑ rispose una volta alla contessa che
lo interrogava sull'andamento della malattia ‑ ma credo che in fondo sia
una malattia filosofica: Giacomo fa lavorare troppo il cervello, ed il padrone
di casa si fa pagare i danni e le spese.
In mezzo ai sogni assurdi e contorti
della febbre, che versavano nell'anima inerte dell'infermo una tenebrosa
tristezza, e che duravano penosi fino a produrgli l'angoscia e il singhiozzo,
guizzavano brevi immagini chiare festevoli, tenui memorie di momenti veramente
vissuti, come se passeggiasse tra le sue speranze, o in mezzo a dolci
presentimenti, che lo facevano parlare e ridere forte. Una volta immaginò di
essere nel gran giardino della villa, tutto pieno di sole, colle belle piante
nereggianti mosse dal vento meridiano. Nei pratelli erano molte farfalle e
molti fiori tra l'erbe alte che ondeggiavano al soffio caldo. Per un viale
ombroso e fresco donna Enrichetta scendeva, nel suo vestitino rosa, tenendo un
libro in mano; e a lui pareva di andarle dietro con passini leggieri, che gli davan
l'illusione del volare; e quando era molto presso, mettendole le mani sugli
occhi, la teneva così prigioniera. Mentre aspettava che la giovinetta
rispondesse col suo riso vivo e molle, al sentir le mani umide e calde, al
gemito singhiozzante che a lei sfuggiva di bocca, si avvedeva con umile e
profonda pietà di stringere nelle mani per un inesplicabile inganno la testa di
donna Cristina.
Fu sotto il palpito doloroso di
questa visione che una volta balzò sul letto.
Riconobbe la sua stanza, il suo
letto, la finestra socchiusa e, in un angolo, il tavolino con su accatastati i
libri e le carte alla rinfusa. Non c'era nessuno in quel momento nella camera.
Vedendo sul tavolino da notte i bicchieri e i barattoli delle medicine, capì
ch’egli era malato, malato d'un gran male alla testa, e che il suo svegliarsi
era simile all'uscire da un sepolcro. Facendo leva col braccio vinse la
stanchezza del corpo, alzò il capo, che gli pesava come se fosse cerchiato di
ferro; lasciò che la coscienza nel ritornare gli riportasse a poco a poco il
nome delle cose e il senso della realtà. Alla vista della bottiglia dell'acqua
stese la mano e bevette avidamente per spegnere la fiera arsura. Poi si lasciò
ricadere in un pesante abbandono. Cominciò a ricordare in nube che un gran dolore
gli era passato vicino e gli aveva, più che il corpo, infranta l'anima. Chiuse
gli occhi e lottò un pezzo con sé stesso per raccogliere le idee rimaste come
disperse, al di là della coscienza; sentendo sonare le ore al campanile della
chiesa quella sensazione d’ambascia, in cui si era trovato al momento di andare
al colloquio colla contessa, si ridestò sotto l'impulso di quel rintocco di
campana; la verità gli apparve in tutta la sua brutale crudeltà in un
improvviso spiraglio di luce.
Che cosa era avvenuto di lui dopo
quel colloquio? che cosa avevano fatto di Celestina? perché non lo avevano
lasciato morire?
Un brivido diaccio corse e si
mescolò agli ardori della febbre seguendo l'onda di questi pensieri che
tornavano; nella sua estrema debolezza fisica non seppe respingere un urto di
grosse emozioni, abbandonò il capo sul cuscino e pianse a voce alta.
Mentre ancora le lagrime colavano
pei solchi, si aprì l'uscio ed entrò la mamma.
Al veder la coltre in disordine e
il malato cogli occhi aperti, la buona donna si accostò frettolosamente al
letto.
‑ O Giacomo, o mio povero
Giacomo, sei sveglio? come ti senti? benedetto mio figliuolo, non sai che cosa
ti è capitato e dove ti hanno trovato? Però ti pare di sentirti un po' meglio?
piglia una goccia di brodo. Il dottore ci raccomanda di sostenerti le forze. Se
non vuoi il brodo, c'è qui una lagrima di marsala. L'ha mandato per te apposta
di quel vecchio la contessa. Giacomo con un gesto risoluto allontanò il
bicchierino che la vecchietta voleva accostargli alle labbra; e si oscurò in
volto, come se avesse visto il veleno.
‑ Sai che c'è stato anche
don Angelo, il tuo zio prete? Ha sentito a Bergamo ch'eri così malato ed è
venuto apposta per vederti. Tornerà quando starai più bene.
Per molti giorni non fece che star
rannicchiato nel letto, testa sprofondata nei cuscini, cogli occhi chiusi, in
uno stato di pesante annientamento, non desiderando che il sonno, l'oscurità,
la dimenticanza di sé stesso. Come un fanciullo pauroso, che non osa passar da
un uscio per non isvegliare un grosso cane accovacciato noto per la sua
ferocia, così egli non osava moversi per paura di risvegliare la sua
riflessione. A certi mali non c'è che un rimedio efficace: il non pensarvi. Ma
più raffinerai la ragione e la coscienza, più avrai affilati in te stesso gli
strumenti della tua tortura, quando la mano spietata del dolore ti lancierà
contro te stesso. E Giacomo non potè impedire che la forza inesorabile della
natura lo portasse nuovamente al supplizio, quel giorno che cominciò a star meglio.
Quasi per ritardare di un'ora la necessità di occuparsi di sé, volle vedere
qualcuno de' suoi, e, fatto chiamare Angiolino, lo interrogò sull'andamento
degli affari.
Il ragazzo, col viso duro, più
oscuro del solito e con una intonazione fredda d'uomo irritato, si fece a
riferire minutamente. Erano state consegnate seicento tegole al Legnani di
Cernusco. La chiesa di Pagnano aveva mandato a prendere altri quattrocento
mattoni di pavimento. La Lisa aveva incassato cinquanta lire a saldo del conto
Lavelli di Brivio... ‑ E restava lì come oppresso da un cattivo pensiero.
‑ E Battista? ‑
chiese Giacomo, che, per paura di sé, andava in cerca degli altri.
‑ Battista non parla più di
andare in America. S'è rimesso a lavorare.
Anche la Lisa, quando seppe che
Giacomo cominciava a riconoscere qualcuno, volle far la sua visita. Si sentiva
qualche rimorso per via di quella benedetta linguaccia e non aspettava che il
momento di farsi perdonare, quantunque, a esser giusti, i fatti avessero data
ragione a lei e non a lui. Per quanto male avesse potuto dire di madamisella,
cento lingue come la sua non sarebbero bastate, pensava la Lisa, a dir tutto il
male che madamisella si meritava. Che fosse una leggerona si sapeva: ma in casa
Lanzavecchia non si osavano nemmeno immaginare certe vergogne! Il Signore
questa volta aveva voluto bene al povero Giacomo col fermarlo a tempo sull'orlo
del precipizio. Se madamisella avesse portato in casa certe abitudini... uh
spavento! uh ludibrio! ‑ La Lisa entrò nella stanza del malato colla sua
andatura angolosa e rigida, avvolta come una vecchia ombrella nei vestiti
flosci e cascanti, che avevano tutti i colori dell'acqua piovana: e,
accostatasi con passi contati al letto, disse al malato‑.
‑ È vero che ti senti
meglio finalmente? ‑ e non seppe togliere a quel finalmente un certo tono
d'impazienza, in cui si sentiva il buon cuore litigare col dispetto.
‑ Sai che ci hai spaventati
bell'e bene? Se ti sentivi cosi male perché non parlare a tempo? Sempre così
voialtri uomini. Rimproverate a noi donne di parlar troppo dei nostri mali ma
neanche il tacer troppo, come fate voi, non è un bel sistema. Covare i mali e
non pensare a curarli che quando non se ne può più, è proprio come andare dallo
speziale a comperare la febbre. Ma pazienza, e sia lodata la Madonna! ‑
soggiunse senza intenerirsi troppo su questa devota giaculatoria, perché in
cuor suo sentiva per un razionale istinto che, quando la Madonna vuol proprio
bene a un povero cristiano, ha tutti i mezzi di risparmiarglieli addirittura
certi dolori.
Nello sforzo che la ragazza magra
faceva per contenersi umilmente davanti al letto del malato e per dare alle sue
parole un senso di mansuetudine, i gomiti le uscivano acuti e irritati dai
fianchi, la sua testa spettinata s'irrigidiva nella luce cruda della finestra.
‑ Adesso cerca almeno di
guarir presto, perché tu sei più necessario di prima a questa povera casa senza
tetto. Questa povera donna ‑ soggiunse indicando la mamma, che rientrava
colla tazzetta del brodo ‑ non è più quella di prima e non parla che di
morire. Io dico che per morire moriremo tutti, quando sarà la nostra ora, e non
c’è bisogno di mandare su un'istanza; ma il Signore dice: «Aiutati che ti
aiuterò». Cerchiamo di dimenticare le cose passate e amen. Anche tu, Giacomo,
devi farti una ragione, perché tutto il male non vien per nuocere, se dobbiamo
credere a quel che è venuto a dire lo zio prete.
‑ Che cosa è venuto a dire?
‑ domandò con aria stanca il malato.
‑ Ha detto che tornerà e
parlerà con più comodo ‑ fu pronta a interrompere la mamma, lanciando una
viva occhiata di rimprovero alla figliuola. ‑ Ora pensa a guarire, che è
l'importante: al resto penseremo poi. Le some si aggiustano per via.
‑ C'è stata due o tre volte
la signora contessina colla sua maestra a domandare tue notizie ‑ disse
Angiolino che capì la necessità di sviare un discorso difficile.
‑ Ti va? ‑ chiese la
mamma, incoraggiando il malato a prendere il brodo, mentre lo aiutava a
mettersi un cuscino dietro la schiena. ‑ È tutto brodo di cappone.
‑ Lo si doveva mangiare per
Natale, ‑ disse la sorella ‑ ma è sempre buono quel che arriva a
tempo. Per Natale metto in collegio un bel tacchino, se avremo voglia di
mangiarlo. Intanto io son del parere che tu abbia a vendere allo stracciaiuolo
tutta questa filosofia, che ti guasta lo stomaco. ‑ La Lisa indicò i
libri e le carte ammucchiate sul tavolino, facendo colle due mani il segno di
chi spazzola l'aria. ‑ Già, credi pure, il mondo non lo si rappezza più
nemmeno con la carta stampata e una buona digestione vale una dozzina di belle
massime. Quando c'è la salute, a che cosa serve la spezieria?
- Tu gli fai la testa grossa così
‑ rimproverò la mamma.
- Badate a tener nota esatta di
tutto quello che spendete per me... ‑ disse Giacomo, rannuvolandosi in
volto, con uno sforzo doloroso, che gli fece la fronte umida di sudore.
‑ Non parlar di conti,
adesso, ‑ riprese la mamma ‑ e non pigliarti pensiero per noi. Don
Angelo ha detto che, per tutto quello che ci può abbisognare, si abbia a
ricorrere a lui.
‑ L'ha mandato san Giuseppe
coll'asinello questa volta ‑ aggiunse la Lisa.
‑ Del resto, non siamo in
un deserto e non manca la gente che ci vuol bene.
Anche Battista si lasciò
rimorchiare dalla mamma a far la pace con Giacomo. Questi lo salutò colla mano,
mentre l'altro entrava, raggirando con una mano il cappello e grattandosi
coll'altra la nuca.
‑ Voletevi bene e addio! ‑
disse la mamma. ‑ Ora dobbiamo lavorare tutti per ciascuno e ciascuno per
tutti, anche per benedire alla memoria di quel pover'uomo, che ci aspetta in
paradiso.
La Santina passò in fretta un
angolo del suo grembiale negli spigoli degli occhi e continuò a promettere per
Battista, che s'induriva sotto le carezze della tenerezza, fino a perdere l'uso
della favella. La mamma invece (e non isfuggì al nostro malato questo fenomeno)
rianimata dal pensiero di essere utile, contenta di vedere un po' di pace
tornare in famiglia, stava per ritrovare la sua antica alacrità di spirito. In
fondo, la disgrazia di Celestina rappresentava per lei, a parte il dispiacere,
la liberazione del suo Giacomo, che con tanto sapere e con tanta abilità poteva
aspirare a qualche cosa di più bello che non sia lo sposare una stracciona
senza un soldo, una mezza contadina, una figlia di nessuno. Nel suo orgoglio
materno la Santina era persuasa che, se Giacomo metteva il suo cappello sulla
soglia dell'uscio, le più belle doti dei dintorni ci saltavano dentro.
Non poteva mancare la visita del
vecchio Blitz. Quando capì che il padrone cominciava a veder qualcheduno, il
brutto cane, che da cinque o sei giorni non abbandonava la loggetta, si fece
coraggio e venne innanzi a fiutare il letto. Giacomo, aprendo gli occhi,
incontrò quelli buoni e lagrimosi del fedele animale; sporse una mano dalla
coltre, gli strinse il muso, lo carezzò, lo interrogò a lungo con uno sguardo,
a cui il vecchio filosofo pessimista rispose con un tremito convulso di tutto
il corpo e con un lento dimenar della coda.
‑ Hai sentito, Blitz, quel
che ci hanno fatto? ‑ mormorò Giacomo, come se volesse provare la voce e
le forze in presenza del suo prudente compagno. ‑ Hai sentito quel che
hanno fatto della nostra povera Celestina? E non è finita, ve', Blitz; ne
vedrai di più brutte.
Se non propriamente pronunciate,
queste tristezze furono espresse dallo sguardo dell'uomo, raccolte e compatite
dallo spirito del cane, che, posate le due zampe pelose sulle coltri del letto,
mandava un gemito come d'anima sofferente.
Le forze fisiche tornarono a poco
a poco e, insieme, andava crescendo, al tornare della coscienza del suo stato,
il terrore e la vergogna dell'oltraggio ricevuto. L'animo, già così paziente e
tollerante dei mali, correva, al divampare dell'odio, a pensieri di estrema
violenza: l'occhio fissavasi in una sua idea lugubre: l'infermo stringeva i
pugni sotto le coperte, o si metteva a sedere sul letto, come se cercasse di
misurare le sue forze per una estrema battaglia. Non poteva finir così! Era un
risveglio assai doloroso e grottesco per un filosofo idealista, che stava
sognando l'amabile conciliazione degli uomini colle forze nemiche della natura!
All'urto feroce della realtà egli si avvedeva d'aver riflesso nella sua
filosofia le cose del mondo forse con una certa limpidezza, ma semplicemente
capovolte! Aveva creduto nell'illusione fantastica della sua solitudine di
stendere il volo ai più alti cieli e invece era semplicemente la terra che gli
mancava sotto i piedi. Mai ingenuità filosofica era stata più punita! mai s'era
vista una più grande incapacità!
Che gli restava di fare? egli non
poteva restar eternamente così immerso in un morboso letargo, né chiudere gli
occhi bastava per non vedere, né sprofondarsi in un sepolcro significava esser
morto. Dalla rovina delle sue costruzioni fantastiche, come tra gli sconquassi
d'un'immensa impalcatura posticcia, qualche cosa d'immobile e di massiccio era
di sotto, contro cui ogni uomo va a battere la testa, ove non sappia edificarvi
sopra la vita. Cadevano i vaghi pensieri, ma restava il dovere da compiere.
Bisognava insomma far qualche cosa per sé, per Celestina, per il suo onore, per
la famiglia, per l'opinione del mondo, per la pace dei buoni, per il riscatto
della coscienza, per il sollievo dell'animo esulcerato, per la difesa degli
innocenti, per il castigo dei tristi. Ma dove cominciare? a chi chiedere la
forza dell'odio e della vendetta? come rompere le catene ormai irrugginite
della sua antica schiavitù morale contro questi benefattori, che non poteva
pagare? All'immagine laida del miserabile, che aveva vituperato con bestiale
brutalità quanto di più sacro e di più puro può contenere il cuore d'un uomo
sentiva a un tratto la sua volontà ingrandirsi, farsi di ferro; coll'occhio
arroventato fisso nell'aria cercava il vile, lo ritrovava, gli si scagliava
addosso, metteva le mani nel suo sangue e di questo sangue, di cui nella
squisita debolezza nervosa vedeva le chiazze vermiglie vagolare sulle pareti e
sul bianco del letto, provava una vertiginosa ebbrezza.
A queste fiammate, da cui il suo
spirito debole e titubante era trasportato a esagerate emozioni, seguivano
molte ore di depressione morale e di sonnolenza, durante le quali la forza
critica della sua mente, quella ch'egli era abituato ad adoperare di più e di
cui, come di un coltello del mestiere, si serviva per recidere i lacci e le
corde degli inviluppi morali, rispondeva con una lunga e ironica argomentazione
alle rodomontate del sentimento. «Un assassinio? una strage? un duello? Ci
vuole un bel coraggio a liquidare con un delitto o con una elegante pantomima
il crudele dolore dell'anima tua! Forse che il sangue ha mai potuto lavare una
macchia e spegnere una sete? E deve proprio toccare a te questa parte di
romantico Ernani, perché si tragga dall'agonia mortale di due cuori un
drammaccio volgare, che rallegri e contristi di tragica pietà i lettori delle
cronache e dei fatti diversi? A chi gioverebbe una vendetta volgare? poco a te,
se pur ti pare che giovi al frenetico il rotolarsi nel fango; nulla agli altri,
se non a rendere volgari le più delicate sofferenze; nulla a pagare il danno
d'una vita spezzata; nulla a soddisfare la legge morale; nulla a nessuno
insomma, tranne che a far piacere agli invidiosi e agli imbecilli». Ma che
poteva fare dunque per quella poverina?
All'immagine di Celestina le
lagrime gli correvano agli occhi, un nodo angoscioso minacciava di soffocarlo,
pareva che le ultime forze della sua vita si ritirassero e lo lasciassero
esangue. La voce malinconica, il viso sconvolto, quel tono di morta
disperazione, con cui gli aveva parlato l'ultima volta nel viale del giardino,
tutto questo tornava vivo e presente a scoraggiarlo di più. Che cosa rimaneva
di tutto il caro edìficio della sua vita di lavoro ideale, di quel loro amore
così naturale e ridente, così tenero di tutte le dolcezze più spontanee della
vita? Questo loro affetto non intessuto di astruserie, come sogliono fabbricarne
gli spiriti stanchi e sciupati, ma semplice come un fiore, era stato il suo
orgoglio. Celestina, oltre alle virtù native della donna innamorata, che cede
all'amore dell'uomo forte e sapiente, rappresentava per lui gli adunati
desideri, la bellezza ideale, il sospirato riposo, quanto insomma di eletto
sovrabbonda alla vigorosa virtù dell'uomo savio e che la donna raccoglie e
conserva per i giorni della stanchezza e del dubbio. All'idea che di un così
incantevole edificio non restava più che un mucchio di cenere, egli si
rivoltava nel letto, cacciava la testa sotto il cuscino, urlava come una belva
ferita chiedendo: perché? perché? L'immaginazione gli procurava non minori
tormenti nel fargli sentire quel che al propalarsi del sordido caso, i soliti beffardi
avrebbero dovuto dire di lui, della ragazza, della burla giocata al filosofo,
della superbia punita di casa Lanzavecchia. O Dio! qualche soddisfazione egli
doveva pur domandare a questi signori. Nessun anacoreta avrebbe tollerato che
una creatura debole e innocente rimanesse senza difesa e senza giustizia sotto
l'obbrobrio di un simile oltraggio, senza assumere nella sua pigra sonnolenza
morale una obbrobriosa responsabilità. Il male che si compie, accettando in
silenzio il male, è una forma, e non la più coraggiosa, di complicità. Molte
ore restava così confitto, come un povero Cristo, alla croce dei suoi pensieri,
cogli occhi fissi alla luce della finestra, in cui sbatteva irrigidito il
candore della prima nevicata; e ripensando per un ozioso abbandono dello
spirito ai fatti più lontani della sua fanciullezza, evocava gli episodi di
quel suo antico amore. Sul muro di quella stessa stanza, dove giaceva a
invocare inutilmente la morte, erano rimaste le vecchie traccie di un altarino
in due striscie dipinte in mattone rosso, simulanti un padiglione, tra le
screpolature dell'intonaco. Celestina era venuta spesso ad ascoltare una messa,
che il pretino recitava sopra due sedie con indosso il grembiale della mamma in
luogo della sacra pianeta, con in testa un logoro berretto dello zio prete.
Qualche altra volta egli l'aveva confessata, stando seduto in un vecchio
armadio; poi l'aveva comunicata con un manus Christi della zia Veronica. Quante
volte avevano preparato insieme le feste del mese di Maria, addobbando la
loggetta di pezzuole, di frasche, di corone di fiori, o avevano preparata per
la sera una lunga illuminazione di moccoletti, in mezzo alla quale sfilava una
processione di ragazzine e di villanelli scalzi, nel frastuono d'una musica di
coperchi, d'imbuti e di scatole di lucilina! Quando Giacomo predicava dall'alto
del seggiolone, Celestina con sulla testa il grembialone della zia Santina,
stava a sentirlo tutta raccolta e compunta, ridendo a qualche citazione in
trappolorum gamberellis, che usciva di bocca al predicatore, con quel suo riso
irresistibile che metteva in iscompiglio la divozione.
Dal suo letto egli vedeva la
chioma biancheggiante dell'antico frassino in fondo alla vignetta, in cui
solevano ricoverarsi nelle ore calde e cercar nel fitto dei rami una aerea
abitazione e fabbricare colla fantasia case e palazzi incantati, che
tremolavano ad ogni soffio di vento. Venivano ad una ad una queste memorie e
partivano da lui, come pietose visitatrici, che escano dalla casa di un morto.
Che potevano dare questi signori in compenso di tanto bene perduto?
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