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Stavo in estasi
a contemplare dall'uscio una quadriglia, in cui la signora Pianelli girava come
un arcolaio ingarbugliato, quando sentii una mano leggera sulla spalla.
«Scusi, ho
ancora bisogno d'un favore.»
«In ciò che
posso...» balbettai, spaventato dal terrore che vidi in fondo agli occhi del
povero Cesarino, mentre mi seguiva in un angolo del salotto.
«Ricevo adesso
una lettera, in cui mi si dice che un mio commilitone è in fin di vita alla
Casa di Salute. Il poveretto è solo, senza parenti, e siccome mia moglie
desidera rimanere, così se non le rincresce di accompagnarla ancora a casa dopo
la festa....»
«Si figuri»
risposi, «fin che resta mia sorella sono a sua disposizione.»
«Vai proprio,
Cesarino?» domandò la signora Beatrice, sopraggiungendo in quel punto tutta
lieta e scalmanata.
«Il signore è
tanto gentile... Può essere ch'io rimanga alla Casa di Salute tutto il giorno
di domani. A buon conto tu non aspettarmi.»
Pianelli
pronunciò queste parole con una freddezza spaventosa. E, come se avesse ancora
da aggiungere qualche cosa, restò un momento a guardarsi la punta delle dita
cogli occhi stretti e addolorati.
Io guardai in
viso alla bella bambola per vedere se al di sotto della fredda vernice di biscuit
passava un'ombra di un sospetto, di apprensione. Ma il volto sodo e grande, gli
occhi aperti e ripieni di una gioia infantile non diedero alcun segno. Essa non
si accorse nemmeno del pallore giallognolo e funebre che scese ad un tratto sul
volto del marito.
Cesarino alzò
ancora un momento gli occhi, e, indurito, irrigidito nel tremito che gli
scoteva i nervi, soggiunse:
«Tornerò forse a
mezzodì.»
«Addio, non
strapazzarti troppo.»
Queste furono le
ultime parole che Beatrice disse a suo marito.
L'avvenente
tenore Altamura, col suo sonoro accento romano, venne a invitarla per il cotillon
e la ricondusse in sala.
Cesarino uscì
correndo dall'altra parte, verso la scala.
Alte grida
chiesero il galoppo finale e l'orchestrina, aizzata da un marsala di seconda
qualità, attaccò subito Fra tuoni e lampi...
Fu una scintilla
in una polveriera.
Alle prime
battute dieci coppie si urtarono nel mezzo della sala, come barchette sbattute
da un improvviso uragano nelle strette dighe del porto.
Quando fu
possibile di mettere un poco d'ordine, le coppie a cinque per volta
cominciarono a discendere nel campo coll'elasticità e colla calorosa foga dei
cavallini ammaestrati di un circo, chi con in testa un cappelluccio di
arlecchino, chi con una mascherina sul viso o con un naso di carta o con
qualche altro segno della follìa in capo.
Allo squillo di
un campanello, che era stato affidato all'autorità morale del cavaliere
Balzalotti, le cinque coppie danzanti si agglomeravano, facevano ingorgo alla
porta d'uscita per rubare un posto: e intanto era un tiepido intreccio di corpi,
che avevano nel sangue i tuoni e i lampi. Il cavaliere Balzalotti, conficcato
sullo stipite, riceveva sulla pancia quelle morbide ondate di belle donnine e
godeva, vispo come il pesce nell'acqua fresca e chiara.
Uscivano da
un'altra porta altre cinque coppie, precipitando, come trottole sotto i colpi
di una frusta invisibile, forse la frusta del diavolo.
Le care donnine,
trascinate, rapite, portate di peso, coi capelli o scomposti o sciolti,
aspirate dai gorghi vorticosi dell'ultima danza, palliduccie di gioia,
alleggerite ancor più del solito dalle spume del vino d'Asti, che gonfiava i
cervelli, scendevano nella danza e vorticavano come pagliuzze in balìa di una
dolce bufera.
Che sa mai del
suo destino una pagliuzza?
E che ne sa la
donna?
«Se si squarciassero
i muri» disse la Quintina, la moglie del gobbetto elegante, al Bianchi, che le
faceva una corte per ridere. «Se si continuasse a volare così nello spazio del
cielo?»
«O gaudio!»
gridò il Bianchi con un guaiolo di gatto innamorato.
Fu una risata
generale. Ordine e soggezione e serietà non era più il caso di pretendere in
quelle ore bruciate.
«Ip! ip! ip!»
gridavano i più pazzi, battendo coi piedi le note del terribile galoppo.
«Ip! ip! ip!»
gridava il Garofoletti, tirando con tutta la forza de' suoi robusti trent'anni
la Pianelli, che rotolava fuori di tempo come una valanga.
Aveva anch'essa
in testa un cappellino aguzzo pieno di campanelli, che le faceva comparire la
testa quasi colossale.
Sotto i trabalzi
del suo passo pesante, il corpo di Giunone fremeva nelle strette fasciature
dell'abito di raso, che mandava le fosforescenze della madreperla. Essa
irradiava un calore di fornace, ansimava, sgocciolava sudore da tutti i
capelli, ma voleva gridare anche lei ip, ip, ip, per mostrarsi briosa e
pazzerella come le altre, come piaceva al suo Cesarino, senza che l'ombra d'un
pensiero cattivo passasse a ottenebrare il candore latteo della sua bontà.
Al cessare della
musica fece uno strano effetto il battere della pioggia furiosa contro i vetri.
Cesarino era disceso
in furia dalle scale, in furia traversò i portici e la piazza semibuia della
Corte, verso piazza Fontana, senza quasi sentire la pioggia che veniva giù
fitta e gelata.
Era l'ultima
corsa.
Aveva pregato e
supplicato fin troppo. La gente voleva la sua morte.
Non si uccide un
uomo soltanto col ficcargli un coltello nel cuore, ma anche col metterlo nella
necessità di perdere l'onor suo. Questo aveva fatto il Martini. Una volta che
il commendatore aveva nelle mani la prova della sua colpa era come mandare un
uomo in galera. Un Pianelli in galera per la miseria di un migliaio di lire?
Questo poi no, perdio!
Questo «no»
risuonò nell'oscurità del suo pensiero proprio nel momento ch'egli usciva dalla
via Alciato e rasentava il palazzo di Giustizia. In un baleno gli passarono per
la mente tutti i processi celebri che aveva letto sul Secolo e che
soleva discutere cogli amici sempre con grande animazione. Una volta o due la
sorte l'aveva chiamato a far parte della giurìa e aveva potuto vedere da vicino
tutto l'apparato di un processo col reo in gabbia su una panca di legno, cogli
angeli custodi ai fianchi e il pubblico in faccia, il grosso, l'avido mostro
dalle cento teste, che succhia cogli occhi l'anima e i pensieri d'un poveretto,
ne conta con ferina voluttà tutti i tremiti, i sudori, i moti inconsulti,
ridendo degli sforzi che fa per aggrapparsi nell'agonia dell'onor suo a ogni
sterpo, a ogni fil d'erba che il destino gli manda sottomano.
«È cattiva la
gente!» pensava torbidamente, mentre correva per le viuzze bistorte del
Zenzuino e del Pasquirolo, due strade di catacomba.
Finalmente sbucò
sul gran corso Vittorio Emanuele.
Si arrestò un
momento per far tacere l'affanno e gli acuti dolori di milza. Soltanto allora
si accorse che l'acqua l'aveva tutto inzuppato.
Se la sentiva
scorrere come una biscia fredda lungo il filo della schiena.
Qua e là,
rasente ai muri, si vedevano dei gruppi di gente, che tornavano dalle feste
sotto gli ombrelli lucidi e grondanti. Qualche pierrot ubbriaco
proclamava in mezzo alla strada la révolution, sorreggendosi a fatica
nell'aria coi larghi gesti.
Venivano, dai
crocicchi bui, risa e strilli di mascherine che scivolavano innanzi, tuffando
le belle scarpette di seta nelle pozze e nei ruscelli.
Il Caffè
dell'Europa, sull'angolo della via Passarella, non aveva ancora chiusi i suoi
battenti. Molti vagabondi vi si erano rintanati contro il maltempo, tra i quali
qualche vecchio impenitente in cerca di belle avventure, qualche trasognato
celibatario che non trovava più la maniera di divertirsi e qualche operaio
vestito cogli abiti di lavoro, che stentava a digerire l'unto di una cena
straordinaria, guastata da un vinaccio cattivo.
Cesarino entrò
nel Caffè e ordinò un punch molto forte.
Intanto si
guardò indosso. Pareva appena pescato nelle acque di un fosso. Gli portarono il
punch acceso d'una fantastica fiamma azzurrognola, che egli trangugiò
quasi col fuoco vivo sulle labbra, arroventando il cielo della bocca e tutti
gli spiriti: poi ne comandò subito un altro insieme all'occorrente per
scrivere.
Quando si trovò
in mano la penna, appoggiò la testa all'altra mano e cominciò a fregare la
fronte per diradare una gran nebbia.
Sul punto di
scrivere al Martini la dichiarazione che gli aveva promessa, sentiva la penna
diventare pesante e rovente tra le dita.
Come può un uomo
dichiarare di suo pugno sopra un bianco e lucido biglietto di lettera che egli
è un ladro e un falsario?
Se invece si
fosse rivolto direttamente al commendatore, invocandone la misericordia? ma si
ricordò che un giorno questa brava persona gli aveva detto:
«Pianelli, lei
spende molto.»
Che cosa aveva
risposto il signor Pianelli al signor commendatore?
«commendatore,
spendo del mio.»
Ora gli
ripugnava di mettersi in ginocchio a recitare il confiteor.
Intanto le idee
si aggrovigliavano e la volontà si smarriva in fumo. L'uomo di talento si
smarriva nella crescente nebbia de' suoi pensieri, come l'alpigiano colto dalle
nebbie improvvise del suo monte. I fumi del punch che fermentavano nello
stomaco, irradiando vampe di calore, circondavano la testa d'una fantastica
tenebrìa, in cui balenavano delle fiamme e delle punte azzurrognole.
Guardò
l'orologio. Erano le tre e mezzo dopo la mezzanotte.
Prese un
giornale che trovò sul tavolino, ne scorse in fretta le pagine illustrate senza
capire nulla di quelle grandi figure, senza quasi veder nulla; lo buttò via,
girò uno sguardo scemo, aggrondato per la sala, appoggiandosi colle due mani
sul divano, si sbottonò il soprabito, l'abito, il panciotto anche, e stette un
minuto in un atteggiamento tra l'estatico, il tragico e l'ubbriaco, provando
nella reazione alcoolica del doppio beverone ingoiato un'acuta e dolce
vertigine, un senso di chi cade dall'alto nel vuoto, come prova chi si lascia
dondolare cogli occhi chiusi sopra un'altalena.
Improvvisamente,
parendogli che il tempo gli mancasse davanti, buttò i denari contati sul
vassoio, saltò in piedi. Sulla porta si racconciò un poco i vestiti, guardò in
su e in giù per la lunghezza del Corso, accese un mozzicone di sigaro, che
trovò nel fondo di una tasca, e invece di piegare a mancina verso il Duomo, che
era la strada più naturale per andare a casa, piegò a dritta verso il ponte del
Naviglio.
Le goccie
cadevano ancora a vento, fitte, rabbiose. Quantunque i vestiti leggeri della
festa e le scarpe basse di pelle inverniciata fossero un costume poco opportuno
per affrontare uno scroscio di quella forza, pure il signor Pianelli, detto
lord Cosmetico, quasi per il gusto di fare un dispetto a sé e a qualcuno fuori
di sé, cominciò a discendere, passo passo, verso il ponte, masticando il suo
sigaro amaro e insieme una risoluzione più acre ancora, coll'aria indifferente
del giovinotto che va a spasso a pigliare il fresco.
I ciottoli
battuti e slavati uscivano dal terriccio coi vari colori, come un rozzo
mosaico, mentre i lastricati, tirati lucidi come specchi, scendendo in linee
parallele per tutta la lunghezza del Corso, riflettevano la doppia fila delle
fiamme a gas, fino alla barriera di Porta Venezia.
Anche in questa
parte non un'anima viva in quell'ora. Buie tutte le finestre e anche al disotto
del bollichìo dell'acqua cadente si sentiva, sto per dire, quel silenzio
gravido di sonno che è proprio delle ultime ore della notte, in cui sogliono
riposare anche i malati e si assopiscono i moribondi.
Il Pianelli
invece andava a spasso.
Scherzi a parte,
quando fu sul ponte si domandò se aveva il coraggio di annegarsi nel Naviglio.
Aveva sofferto
già abbastanza la mortificazione del pitoccare l'elemosina per sentirsi ancora
la forza di affrontare lo scandalo di un processo per truffa e falso. Era già
stracco, annoiato, nauseato della vita e della gente.
Si accostò al
parapetto, fissò l'occhio nel biancheggiamento turbolento dell'acqua, che
rimbalza e scaturisce dalla chiavica e manda tra le due portaccie del sostegno
l'ululato d'una bestia feroce. A questo rumore si mescolava il friggìo
dell'acqua, che traboccava dalle grondaie e ribolliva sul lastrico.
Tutt'insieme
quell'acqua faceva uno scroscio ampio, assordante, che toglieva i sensi e la
ragione. Egli e l'acqua erano già una cosa sola. Non aveva più un filo asciutto
indosso. I panni gli si raggrinzivano sulle carni, le scarpette macerate
zampillavano fontanelle, il cappello era una spugna. Si sentiva gonfia d'acqua
la testa e l'anima.
Tratto da un impeto
cieco di disperazione, discese a corsa la stradetta alzaia, che passa sotto il
ponte e rasenta il pelo dell'acqua. Qui non c'è che un passo, chi voglia farla
finita colla vita.
La gente voleva
la sua morte: la voleva anche lui. Ma quando fu sotto, al buio, un pensiero,
che fin qui aveva cercato di non lasciarsi vedere, e che se ne stava rintanato
nella parte più oscura del cuore, ributtato le cento volte da una passione più
avara e più dispettosa, come se a un tratto ricuperasse una giovanile energia,
urtò, rovesciò ogni altra considerazione e uscì con tutto il suo disperato
entusiasmo a fermare un pover'uomo dall'ultimo passo.
E quei poveri
figliuoli?
E la sua cara
Arabella?
Questa veniva
quasi più avanti degli altri bambini nella sua chiara biondezza, nella sua
bellezza alta e sottile.
Egli era uscito
per andare a una festa da ballo senza quasi guardarli in faccia quei figliuoli
e non poteva morire senza vederli ancora una volta.
Non poteva
morire così come un gatto senza provvedere in qualche maniera, non al proprio
onore (questo era perduto per sempre), ma all'onore, alla protezione di quei
poveri figliuoli. La sua morte doveva almeno esser utile a qualcuno.
Quattro ore
sonarono nel fitto dell'oscurità, ore gravi, cupe, solenni come quattro parole
piene di minaccia, che fecero sul capo dell'infelice l'effetto di spietate
martellate.
Il Pianelli capì
che era l'ora di tornare a casa e, tra il chiaro e il fosco de' suoi pensieri
in disordine, ritornò sul ponte, e, col passo frettoloso di chi ha paura di
perdere un treno, risalì di nuovo tutto il Corso, ritraversò piazza del Duomo,
alzò gli occhi alle finestre illuminate del Club, dove si ballava ancora: scese
per via Torino, passò davanti San Giorgio, senza vedere, senza udire i pochi
matti che strillavano e barcollavano vestiti da maschera: passò imperterrito
quasi sui piedi di due questurini accovacciati nel rientro di una porta, e
venne fino in Carrobio, non so se cacciato o se tirato da un ultimo pensiero,
soltanto in questo vivo, morto indurito nel resto della sensazione, fatta
ancora più rigida dai sudori dell'ebbrezza alcoolica, che gli si congelavano
indosso.
Trasse dal
taschino la chiavetta inglese, aprì il portello, entrò nell'andito della casa
sua, rintracciò nel buio la solita strada, la solita scala, che prese a salire
energicamente col corpo più sveglio, ritrovando nelle svolte dei pianerottoli
le idee abituali di tutte le sere.
Abitava al terzo
piano un quartierino quasi nuovo, che aveva due balconi verso strada.
Per una scaletta
di legno si saliva, oltre il suo pianerottolo, a un terrazzino aperto sul tetto
per il medesimo uscio del solaio. Su quel terrazzino Cesarino Pianelli aveva un
poco di botanica. L'uscio del solaio, di legno massiccio, come al solito era rimasto
aperto e Cesarino se la prese ancora mentalmente contro il guattero
dell'osteria, un animale che non aveva le mani per chiudere, quando andava
lassù a prendere il carbone. L'uscione, sbatacchiato dalla forza del vento che
entrava per l'abbaino, mandava di tratto in tratto dei cupi rimbombi nella
torre della scala. Cesarino alzò gli occhi e vide in mezzo a due nere travi una
pezza più chiara di cielo.
Introdusse
dolcemente la chiave nella toppa e sospinse il battente.
Giovedì, un
brutto cane volpino, che egli aveva raccolto per via la notte d'un giovedì
santo, si mosse nel suo giaciglio, posto in un angolo dell'anticamera, mandò un
guaiolo; ma, riconosciuto il padrone, si accoccolò di nuovo a dormire.
Camminando sulla
punta dei piedi, si avvicinò all'uscio della stanza da letto: e ascoltò.
Beatrice era
tornata e dormiva da una mezz'ora, profondamente, cullata dall'eco delle danze.
Tornò indietro,
sempre sulla punta dei piedi, entrò nello stanzino che serviva da studio, che
aveva la finestra sopra un cortiletto di passaggio tra la bottega del
lattivendolo e l'osteria.
Accese una
candela, buttò in terra il gibus pesante d'acqua e si strappò di dosso il
soprabito e l'abito nero a falde.
Con una
salvietta si asciugò un poco i calzoni, le mani, il collo e indossò un gabbano
che trovò sul letto.
Stracco e mezzo
malato si abbandonò sopra una poltrona e stette lì tutto intormentito, tutto
d'un pezzo.
La casa e la
città tacevano ancora in quell'ora cieca che precede il giorno: e l'unico
rumore era lo sbattacchiare villano dell'uscione del solaio, che agitava un suo
arpione di ferro pendente.
Fissò gli occhi
nella fiamma bianca della candela posta sulla sponda della scrivania, dalla
quale si irradiava un cerchietto di luminose stelluccie. Portò le mani agli
occhi. Erano lagrime.
Tristo,
maledetto destino che per qualche migliaio di lire un uomo dovesse perdere la
vita! E quest'uomo aveva esposto tre volte il petto alle fucilate, ed era stato
a Roma nel settanta. Cesare Pianelli aveva due medaglie commemorative e un congedo
militare onorevolissimo.
Ebbene, a
quest'uomo non si davano nemmeno tre giorni per ordinare le idee, per
accomodare un debito.
Sonarono le
quattro e tre quarti a una graziosa pendolina di nichel posta sul caminetto.
Nella stanza
vicina, non divisa dallo studietto che da un semplice assito aperto in alto,
dormivano i suoi figliuoletti minori, Mario di circa sei anni e Naldo di
quattro anni e mezzo, due bei bambini, che avevano gli occhi del babbo e la
carnagione bianca della mamma.
Arabella, di
dodici anni e mezzo, dormiva in una cameretta più lontana.
Cesarino amava
immensamente i suoi figliuoli, e sebbene li vedesse attraverso lo specchio
falso delle sue grandi idee e della sua ambizione, l'affetto suo non era per
questo meno vivo e sincero. Arabella specialmente era il suo cuore, perché
ragazza, perché la prima, perché bellissima. Questa bambina d'un biondo chiaro,
con magnifici occhi neri pieni di riflessi, cresceva a precipizio con una
personcina aristocratica, mobile, nervosa come la natura del babbo, ma d'animo
dolcissimo come la mamma. Che cosa sarebbe stato di questi ragazzi fra
ventiquattro ore? Come avrebbe potuto un povero padre sopportare lo sguardo
pieno di lacrime di quella bambina intelligente? E che cosa avrebbe dato loro
da mangiare il povero padre? E chi avrebbe sposata la figlia di un uomo
processato per falso e uscito di prigione?
E chi avrebbe
dato pane ed educazione a' suoi maschietti?
Il mondo è
cattivo. Il mondo è cane, peggio dei cani.
L'uscione del
solaio agitato dal vento seguitava a sbattacchiare innanzi, indietro. Parevano
insulti quei colpi!
Cesarino si
profondò ancora un poco nelle sue meditazioni, e trovò che proprio uno solo era
il rimedio ai suoi mali.
Andò alla
scrivania e scrisse di seguito:
«Illustrissimo
signor commendatore,
«Il
sottoscritto, dopo quasi venti anni di onorati servigi resi alla patria, si
trova nella dolorosa circostanza di non poter restituire entro ventiquattro ore
la somma di lire mille. Poiché non si è creduto necessario di concedergli un
lasso maggiore di tempo, provvede egli stesso al suo castigo.
«Valga questa
mia dichiarazione quale giustificazione pel signor ragionier Martini e valga il
mio sacrificio a espiare un delitto che non era nelle mie intenzioni di
commettere. Spero che non si farà processo ad un morto e si vorrà almeno
salvare l'onore de' miei figli.
«In quanto ai
danni ho incaricato mio fratello Demetrio di regolare la partita collo stesso
signor ragionier Martini.
«Con osservanza
Cesare Pianelli.»
Prese quindi un
altro foglio e scrisse in alto:
«A mio
fratello Demetrio.»
E più sotto:
«Prego mio
fratello a voler regolare col signor ragionier Martini un conto di lire 1000
(mille), di cui mi dichiaro suo debitore, e nello stesso tempo di voler
provvedere perché siano protetti i diritti dei miei figliuoli, tanto per
riguardo alla mia pensione, quanto per la intera esazione della dote di mia
moglie, di cui è qui allegata una promessa scritta di mio suocero, il signor
Isidoro Chiesa di Melegnano. Si procuri che i miei figli non sappiano mai come
morì il padre loro.»
E senz'altro
firmò, suggellò le lettere, scrisse gli indirizzi e sollevò la testa come se si
svegliasse da un gran sogno.
Naldo mormorava
in sogno delle parole ridenti.
Il cuore
irritato e superbo del padre fu scosso da quella voce tenera e balbettante, che
si svolgeva dalla vaga delizia d'un bel sogno. Il povero uomo strinse la testa
fra i pugni. Bagnò ancora una volta la penna e cominciò a scrivere:
«Cara
Beatrice...»
Ma un fiume di
lagrime gli tolse la vista della carta. Soltanto a scrivere il nome di questa
donna, tutte le forze dell'anima si risvegliarono in un impeto sdegnoso di
coraggio, in una quasi feroce esigenza di vita.
Egli non osava
dire a sé stesso che forse soltanto per questa donna era venuto insensibilmente
all'orlo del precipizio: non osava accusare sua moglie, renderla complice delle
sue disgrazie. Ciò che egli aveva fatto per lei, i regali, il lusso, lo
splendore della vita, non era stato chiesto dalla povera donna: ma Cesarino
l'aveva dato spontaneamente, come tributo dovuto alla bellezza e alla bontà di
sua moglie, di cui egli era ciecamente innamorato e ciecamente geloso...
All'idea che i
morti non possono vedere le cose di qua, e che Beatrice, vivendo, poteva essere
il tesoro di un altro uomo, Cesarino rabbrividì, buttò via la penna, si picchiò
la fronte con pugni duri e stretti.
Quali tentazioni
gli passavano nel sangue? Non aveva mai creduto a certi delitti se non come
conseguenza di delirii frenetici e di pazze allucinazioni: ma ora si sentiva
pigliato egli stesso da una forza invisibile che tentava di trascinarlo di là,
nella stanza vicina, accanto al letto della bella donna addormentata, ancora
sua, tutta sua...
Capiva già come
si possa afferrare un coltello e uccidere, uccidersi...
Balzò in piedi
inorridito. Tremava in tutto il corpo di febbre fredda, mentre la fronte pareva
una fornace. Non piangeva più. Si guardò una volta nello specchio ed ebbe paura
di sé. La testa pareva già calcinata, le labbra indurite, gli zigomi tesi, la
fisionomia coperta dei lineamenti della morte, i capelli irti, tesi, irritati,
l'occhio vitreo di uomo pazzo...
Era già pazzo
forse? questa poteva essere ancora una mezza salute. A un pazzo si perdonano
molte cose, che non si perdonano ad un morto, e un pazzo può ancora
risuscitare. Ma ragionava ancora troppo per essere matto. La macchina logica
del suo cervello funzionava ancora troppo regolarmente e gli dimostrava che pel
ladro e pel falsario non c'è che il codice penale...
Un impeto di
nausea urtò a questa ripetuta idea lo stomaco, la vertigine lo colse, trasudò
copiosamente per tutto il corpo, e sentì quasi un rovesciamento di tutti i
visceri. Anche questo male passò presto: non poteva né impazzire, né morire,
mio Dio!
Bisognava
ch'egli si distruggesse proprio colle sue mani.
Soffiò sul lume
e rimase al buio, raccolto, colla testa tra le mani, quasi a pregustare il gran
buio eterno in cui stava per gettarsi.
Quando si scosse
da quella profonda contemplazione, vide che un primo albore del giorno
biancheggiava già sui vetri. Si alzò, aprì la finestra che dava sul cortiletto,
guardò giù nella fonda oscurità delle pareti ancora umide e sgocciolanti di
pioggia. Il vento fresco e leggero dell'alba rompeva qua e là la nuvolaglia del
cielo e cominciava ad asciugare i tegoli. La luna usciva ancora a tempo per
spargere sui tetti bagnati un raggio della sua luce tremula e falsa, una luce
che faceva male al capo.
Cesarino sentì
la nausea della vita e misurò ancora una volta coll'occhio la terribile
profondità in cui stava per gettarsi capofitto. Ma in quel punto uscì e si
mosse nel cortile un lume. Alcune voci si mescolavano al tonfo sonoro del
secchio del lattivendolo. Non era più a tempo a gettarsi dalla finestra. Sentì
che sonavano la diana alla caserma di San Francesco, a cui rispose più lontana,
forse dal castello, la diana della cavalleria.
Queste due
squille vive nel gran silenzio dell'ora sollevarono un nuvolo di idee e di
memorie del tempo felice ch'egli aveva servito nei lancieri, quando, per
esempio, cacciando la testa fuori della tenda si vedeva all'orizzonte dietro i
pioppi del Ticino la striscia argentea dell'alba.
Al di sopra dei
tetti per la vastità dell'aria si moveva e arrivava anche il rumore sordo dei
carri, che, sul fare dell'alba, portano alla città le verzure, la legna, il
fieno; e veniva insieme anche qualche tocco d'Avemaria di una parrocchia
rurale, lontana lontana, insieme ai fischi della stazione di Porta Genova.
Cesarino fu
quasi respinto indietro da quei suoni di vita: chiuse in fretta la finestra.
Dopo aver
cacciata la testa nel bugigattolo dove dormivano i figliuoli, dopo aver
respirato l'odore caldo della loro vita di cui lo stanzino era pieno, volle
dare un bacio alla sua Arabella.
Passò nell'altra
stanzetta, leggermente, per non svegliare la bambina. Non piangeva, non
pensava, non soffriva nemmeno più: ma erano lampi e bagliori di idee in mezzo
alla nera oscurità di una ragione che un senso indomato di orgoglio trascinava
alla disperazione. La stessa disperazione però pigliava già forma di
sacrificio. Non è santo olocausto la morte di un padre che si uccide per
salvare l'onore dei figli?
Arabella dormiva
soavemente nel suo letto composto e bianco. I capelli di lino scendevano sopra
le piccole spalle che brillavano nella poca luce dell'alba. Il seno piccolo e
commosso forse da un sogno palpitava della vita che si sogna a dodici anni. Le
labbra semiaperte mandavano fuori un alito puro, misto al profumo delle carni
intiepidite nelle coltri.
Quel mondo
cattivo e senza carità, che voleva oggi cacciare in prigione il padre, avrebbe
fra non molti anni sospinto colle stesse mani la figliuola al vizio e alla
vergogna, giovandosi della sua fragilità morale. O che cosa può essere (pensa
il mondo) la figlia di un ladro e di un falsario morto in prigione?
L'uscione del
solaio sbatacchiò due colpi che fecero tremare la casa.
«Vengo.»
Si chinò sulla
testolina della figliuola, lasciò che cadessero le ultime lagrime sopra i suoi
capelli, l'adorò un ultimo istante, e risoluto, sempre con passo leggero, andò
in cucina, presso la cassa della legna.
C'era un
cassetto, frugò, rimestò un pezzo colle mani, scelse qualche cosa, che osservò
attraverso alla luce nascente della finestra, e passò davanti all'uscio di
Beatrice.
Ascoltò.
Essa dormiva col
fiato pesante.
Davanti a
quell'uscio, mentre stava col pugno stretto, sentì come un coltello in mezzo al
cuore.
Non c'era più
tempo da perdere. In anticamera Giovedì si mosse un poco e si lamentò.
«Dormi, povera
bestia!»
L'uscio che dava
sul pianerottolo era rimasto aperto. Lo riaccostò senza far rumore e corse a
precipizio su per la scaletta del solaio.
Arabella sognava
d'essere nella chiesuola delle monache, occupata a ornare di fiori una
statuetta della madonna. Da qualche tempo essa si preparava alla prima
Comunione e il suo cuore era pieno di visioni: quando fu svegliata bruscamente
da un forte abbaiare. Alzò un poco la testa, in preda ad uno strano spavento;
portò la mano al cuore, dove sentiva uno schiacciamento come un chiodo premuto,
girò gli occhi intorno.
I vetri
cominciavano ad imbianchire nella luce mattutina. Le campane di San Sisto
sonavano l'Avemaria. Lasciò cadere ancora la testa, stanca del bel sonno della
fanciullezza, e si addormentò un'altra volta.
Il cane, colle
quattro gambe tese rigidamente sugli scalini e col corpo quasi indurito
dall'emozione seguitò un pezzo a urlare nell'ombra contro l'uscione aperto del
solaio. Ficcava gli occhi nel buio della soffitta, ma non osava fare un passo
né avanti, né indietro, come se, tranne la voce, la povera bestia fosse
istecchita nelle sue costole.
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