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Seguirono due o tre giorni di
agitazione, pieni di sinistri presentimenti, di reciproci inganni, in cui
ciascuno dovette fingere di ignorare quel che era scritto a ciascuno sul viso.
Don Lorenzo, per quanti sforzi acrobatici facesse fare alla sua tremante
volontà, per quanto sferzasse un coraggio che non era mai stato, non che
esercitato, nemmeno preso in considerazione, non poteva nascondere a Cristina,
alla figliuola, a quei di casa il grande sgomento, come si nasconde un
librettucciaccio proibito. A colazione, a pranzo, non gli riusciva quasi
d'assaggiar nulla, o tutt'al più, se si sforzava di inghiottire una mezza fetta
di galantina, o una gamba di pollo, se le sentiva lì inchiodate sullo stomaco
come un errore d'ortografia. Molto meno si poteva pretendere ch'egli si
distraesse nei giri de' suoi periodi... Altro che «Discorso preliminare»! altro
che «la tradizion del passato»! Vipere e scorpioni, minaccie, ricatti per il
momento; domani sarebbero state bombe e pugnali.
Non potendo pigliarsela con Galiasso,
si sfogava a brontolare o perché la stanza era fredda, o perché il brodo era
lungo, o perché Giacinto non scriveva mai, o perché l'Istituto veneto gli aveva
lasciato scappare tre errori di stampa; e, messo sulla strada delle malinconie,
cadeva a parlare delle teorie sovversive, che distruggono ogni sentimento di
religione e di rispetto. La figura torbida di Galiasso, ch'egli s'immaginava
con un ceffo di bravaccio, cieco d'un occhio, per tre o quattro giorni entrò a
frastornare le sue occupazioni e i suoi stessi pensieri, sia ch'egli pigliasse
in mano un libro od un giornale, sia che arzigogolasse colla penna nei
complicati incisi del suo «Discorso preliminare», sia che parlasse con quei di
casa o coi pochi amici che venivano a fargli passare la sera. In mezzo ai
discorsi e alle distrazioni non cessava mai dentro di lui il lungo monologo
contro i tempi e contro le idee sovversive: aggrottava le ciglia, i gesti gli
scappavano involontariamente, e, inconsapevolmente, faceva sentire a sé stesso
il ritornello, che non cessava di martellargli il cuore: «Si precipita».
La contessa, per non essere
obbligata a chiedere e a dare delle spiegazioni incresciose, fingeva di non
accorgersi di questi suoi patimenti, e questa sua noncuranza riusciva di
maggior pena al povero conte, che nelle tribolazioni amava d'essere consolato e
amorosamente contraddetto. Dopo aver ruminato un pezzo nel suo segreto, pensò
che Giacomo Lanzavecchia poteva essergli di qualche aiuto, essendo il luogo
detto il Sasso del Pin, indicato da Galiasso, poco lontano dalle Fornaci, sulla
stradetta che mena al «Roccolo» di Don Andrea. Colse il momento, che la
contessa e la figliuola erano fuori ad assistere a una pia conferenza del santo
Cenacolo (un'altra francioseria introdotta da poco tempo dai gesuiti), si
chiuse nello studio, fece accendere la lucernetta, che anche di pieno dì
aiutava a rischiarare il nesso delle idee, si raccolse, passò due volte la mano
sulla fronte per rimuovere le ultime titubanze, che facevano sempre di lui
l'uomo più indeciso del mondo, prese una faccia oscura, severa, d'uomo
oltraggiato, che conosce i doveri suoi e cominciò a scrivere: «Carissimo
Giacomo, deve esistere in cotesti paesi un cotal nominato Galiasso o Galeazzo,
persona veramente dedita a cattivi maneggi, non saprei dire se più bisognosa o
perversa, la quale mi ha in questi giorni trasmessa una lettera, vero oltraggio
ortografico, con cui vien chiedendo una non misera somma a mo' di minaccia o di
ricatto. Comeché io possa...»
‑ Signor conte ‑
disse Fabrizio entrando col suo passo soffocato: ‑ questo signore ha una
lettera di presentazione per la signora contessa, ma siccome non può fermarsi a
Cremona che poco tempo, domanda il permesso di dir una parola al signor
conte...
Il conte accostò il biglietto,
che Fabrizio gli offrì, al lume della lucerna e lesse il nome dell'avvocato
Genesio Brognòlico.
‑ Brognòlico! ‑
ripeté, rimpicciolendo gli occhi come chi cerca di fissarsi in qualche cosa,
che vede e non vede. ‑ Non è quel nostro radicalone rosso di là, che
insieme al farmacista ha fondata la Società operaia?
‑ Precisamente, quel
pancione. Dice che ha una lettera del signor conte di Breno.
Don Lorenzo, a cui balenò subito
l'idea che questa visita inaspettata potesse avere qualche relazione col fatto
del famigerato Galiasso, parendogli che convenisse abbondare nelle cerimonie e,
ove fosse opportuno, farsi dell'avvocato radicale un difensore, ordinò che
entrasse. Si mosse anche lui, girò due poltrone in modo che l'una guardasse
l'altra, collocò la lucernetta sulla sponda della scrivania in cima a un muro
di libri e movendo incontro al suo avversario politico e amministrativo, con
tutto quel buon garbo, che non si spende mai tanto volentieri come quando si
tratta d'un avversario:
‑ Qual buon vento, ‑
esclamò ‑ signor avvocato, a Cremona?...
Un uomo fatto a guisa di un
pallone aereostatico, a cui fossero state attaccate due gambe, e sul quale
fosse stata messa una testa arruffata, riempì tutto il vano dell'uscio. Gli
occhi eran nascosti da un paio di lenti affumicate, che mettevano due macchie
scure e fisse nello scompiglio d'una zazzera e d'una barba bianco‑sporco‑rossiccia.
Vestito di panno oscuro, colle mani insaccate in due otri di pelle, colla
grossa catena d'oro, risplendente sull'equatore di quel globo, che viaggiava
come un galleggiante, l'avvocato Brognòlico salutò il conte con un inchino alla
rovescia, che gli fece cacciare indietro la testa leonina e sporgere una
protuberanza, che non avrebbe mai potuto piegarsi diversamente.
‑ Perdonerà Eccellenza, se
non potendo disporre che di poco tempo, tra una corsa e l'altra, oso
interrompere i suoi preziosi studi. Vengo a nome dell'onorevole di Breno, che
ha visto il Sottoprefetto e che mi ha dato questa lettera aperta, per la
signora contessa.
‑ Caro avvocato, si
accomodi ‑ disse don Lorenzo, al quale non capitava troppo spesso l'onore
di sentirsi chiamare Eccellenza. E mentre l'altro scendeva a poco a poco a
riempire lo spazio vuoto del seggiolone, il conte corse, brontolando, sulla
lettera aperta di don Lodovico di Breno, che sonava in questi precisi termini:
«Gentilissima signora contessa,
«Ho sudato tre camicie e un
farsetto a persuadere questi signori del Vessillo democratico a non sollevare
un putiferio. C'eran già le mine cariche e non mancava la voglia di farle
saltare. Però, a furia di reciproche concessioni, ci siamo accordati in un non
intervento. La direzione del Vessillo incarica l'egregio avvocato Brognòlico di
liquidare in via amichevole la parte materiale in un compenso corrispondente ai
danni, che questa neutralità porta al giornale. E veramente è giusto
riconoscere che questi signori si mostrarono discreti e ragionevoli, quando si
pensa all'autorità che uno scandalo di questa natura avrebbe dato a tutto il
partito. Direi quindi di transigere fin dove si può. Fulvia ha scritto a
Giacinto, dandogli notizie di queste pratiche...»
A questo punto don Lorenzo non ci
vide più. Il suo turbamento però non gli impedì di ritrovare l'egregio avvocato
Brognòlico, che pareva addormentato nella poltrona.
‑ Credo di capire qualche
cosa... non tutto però... In che cosa posso servirla, avvocato? ‑ disse,
mettendosi anche lui a sedere, con un fare timido e trepidante, sull'orlo della
sua poltrona.
‑ L'onorevole di Breno ha
avuto la bontà di leggermi questa lettera e siam perfettamente d'accordo.
Aggiungerò che ieri ho veduto anche Monsignor vescovo. ‑ L'avvocato
credeva che per farsi capire bastasse accennare a questi nomi, senza bisogno di
scendere a troppi ingrati particolari.
‑ Come sta Monsignore?- chiese
ingenuamente il conte.
‑ Anche Sua Eminenza
pienamente d'accordo coll'onorevole di Breno...
- Hanno fatta la pace?
L’avvocato, a questa domanda così
fuori d'intonazione, rimase un po' perplesso, come accade spesso ai furbi,
quando si trovano al cospetto d'una cosa troppo semplice, che si dipana da sé.
Si sforzò di rispondere che l'aspetto di Monsignore gli era parso buono; poi
soggiunse subito per venir presto all'argomento della visita:
‑ Stamattina ho parlato con
Ferrazzi.
‑ Ferrazzi... ‑ fece
il conte, corrugando la fronte e cercando, con uno sguardo interno, se nel
magazzino delle cose viste c'era un nome cosi... ‑ Quale? il canonico
Ferrazzi, che ha scritto qualche cosa sulla basilica di San Pietro in Oro?
‑ No, no, Ferrazzi, il
direttore del Vessillo... ‑ ribatté l’avvocato con una certa forza
impaziente per far capire al conte ch'era informatissimo d'ogni cosa e che con
lui si poteva discorrere liberamente. ‑ Ho parlato con Ferrazzi in
seguito al colloquio avuto coll'onorevole di Breno e con Monsignore, e gli ho
dimostrato che, in ultima analisi, gli conveniva accettare un accordo, perché
in queste guerricciuole di scandali e di personalità non ci si guadagna, né da
una parte nè dall'altra. Egli voleva sostenere che in momenti di lotte elettorali
un partito non può buttar via nemmeno una cartuccia senza defezionare la
bandiera...
Il conte, che seguiva con un viso
fermo ed attonito questo preambolo, sempre nella speranza che da una parte o
dall'altra avesse a saltar fuori il famoso Galiasso, non poté a meno di
inarcare un poco le ciglia a questo mostruoso defezionare la bandiera, che
puzzava di gergo giornalistico lontano un miglio. L’avvocato non se ne accorse,
ma, volendo venir presto a una perorazione, che gli permettesse di concludere e
di partire colla corsa delle tre e mezzo tirò avanti:
‑ Ferrazzi mi dimostrò che
molte spese eran già fatte, che si era dovuto dare dei contrordini ai
corrispondenti e ai reporters, modificare tutto il piano generale, perché, se
prima l'onorevole di Breno, che si poteva sperare combattuto dai clericali,
aveva i piedi d’argilla, ora li ha di bronzo; permodoché – (l'avvocato caricò
di voce questo suo avverbio favorito) ‑ una campagna contro di lui
sarebbe per il nostro partito un mezzo disastro, per cui, tutto sommato,
faressimo, come si dice, un buco nell'acqua.
Il conte, che non respirava
nemmeno, sempre in attesa di veder sbucare Galiasso, e che aveva inghiottito in
pace il reporter, non poté non protestare con un addolorato batter di ciglia
contro questo barbino faressimo, che sconnetteva le più legittime coniugazioni.
Ma l'amico, migliore della sua grammatica, tirava via come un violino:
‑ Ad onta di tutto questo,
anzi in forza di tutto questo, è naturale che i miei amici del Vessillo non
possino digerire questa sconfitta, come se fosse un uovo fresco; poiché si deve
perdere, dicono, facciamo strage dei Filistei... ‑ Brognòlico cercò di
ammorbidire questa minaccia biblica, accompagnandola con una risata bonaria e
con un colpetto di mano leggiero leggiero, che lasciò cadere su un ginocchio
del conte. – È naturale, vede adunque Eccellenza, che que' miei amici
scapestrati si servino di quel segreto che hanno in mano, come di una fiche de
consolation.
‑ Amici scapestrati? ‑
disse in cuor suo il conte. - Dunque Galiasso non è che il capo dei ladri.
‑ Il signor conte è troppo
amico della pace per star a guardare un quattrino di più o di meno.
‑ Scusi, avvocato... ‑
interruppe con uno sforzo penoso il conte. ‑ Sa lei quel che mi hanno
scritto?
‑ So tutto e son venuto
apposta a Cremona per accomodare questa faccenda.
‑ Conosce anche questo
Galiasso?
‑ Chi sia non so, ma
conosco benissimo la famiglia Lanzavecchia, so dov'è la ragazza.
‑ Crede lei dunque che con
un centinaio di lire una volta tanto si possano persuadere questi signori
scapestrati a...
‑ Io credo, signor conte,
che ella non abbia un senso troppo esatto della gravità della situazione ‑
osservò con forzata benevolenza il mediatore della pace. ‑ Se Ferrazzi
dichiara la guerra, è un uomo che sa tener bene la penna in mano.
‑ Oh sì, me ne sono
accorto... ‑ scoppiò a dire buffonchiando il conte, che aveva sotto gli
occhi il famoso L'orenzo.
Brognòlico a questi sgambetti, a
questa diplomatica impassibilità del conte, dubitò per un momento o di essere
arrivato troppo tardi, cioè a cose già accomodate, o di avere a che fare con un
politicone raffinato, e che sapeva rappresentare a meraviglia la sua parte di
gonzo. La sua grande furberia gl'impediva d'immaginare il caso d'un uomo, che
di furberia non ne aveva né punto, né poco. Temendo rimetterci anche le spese
del viaggio, si affrettò a sparare tutte le batterie di guerra, nella speranza
d’intimorire col rumore quelli che non poteva ferire colla mitraglia.
‑ Senta, Eccellenza, ‑
riprese, attaccandosi colle due mani alle spranghe degli occhiali ‑ a
parte la questione personale, creda pure che se Ferrazzi... o altri... – (e
tenendo la mano sollevata in aria aspettò un istante per dar tempo al conte di
capire quel che egli credeva che l'altro fingesse, per una politica sopraffina,
di non capire) ‑ se Ferrazzi... o altri mettesse alla luce questa storia,
sarebbe una vera degringolade per tutto il partito così detto ben pensante. La
tensione dei partiti del nostro Collegio è tale che basta una goccia d'acqua a
far traboccare un mare d'inchiostro. Se lor signori non trovano il modo di
appianare la cosa sulla modesta base concordata dall'onorevole di Breno e da
Monsignor di San Zeno, garantisco che questa primavera portiamo un deputato
radicale massonico a Montecitorio. Uno scandalo in casa Magnenzio,
compromettendo i più bei nomi dell'aristocrazia, farà perdere vent'anni di
lavoro al partito clericale. Noi abbiamo le nostre Società operaie fortemente
organizzate, e, se tre o quattro giornali vogliono divertirsi, lo scandalo
Magnenzio, San Zeno, Lanzavecchia, abilmente lanciato, in quindici giorni fa il
giro di tutta Italia. Siccome sono amico politico non solo di Ferrazzi, ma ho
qualche relazione all'Estrema, so quel che si può fare, quando c'è l'interesse
di fare. D'altra parte, ho molta stima per l'onorabilità e la rispettabilità
della sua casa, caro signor conte; conosco anche il signor Giacomo Lanzavecchia
e so che uomo è; finalmente son uomo anch'io, so capire e compatire questi
peccati di gioventù; anzi, è il caso di dire: chi di voi è senza peccato scagli
la prima pietra. Ma la politica non ha viscere di pietà; quando ha fame divora,
se non altro, anche i suoi figli. Permodoché, tutto sommato, vale a dire,
tenuto conto degli interessi morali da una parte, degli interessi pubblici dall'altra,
io credo che, in ultima analisi, noi dovressimo proprio venire a una soluzione
pacifica. Ci vuol pazienza, caro conte, il mondo va pigliato com'è. Pensi che
nel grosso del pubblico non c'è nulla che faccia tanta impressione come un
romanzetto galante tra un elegante della jeunesse dorée e una povera ragazza
del popolo. Le figlie del popolo, che servono ai piaceri dei ricchi, è un tema
non ancora sfruttato, molto più in questo caso, in cui c'è modo di battere
insieme al blasone anche l'eroismo d'un ufficiale di cavalleria, che, mentre
gli altri vanno a farsi ammazzare in Africa, resta a casa ad abbracciare e
sedurre le cameriere... Perdoni, don Lorenzo, se oso dare al cuore d'un padre
queste crudeli trafitte; ma è bene che ella abbia sott'occhio tutto quel che si
può dire e tutto quel che domani potressimo stampare. Qualora, invece, si
cercasse di accomodare lo strappo inter nos, senza bisogno di testimoni e di
reciproche scritture, né venti, né venticinque mila lire devono parere una
somma esorbitante.
A questa lunga e corrente
esposizione dell'avvocato Brognòlico, don Lorenzo, tenendo le mani appoggiate
ai ginocchi e gli occhi immobili nel volto del suo interlocutore, prestò
un'attenzione che andò di sorpresa in sorpresa, di meraviglia in meraviglia, di
curiosità in curiosità, di paura in paura come proverebbe un villano ignorante
davanti ai prodigi diabolici d'un abile prestigiatore. Partito col desiderio di
conoscere chi fosse il famigerato Galiasso, prima trovò che il brigante era un
giornalista, poi che il giornalista era d'accordo col deputato, il quale, non
capiva bene in qual modo, se l'intendeva col vescovo per minacciare qualche
cosa di grosso, non a lui, pover'uomo, ma a qualcuno de' suoi, che aveva
abbracciata una cameriera. E quel ch'era più bello ancora, le tremila lire di
Galiasso diventavano, strada facendo, ventimila, venticinquemila... Nello
sforzo che egli faceva dentro di sé per entrare nello spirito di questo strano
racconto, in cui vedeva, peggio che nelle Metamorfosi d'Ovidio, un brigante
trasformarsi in un narciso e un framassone in una mitria, tutte le rughe del
volto confluirono sulla sua fronte, le grosse ciglia bianche formarono come un
cespuglio spinoso sopra il naso, la sua carnagione andò oscurandosi come sotto
una nuvola, che passasse davanti al globo della lucerna. E di mano in mano che
l'avvocato andava pesando il pro ed il contro, riferendosi con certezza a fatti
che erano ignoti a uno di loro, il povero conte si sentì inondare da una fredda
paura, da un febbrile sgomento, che gli tolse la capacità di rispondere.
Quando il Brognòlico cessò di
parlare, don Lorenzo rimase lì colle mani sui ginocchi, gli occhi attenti ad
aspettare il resto della curiosa storia. Vedendo che l'avvocato non aveva più
nulla a dire e che ora toccava a lui, proprio a lui, di parlare, alzò
lentamente una mano, che tenne sollevata un pezzo in aria, mosse le labbra
entro una frase sconnessa, in cui passò ancora una volta il nome di Galiasso,
e, allungato il braccio tremante fino a toccare il bottone del campanello, a
Fabrizio che comparve sull'uscio, chiese:
- È tornata la signora contessa?
- Sì, signor conte.
- Digli che l'aspetto qui.
Nel breve intervallo che rimasero
ancor soli, l'avvocato, che stava studiando l'effetto della sua proposta sulla
cera appannata del conte, interpretando il suo silenzio come un freddo e
disdegnoso risentimento, cercò di raddolcire la sua proposta, dicendo che non
si sarebbe mai fatta una questione di numeri, che, con un po' di deferenza
dalle due parti, si sarebbero facilmente messi d'accordo.
Donna Cristina era appena tornata
dalla conferenza, quando Fabrizio venne ad avvisarla che il conte aveva bisogno
di parlarle. Al nome dell'avvocato Brognòlico, ch’essa conosceva come un suo
nemico nato, vale a dire quanto un giacobino deve essere nemico di un
aristocratico, indovinò quel che poteva essere accaduto. Fabrizio non osò
disingannarla. Si può immaginare che cuore fosse il suo, quando con passo
rotto, con una pesante spossatezza di tutto il corpo, entrò nello studio del conte
‑ Guarda un po’, Cristina,
se sai spiegare questo biglietto del deputato di Breno ‑ Il conte, in
piedi dietro la scrivania, indicò col tagliacarte d'avorio l’avvocato, che
all'entrare della contessa si era tirato in piedi anche lui e stava in attitudine
rispettosa: ‑ Presento il signor avvocato Galeazzi: voglio dire
Ferrazzi...
‑ Brognòlìco ‑
corresse l'altro; il quale, volendo in poche parole far capire alla signora lo
scopo e l'importanza del suo mandato, si affrettò di soggiungere: ‑
Signora contessa, vengo a nome di Monsignor vescovo.
Il conte, sempre in balìa d'un
tremito convulso, toccando ora un libro, ora un calamaio, ora una penna, come
se cercasse con questi contatti materiali di scaricare una corrente di
elettricità, agitando il tagliacarte in aria, domandò volgendosi alla contessa:
‑ Devi tu qualche cosa a
Monsignore? ti sei forse impegnata in qualche obbligazione politica? chi è che
abbraccia le cameriere in casa mia? Si può sapere qualche cosa di quel che si
fa e di quel che si bùggera in questa casa? mi scrivono lettere minacciose,
vengono in casa mia a farmi delle proposte disonoranti, mi oltraggiano in ciò
che mi resta di più nobile, e non mi è dato nemmeno sapere a chi devo dir
grazie. E che c'entrano i giornali coi fatti miei? Io non li leggo nemmeno i
giornali, per non guastarmi lo stile, e quindi posso pretendere che non abbiano
a occuparsi di me. Sai che cosa ha avuto il coraggio di dire questo signore a
un nobile Magnenzio di Villalta? ‑ Il conte nel metter fuori queste parole
appuntò il tagliacarte d'avorio come una spada verso gli occhiali affumicati. ‑
Ha avuto il coraggio di dire che in casa Magnenzio le figlie dei popolo servono
ai piaceri dei padroni...
La contessa, non potendo più
sostenersi sulle gambe, si lasciò cadere col corpo quasi sfasciato sopra una
sedia.
Era un'altra battaglia perduta. E
il conte, sempre più acceso in viso d'un color rosso, che faceva comparire
ancor più candidi i capelli lunghi ed i baffi, battendo col tagliacarte sul
legno della scrivania, prese a dire, colla dignità con cui avrebbe declamato
all'Ateneo di Bergamo il suo «Discorso preliminare»:
‑ Signor avvocato
Brognòlico, lei è entrato in casa nostra colla presentazione d'un amico e d'un
parente e io amo rispettare in lei il carattere sacro dell'ambasciatore; ma mi
permetta di dirle, e lo dica pure a chi l'ha mandato, che i Magnenzio, da
Berengario in poi, non solo non hanno mai risposto a proposte disonoranti, ma
possono dire con Dante: la vostra miseria non mi tange...
E come se in questo supremo
sforzo morale si fosse consumata l'ultima energia della schiatta, il conte,
arruffato un gran gesto colla mano stanca in aria, restò a bocca aperta,
paralizzato, nell'incapacità fisica di continuare. Accorse Fabrizio, che,
sorreggendolo, gl'impedì di cadere. La contessa gettò un grido spaventato e si
affrettò a riceverlo nelle braccia. Si mosse anche l'avvocato, che ritirò le
sedie, fece largo per aprir la strada verso l'uscio della cameretta vicina,
dove il povero conte fu adagiato su un divano. Preso da uno dei suoi accessi di
cuore, sbarrando gli occhi, non faceva che mormorare delle sillabe scucite, che
parevano invocare un po’ di carità, un po' di compassione. Agli squilli dei
campanelli uscirono altri servi, accorse miss Haynes, che fu mandata indietro a
trattenere donna Enrichetta. Il conte cominciò presto a riaversi. Allora donna
Cristina, tirato in disparte l'avvocato, definì con lui in un discorso
concitato e positivo quest'ultima parte della vertenza e gli consegnò un
biglietto per il ragioniere Riboni.
‑ Sono addoloratissimo,
creda, signora contessa, di essere stato causa innocente di tanto male; se
avessimo immaginato che il signor conte non era al fatto delle cose, non
avressimo certamente... ‑ Ma la contessa gli voltò le spalle prima che egli
avesse potuto finire. Col prezioso biglietto in mano Brognòlico traversò le due
anticamere, uscì sullo scalone, si fece indicare da un servo lo studio del
ragioniere Riboni, e guardando l'orologio per rifare i suoi conti sul tempo, si
rallegrò in cuor suo di aver spazio avanti a sé anche per mangiare un boccone.
Se avesse potuto formulare in parole la confusa compiacenza, che rischiarava in
quel momento la sua diplomazia, senza pretendere di far ombra a Nicolò
Machiavelli, avrebbe potuto riassumere il suo pensiero in questa grave
sentenza: «La miglior politica non è quella che corre, bensì quella che arriva
a tempo».
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