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Il dottore, vedendo che la stanza
del malato non aveva fuoco, gli consigliò di cercare un rifugio più riparato
nella vicina camera dello zio prete, dove si poteva accendere il caminetto.
Imbacuccato nel gran tabarro a
cinque mantelline del povero pà, il nostro malato passò i primi giorni della
sua faticosa convalescenza sprofondato nel seggiolone dello zio prete, colle
gambe fasciate nello scialle di sposa della mamma, provando nella sua
sfinitezza e nel tiepore morbido della cameretta il pigro piacere di sentir la
vita rinascere e di contemplare in una vuota estasi i grossi fiocchi di neve
cadere sui tetti già bianchi dei casolari contigui e sui fracidi pergolati.
Appoggiava la testa allo schienale alto del seggiolone, sul fondo bruno del
quale la sua faccia, resa più sottile e nobile dalla malattia, spiccava in una
delicata bianchezza, e rimaneva così lunghe ore cogli occhi perduti nella festa
luminosa della fiamma, in cui si agita in modo così vario e così bello lo
spirito sottile della vita.
Una mattina pregò la mamma di
mettergli accanto sur un tavolino tutte le carte stampate e manoscritte, che
formavano il materiale del suo libro.
‑ Non aver troppa fretta di
metter le mani in queste tue cartaccie, ‑ gli disse la mamma ‑
prima hai bisogno di guarire. Libro più, libro meno, il mondo va innanzi lo
stesso.
‑ Non ho che a fare una
piccola correzione... ‑ rispose Giacomo con un malinconico sorriso.
La mamma lo contentò. Gli portò
nel grembiale quel gran fascio di carte, che lo spavento di quei di casa aveva
scompaginate, e, vedendo che il figliuolo stava bene e non aveva bisogno di
nulla, soggiunse:
‑ Oggi è festa, e son tre
domeniche che non sento una messa. Posso andare?
‑ Andate pure, mamma; per
ora non mi manca nulla.
‑ To', vien Blitz a tenerti
compagnia ‑ disse la donna nell'uscire.
Il cane venne anche lui a sedersi
al fuoco e, appoggiando la grossa testa alle gambe del padrone, lasciò che
questi si attaccasse famigliarmente alle sue orecchie.
Nevicava con forza lenta e
silenziosa. Erano usciti tutti, e non uno zitto si sentiva per la casa. Se
tendeva l'orecchio ad ascoltare, pareva a Giacomo di sentire nella delicatezza
della sua debolezza la solennità della grande inerzia che teneva la campagna e
come se quel gran freddo invernale entrasse a stringere e a irrigidire la sua
speranza, appoggiò la testa pesante alla mano e si carezzò dolorosamente la
fronte. Era solo nella povera casa di suo padre, ch'egli non aveva più la forza
di sorreggere.
‑ Blitz ‑ chiamò con
un lento singhiozzo. Il cane sollevò gli occhi umidi e stette ad aspettare che
il padrone gli dicesse una buona parola.
‑ Sta attento, Blitz, come
va a finire l'ideale...
Il cane riaprì gli occhi davanti
a una luce più viva, che si alzò nel caminetto. A mazzetti, a mazzetti, Giacomo
seguitò a gettare sul fuoco il manoscritto e i fogli di stampa, fin che
rimasero immersi nella brace d'oro in un misero pugnetto di carte carbonizzate.
Tratto tratto, sotto i contorcimenti dei margini, uscivano in una traccia
sanguigna le righe e perfin le parole dov'era passata, dove aveva palpitato
l'anima del filosofo. Esitando il vento, che scendeva dalla canna, a scomporre
e a rapire le povere spoglie, Giacomo nel furore con cui un suicida si pianta
un coltello nelle carni vive, urtò colla pala quell'inerte mucchio di vani
pensieri, che svolazzando in una fuga sgominata, si dispersero per la nera
gola.
‑ Finis philosophiae ‑
mormorò con grave accoramento, chiudendo gli occhi e appoggiando la testa
affaticata al palmo della mano. Di che cosa avrebbe vissuto domani? Per rompere
con un atto materiale la cupa misantropia, che minacciava di soffocarlo, provò
a muoversi, uscì appoggiandosi alla parete sulla loggetta, da dove l'occhio
correva sui campi aperti e sui tetti delle fornaci; posò lo sguardo sulle
suppellettili e sulle cento cose, che il tempo e l'uso della vita avevano
radunato nel portico e che nell'aria livida dell'inverno gli parlavano con un senso
d'infinita tristezza.
Sentendosi abbastanza sicuro
sulle gambe, provò a scendere le scale, e quando fu abbasso, nella cucina, si
accostò al camino, dove bolliva sommessamente un caldano, e sedette nella
poltrona di legno del pà, che era stata la poltrona dei vecchi, sempre davanti
a quel medesimo camino dalle panchette logorate, dagli alari consunti, dagli
oscuri ripostigli, che contenevano le cose dei morti. Ogni generazione vi aveva
dimenticato qualche cosa, chi una pipa, chi una scatola di fiammiferi, chi una
tabacchiera, chi una moneta, chi un cartoccio di tabacco, chi un libro da messa
o un rosario, o un bastone, o un falcetto; e si sa che ogni cosa lasciata
indietro ha dentro di sè un poco dell'anima di chi è partito, come resta il
calore della vita per breve tempo anche dopo che la vita ha cessato di battere
nel corpo. Molta cenere era stata portata via e dispersa dal giorno che davanti
alla pietra scolpita del camino era stata accesa la prima fiamma; e ogni cenere
morta contiene un pugno delle nostre speranze! Ma nessuno de' suoi era stato
avvilito e amareggiato come avevano avvilito e amareggiato il filosofo di casa,
il grand'uomo, che intorno a quell'affumicato edificio di casa sua aveva
creduto d'innalzare un tempio ideale ricco di pietre preziose. Non era passato
un mese dal dì che aveva sognato di far sedere Celestina al suo fianco, lì
davanti a quel camino, e di rinnovare con lei nella casa dei Lanzavecchia un
nuovo patto; ma intanto ch'egli costruiva i sogni suoi nella cenere, c'era chi
faceva di lei e dell'onore di tutti e due il più orribile strazio. No, no,
nessuno dei vecchi padri era passato per queste verghe; nessuno avrebbe saputo
immaginare per sé una simile ignominia. Questi era riservata al discendente
filosofo, al raffinato analizzatore della vita, perché avesse con comodo a
scriverne un bel libro. Questo gli andavano ripetendo con ironico aspetto le
sedie, le casse, gli utensili accostati al muro, la polverosa cicogna, che
alzava il collo di mezzo ai trespoli consunti sull'armadio, questo gli
suggeriva ogni altra apparenza, a cui l'occhio, l'abitudine, la memoria
avvessero attaccato un po' della sua vita. Che stava egli a tener in conto
questa sua miserabile esistenza senza bene, senza coraggio e senza
rassegnazione? L'odio, che gli stillava dal cuore, non faceva che corrodere
come un acre veleno le sue viscere, senza infondergli l'ardimento d'una
vendetta o di una qualunque azione vigorosa, che giovasse alla sua dignità. Il
suo posto nel mondo non poteva essere che un oscuro nascondiglio, come si
riserva agli arnesi scassinati; e allora che giovava il vivere?
Ancora una volta si mosse e girò
intorno alla tavola, non potendo star fermo su questi aculei; ma nell'alzare
gli occhi, un cupo pensiero si fermò sullo schioppo da caccia a due canne,
attaccato per la bandoliera lungo il muro sulla cappa del camino. Era un
vecchio schioppo di buona fabbrica bresciana d'un calibro solido e pesante, che
nelle mani del pà non aveva mai sbagliato un colpo. Giacomo osservò che uno dei
cani aveva la capsula, segno che c'era dentro una carica. Con un braccio
appoggiato alla sponda della tavola, a cui cercava di reggere il corpo
affievolito, si domandò con terrore se il caso ha i suoi suggerimenti,
socchiuse gli occhi, volò con l'immaginazione a quel che poteva essere di lui
al di là d'un gesto fatale. Un gran picchio di cuore gli fece sentire il rombo
della schioppettata e si rimirò disteso col petto squarciato attraverso la
pietra del camino. Cedendo al fiero invito, montò sopra una sedia, distaccò il fucile,
alzò il cane sulla capsula... girò gli occhi intorno... Proprio in
quell'istante presero a suonare le campane del Sanctus della messa.
‑ Povera donna...! ‑
mormorò: e buttò la capsula nella cenere. La notte, ebbe un breve ritorno di
febbre; tanto che il dottore gli consigliò, anche in vista della brutta
stagione, di restare a letto qualche giorno di più.
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