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Si rannicchiò nelle coperte, sprofondò
il capo nel cuscino; ma l'immagine di Angiolino gli tornava davanti colla
baldanza alquanto oltraggiosa d'un rivale. Questo ragazzo aveva parlato
semplicemente come un uomo che ama; mentre i libri, l'analisi, l'aristocrazia
dei pensiero, la ripugnanza per il lavoro che logora le mani, l'ebbrezza
cercata e ripetuta dalle astratte speculazioni avevano snervata la volontà del
filosofo. Ecco, ecco: dopo di non aver saputo né prevedere, nè impedire il
male, ora non sapeva nemmeno respingerlo, ma vi languiva sopra, miseramente, di
obbrobrio a sé e agli altri, non più uomo, ma spoglia vuota d'ogni energia, non
più savio, ma cadavere mummificato d'un filosofo morto d'inazione.
Chi disprezza l'opera sua lascia
libero il campo ai predoni. I piccoli egoismi s'affollano come mosche sul
cadavere dell'imbelle. Ecco il castigo dell'orgoglio! ed era naturale che nel
mal esempio si guastasse anche la virtù dei buoni. È sul terreno dei doveri
trascurati che più crescono le erbe velenose del male.
Fu solamente verso le quattro del
mattino che il povero afflitto poté addormentarsi, abbattuto dalla sua stessa
fatica. Sognò cose meno torbide, cose lontane, in cui entravano le camicie
rosse dei garibaldini, il lago di Garda, le montagne del Tirolo e certi
viottoli angusti e sdrucciolevoli, per cui passava una compagnia di soldati
sotto un'acquerugiola fina, fredda, noiosa; finché gli parve di arrivare a un
certo podere, dove bisognò piantare le tende... Fu allora che intese per la
prima volta chiamare: Giacomo, Giacomo!
Gli pareva di stringersi nella
meschina coperta, di rannicchiarsi sotto la tenda umidiccia, cercava di
riprendere sonno, quando di nuovo sentì la voce che lo chiamava. Stava per
rispondere: presente: e in quella alzò la testa dal cuscino. Riconobbe che aveva
dormito e sognato. Cominciava appena ad albeggiare.
‑ Giacomo! ‑ risonò
di nuovo la voce, dalla parte della corte.
«Chi mi chiama?» domandò
mentalmente, senza alzare la testa.
‑ Oh il mio Giacomo, sono
io...
‑ Sei tu? Dio, Dio, è
lei... ‑ disse a voce alta mettendosi a sedere sul letto, come se si
sentisse afferrato da una forza non umana.
‑ Giacomo, senti, sono la
tua Celestina ‑ chiamava la voce dolente con una intonazione di
tenerezza.
‑ Non sogno, Dio! è lei... ‑
Prese i vestiti dalla sedia, se li indossò in fretta, mentre andava ripetendo
macchinalmente: ‑ Dio, è lei. Sei tu? ‑ gridò aprendo la finestra e
sporgendo il capo a cercar nella corte.
Il giorno era appena chiaro, di
quella prima luce che lotta ancora colla pigrizia della notte: ma il riflesso vivo
della neve aiutava a far vedere le facciate delle case e i contorni degli
oggetti. Giacomo cercò lungo il muro e vide la figura di una donna, ritta in
piedi, colla mano sul paletto dell'uscio.
‑ Sei tu? o Madonna,
aspetta che vengo...
Calzò le scarpe, avvolse la gola
scoperta in una sciarpa di lana, uscì sulla loggetta, scese nel buio passaggio
della scala, attraversò a tentoni la cucina fredda come una ghiacciaia, fece
saltare l'arpione dell'uscio, andò fuori...
‑ O Giacomo, non mi cacci
via? ‑ La voce di Celestina aveva in sé qualche cosa di ridente. Giacomo
aprì le braccia, strinse quel povero corpo indurito dal freddo, fracido di
pioggia, le impedì di gridare mettendole una mano sulla bocca: ‑ Taci,
dormono: entra. Sei proprio tu?
‑ Sì, sono io, proprio io:
tu non mi cacci via...
‑ Da dove vieni? sei venuta
sola?
‑ Sono scappata. Lasciami
morir qui, Giacomo.
Egli la fece entrare e
nell'oscurità dell'uscio, che richiusero dietro di sé, i due promessi sposi si
baciarono, si carezzarono, piansero, mescolarono le loro lagrime, si strinsero
cuore su cuore, per finir di soffrire tutto quel male, che non aveva più
parole, che non comprendevano più, che li travolgeva come un grosso fiume,
verso una profondità, in cui non senza un'idea di contentezza sentivano che
c'era la fine di tutto.
‑ Tu sei malata, tu hai la
febbre... ‑ disse Giacomo, quando sentì il povero corpo guizzare nelle
braccia in un tremito violento e convulso.
‑ No, sto bene, Giacomo ‑
rispose, sempre colla sua voce ridente la poverina.
‑ Vieni, che accendo il
fuoco. Sei scappata? sola, di notte? che cos'hai fatto? Sei venuta da Buttinigo
fin qui a piedi? ‑ Giacomo, che tremava anche lui di freddo e di
emozione, dopo aver cercato gli zolfanelli sulla pietra del camino, accese un
moccoletto, tolse dal cassone un gran fascio di sottili stramaglie, l'ammucchiò
sul focolare, vi appiccò il fuoco, e, quando la fiamma cominciò a farsi strada
e a crepitare, trasse la Celestina a sedere sulla cassapanca, le tolse dalle
spalle lo scialle impregnato d'acqua, le asciugò col fazzoletto la testa
grondante e, vedendola rianimarsi al calore della fiamma, si domandò se per
caso non fosse ancora uno strano sogno. Chi sa misurare la grossezza del filo
che intercede tra la verità e il sogno? e chi non ha visto, sognando, la
segreta anima delle cose?
‑ A Imbersago ho dovuto
aspettare quasi una mezz'ora che la chiatta del porto venisse a portarmi di
qua: pioveva e non mi sono accorta. Ma ora sto bene: questa fiammata è il
paradiso.
‑ Hai camminato tutta la
notte nella neve?
‑ Sempre. Era così bello...
Fu nel discendere verso il porto per un sentiero gelato e liscio come un vetro
che son due volte sdrucciolata... ma non è nulla... Ora sto bene qui accanto a
te.
Giacomo dallo squallido disordine
delle vesti, che portavano i larghi segni dello strapazzo e del fango, e più
ancora dell'animazione eccessiva, quasi nervosa, che spingeva la poveretta a
ridere e a celiare sulla sua avventura, fu tratto a pensare che lo strano
viaggio non fosse andato senza pericoli e senza spaventi.
Le scarpe, le calze erano una
pietà. Il fango impiastricciava le balzane, i gomiti, il volto fin sopra i
capelli. C'era sulla fronte qualche riga di sangue. Al bagliore dei fuoco gli
occhi di lei risplendevano d'una luce fissa e cristallina, che pareva mirar
lontano. Le braccia avevan bisogno di stirarsi: il corpo pareva desiderare
d'annidarsi in quella gran fiamma, che riempiva il camino. Pure, con tutto
questo, essa era contenta d'essere arrivata, e parlava sempre con voce elevata,
ridente, piena d'infantile contentezza.
Giacomo cercò nell'armadio la
bottiglia della vecchia acquavite, che il povero pà soleva versare nel caffè.
‑ Bevi, questa ti farà
bene: ti scalderà lo stomaco.
Essa prese il bicchierino colla
mano traballante e tracannò il liquore con avidità, come se fosse latte. Le sue
gote si rianimarono subito d'un calore interno.
‑ Grazie della carità. Come
sei buono, Giacomo!
‑ Togliti le scarpe: fai
pietà ‑ pregò con voce sommessa.
‑ Hai ragione: ho i piedi
rotti. Fu un grande andare... ‑ E con docile obbedienza lasciò che colla
lama del temperino egli tagliasse le stringhe e aiutasse a levar le povere
scarpe, che non erano più scarpette da ballo. Le tolse anche le calze, che
parevan state in molle e volle che asciugasse i piedi nudi alla fiamma.
Celestina lasciò fare con una infantile accondiscendenza, provando nella gioia
fisica di quel calore, che la ristorava, qualche cosa di lieto e di splendido,
che correva ad accendere tutti gli spiriti della vita.
Cominciò a raccontare con tono
eccitato e molto sconnesso le avventure della sua fuga: come avesse ingannato
le due signore, perché lei in un ospizio non ci voleva andare: si era accorta
che volevan seppellirla viva: disse anche come da qualche tempo le mettevano
nel pane, che aveva un sapore amarognolo, una piccola goccia di veleno per
farla morire a poco a poco. Allora pensò di fuggire: uscì di casa dietro il
carretto del Pasqua e s'era incamminata per quella benedetta strada lunga lunga
lunga, tutta coperta di neve. Una volta incontrò il Manetta, che le disse: È
arrivato il Garibaldi... Allora s'era consolata tutta: ma alcune donne, che
andavano al mercato di Merate, la volevano condurre con loro per raccomandarla
alla Madonna del Bosco, dove c'è un lupo che mangia i bambini... Ma essa capì
che volevano farla perdere, perché eran streghe travestite. ‑ Il
portolano d'Imbersago, quando mi vide comparire così, come se fossi stata
pescata allora dall'Adda, non voleva a tutti i costi trasportarmi dall'altra
parte. C'era una nebbia, ve'... Provò a chiamare un ometto colla barbetta
rossa, che voleva sapere chi aveva colta la castagna, chi l'aveva sbucciata e
mangiata. Io dissi a quei due burloni che avevano buon tempo e feci vedere un
cinque franchi. Allora si persuasero a portarmi di qua. L'acqua era verde come
una biscia. Poi non ebbi più paura di nessuno, perché sapevo che di qua c'eri
tu, Giacomo; ma devo aver perduto il borsellino colle sessanta lire della
contessa. Credi che abbian potuto rubarmelo quei vecchi? l'ometto dalla
barbetta rossa, se non era il diavolo colle scarpe, era uno de' suoi figliuoli
più vecchi... ‑ La febbricitante, mentre raccontava così, a spizzico,
sconnessamente, non cessò dal togliersi le forcine dai capelli, che sciolse
interamente e spremette colle mani, fissando con un sorriso di tenerezza il suo
Giacomo. A un tratto, come se venisse meno ogni motivo di gioia, si rannuvolò,
strinse nella mano convulsa una treccia e rimase immobile, cogli occhi fissi
sulla brage, simile all'immagine simbolica dell'afflizione. ‑ L'Adda era
verde come una biscia, ‑ ripigliò colla voce di chi parla in delirio ‑
ma quando fui al di qua del fiume, non ebbi più paura di nulla. Di qua ci sei
tu, Giacomo; tu sei il mio Gesù. ‑ E sporgendo un piede nudo verso la
fiamma, soggiunse con dolorosa ironia: ‑ L'ometto dalla barbetta rossa
voleva che lo sposassi; ma io gli dissi: «Levatevi la scarpa: fate vedere il
piede. Certo era il diavolo».
Detto questo, appoggiò la testa
stanca al palmo della mano, chiuse gli occhi, abbandonò il corpo e, se Giacomo non
era pronto a riceverla fra le braccia, stramazzava nelle fiamme, rotta dal
sonno e dallo strapazzo. Egli lasciò che posasse la testa dolente sulla sua
spalla, la sorresse col braccio, circondandola, le ricoprì colla sciarpa i
piedi, e se la tenne addormentata un pezzo, rannicchiandosi nell'angolo del
vecchio camino, mentre la fiamma si spegneva a poco a poco nella cenere e
cresceva la luce bianca del dì a schiarire le cose. Il gallo cantò. Poco dopo,
cominciarono le campane a sonare l'avemaria, rompendo l'aria muta e ghiacciata
con una specie di domestica cantilena. Era proprio Celestina, che dormiva sulla
sua spalla colle labbra aperte a un inerte sorriso, sotto i colpi di piccoli
fremiti. Era lei, era la sua povera Celestina, che gli parlava coi gemiti del
suo dolore assopito.
E nel carezzarne i capelli,
sentiva uno strano bisogno di ripeterle cose dolci e soavi; come se tra lor due
non fosse mai discesa alcuna fatalità.
Nella luce ardente di questo
istante presente impallidivano i ricordi del passato. Alla realtà l'animo
commosso non sapeva opporre che una morta resistenza. La ragione non parlava
più, finalmente, in lui, ma dall'anima sua buona e commossa traboccava la santa
pietà, la santa forza operosa che libera e redime.
Che cosa diventano i piccoli
argomenti della piccola logica davanti all'onda di quel sentimento di amore e
di carità?
‑ Tu sei il mio Gesù ‑
essa aveva detto nell'invocare la sua misericordia; e forse parlava veramente
al suo cuore una carità più grande del mondo, quella che Gesù recò sulla croce
e che vinse contro le leggi del mondo.
‑ O povera «Frulin» ‑
le andava ripetendo, parlandole sommessamente nei capelli: - Che cosa hanno
fatto di te? perché ti hanno ridotta così? che male abbiamo fatto noi due per
essere così puniti?
L'ascoltava essa? pareva che uno
spirito vegliasse nell'oscurità profonda di quel sonno letale, che impiombava
le sue palpebre e snervava tutte le sue forze, perché alle parole carezzevoli
rispondeva talvolta un breve corrugare delle ciglia, un movimento languido
delle labbra, che cercavano ancora un sorriso. Di mano in mano che la luce si
diffondeva nella stanza e i pensieri della realtà entravano a dominare la sua
commozione, Giacomo, nel contemplare quel povero corpo rattrappito nelle sue
braccia, quei piedi nudi illividiti, le vesti sciupate, i capelli cascanti sul
viso arso dalla febbre, non seppe più trattenere il pianto. Credeva che fosse
inaridita per sempre la fonte delle lagrime, e invece se le sentiva colare
tiepide e larghe nei solchi del viso, le vedeva scorrere come un vero lavacro
dagli occhi suoi sul viso e sulle mani della disgraziata...
‑ Povera Celestina, povera
«Frulin»! se ti vedesse lo zio Mauro, che ti voleva tanto bene... Perché dovevo
provare questo dolore? no, no, non avrei mai creduto che si andasse così
lontano nella via del patimento. Se non si muore di questi mali, è segno che
veramente c'e in noi qualche cosa che non può morire.
Così parlava o credeva di parlare
a lei, ma in fondo non faceva che ascoltare sé stesso. E intanto non osava muoversi
per paura di rompere quel breve momento di riposo e di benedetta dimenticanza,
che la ristorava. Pensava che, perché la poverina avesse avuta l'audacia di
fuggir da una casa ospitale di notte, e di mettersi tutta sola per una strada
piena di neve, affrontando i pericoli e gli sgomenti di un viaggio così
pauroso, questo voleva dire che la febbre dei suoi mali l'aveva eccitata fino
al delirio. Ne' suoi discorsi, nel suo stesso ridere festoso c'era già qualche
cosa di troppo, di oscuro, di irregolare; e questa febbre cresceva
spaventosamente ad abbracciarla, la faceva gemere nel sonno, emanava in una
vampa rovente, in cui cominciava ad ardere egli stesso, come di un fuoco che si
propaga...
Finalmente sentì muovere nella
stanza di sopra gli zoccoletti della Lisa, che poco dopo sonarono sulla
loggetta. Aspettò ch'ella venisse dabbasso e, quando la vide entrare in cucina,
le fece un richiamo colla mano.
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