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DEMETRIO
PIANELLI
PARTE
PRIMA
-1-
Verso mezzodì
Cesarino Pianelli, cassiere aggiunto, vide entrare nell'ufficio il cassiere
Martini più pallido del solito, col viso stravolto, con un telegramma in mano.
«Ebbene?» gli
domandò, «che notizie mi dà?»
«Bisogna che io
parta immediatamente. È moribonda!» rispose il Martini, con un groppo alla gola
che gli mozzò le parole.
Povero diavolo!
L'aveva sposata da poco più di un anno e dopo un anno di tribolazioni, e quasi
di agonia continua la poverina moriva consunta a Nervi, dove il medico l'aveva
mandata a passare l'inverno.
«Vada, vada,
Martini, resto io. Si faccia coraggio, vedrà. La gioventù si aiuta sempre.»
«Dovrei
avvertire il commendatore, ma la corsa parte alle dodici e quarantacinque e non
ho tempo. Gli scriverò appena potrò. Guardi, Pianelli, chiudo in questa cassa i
valori principali e lascio a lei la chiave di quest'altra cassa. Vuole che
gliene faccia la consegna? Saranno dieci o dodici mila lire in tutto.»
«Se lei si fida
di me, per conto mio non ho bisogno di consegna» soggiunse il cassiere
aggiunto, tutto commosso e premuroso.
«Mi fa una
carità. Tenga conto del movimento di cassa e basta.»
«Si fidi di me:
vada, non perda tempo» disse premurosamente il Pianelli, confrontando il suo
orologio con quello elettrico del cortile.
«Se c'è bisogno,
mi telegrafi.»
«Si faccia
animo; fin che c'è vita, c'è speranza.»
«Grazie»
balbettò il Martini.
Strinse la mano
al Pianelli, sforzandosi di ingoiare le sue lagrime e se ne andò.
«Povero
diavolo!» mormorò l'altro, tornando al suo posto. «Se c'è un galantuomo, gli
càpitano tutte.»
Era il giovedì
grasso.
Cesarino
Pianelli, detto anche lord Cosmetico, cassiere aggiunto alla Posta, si
ricordò che per le due e mezzo aveva dato convegno al Pardi, al Caffè Carini, e
cercò di sbrigare in fretta le quattro faccende della giornata. Era un giorno
di mezza vacanza anche per lui, che per parte sua conosceva magnificamente
l'arte di prendersela.
Quel giorno
aveva promesso a sua moglie, Beatrice, di condurla sul balcone del Gran
Mercurio a vedere le maschere.
«Ci vediamo
stasera?» domandò il Buffoletti, cacciando la testa nel finestrino dei
pagamenti.
«Sì, ma non
prima delle undici.»
«Meni tua
moglie?»
«Sì.»
«Mi ha promesso
l'Argo della Ragione che verrà a fare una lunga descrizione della
festa sul giornale. Dammi il nome della tua signora.»
«Beatrice. Se
questo signor Argo ci onora, avrò piacere di presentargliela.»
«Guarda che i
giornalisti sono pericolosi.»
Il Pianelli, che
scriveva, fumava e parlava tutto in una volta, mandò in aria un soffio lungo di
fumo con una smorfietta della bocca, come se volesse dire: «Bah, soffio in viso
ai giornalisti, io.»
«Viene anche il
commendatore?»
«Sono stato a
invitarlo; è raffreddato, ma cercherà di non mancare.»
«A rivederci.»
«Addio,
bambino.»
Il circolo Monsù
Travet era stato promosso e messo in piedi da questo Cesarino Pianelli nei
primi giorni di carnevale, per offrire agli impiegati di diverse
amministrazioni e alle loro egregie famiglie il mezzo di divertirsi e di far
quattro salti in economia.
La proposta ed
il piccolo programma avevano trovato appoggio non solo tra gli impiegati della
Posta — eccettuati, naturalmente, i pezzi più grossi — ma anche tra molti
impiegati del Municipio e di Banche private, che avevano versato in mano al
Pianelli le venti lire di primo ingresso e via via le cinque lire mensili per
tutti i mesi dell'inverno.
Era un modesto
principio: ma si sperava che il circolo non dovesse morire così, e potesse col
tempo trasformarsi in un club di riunioni serali, o in un casino di lettura, o
in un sodalizio di mutuo soccorso, in una cooperativa, o in qualche diavolo di
questo genere.
Non erano le
grandi idee che mancavano a Cesarino Pianelli, che se avesse avuto centomila
lire alla mano...
Ma il primo suo
torto era di non averle. Se però gli mancavano i denari gli stava a pennello il
titolo che gli avevano regalato di lord Cosmetico, appunto per le sue
arie di grandezza e di sufficienza, per la eleganza del suo modo di vestire,
per i colletti in piedi, colle cravatte costose haute nouveauté, per i
polsini che parevano di porcellana, e più ancora per la lucentezza della
chioma, tirata a furia di cosmetico in due pezze profumate sopra le tempie e
aperta in due ventagli meravigliosi dietro le orecchie.
Non più
giovanissimo, anzi, se si deve dire, più vicino ai quaranta che ai
trentacinque, sapeva ancora colla carnagione bianca e fine e colla sua
aristocratica magrezza resistere agli urti del tempo e aspirare al titolo di
eterno bel giovine. La barba nera e crespa, morbida, divisa in due piccole
punte sul mento, finiva col dargli quel carattere contegnoso e diplomatico che
in questi tempi di americanismo insorgente non si trova più che nei grandi
camerieri del Cova, ultimi custodi delle tradizioni dei Palmerston, degli
Ubner, dei Visconti-Venosta.
Era un magro
giovedì grasso. Piovigginava. Tuttavia le strade formicolavano lo stesso della
solita gente che ha sempre voglia di veder qualche cosa anche quando non c'è
niente da vedere e che, in mancanza di meglio, si contenta di vedere sé stessa.
Qualche balcone addobbato, qualche strillo di mascherotto, qualche carrozza coi
campanelli, davano di tempo in tempo delle illusioni di giovedì grasso, ma
intanto piovigginava malinconicamente.
Il Pianelli
trovò il Pardi, com'erano d'accordo, seduto davanti a un tavolino del Caffè
Carini, sotto i portici meridionali.
Melchisedecco
Pardi, fabbricatore di nastri di seta con ditta al ponte dei Fabbri, uomo già
sulla cinquantina, grasso d'una grassezza floscia e linfatica, buono d'animo,
non ingenuo negli affari, che soffiava forte dalle canne del naso nel grosso
bavero del suo paltò color nocciuola, era detto anche Pardone per la sua leale
bonarietà e per la sua pancia.
Oltre il merito
di saper fare molto bene il suo mestiere, aveva quello d'essere il marito della
bella Pardina, una vespa tutt'ossi e spirito, con occhi tremendi, che da
ragazza lavorava in fabbrica per dieci soldi al giorno, che aveva saputo farsi
sposare dal padrone e che, a credere alle ciarle, fabbricava ancora molto bene
i suoi nastri a parte.
Palmira Pardi e
Beatrice Pianelli s'erano trovate a passare una vacanza insieme a Tremezzo sul
lago di Como, all'albergo Bazzoni, dove più d'una volta capitarono i rispettivi
mariti colla solita corsa del sabato.
In campagna le
amicizie sono presto fatte tra gente simpatica. Chi non avrebbe voluto bene a
quel buon uomo grasso, così fino conoscitore del vino di Piemonte? Sempre d'un
umore, piene le tasche di biglietti di banca, avrebbe sempre voluto pagar lui,
tanto da obbligare lord Cosmetico, per non restare mortificato, a far portare
il marsala o il bordò o a improvvisare un trattamento di dolci alle signore
sulla terrazza.
«È un pezzo che
mi aspetti?»
«Un momento. Ho
ricevuto stamattina il tuo biglietto.»
«Dunque? Me le
puoi dare queste duemila lire?»
«Signore Iddio!»
rispose il Pardi, grattandosi l'orlo di un orecchio. «Come puoi avere bisogno
di duemila lire?»
«M'è capitata
una disgrazia in un pagamento.»
La voce del
Pianelli si affievolì un poco. Si vedeva l'uomo non abituato a dire bugie.
«Di' che hai
giuocato, invece, e che hai perduto e amen!»
«Chi ti ha detto
che ho perduto?»
«Palmira.»
L'occhio di
Cesarino s'incantò un momento nell'aria.
«E mi ha detto
che hai giuocato col tenore...»
«Bene, sì, ho
giuocato e ho perduto. È una disgrazia anche questa che capita a chicchessia.»
«Se tu mi avessi
detto che in questo vostro Circolo si giuoca, non avrei dato le mie venti lire
di buon ingresso.»
«Non è che si
giuochi, anzi è proibito; ma quando passa una cert'ora, se c'è chi tenta, non
si è obbligati a essere sant'Antonio.»
«Io non so che
gusto da bestia ci trovate in queste maledette carte.»
«Ognuno ha i
suoi gusti, Secco. Tu, per esempio, preferisci andare a dormire all'ora delle
galline e c'è chi ama provare delle emozioni.»
«Tua moglie lo
sa?»
«Che c'entrano
le donne?» disse lord Cosmetico affettando un sublime disprezzo per le donne.
Il Pardi, che
pareva un uomo sulle spine, dopo aver cercato il cameriere cogli occhi, comandò
una birra.
Cesarino volle
un assenzio.
«Ebbene, che
cosa mi rispondi?» chiese dopo un lungo e penoso silenzio il Pianelli, mentre
lasciava cadere a goccia a goccia l'acqua chiara nel suo bicchiere d'assenzio
verdognolo.
Il Pardi
tentennò il testone, gonfiò le ganasce e, col tremito di una ragazza che
resiste a care tenerezze, rispose:
«Mi rincresce
ve', ma questa volta non posso proprio davvero.»
Cesarino, che
non si aspettava un rifiuto, indovinò subito da chi il buon ambrosiano aveva
ricevuta l'imbeccata. Con uno di quei risolini sardonici con cui lord Cosmetico
soleva soffiare la sua grande superiorità di spirito, domandò:
«Te l'ha detto
anche questo tua moglie?»
«Uff!» fece il
buon Pardone, voltandosi per due terzi sui gomiti a guardare nella piazza dove
la folla andava agglomerandosi e crescendo. Il Pianelli era stato buon
indovino. Palmira aveva proibito assolutamente di dare più un soldo a questa
gente bislacca e bisognava ubbidire.
«Senti, ti
faccio anche una cambiale, se vuoi.»
«Che cambiale!
Non posso, perché non ne ho.»
«Sai, son debiti
d'onore!»
«Che onore
d'Egitto! l'onore è quando si lavora e si paga il lavoro degli altri.»
«C'è onore e
onore, Pardi, e spiace sempre di fare una cattiva figura.»
Cesarino pregò
ancora una volta cogli occhi piccini e addolorati in cui si agitava una grande
paura. Ma il Pardi si voltò a guardare le maschere.
Un piccolo
raggio di sole, allargandosi attraverso all'aria bagnata, entrò in una luce
biancastra e diluita a rallegrare un poco il Caffè, mentre nell'altro lato
della piazza, al comparire della prima mascherata colla banda, si rianimava un
po' di rumore.
Seguì un altro
bell'istante di silenzio, duro e arcigno da una parte, tedioso e incomodo
dall'altra, durante il quale il Pianelli pensò se doveva inghiottire l'orgoglio
e commuovere l'amico col racconto di tutta la verità.
E la verità era
questa: le due mila lire perdute al giuoco col celebre tenore Altamura non
erano che il fondo di cassa raccolto per le feste del Circolo. Per una boria da
lord Cosmetico il Pianelli aveva pagato in pronti contanti il suo debito
d'onore, ma, non avendone di suoi, s'era servito del denaro degli amici. Ora
cominciavano i guai, i sospetti, le diffidenze e aveva ragione di dire: «Spiace
sempre di fare una cattiva figura... »
Ora si trattava
non più d'un debito di giuoco, ma di stima, di fiducia, di delicatezza, e a
Cesarino bruciava più che se avesse ricevuta una coltellata nella carne.
«Ti pago gli
interessi» provò a soggiungere.
«Non ne ho, e
quando non ne ho è come spremere l'acqua da un sasso» rispose con una certa
furia di uomo seccato il buon Melchisedecco Pardi, detto anche Secco o Pardone.
«Scusa...» si
affrettò a dire coi denti stretti lord Cosmetico, che credeva d'aver pregato
fin troppo. «Ti chiedo un prestito, non ti chiedo mica l'elemosina, per tua
regola.»
«Non....»
«Scusa, ho
creduto di rivolgermi a un amico prima che a un usuraio.»
«Ma se....»
«Scusa, ti dico.
Tu hai ricevuto gli ordini e fai bene a eseguirli.» E qui lord Cosmetico
tracciò in mezzo al suo discorso funebre un risolino ancora più sardonico e
tagliente del primo. Poi soggiunse, alzandosi: «Scusa il disturbo e procura di
dormire i tuoi sonni tranquilli.»
Pardone lo
guardò con un occhio piccolo e cruccioso. Che cosa voleva dire il signore?
Coll'aria alta e
principesca che sapeva assumere nei grandi momenti, lord Cosmetico gettò i sei
soldi dell'assenzio sul vassoio e uscì dritto dritto in un pezzo come se avesse
ingoiata una canna di fucile.
Stette un
momento sulla soglia a contemplare l'unghia lunga del dito mignolo, che era il
suo modo di riflettere nei momenti più gravi e pensò di passare di là, al Caffè
Campari, in cerca di un certo Guerrini, detto anche il Bòtola, che prestava
volentieri al trenta per cento. Ma la piazza era così piena di gente in quel
momento...
Pardone,
appoggiato colle gomita grasse al tavolino e alla sedia, seguitò a guardare le
maschere cogli occhi gonfi e imbambolati.
Una grande
commozione saliva e scendeva dentro di lui, facendo quasi le onde nella carne
floscia del suo corpo di buon ambrosiano.
Egli aveva obbedito
a Palmira, col dar nulla, e Palmira non ragionava male. Casa Pardi non era il
pozzo di san Patrizio. Né questa era la prima volta che Cesarino parlava di
prestiti e di cambiali.
Prima trecento
lire, poi cinquecento, poi ottocento, adesso duemila... eh! eh! ce ne vogliono
dei nastri per far tanti denari...
Se il signor
Pianelli voleva fare il lord e mandare in lusso la moglie, non era bello niente
affatto che i conti li facesse pagare agli amici. Son giusto i tempi di mungere
un povero industriale, coi prezzi che si fanno della seta!…
«Cambiali!»
tornava a pensare il povero Pardone, tutto arruffato ancora della violenza
fatta al suo buon cuore. «Quando non si ha che lo stipendio di un travetto,
una moglie bella, giovine, ambiziosa e tre figliuoli da mantenere, le cambiali
si possono dare alla lavandaia insieme alla... alla... dei marmocchi. »
Pardone, gonfio
ancora come un boa, ripeté tre o quattro volte questo monologo, guardando senza
veder nulla le maschere e la gente che si agitava verso l'arco della Galleria
Vittorio Emanuele.
Finalmente
ordinò al piccolo un'altra birra.
«Che cosa aveva
voluto dire il signore colla frase: cerca di dormire i tuoi sonni tranquilli?
Voleva alludere a Palmira e al tenore?»
Egli era buono
come un angelo, buono due volte, ma non tre volte; e il signor Cesarino aveva
torto di vendicarsi di un rifiuto col lanciare là delle frasi in aria senza
senso. Stupidello!
Si voltò ancora
una volta verso i portici nella speranza di vedere ancora il Pianelli. Aveva
bisogno di farsi spiegare quella frase. Era stato una bestia a non chiedere
subito una spiegazione...
Girò gli occhi
in su e in giù, ma il Pianelli se ne era già andato. Pardone avrebbe dato ora
non due, ma quattro mila lire e una tazza di sangue per avere la chiave di
quelle maledette parole.
Sentendosi morir
di sete, tracannò d'un fiato il suo shop di Vienna, e si nettò i baffi
bagnati di spuma col dosso della mano bianca e grassoccia.
Il Pianelli, col
suo risolino sarcastico raffreddato sulle labbra, risalì i portici meridionali
fino all'altro capo dove era la sede del Circolo, in alcune sale di angolo tra
la piazza del Duomo e la via Carlo Alberto.
«Imbecille!»
diceva mentalmente, pensando al povero Pardi. «Invece di obbedire alla moglie,
dovresti proibirle di cantare dei duetti troppo teneri col tenore.»
Trovò le sale
del Circolo aperte e ancora in quel disordine affaccendato che precede una
festa. C'erano in mezzo agli operai il Miglioretti e Adone Bianchi, che in
maniche di camicia aiutavano i tappezzieri a collocare alcune grosse ghirlande
di edera e di fiori di carta intorno alle pareti del salone da ballo.
Il Bianchi, che
allora faceva le parti di brillante nelle farse del Filodrammatico, quando vide
il Pianelli, gli andò incontro, lo tirò in disparte e gli disse colle sue
solite declamate freddure:
«Odi, fellone.
C'è stato il maestro Cappelletti a dire che, se non gli paghi gli arretrati,
egli non canta nei cori, cioè emigra col piano e coll'orchestrina a Porta
Genova. Aspetta la risposta fino alle cinque: dopo si ritiene sciolto da ogni
obbligo con noi. Questa è bella, Palamede! che si dovesse ballare senza
suonatori? Vola, metti le ali ai piedi e il cimiero in testa e ferma il fellone,
o si va tutti quanti sull'Uomo di Pietra. Questa è una. C'è stato poi
anche il padrone del Caffè Carini a dire che ha sete.»
«Cioè?» chiese
il Pianelli, che ascoltava col viso duro, rosicchiando lentamente la sua
bellissima unghia lunga.
«Ha contato cento
storie. Vorrebbe almeno qualche acconto per il servizio dei mesi scorsi. Pare
insomma che stasera voglia far sciopero anche lui. Io gli ho detto che non sono
cassiere, né figlio di cassiere, ma che ti avrei parlato. Pazienza i suonatori!
ma se mancano anche i sorbetti, numi del cielo, che fia di noi?»
Le declamazioni
del Bianchi non riuscirono a far ridere il Pianelli, che disse con un accento
freddo e monotono: «Vorrei sapere chi è quell'imbecille che si diverte a
organizzare queste stupide commedie. Si son dati la parola d'ordine...»
Il Pianelli, in
apparenza tranquillo, faceva ogni sforzo per soffocare lo spavento che tutte
queste notizie suscitavano nel suo cuore. Di conti e conterelli e proteste ne
aveva ricevuti anche durante la giornata e si vedeva una mano che si divertiva
a seminare il sospetto e lo scredito.
Si sapeva
ch'egli aveva giuocato e perduto: si sapeva forse che egli aveva pagato coi
denari del fondo sociale, e forse gli stessi soci mandavano avanti i creditori
per metterlo con le spalle al muro.
Se non pagava
prima di sera il Cappelletti, il Carini e gli altri; se la festa per colpa sua
non aveva luogo, egli avrebbe dovuto confessare agli amici e ai nemici che non
c'erano più denari. Era una brutta figura che non voleva fare, Dio santo!
Qualunque altro
anche meno superbo di lui avrebbe inorridito all'idea di dover confessare ai
propri colleghi un così indelicato abuso di fiducia. Ecco perché aveva pregato
e supplicato tanto il Pardi... ma aveva fatto i conti senza... le donne.
Credeva d'indovinare da chi partiva la mossa. Oh, le donne!
Beatrice aveva
il torto d'essere stata la più bella e la più elegante in tutte le feste di
quel carnevale e non si offende senza pericolo una donna magra e galante collo
spettacolo della propria felicità. La Pardi, oltre a essere per sua natura
invidiosa e vespa, abituata a vincere e a trionfare, avendo trovato forse della
freddezza e del sarcasmo nel bel Cesarino, faceva vedere che le magre non
perdonano. Così almeno egli andava argomentando: ma tutte queste considerazioni
finirono coll'irritare un carattere già per sé stesso sanguigno e sospettoso,
inclinato già naturalmente ad esagerare il valore e la portata delle cose. Gli
pareva di scorgere una vasta e misteriosa congiura di tutto Milano contro lui,
contro sua moglie, contro i suoi figliuoli...
Non potendo più
stare alle mosse, discese a volo le scale del Circolo, ritraversò i portici nel
momento che ferveva il corso mascherato, e invece di piegare verso il Carrobio,
cioè verso casa, dove lo aspettava Beatrice, svoltò nel piazzale deserto del
Palazzo di Corte e per il passaggio dei Rastrelli arrivò in cinque minuti alla
Posta.
Ve lo aveva
portato, più che un pensiero, l'istinto, ossia quella forza di gravitazione che
tira un corpo che cade verso il luogo del suo equilibrio.
Anche qui il
portiere gli consegnò una busta gialla. Era un conto della Società del gas con
una noterella del direttore, che minacciava le tenebre, se non si dava corso
alle vecchie quietanze.
Cesarino sentì
proprio venire addosso il buio come un uomo che sprofonda nell'acqua. Era la
congiura. Era la parola d'ordine. Era qualcuno che si divertiva bestialmente a
tormentarlo per il gusto di vederlo soffrire.
Se avesse avuto
tempo di scrivere a suo suocero... Ma il buon uomo stava fino a Melegnano e i
denari occorrevano subito. Poiché c'erano dei maligni interessati a
comprometterlo, a questi egli voleva rispondere col denaro in mano. Sonavano le
quattro, quando entrò nel locale della cassa. Non c'era nessuno, gli sportelli
erano chiusi. Il portiere aveva chiuso anche le gelosie della stanza che stava
immersa in una mezza luce grigia, dentro la quale dominavano, nella loro
massiccia riquadratura, le due casse di ferro, d'un colore verdastro lucido, a
grosse borchie ribadite sulla lamiera. Quelle due casse erano piene di denari.
Il Pianelli, che
nella sua paurosa disperazione sentiva quasi attraverso alla grossezza del
metallo la presenza del demonio che lo tentava, cominciò a soffrire
d'inquietudine, mosse qualche passo per la stanza, si asciugò la fronte madida
di sudore, andò a vedere se il portiere era ancora di là, nella corsìa, oltre
l'assito: non vide nessuno, accostò l'uscio, girò lentamente la chiave, e si
trovò solo in compagnia di quei due mostri di ferro, che lo chiamavano colla voce
potente del loro ventre.
Non voleva
commettere, come si dice, una porcheria.
Più d'una volta
aveva assistito allo spettacolo miserevole delle altrui prevaricazioni, e
troppo bene conosceva le conseguenze d'una cattiva azione per giocare alla
cieca una carta così pericolosa.
Il Martini s'era
fidato di lui, come un uomo si può fidare di un fratello, e per quanto
l'occasione lo tentasse, per quanto la responsabilità ufficiale non fosse sua,
per quanto un'irregolarità si potesse sempre giustificare colla scusa che non
v'era stata regolare consegna, per quanto insomma un uomo che affoga non abbia
rimorso di attaccarsi a un altro uomo, anche per affogare con lui, con tutto
ciò egli sentiva troppo altamente di sé per scendere fino al punto di coprire
un abuso con una malvagia azione.
La sua idea non
era di tradire un povero diavolo, né di toccare i conti di cassa: ma solamente
di approfittare dell'assenza del Martini per provvedere provvisoriamente a una
dura necessità. Con un migliaio di lire alla mano egli poteva far tacere sul
momento i più feroci creditori, smorzare i sospetti, rifare per un giorno il
suo credito in faccia agli amici, dare degli acconti al Carini, al Cappelletti,
alla Società del gas, sventare, scombuiare la trama invisibile di tanti invidiosi,
che odiavano in lui l'uomo di spirito, l'uomo sarcastico, il talento superiore
e perfino il marito d'una delle più belle donne di Milano. Colla fantasia
suscettibile degli orgogliosi egli credeva veramente a una segreta persecuzione
di tutti quanti contro di lui, e poiché non c'era per il momento altro
rimedio...
Appoggiò la
fronte ardente alla parete d'una delle casse, e stette un momento a godere il
senso di freschezza che usciva dal metallo e a respirare l'acre odore della
vernice. Poi, come se due mani non sue operassero per lui, aprì uno sportello e
riempì il vano colla persona. Allineate in doppia fila erano le ciotolette di
ferro con dentro i biglietti di vario colore: alcune erano piene d'oro, altre
piene d'argento. Qui lo assalì un forte sentimento d'onestà, e ricuperando la
padronanza di sé, crollò il capo come se dicesse: «Che diavolo! Non sei qui per
rubare.» Prese il portafogli, levò un biglietto di visita, col suo nome
stampato, vi scrisse colla matita: «Prelevate lire mille», mise il biglietto in
una ciotola al posto di due altri biglietti di cinquecento, che collocò nel
portafogli. Chiuse senza furia, colla regolare precisione delle altre volte,
fece un'altra giravolta per la stanza, per sgranchire le gambe, e canterellando
un'arietta, uscì dalla corsia, chiamando apposta: «Gerolamo...»
Il portiere si
fece chiamare due volte, finalmente comparve dalla parte della scala con un
inaffiatoio in mano. Pianelli si fermò a dargli qualche ordine, in tono
alquanto ruvido: ma poi si rabbonì d'un tratto e soggiunse: «Non devo pagarti
dei sigari?»
«Sì, i cinque
virginia di stamattina.»
Il Pianelli mise
una lira nella mano del portiere e se ne andò senza aspettare il resto. Superbo
sì, ma generoso! Uscì che già cominciava ad imbrunire. La giornata era tornata
bigia e noiosa. Molta gente veniva dal centro con aria poco contenta, e qua e
là luccicava qualche ombrello aperto sotto la luce che mandavano fuori le
vetrine illuminate. Il signor Pianelli saltò in una vettura e in men di
mezz'ora pagò il Carini, il Cappelletti, la Società del gas, mostrandosi né
corrucciato, né allegro, ma colla naturalezza dell'uomo che sa fare una giusta
economia del suo tempo. Gli avanzarono ancora trecento lire, colle quali avrebbe
potuto offrire qualche altra soddisfazione agli increduli; ma pensò di farsi
vedere anche al Circolo, dove gli operai finivano di dare l'ultima mano ai
preparativi.
Mentre Cesarino
correva col cuore in bocca a questo modo per la città, sua moglie Beatrice, a
casa, non finiva mai di specchiarsi nel suo bel vestito lucido di surah color
perla e s'immerse tanto nei preparativi della sua toeletta che dimenticò il
corso, le maschere, e perfino l'ora del pranzo.
Madame Josephine
aveva preparato questo gran vestito per una contessa Castiglioni: ma aveva
dovuto ripigliarlo per un improvviso lutto di famiglia. Stava per mandarlo a
Roma a un'attrice che doveva recitare al Valle nella stagione di quaresima,
quando capitò a Beatrice di vederlo nelle mani dell'Elisa, la giovine maggiore
della sarta, e se ne innamorò. Non era un capo alla portata della sua borsa, ma
affascinata, commossa, ne parlò a Cesarino con tanta eloquenza che costui, con
un pensiero dei suoi, meditò e combinò segretamente una bella improvvisata;
cioè si fece cedere per le due sere del giovedì e del sabato grasso il vestito
mediante un compenso serale e, senza dir nulla prima, lo fece trovare bell'e
disteso sul letto di sua moglie.
Quando Beatrice
si trovò davanti quello splendore, gettò un gran grido di gioia, buttò le
braccia al collo del suo Cesarino, e fu a un pelo di perdere i sensi per la
contentezza. Quasi piangeva anche lui, il grand'uomo, per la consolazione. La
Elisa con quattro tagli adattò il giro della vita e orlò il corpo e la sottana
d'un pizzo doré, d'un bellissimo effetto provinciale, come allora usavano.
Beatrice non
avrebbe mai voluto uscire di camera per il piacere che provava nel mettersi e
nel togliersi quel vestito. Per quanto fu lungo il giovedì in casa Pianelli si
mangiò poco e con disordine. Per levarseli dai piedi, i ragazzi furono mandati
dai signori Grissini, i vicini di casa. Tutto il dì fu un andare e venire di
gente e di roba. In cucina non si accese il fuoco; Beatrice si contentò
d'inghiottire in fretta qualche uovo sbattuto nel vino con qualche biscotto
bagnato dentro, e di rosicchiare in piedi dei pezzi di cioccolata col pane.
Cesarino, tutto occupato nei preparativi della festa nelle sale del Circolo
pranzò al caffè.
Tornò verso le
nove di sera per vestirsi. Non trovando più posto nella stanza da letto, tutta
seminata e ingombra di pizzi, di fiori, di blonde, di guanti, di stivaletti e
di scatole aperte sul letto, sulle sedie, sul pavimento, il signor Pianelli
dovette prendere le sue robe e far toeletta in uno stanzino a cui dava il nome
di studio.
Intanto cercava
di calmare i nervi scossi dalle emozioni della giornata e di farsi una
persuasione ch'egli né aveva rubato, né era sua intenzione di rubare.
Scongiurata una brutta tempesta, egli avrebbe domani o dopo riparato al
disordine e stoppata la bocca a tutti i malevoli che avevano creduto di
rovinarlo. Il suo caro suocero di Melegnano lo avrebbe aiutato in quest'opera
di riparazione, o egli l'avrebbe fatto saltare, come si dice, finché non avesse
pagato il resto della dote di Beatrice.
Cesarino stava
accarezzando un magnifico nodo di cravatta, che gli era uscito fresco dalle
mani come se fosse modellato dalle mani di un artista, quando Beatrice,
preceduta dal fruscìo strisciante dello strascico, accompagnata dall'Elisa,
entrò, splendida come una principessa, nel bellissimo vestito nuovo, che le
fasciava la vita, la radice delle braccia solide e il petto ampio colla morbida
e tesa precisione di un guanto. Le spalle nude d'un candore molle di latte
spiccavano sulla lasagnetta di pizzo doré che orlava le sinuosità e le
ondulazioni profonde del suo busto di surah, aperto fin dove la decenza si
accorda colla bellezza (un punto metafisico in cui le donne non sono tutte
d'accordo). Al collo non aveva che un semplice vezzo di perle, vecchio tesoro
di casa, che morivano nel loro pallore nella candida morbidezza della carne; le
braccia erano nude dalle spalle al gomito, dove arrivavano gli altissimi guanti
di Svezia su cui brillavano i braccialetti... Ma la gran bellezza della donna
erano i capelli, quei molti capelli folti, d'un biondo carico, che
s'intrecciavano in nodi contorti a guisa d'un turbante sul candore di
porcellana della carnagione, per cui Beatrice Pianelli aveva veramente una
grande rassomiglianza colle belle bambole grandi che vengono dalla Germania,
come se ne vedono nelle vetrine del Pino e del Caprotti, belle e lucide di
fuori, vuote o piene di stoppa di dentro. Questa somiglianza aveva fatto
trovare per lei il soprannome di bella pigotta con cui solevano, colla
chiara ed espressiva concisione morale del dialetto lombardo, indicarla i buoni
amici e le meno buone amiche di lord Cosmetico.
Cesarino, che in
materia di buon gusto era un giudice incontentabile, fece girare due volte
Beatrice sopra sé stessa, aggiustò qua, accarezzò là, mosse una treccia nei
capelli, stese le mani alla vita che non gli pareva ancora troppo bene
attillata.
«Caro te, stento
quasi a respirare» disse Beatrice tirando un gran fiato.
Arabella, la
figliuoletta di quella gente felice, girando col lume in mano si specchiava
nella sua bella mamma. Da bambina giudiziosa promise di stare in casa colla
Cherubina a curare i suoi fratellini e per contentarli avrebbe fatto il
zabaglione. Naldo, un marmottino di quattro anni, era già tutto felice nella speranza
di poter leccare il frullo.
Bellissima
riuscì la festa del giovedì grasso al Circolo Monsù Travet per concorso,
per calore e per allegria. Beatrice Pianelli, che l'Argo della Ragione
paragonò a una Giunone di diciott'anni uscente da una nuvola, gustò il suo
quarto d'ora di gloria.
Le signore, la
Pardi per la prima, riconobbero nel taglio e nella guarnizione del vestito una
mano straordinaria, si guardarono negli occhi con quella fredda meraviglia che
è più vicina alla compassione che all'invidia. Ciò non impedì che si facessero
passare di mano in mano la bella pigotta colle più tenere esclamazioni
di ammirazione e di benevolenza.
Cesarino si
dimenticava mentre seguiva cogli occhi estasiati il trionfo di Beatrice: e
volendo sputar miele per il fiele che aveva inghiottito, cercò di mostrarsi
affabile, gentile, arrendevole con tutti, specialmente con coloro dell'amicizia
dei quali egli dubitava di più.
Pardone non si
lasciò vedere. O s'era già seccato abbastanza di quel Circolo o non voleva
incontrarsi con Cesarino Pianelli. Ma anche senza di lui la festa non fu meno
chiassosa e brillante. Il vino di Barolo e qualche bottiglia di Sciampagna
aiutarono a far dimenticare i pensieri cattivi che ciascuno non aveva potuto
lasciar fuori dell'uscio: ma Cesarino se li trovò sul cuscino del letto al suo
primo svegliarsi il giorno dopo. Si ricordò del Martini, del suocero, dei
denari che non aveva più e saltò dal letto coll'intenzione di correre subito a
Melegnano: ma rifletté che per l'assenza del cassiere egli non avrebbe potuto
per quel giorno allontanarsi dall'ufficio. Non volendo perdere un tempo che
andava facendosi sempre più prezioso, col capo ancor pieno di sonno, uscì di
casa e mandò al signor Isidoro Chiesa di Melegnano questo telegramma:
«Mi occorrono subito
mille lire. Portale tu. Grave disgrazia.
Beatrice.»
Poi si recò
all'ufficio e vi stette fin verso le dieci. Ma parendogli d'essere sulle spine,
pregò il Miglioretti di prendere un momento il suo posto, corse a casa a vedere
se il suocero era arrivato o se aveva mandato un telegramma. Non trovò nulla.
Restò a casa a mangiare un boccone, mentre Beatrice cominciava a sciogliersi
dal suo sonno profondo di donna stanca. Poi tornò di nuovo alla Posta verso
mezzodì.
Non era ancora
in fondo della via del Pesce, quando vide sul portone della Posta il Martini.
Vederlo e trasalire fu una cosa sola. I polsi del capo picchiarono così forte,
che vollero rompere il cranio.
Ebbe appena il
tempo di ricomporsi, e di prendere un'aria di premurosa compassione.
«Come mai? Non è
partito?» mormorò.
Il Martini stese
la mano all'amico, diede una languida stretta, voltò via la faccia e si portò
due volte il fazzoletto agli occhi, mormorando, o, per dir giusto, movendo le
labbra a una parola senza suono che voleva dire: È morta!
«È morta?»
domandò con vivo rincrescimento il Pianelli, abbassando la testa.
«Stamattina alle
quattro...» balbettò colle labbra tremanti il Martini. «Son tornato per
chiedere al commendatore tre giorni di licenza e aspettavo anche lei per
regolare la consegna. Voglio portarla a Milano....»
L'emozione
soffocò le parole in gola al pover'uomo, che faceva di tutto per non farsi
vedere a piangere dalla gente.
Il Pianelli
sentì alla sua volta farsi il cuore piccino. In quel momento avrebbe dato mezzo
del suo sangue per evitare una consegna, da cui doveva risultare un ammanco di
mille lire. Gli faceva orrore non meno il suo pericolo che l'idea di dare a un
povero diavolo già così tribolato un colpo di quella sorte.
«La trovo in
ufficio verso le tre?»
«Sì, ci sono...»
rispose il Pianelli. «Ecco il commendatore.»
Vedendo venire
il direttore, il Martini gli andò incontro, mentre il Pianelli, correndo via,
cercò di sfuggire a quel penoso dialogo. Entrò in ufficio con passo confuso e
legato. Gettò il cappello su una sedia, il bastone sul tavolo, e si fregò la
fronte colle mani, tre o quattro volte, come se togliesse delle ragnatele dagli
occhi.
Era mezzodì. Il
Martini sarebbe venuto alle tre. In tre ore egli non poteva inventarle le mille
lire, a meno di credere che il suocero si lasciasse commuovere all'ultimo
momento: a meno di credere che Gesù gliele mandasse per compassione de' suoi
figli. Per Dio! (queste imprecazioni scattavano come tante scintille dall'anima
sua spaventata). Per Dio! se gli avessero lasciato ventiquattro ore di tempo!
Pensò di tornare ancora in cerca del Pardi; ma dove trovarlo? e poi, no, da
quell'asino che si lasciava guidare dalla moglie... Degli altri suoi amici o
non si fidava, o non voleva inchinarsi a nessuno, o erano povera gente, che
stentavano a sbarcare essi stessi il lunario col misero stipendio.
Nella cassa in
cui egli cominciò a rovistare, c'erano molti conti correnti e molti mandati di
pagamento già firmati dal Martini col visto del commendatore, tra i quali uno a
favore del capomastro Inganni, in conto di alcune riparazioni per ingrandimento
e adattamento dei locali d'ufficio, per la somma complessiva di duemila lire
precisa.
La formola del
mandato era stata scritta dal Pianelli alcuni giorni prima colla cifra in tutte
lettere «due mila» e nel margine i quattro numeri «2000» d'una linea magra e
lunga com'era la scritturina nervosa del cassiere aggiunto. Non si trattava di
voler falsificare un documento, né di rubare un quattrino a nessuno; ma
solamente di evitare a sé una miserabile figura, e al Martini un colpo mortale,
di guadagnare tempo, di non precipitare in due in un abisso senza luce e senza
fondo. Eravamo al quindici del mese. Prima della fine non si sarebbe fatta la verifica
dei mandati e lo scandaglio di cassa. Bastava per il momento che il Martini
credesse in buona fede a un mandato di lire tremila già pagato al capomastro
Inganni e partisse coll'animo quieto, lasciando a lui Pianelli il tempo
necessario per rimettere il denaro e per rifare il mandato... Con una goccia di
acqua clorata sulla punta d'una penna nuova si potevano sostituire facilmente
due piccolissimi tratti e cambiare colla stessa mano il due in tre, il 2 in
3...
Non l'avrebbe
mai fatto, nemmeno per salvare la vita dei suoi figliuoli, se si fosse trattato
di mettersi del denaro non suo in tasca: non voleva che guadagnare ventiquattro
ore di tempo, e salvare con un ripiego momentaneo la vita e l'onore di due
famiglie. Il mandato era lì, che gli occhi lo divoravano. La penna vi passò
sopra asciutta una volta, due volte, quasi per provare. Due zampe di mosca
potevano evitare un terribile scandalo, forse risparmiare un delitto. Il non
farlo era quasi una crudeltà verso quei poveri innocenti. Il mandato Inganni
l'aveva pagato lui, e il Martini certo non aveva né tempo, né voglia di stare a
riscontrare ad una ad una tutte le parcelle parziali e di verificare la somma.
Egli non voleva fare per ora che uno stato di cassa per poter ripartire e star
via tre o quattro giorni coll'animo più sollevato. Quando avesse ritrovato e
rimesso il denaro in cassa, il Pianelli era uomo capace di confessare tutto
all'amico e d'implorarne il perdono. Ogni più onesto uomo può trovarsi per
dodici ore in una suprema necessità, e l'onestà di quarant'anni di vita non la
si distrugge mica in ventiquattro ore, con due sgorbietti di penna. Ciò che
salva l'uomo è l'intenzione.
Uno ha il senso
dell'onestà, un altro non l'ha. Il primo verrà sempre a galla per quanti sforzi
tu faccia per affondarlo: il secondo precipiterà sempre come un sasso
nell'acqua.
Cesarino si
sentiva uomo integro nella sua coscienza, e, se un caso maledetto l'aveva
tratto a sporcarsi le mani di fango, bisognava dargli il tempo di lavarsele.
Quel fango ripugnava anche a lui, in nome di Dio santo!.. Non c'è nessun gusto
a fare il ladro.
Queste
considerazioni andavano assediandolo, stringendolo in mezzo, pungendolo con
mille punte, alle quali sentiva di non saper più resistere. Si asciugò ancora
una volta la testa bagnata di un sudore freddo. Poi, intinta la penna nella
boccetta del cloro, passò leggermente colla punta di metallo sulla coda del
numero fatale, aggiustò coll'inchiostro il numero e la lettera... e vi gettò
subito molta sabbia sopra, colla furia spaventata dell'omicida, che cerca di
nascondere le tracce del sangue…
«Dio, Dio...»
balbettò, alzandosi, colle membra rotte e indolenzite, come se avesse voltata
la grossa pietra di un sepolcro. Anche il far male è una grossa fatica per chi
non c'è avvezzo.
Tornò presso la cassa,
rimise tutti i mandati a posto, stracciò il suo biglietto di visita in cento
pezzetti, che buttò nel cestino, ma poi si abbassò a raccoglierli tutti, se li
cacciò in tasca, chiuse bene... e uscì sulla ringhiera a respirare dell'aria.
Il Martini aveva
detto alle tre, ma entrò in ufficio alle due, con passo rotto e frettoloso.
Il Pianelli, che
aveva già preparato un prospetto di cassa, gli andò incontro di nuovo con aria
di compassione dicendo:
«O bravo....»
L'amico, pallido
come un morto, non seppe nascondere una forte agitazione che imbarazzava il suo
contegno e i suoi movimenti. Aveva lasciato all'alba il letto della sua povera
morta, dopo una notte passata in ginocchio ad assistere agli strazi di una
lunga e dolorosa agonia. La sua povera Emilia non voleva morire a venticinque
anni!
Si era attaccata
colle braccia lunghe e stecchite al collo del suo Arturo e non finiva mai di
chiamare fra i singhiozzi della morte la sua piccola Teresa. Sono notti
spaventose che ti portano via la vita: un pezzo di noi se ne va con chi muore.
Era partito
subito la mattina, lasciando la sua morta in mano ad alcuni parenti e si
preparava ora a tornare per riportarne a Milano il corpo.
Il commendatore,
uomo di cuore e discreto, non fece difficoltà, anzi gli diede licenza per una
settimana, ma, tiratolo un momento in disparte, gli disse sottovoce:
«Però ha fatto
regolare consegna al Pianelli?»
«Ieri non ho
avuto tempo. Son tornato anche per questo.»
«Male! Non
vorrei che avesse dei dispiaceri. Ho sentito delle voci... Basta, non perda
tempo, e non si esponga a certi pericoli... Se vuole che mandi il
Miglioretti....»
«Grazie,
vedrò....»
Il Martini uscì
dall'ufficio del commendatore col cuore un po' inquieto. Carattere delicato e
scrupoloso, quel semplice rimprovero gli bruciava sul cuore come un carbone
acceso, e, se un gran dolore più crudele non avesse occupata e riempita di sé
tutta la sua esistenza, sarebbe bastato questo dubbio per amareggiargli la
vita.
Il Pianelli,
fingendo che alcuno lo chiamasse allo sportello, andò a sedersi al suo posto,
prese la penna e si pose a copiare una tabella. Copiò, copiò forse dieci minuti
una lunga fila di numeri, materialmente, in forza di quell'abilità automatica
che acquista la mano di chi scrive molto, che sa andare da sé e quasi ragionare
da sé anche quando il cervello è assente.
Il Martini aprì
la cassa grande, di cui aveva lasciato la chiave, e chiuso in un freddo
silenzio, che si poteva interpretare come lo stato d'animo d'un uomo che ha il
cuore irrigidito, mosse e rimosse molte carte e molti valori.
Poi passò alla
cassa piccola, che aveva lasciato nelle mani dell'aggiunto.
Il Pianelli si
mosse, quasi per uno scatto interno, e disse:
«Veda se tutto è
in ordine.»
«Non c'è
dubbio...» balbettò freddamente il Martini.
Il Pianelli
tornò al suo posto e riprese a scrivere, a scrivere. Ma gli occhi vedevano
rosso.
Il Martini
seguitava a rovistare, a muovere carte, a riscontrare, sempre chiuso nel suo
cupo, insopportabile silenzio. Pareva un uomo incontentabile, o non mai abbastanza
soddisfatto.
L'altro scriveva
sempre i suoi numeri infiniti color sangue, col cuore duro come un sassolino,
sempre in attesa d'un giro di chiave che chiudesse per sempre al buio il
documento della sua miseria.
Quell'insistenza
eccezionale, in un uomo che aveva mostrato il giorno prima di fidarsi così
pienamente di un amico, gli diceva già che anche la buona fede del compagno era
stata preventivamente scossa da una voce misteriosa, insidiosa, da quella
stessa voce, che da due giorni andava seminando il discredito e la diffidenza.
Passò ancora un
quarto d'ora, che al Pianelli parve un secolo. Finalmente il Martini, con una
voce velata che si sentiva preparata con suprema fatica, domandò:
«Si ricorda,
Pianelli, quanto abbiamo pagato al capomastro Inganni?»
«Io credo
tremila...» esclamò il Pianelli, saltando in piedi e correndo con una premurosa
sollecitudine verso il compagno.
«Mi
risulterebbero meno....»
«C'è il mandato,
veda....»
«Lo vedo...»
disse il Martini con un filo di voce, abbassando gli occhi e cercando di
frenare il tremito da cui furono prese le sue mani.
«Perché?» chiese
il Pianelli con voce stridula, quasi di sfida.
«Nulla,
scusi..., avrò sbagliato io.»
Il Pianelli
voltò dall'altra parte la faccia. Poi disse:
«Vedremo alla
fine del mese....»
«Scusi...» tornò
a dire il Martini, mentre andava facendo dei piccoli conti sull'angolo di un
cartone disteso sul banco.
«Non le pare?»
tornò a chiedere il Pianelli, nascondendo in parte la faccia colle mani
nell'atto che egli fece per accendere un sigaro.
Il Martini gettò
la penna con un movimento disperato. Riprese il mandato, lo agitò tra le dita,
e fatta una mezza girata per la stanza, curvo nelle spalle sotto il peso della
disgrazia e del tradimento, si fermò al tavolo del Pianelli, lasciò cadere il mandato,
vi pose un dito, vi picchiò sopra tre volte coll'unghia, senza poter parlare,
collo spavento dipinto nel suo viso d'uomo morente.
Cesarino finse
di non capire. Voltò e scosse due volte il capo, coll'aria di chi domanda una
spiegazione, ma le orecchie parevano due pezze rosse e la pelle fina e lucida
del viso si stirò sugli zigomi irritati. La bocca gli si riempì di saliva
amara.
Il Martini, con
uno sforzo estremo, appoggiandosi colla mano a una sedia, poté soltanto
soggiungere:
«Pianelli, per
carità, anche lei è padre di famiglia....»
«Che cosa?» osò
ancora una volta chiedere col suo cipiglio di ragazzetto insolente lord
Cosmetico.
«Abbia pietà,
Pianelli. Sono un povero uomo anch'io....»
«Che cosa?»
«Perdoni...»
balbettò ancora una volta il Martini. «So bene che io sono il solo mallevadore
della cassa: ma speravo di avere in lei un amico....»
«Martini, per
carità...» scoppiò tutto a un tratto a dire Cesarino, che non poté più
resistere al doloroso invito dell'amicizia. «Per carità..., per i miei figliuoli...,
per la sua bambina..., per la sua povera Emilia, non mi tradisca. È vero, fu il
bisogno, l'insidia de' miei nemici. Fra due ore avrà il denaro...»
«Aspetto fino a
stasera. Il commendatore mi ha già rimproverato d'aver abbandonato la cassa
senza una regolare consegna. Ho promesso per questa sera di rendergli i conti.»
«Fino a stasera
almeno.»
«Se il
commendatore non vorrà, non insisterò....»
«Stasera prima
delle otto...»
«A casa mia?»
«Dove crede...,
vado subito a Melegnano in cerca di mio suocero. Non mi comprometta.»
«Non sono io che
la comprometto, per amor di Dio....»
«Ho dei nemici
che mi vogliono male. Abbia pazienza..., non mi faccia fare una cattiva
figura.»
«Vede che io
soffro non meno di lei. Vengo da un letto di morte e mi fa trovare un
tradimento....»
«Lei ha ragione;
sono un miserabile... Ma non mi tradisca. Se non trovo il denaro per questa
sera, le rilascerò una dichiarazione... e mi ammazzerò.»
«Cerchi di
salvare il suo onore...» disse ancora il Martini, mentre il Pianelli, preso in
furia il soprabito e il cappello, usciva rapidamente dall'ufficio.
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