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Don Lorenzo moriva sulle prime
pagine di quel suo gran «Discorso preliminare», che probabilmente non avrebbe
mai avute le ultime, anche se l'autore, incontentabile nella sua delicatezza
stilistica, fosse campato gli anni di Matusalemme. Lo stile più perfetto
dev'essere quello che non si scrive, perché nulla nuoce tanto alla perfezione
quanto la necessità di conchiudere. E senza conchiudere se ne andò, pover'uomo,
da questo mondo, colla coscienza di non aver fatto nulla di male, portando seco
l'amarezza di quel dolore assassino, che l'aveva ucciso. Poche, sempre le
stesse, furono le sue parole nei brevi giorni che, assalito nuovamente dal suo
male, stette indeciso tra la vita e la morte. ‑ Si precipita!... ‑
aveva cominciato a dire; e non seppe dir altro. Nell'angustia del suo spirito,
nella struttura arida e tutta grammaticale del suo giudizio, non seppe, prima
di chiudere gli occhi, elevarsi a un sentimento di incoraggiamento, di
compassione, di compatimento, né trovare una parola nemmeno antiquata, che
sonasse per donna Cristina come un sospiro di benevolenza. Il pover'uomo non
trovò nel suo abbattimento la forza di risvegliare nemmeno quella gran bontà,
che aveva sempre sonnecchiato in lui. E così, dopo aver tanto cercata la pace
in vita sua, moriva in una mezza collera cogli uomini e con sé stesso,
benedetto dal buon canonico Ostinelli, che accettò di esprimere (la buon'anima
gli perdoni) in una sua iscrizione alla buona, tutte le belle qualità che
ornavano il suo spirito e che non impedirono a un Magnenzio di Villalta
d'essere quasi un uomo inutile.
Giacinto, chiamato in fretta al
letto di morte, partiva, subito dopo la disgrazia, per l'Africa, mentre già
cominciavano a venire di là grosse notizie di guerra.
Intanto gli affari delle fornaci
si rialzavano colla mediazione dello zio prete e sotto gli auspici di una
solida ditta bergamasca, che, rilevando i crediti del signore della Rivalta,
assicurò pane e lavoro a Battista ed Angiolino, e permise alla mamma Santina di
continuare a bere il suo caffè nel seggiolone del pà. Anche il matrimonio della
Lisa fu definitivamente conchiuso; e così fu dimostrato quel che don Angelo
Lanzavecchia non cessa mai di ripetere, cioè che le cose del mondo, come le
noci, si accomodano da sé nel paniere tanto più presto quanto maggiori sono le
scosse del viaggio.
E speriamo che in quest'opinione
torni anche il sor Francesco, l'oste della Fraschetta, se, come si dice, per
intercessione della contessa e di Monsignore, i giudici vorranno usargli
dell'indulgenza. Fu un gran sussurro quel giorno che i carabinieri si
presentarono all'uscio dell'osteria, non per bere il solito vin bianco, ma con
un mandato di cattura! Si parlava d'un complotto ordito tra lui e non so quali
vagabondi per cavar denari al conte Lorenzo colla minaccia di scandalose
rivelazioni. Si volle che la lettera del famoso Galiasso fosse stata scritta
coll'inchiostro lungo dell'osteria; ma non si è potuto dimostrare. E, siccome
ciò che non si può dimostrare non ha nessun dovere d'essere vero, così possiamo
sperare che il buon Francesco esca dall'intrigo e torni presto a fabbricare il
suo vino, magari anche coll'uva.
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