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Il tempo continuò quell'inverno
piuttosto bello, con brevi nevicate seguite da giorni stupendi di sole.
Giacomo, che una più serena coscienza avviava a considerare le debolezze umane
come nella sua carità le deve giudicare il buon Dio, aveva ottenuto di poter
restare alle fornaci fin dopo le feste dell'Epifania. Sperava di trovare nella
quiete di Pallanza, nella bellezza del lago, nel rifiorire non lontano della
primavera quell'energia fisica, di cui il suo spirito aveva bisogno per andare
avanti. Le scosse eran state troppe e troppo forti, perché il suo intero
organismo, per quanto robusto, non avesse a sentirsene come scassinato e rotto.
Frequenti vertigini di capo gli davano spesso allucinazioni d'immagini bianche
svolazzanti nell'aria, di cui non si spaventava, conoscendo per gli studi
fatti, fin da quando preparava la sua laurea di psicologia, che i nervi mal
nutriti ed esauriti fanno facilmente questi scherzi curiosi.
A Pallanza, poiché la mamma preferiva
rimanere accanto al suo Mauro non avrebbe condotto che Blitz, il povero Blitz,
il povero pessimista sporco...
La vigilia dell'Epifania mentre
stava sciacquando il vecchio gamellino sul davanzale della finestra (la
campagna bianca splendeva tutta in un barbaglio di sole), sentì la voce del
Manetta, che lo chiamava dalla corte e che, mostrando una lettera orlata di
nero, gli disse:
‑ L'ha portata un ragazzo
dal Ronchetto per lei, sor Giacom.
In un biglietto scritto in matita
donna Cristina Magnenzio avvertiva che si sarebbe fermata al Ronchetto soltanto
alcune ore. Il biglietto non diceva nulla di più: non chiedeva nulla. Ma
Giacomo non ebbe neppure un istante di titubanza. Si vestì in fretta, e
s'incamminò per la breve strada del «Roccolo» verso la villa, colla volontà
desiderosa di chi va a compiere una promessa. Coll'animo pieno di parole giunse
al cancello che trovò aperto. Entrò nel grande giardino, tutto vestito di neve,
sotto i bianchi rami, che si cristallizzavano nella luce opalina del cielo.
Raggiunse il viale dei carpini,
che disegnavano nella selva incantata una specie d'anfiteatro di marmo. Qui
s'era incontrato con Celestina un giorno in cui il suo cuore era ancor tenero
di speranze e di sogni.
Ora questo povero cuore pareva
assiderato anche lui in una pace profonda.
Il freddo che usciva dai boschi e
dalla terra, mandò al suo capo una di quelle vertigini, contro le quali mal
resisteva da qualche tempo. L'immagine bianca, che svolazzò davanti, lo
ingombrò un istante come se passasse per impedirgli la strada. Si fermò,
aspettò che svanisse l'allucinazione, e, seguendo sulla neve le tracce fresche
d'una carrozza, arrivò col respiro corto, fremendo in un piccolo moto convulso,
fino all'atrio del palazzo che si spiegava luminoso al sole. Nel cortile vide
la carrozza ferma e alcuni uomini, tra cui Fabrizio, che nella pesante livrea
di panno nero pareva diminuito e invecchiato di dieci anni.
- Dov'è? ‑ chiese.
- È qui, nello studio del
conte...
Il vecchio servitore avrebbe
voluto cominciare un rimpianto, ma Giacomo, senza aspettare che l'altro andasse
avanti ad annunciarlo, obbedendo ancora a quel comando interiore, che gli
faceva forte il pensiero, attraversò l'atrio, passò nel salotto da pranzo,
tutto chiuso e scuro, dove le sedie intorno alla tavola nuda parevano aspettare
qualcuno, che non sarebbe più tornato, e si diresse verso la biblioteca.
La contessa, che era venuta a
ritirare alcune carte, stava seduta allo scrittoio, nascosta dai volumi, che
facevano una specie di baluardo sulla tavola; né egli la vide subito, né essa
sentì subito il suo passo smorzato dal panno del tappeto. Quando la signora si
mosse nella luce fredda della finestra, fu quasi un incontrarsi improvviso, che
li fece trasalire entrambi in una scossa dolorosa. Dacché non si eran più
riveduti, cioè dopo lo straziante colloquio nella sala verde, la loro vita era
passata attraverso a feroci dolori, che premevano sul cuore di tutti e due, che
non potevano più tacere.
Nel rivedersi, dopo i tragici
eventi, come due fatali ambasciatori della morte, gettarono un sommesso grido
lagrimoso, quasi d'ambascia che si schiude.
Nel chiaror pallido, che la
selvetta coperta di neve e il campo candido del giardino riverberavano sugli
scaffali, la contessa si avanzò nella sua pesante gramaglia che faceva
comparire più scarna e marmorea la grande pallidezza del volto.
La donna era vinta, ma non
prostrata.
Al disopra di tutti gli
avvilimenti parlava in lei alta la coscienza del suo ideale.
Nel movere qualche passo verso
Giacomo, che veniva a portarle il perdono della vittima, fu essa la prima a
stendergli le mani. Con un sorriso morto, che oscillò negli angoli della bocca
come una timida ironia, donna Cristina cercò di respingere quel gran bisogno di
piangere, quel fremito di follia, a cui la trascinava il pensiero della sua
sconfitta e della sua povera casa precipitata.
‑ O Giacomo ‑
proruppe con voce malata, movendo la testa con un lento abbandono, mentre colle
braccia tese si attaccava al collo del giovane. ‑ O Giacomo, perché non
siamo morti noi?
Giacomo impallidì. Le palpebre
velarono la luce de' suoi grandi occhi cerulei. Attese che il doloroso istante
passasse e sentendo a un tratto ridestarsi il suo cuore in una nuova e
misteriosa dolcezza con una voce in cui scorrevano lagrime invisibili:
‑ Oh contessa! ‑
esclamò ‑ c'è qualche cosa di più santo della morte.
E riaperti a fatica gli occhi
come chi si sveglia da un lungo e faticoso letargo, si recò la mano della
signora alle labbra, mormorando:
‑ Forse bisogna cominciare
da capo.
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