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Io non conoscevo
il signor Cesarino Pianelli che per averlo incontrato qualche volta sulle
scale, e i nostri rapporti non andavano più in là del buon giorno e della buona
sera, come avviene tra casigliani, che, tranne le scale, non hanno più nulla di
comune.
Mi fece quindi
molta meraviglia di vedermelo la sera del sabato grasso, verso le sette,
comparire sull'uscio, vestito in grande abito nero da ballo, col suo paltò sul
braccio, il gibus in mano, pallido pallido...
«Lei? In che
posso servirla? Venga avanti» gli dissi, invitandolo a entrare.
«Due parole,
grazie. Sento da mia moglie che questa sera va anche la signora Lucia alla
festa....»
«Sì, mia sorella
mi ha tanto pregato....»
«Volevo pregarla
di accompagnare anche mia moglie. Un affare pressante non mi permetterà di
tornare prima delle undici.»
«S'immagini,
volentieri: sarò lieto di essere il suo cavaliere.»
Il Pianelli
stette un momento sopra pensiero, come se agitasse in testa un'altra questione
spinosa, poi soggiunse:
«Scusi tanto...
ci rivedremo» e, strettami la mano, se ne andò via come se fuggisse davanti a
un pericolo.
Il Comitato
ordinatore del Circolo non aveva guardato a spendere, o per dir meglio, a
comandare, perché la festina del sabato grasso riuscisse ancor più splendida e
più allegra delle altre volte.
Tra i festoni
d'edera che giravano lungo le pareti, sostenuti da borchie e da mascheroni di
carta pesta dorata, pendevano dei
piccoli lampadari di Venezia, illuminati da candele di cera.
Tra un
lampadario e l'altro brillavano degli specchi in vecchie cornici rococò
circondati da ghirigori di mussolina gialla. Sulla scala, sui pianerottoli e
per la gran sala da ballo era stato disteso un tappeto nuovo che ammorbidiva i
suoni e dava ai piedi un senso voluttuoso di benessere: e nei vani, nei rientri
delle finestre non mancavano giardiniere di fiori freschi, con qualche
statuetta di gesso o di terra cotta che ricordavano alla lontana qualche
divinità dell'antico Olimpo, il tutto preso a nolo da un addobbatore di teatri.
Ogni signora (le ragazze eran poche e non brillavano troppo per freschezza)
riceveva all'entrare una bellissima camelia e un cartoncino bristol coll'elenco
delle danze stampate in oro; e tra le signore ve n'erano di giovani, di fresche
e di quelle che combattevano l'ultima battaglia, la Waterloo della loro
giovinezza.
Nella sala il
formicolìo della gente già verso le undici era grande. Nel rimescolamento dei
colori vivi, tra i luccicori delle gemme, dell'oro, degli occhi, nell'agitarsi
di tante spalle e di tanti ventagli, cresceva il cicalìo fitto e caldo, misto a
scoppi di risa, a piccoli applausi e alle declamazioni aleardiane del Bianchi,
che faceva la parte del brillante della compagnia.
Per quanto la
folla fosse tenuta in soggezione da qualche illustre personaggio (tra cui
spiccava la pancia del commendatore Malvano, capo-divisione
al Ministero delle Finanze, colla rotonda metà, una baronessa napoletana), si
sentiva d'essere a una festa di famiglia in cui gli elementi omogenei si
fondevano volentieri e si aiutavano nell'unico sforzo di stare allegri.
C'era, per quel
che mi ricordo, il Porti del Municipio colle sue eterne due ragazze, che da
dodici anni trascina su tutte le feste e che hanno fatto un collo lungo, dicono
i maligni, a furia di cercarsi un marito.
C'era il
cavaliere Balzalotti, del Demanio, uomo già sulla cinquantina, ma ancora fresco
e morbido come il burro, sempre amabile e cerimonioso colle signore, alle quali
pagava volentieri qualche sorbetto. Gli era toccata la disgrazia e la fortuna
di sposare una moglie brutta, sempre malata, ricca, che passava due terzi
dell'anno in campagna; ed era naturale che cercasse qualche compenso nel vedere
a ballare e nel pagare qualche sorbetto alle altre.
C'era la Pardina
col suo Pardone, che questa volta s'era lasciato trascinare, che usciva per tre
quarti dalle falde del frac. Stava in piedi per combattere il sonno tremendo
che gli offuscava gli occhi, ma non vedeva l'ora d'esser sotto le coltri. C'era
il ragioniere Quintina, un gobbetto elegante, terribile freddurista, che girava
in mezzo alle gonne a far della maldicenza. Né mancavano i giovinotti di spirito,
tra cui il Casati, il Pensotti e molti altri del Club Alpino.
Tranne le poche
commendatoresse, che soffiavano la prosopopea, le altre signore, quasi tutte
milanesi, appartenevano al ceto medio degli stipendiati a mille e otto, a due
mila, alcune delle quali avevano lasciato a casa una nidiata di ragazzi e il
popò in letto colla nonna. Non c'era da meravigliarsi che vi fossero dei guanti
lavati in mezzo a molti guanti freschi.
Quasi tutti gli
uomini erano in frac, in guanti bianchi e cravatta bianca. Solamente qualche
modesto commesso, che non aveva osato fare la spesa, cercava di stare colla
schiena al muro in atto contrito e vergognoso, come a un merlo a cui abbiano
strappata la coda.
«Anca lù a
Milan?» mi chiese la Pardina, passando via e battendomi il suo ventaglio di
piume sul naso. Era a braccetto del celebre tenore Altamura, un romano di Roma,
che aveva cantato al Dal Verme, nella stagione, il Trovatore con grande
successo.
Il Miglioretti,
dopo aver fatto un giro di valzer colla Pianelli, la condusse a posto, e
infilato il mio bracci o mi tirò verso la sala del buffet, asciugandosi
il collo, le guance e la testa con due fazzoletti.
«Bella sì, ma di
ghisa, e per di più balla fuori di tempo.»
«E dire che si
sta tanto bene seduti.»
«È suo marito
che vuole che balli, è lui che le insegna. Hai visto i leoni marini di mister
Pike? Suo marito le insegna anche a parlare milanese, e ci riesce, povera foca.
Ma di tanto in tanto le scappa di bocca ancora qualche «propri de bôn» di
Melegnano, che guasta il meccanismo della bambola.»
«Jesus, che
lingua! bevi, avrai sete...» dissi, versandogli dell'acqua in una tazza.
Mentre io e il
Miglioretti si rideva in fondo alla sala del Caffè, vedemmo venire colla sua
testa lucida e rasa e cogli occhi fuori della fronte il Bianchi, che ci domandò
se avevamo trovato Cesarino Pianelli.
«Io l'ho visto»
dissi.
«Quando?»
«In prima sera.»
«Che cosa ha
detto?»
«Niente.»
«C'è in aria un
guaio serio....»
Il Bianchi
abbassò un poco la voce e, appoggiata la punta del mento a tre dita della mano,
socchiudendo gli occhi in atto di pia aspirazione, ripeté:
«Molto serio.»
Fatto quindi un
piccolo segno colla mano, ci trasse nel vano di una finestra presso una
terrazza, che dava sulla piazza del Duomo.
«Un guaio
serio?»
«Ho trovato il
Martini tutto disperato.»
«Gli è morta la
moglie....»
«Pazienza la
moglie! mi ha detto che contro il Pianelli è spiccato un mandato di arresto.»
«Via, via!»
esclamammo a una voce io e il Miglioretti.
Il Bianchi, che
col marmo della sua bella fronte rispecchiava i lumi della sala, allungò il
collo, nascose le mani sotto la coda della falda, girò la testa nell'aria come
un bruco che va al bosco e disse cogli occhi chiusi:
«Io l'ho detto
che quel figliuolo doveva finire così... Si tratta di sottrazione con falso in scrittura.»
«Diavolo!»
esclamammo a una voce.
«Io non credo il
Pianelli un ragazzo capace di una cattiva azione, ma sono le necessità che
spingono l'uomo ad approfittare delle circostanze. Il Pianelli ha perduto
questi denari al giuoco e, siccome è già pieno di debiti fin sopra i capelli,
pagò il debito di giuoco coi nostri denari. Visto che si cominciava a dubitare
di lui, comprò la nostra fiducia coi denari dell'ufficio, e tutto ciò sempre
nella speranza di guadagnar tempo e di trovare un santo protettore. Ma buco via
buco fa buco — dice l'abbaco — e a furia di scavare la terra per turarli i
buchi, la terra ti manca sotto i piedi... Povero diavolo, ha moglie e
figliuoli....»
«E non c'è
nessun mezzo d'aiutarlo?»
«Aveva promesso
di portare il denaro per stasera, ma ormai è la mezzanotte e non si vede
comparire. Il Martini a buon conto ha riferito tutto al capo d'ufficio e il
documento è adesso in mano al procuratore del re.»
«Ma come ha
fatto?»
«Eh, come ha
fatto...» disse il Bianchi, ritirando nelle spalle la testa. «Si fa presto a
dirlo... Quando si vuol fare il lord senza averne, mandare in lusso la moglie,
pigliarsi tutti i capricci, darsi le arie di principe, non ascoltar pareri da
nessuno, fare il passo più lungo della gamba....»
«Zitto....»
Toccammo il
predicatore in fretta col gomito per farlo tacere. Cesarino Pianelli, pallido
come uno spettro, nel suo elegante vestito nero entrava in quel momento col
passo legato del sonnambulo.
L'orchestrina
cominciò il gioioso valzer di Strauss: «Vino, donna e canto».
Cesarino, uscito
dall'ufficio, dopo il vivo colloquio col Martini, non aveva perduto tempo in
tutto il venerdì. Saltò nel tram di Porta Romana e di là arrivò a prendere
quello di Melegnano per correre in cerca del signor Isidoro Chiesa, suo suocero,
che gli doveva ancora, dopo dieci anni, gli interessi della dote di Beatrice.
Il signor
Isidoro era una volta uno dei più clamorosi affittaiuoli del Lodigiano, ma da
molti anni non viveva che di reminiscenze.
Grande e solenne
declamatore delle sue abilità tecniche, chiacchierone terribile, persuaso che
al mondo non c'era uomo più furbo di lui, colla testa sempre piena e calda di
progetti e di riforme, aveva trovato in Cesarino Pianelli il genero del suo
cuore.
Una certa
somiglianza di carattere e di tendenze impediva a ciascuno di loro di conoscere
i difetti dell'altro, come capiterebbe a due trombettieri sulla fiera, che,
suonando l'uno troppo vicino all'altro, l'uno non sente le stonature
dell'altro.
Questi due
uomini avevano una stima illimitata dei loro ingegni e nel conseguimento dello
scopo comune si aiutavano in una maniera mirabile a rovinarsi. Da un pezzo in
qua vivevano prestandosi a vicenda una grande opinione, con cui cercavano di
fare ancora una certa figura nel mondo, come due spiantati che hanno in due un
solo vestito di gala, che si prestano nelle grandi circostanze.
Il signor
Isidoro, quando vide Cesarino scendere dal tram, gli andò incontro
coll'allegria del cane che rivede il padrone. L'avvocato Ferriani gli aveva
scritto che per continuare una certa causa di cui Cesarino era informato,
occorrevano almeno settecento lire: e Cesarino le aveva promesse qualche mese
prima. Il buon suocero credette in coscienza che venisse a portarle... Del
telegramma non parlò neppure.
Si può
immaginare se il loro colloquio fu consolante. Cesarino, irritato, nervoso,
uscì in parole, che volevano quasi dire che il signor Isidoro Chiesa l'aveva
imbrogliato. E il signor Isidoro rimproverava alla sua volta il genero d'aver
mancato di parola e quasi voleva essere rimborsato delle spese fatte sulla sua
promessa.
Si lasciarono
col veleno negli occhi.
Tornato in
città, il Pianelli saltò nella prima vettura che gli capitò davanti e si fece
condurre a casa del Martini. Non lo trovò né a casa né alla Posta. Allora,
temendo che Beatrice cominciasse a pensar male, rientrò a casa sua a pranzo, un
po' tardi, e inventò delle scuse. Mangiò poco e sempre sopra pensieri. Dormì
poco e agitato tutta la notte, ma sicuro in cuor suo che un migliaio di lire si
trovano subito in Milano, basta a cercarle. Venne il mezzodì, vennero le due
del sabato. Aveva pregato tre o quattro amici, inutilmente. Tutti erano
dolentissimi, ma si sa gl'impegni..., le spese, gli anni cattivi...Una volta si
spinse fino al Ponte de' Fabbri nella speranza di trovare il Pardi per via e
toccargli il cuore, ma, non sentendosi il coraggio di salire su in fabbrica,
andò a riflettere nella solitudine dei bastioni.
Solo, col capo
basso, col passo molle dell'uomo che va a spasso, più irritato che triste,
sotto i nudi ippocastani ancora rattrappiti dal freddo, Cesarino lanciava di
tempo in tempo un'occhiata sdegnosa sulla città, sua grande creditrice, che si
distendeva col suo anfiteatro di case, di cupole, di campanili raccolta intorno
al gran fantasma del Duomo, al di là degli orti, nel chiaro sfondo d'un
bellissimo cielo di marzo.
Aveva scritto al
Martini, per invocare altre ventiquattro ore, ma il tempo passava senza
profitto.
Per un migliaio
di lire un uomo, che in un anno ne contava a milioni, un Cesarino Pianelli, conosciuto
come la bettonica, era costretto a stendere la mano come se cercasse la carità.
Vergogna!
Provava in fondo
al cuore un amaro corruccio e, sto per dire, un senso d'odio contro il Pardi,
il Martini, il suocero, gli amici del Circolo che, senza accorgersi, egli
accusava come gli autori principali della sua rovina.
Era quasi giunto
presso l'Ospedale dei Cronici, in un luogo del bastione umido e malinconico
come la febbre, quando fu scosso dai suoi pensieri da un disperato gridare e
vide passare un carro di contadini addobbato d'un lurido lenzuolo, con una
bandiera trecolori in alto, pieno di villani in maschera, che col viso tinto e
con delle scope in mano strillavano la loro goffa allegria. Allora si ricordò
ch'era il sabato grasso.
Quei poveri
gonzi, passando e traballando sul loro carro rustico, lo salutarono col segno
di chi invita a mangiar i gnocchi, e lo invitarono ad andare con loro al corso
di gala.
Lord Cosmetico
avrebbe per un giorno cambiata volentieri la sua sorte con loro. Sentì suonare
le due e mezzo all'orologio dell'Ospedale. In quella triste Rotonda
c'era forse qualche malato che non avrebbe nella sua miseria cambiata la sua
sorte con lui. Nel suo pensiero il signor Cesarino si paragonava a questo e a
quello con un senso d'invidia, che aveva qualche cosa di nuovo e di cruccioso
nel suo cuore.
Eppure,
perseverando nell'opinione che un Cesarino Pianelli non sarebbe affogato in un
bicchier d'acqua, gli pareva di sentirsi ancora della forza in riserva. Egli
poteva transigere una volta coi puntigli personali e andare in cerca di suo
fratello Demetrio, col quale era in discordia da dieci o dodici anni per
vecchie ragioni d'interesse. Poteva anche cercare di un suo zio canonico del
Duomo.
Seguendo il filo
invisibile dei suoi pensieri, venne per le strade spopolate di San Barnaba e
dell'ospedale, passò il Naviglio al ponte di legno e si lasciò condurre fino a
San Clemente, dove da molti anni il suo fratello Demetrio, un orso della Bassa,
abitava tre stanzette sopra le tegole nella casa dei Mazzoleni.
La portinaia gli
disse che il signor Demetrio era ancora alle Cascine Boazze per fuggire i
rumori del sabato grasso. Combinazioni! Le Cascine Boazze sono quasi sulla
strada tra Milano e Melegnano, e Cesarino v'era passato davanti il giorno
prima.
Si fermò sulla
porta a pensare se doveva riprendere il tram e tornare indietro.
In faccia
sorgeva il bigio e grave palazzo arcivescovile dove abitava lo zio canonico,
uomo rigoroso e papista, il quale non aveva mai voluto riconoscere un nipote
mezzo repubblicano, mezzo framassone, che leggeva il Secolo, non andava
a messa e faceva battezzare i figliuoli più per rispetto umano che per
convinzione. Cesarino si fece coraggio.
Entrò nel
silenzioso cortile dell'Arcivescovado, che nel suo profondo e squallido
raccoglimento faceva uno strano contrasto colla colorita baldoria che
rumoreggiava sul corso, di cui arrivavano le voci come onde morte che morivano
contro le livide pareti. Chiese al portinaio del canonico Pianelli e gli fu
indicato un uscio in fondo al portico a destra, dietro le due gigantesche
statue di Aronne e di Mosè, bianchi e solitari abitatori di quel morto recinto.
Sonò un
campanello davanti all'uscio che gli fu indicato e venne ad aprire una donna di
servizio.
«Monsignore?»
«È malato...»
rispose sottovoce la donna, riempiendo il vano dell'uscio colla sua persona per
paura che il seccatore si facesse avanti.
«Non si potrebbe
parlargli?»
«Impossibile,
gli hanno messo un senapismo.»
«Si tratta... Son
suo nipote Cesarino...»
«Proverò.»
La donna
richiuse l'uscio in faccia al signor nipote, che rimasto solo sentì quasi
entrare nell'anima quello sgomento fuggevole e quella compunzione fredda che lo
assaliva da ragazzo le prime volte che la mamma l'aveva condotto a confessarsi.
Al di là di quei
muri umidi e massicci, che conservano quasi un senso corrucciato dell'antico
splendore, sentiva il frastuono del carnevale e in mezzo agli strilli il dolore
acuto, spaventevole, dei conti da rendere.
«Ha detto che oggi
non può ricevere...» venne a dire la Ludovica, che camminava senza far rumore.
«I preti son
sempre preti!» mormorò fra i denti Cesarino avviandosi verso la piazza. A chi
poteva ricorrere? Non al Bianchi, non al Miglioretti, poveri diavoli, che
stentavano a finire il loro mese. Pensò un momento al cavaliere Balzalotti, un
vecchio e assiduo adoratore platonico di Beatrice. Se Cesarino fosse stato un
marito come se ne dànno... oh, non avrebbe stentato a trovare un migliaio di
lire!
Col cuore
schiacciato si lasciò attirare dal baccanale, che rumoreggiava sul Corso al di
là del Duomo e di cui vedeva il flusso e riflusso, i carri e i colori al di
sopra della calca nera agglomerata, pigiata sotto i balconi pieni di ragazze,
di mascherine.
Sentì il bisogno
di cacciarsi anche lui nella folla per riposare un istante dal suo pensiero
tormentoso, pungente, e giunse nel fitto della gente nel momento che una
mascherata di cuochi versava da un'immensa cazzeruola grossi mestoloni di una
polvere gialla, che voleva essere risotto.
La mascherata
era bella, ricca, brillante e suscitò un cà del diavolo nel crocevia tra il
Campo Santo, il Corso e Santa Radegonda.
Dalle finestre,
dai balconi decorati di tappeti e di fiori, le mascherine, le damine avvolte
nei bigi cappucci strillavano come spiritelli dannati, lottando furiosamente a
colpi di coriandoli, di gettoni, di confetti.
La folla si
agitava come l'acqua del mare in tempesta in mezzo agli scogli.
Cesarino,
alzando gli occhi a un balcone d'angolo sopra la pasticceria Baj, riconobbe
anche al di sotto della mezza mascherina la Pardi, la più magra delle donne,
che strillava dentro un cappuccio colla furia di un folletto, agitando le
braccia come due bastoni di scherma.
Si fermò a
guardarla. Egli aveva troppo offesa quella donna ambiziosa, di cui avrebbe
potuto essere un fortunato adoratore, come pretendeva d'esserlo ogni buon
corrispondente della ditta Pardi e C.
Egli l'aveva
offesa col panegirico non richiesto della sua felicità domestica e con una
satira non dimenticata sulle donne magre. Il buon Cesarino soffriva oggi le
conseguenze d'essere stato troppo onesto amico del signor Melchisedecco... Così
va il mondo.
Risalendo la
corrente, gli riuscì di portarsi fin verso i portici della Galleria, e di
salvare le costole nella bottega del Campari. Si rifugiò in un angolo del
Caffè, accese una sigaretta e ingoiato in fretta un assenzio, rimase a
osservare tranquillamente la folla dei pazzi che farneticavano negli ultimi
palpiti del carnevale, tranquillo e freddo in apparenza, come soleva fare
qualche volta al bigliardo quando la fortuna gli era nemica. Egli lasciava
vincere la fortuna, ma si riservava di rifarsene in fine con un colpo maestro.
Seduto davanti a
lui, quasi nel mezzo del Caffè, solitario e raccolto come un filosofo, il signor
Guerrini, detto il Bòtola, leggeva l'articolo di fondo della Perseveranza,
sillabando colle labbra le parole e movendo la testa ad ogni principio di riga.
Era un omaccio
di mezza età, corto di gambe, rotondo, paffuto, con due liste di barba nera che
gli cascavano in bocca. Vestiva come un modesto padre di famiglia, che per
economia porti i calzoni non troppo lunghi e un cilindro vecchio e lavato per
risparmiare il pane dei suoi figliuoli.
Cesarino tirò
uno sgabello vicino al noto usuraio e cominciò un discorso sottovoce, che il
buon uomo aveva poca voglia di ascoltare.
«Ma lei vuole il
pegno in mano e l'uomo in prigione» disse con dispetto una volta Cesarino.
«Io non voglio
niente, caro lei. È lei che vuole. Cerchi una garanzia.»
«Quando voglio
impiccarmi spendo meno.»
«Questo è vero»
soggiunse il Bòtola senza cessare di leggere il suo giornale.
Il corso era sul
finire. All'imbrunire uscirono i primi lumi dalle botteghe e nella profondità
della via Torino verso il Carrobio, si vedevano discendere a poco a poco le
fiammelle dei lampioni. Seguendo la fiumana della gente che rincasava, Cesarino
si lasciò trascinare anche lui verso casa in mezzo al frastuono dei matti, dei
carri, delle trombette, tra banchetti e botteghe e bazar illuminati, pieni di
maschere ridenti e costumi di pagliacci. Milano, che gridava, strillava, che si
preparava all'orgia delle cene e dei veglioni, non aveva un migliaio di lire
per salvare dalla vergogna un povero padre di famiglia.
Con tutto questo
Cesarino non si arrendeva. Sperava di trovare al Circolo in principio di sera
un'anima meno avara: o di commuovere il Pardi, o sua moglie, o almeno il
Martini, ottenendo un altro giorno di respiro.
A casa figurarsi
se Beatrice ebbe il tempo di badare a lui! L'Elisa, la signora Grissini,
Arabella se l'erano pigliata in mezzo e aiutavano a vestirla, come si veste la
madonna. I maschietti erano andati col Ferruccio della portinaia al teatrino
d'un oratorio.
Cesarino si
vestì in gala, uscì subito, con un pretesto, raccomandò di nuovo a noi sua
moglie, portò un biglietto a casa di Buffoletti, che stava laggiù alle Grazie:
tornò indietro in cerca del Martini, che era già partito da Milano, venne una
volta verso le nove al Circolo, tornò una seconda volta a mezzanotte...
Il servitore
d'anticamera gli consegnò un bigliettino del Martini che diceva:
«Ho aspettato
fino alle nove. Consegno tutto al commendatore. Si giustifichi con lui.»
Lord Cosmetico
era spacciato.
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