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Demetrio
Pianelli, la mattina della prima domenica di quaresima, verso le sette, andava
a sentire la sua messa alla vicina chiesa di Sant'Antonio, quando, giunto
all'angolo di San Clemente, si incontrò in Ferruccio, che correndo e ansando
gli domandò con lo spavento negli occhi e nella voce: «È lei il fratello del
sor Cesarino?»
«Eh?» esclamò
Demetrio, accartocciando la pelle della faccia, in una smorfia d'uomo che
stenta a capire.
«Venga, il sor
Cesarino s'è ammazzato.»
«Chi, chi? chi
sei?» balbettò Demetrio agitando le mani.
«Mi manda mio
padre.»
«Chi, chi? chi è
tuo padre?»
«Il portinaio
del Carrobio, il Berretta. L'hanno trovato morto stamattina sul solaio.»
Ferruccio
tremava come una foglia nel dire queste parole.
Demetrio vide
dapprima innanzi a sé un gran buio, poi gli parve di perdere l'equilibrio. Al
buio successe un bagliore fosforescente come quando uno ti lascia andare una
terribile frustata attraverso la faccia. Poi si mosse per una forza istintiva e
prese a galoppare dietro al ragazzo che, voltandosi di tempo in tempo, cercava
di raccontare la storia. «Come ammazzato? da quando si è ammazzato? perché si è
ammazzato? Chi? Cesarino? Oh, povero me..., o Signore, o Madonna Santissima.» E
quanta fu lunga la strada da San Clemente al Carrobio, il povero Demetrio non
seppe dir altro.
La voce era
corsa in Carrobio e già cominciava a radunarsi un po' di gente.
«Che cosa c'è?»
«Si è
impiccato!»
«Chi?»
«El Poncin
del Carrobi!» disse un parrucchiere a una bella sartina che andava a
scuola.
«Ehi
reverissi!»
La bella
biondina cercò di farsi largo tra la gente raccolta davanti alla porta. Dalla
bottega del fornaio vicino erano usciti i lavoranti. Uno, il più magro, vestito
soltanto di una camicia e di un paio di calzoni di tela, con le maniche
rimboccate fino alle spalle (con quel freschino) cercò d'infarinare un poco la
bella bionda.
«Per te sì, mi
truciderei, bellezza» disse il magruzzo in pianelle, a cui la brezza gonfiava
la camicia sulla schiena.
«S'è impiccato
il padrone di casa, perché non sapeva dove mettere i denari.»
Uno nominò lord
Cosmetico e subito corse la voce che s'era ammazzato un inglese.
«Dove?»
«All'albergo della
Gran Brettagna.»
Dalle finestre
molte donne in cuffia e in casacchino bianco domandavano, rispondevano,
facevano esclamazioni: «Cara Madonna! Signor, che scènna! Ehi, sora
Rachèlla!...»
Arrivò
Ferruccio, che precedeva Demetrio. Si fece largo nella folla e gridò:
«È qui.»
Intanto giungeva
anche un delegato della polizia con alcune guardie.
Svegliato al
bisbiglio e al rumore dei passi su e giù per la scala, mi vestii in fretta e
scesi anch'io in corte a vedere. Il Berretta, smorto come una rapa, mi raccontò
il caso. Il guattero dell'osteria, salito tra le cinque e le sei a prendere un
cesto di carbone, aveva dato del capo in due gambe. Corse giù senza anima,
senza una goccia di sangue, contò la cosa al Berretta che mandò a chiamare le
guardie. In silenzio andarono su, passando in punta di piedi davanti all'uscio
dei Pianelli che dormivano ancora. Il macellaio, un giovinotto tarchiato e
forte come un toro, prese in braccio Giovedì, che seguitava ad abbaiare contro
l'uscio, con una mano gli strinse il muso per farlo tacere e se lo portò via.
La povera bestia si dibatteva nelle strette come un'anguilla.
Il Berretta
stava facendomi vedere la mano con cui aveva aiutato a distaccare il morto, che
teneva aperta in aria, lontana dal corpo, come se non fosse più sua, quando
sopraggiunse il signor Demetrio.
Era la prima
volta che vedevo questo bravo signore, che non somigliava per nulla a suo
fratello, non tanto per esser egli più vecchio, quanto per la espressione, per
il colorito del viso e per il modo di vestire. Mentre Cesarino era ciò che
dicesi a Milano una cartina, di pelle fina e bianca, sempre elegante,
pulito e aristocratico, questo signor Demetrio aveva all'incontro l'aria di un
vecchio fabbro vestito coi panni della festa. La pelle era cotta dal sole,
rugosa: la fronte bassa coperta dai capelli, che uscivano quasi a foggia di un
tettuccio, di un colore rossiccio e duri come lesine, com'erano i baffi duri e
rasati, che coprivano un poco il labbro.
Nelle orecchie
arricciate come frasche di cavoli, qua e là rosicchiate dal gelo, portava
anellini d'oro secondo il costume dei contadini della Bassa Lombardia, che
credono con ciò di evitare il mal d'occhi. Scarso di parole, dalle poche
sillabe che ci scambiammo a' piedi della scala, mi accorsi che stentava a metter
fuori certe consonanti.
«Dov'è?» chiese
con gli occhi gonfi, perduti nel vuoto.
«Importa che in
casa non sappiano nulla, se si può. Povera gente!» gli dissi.
Facemmo i
quattro passi che conducevano alla scuderia. Lungo il muro, tra le ruote di una
carrozza c'era una stuoia stesa sul selciato, dalla quale uscivano due
scarpette lucide da ballo. Non osammo varcare la soglia. Col capo basso e col
cuore pieno dei mille pensieri, che ispira sempre la vista d'un cadavere, si
stava lì come impauriti, quando un rumoroso battere di pantofolette chiamò la
mia attenzione e mi fece guardare in su.
Arabella, coi
capelli sciolti, uscita sul terrazzino verso corte, batteva nell'aria le
scarpette da ballo della mamma, canticchiando nella chiara allegria di una
fresca mattina di marzo. E rientrò canticchiando.
«Che cosa si può
fare per ingannare la famiglia?» chiesi commosso al signor Demetrio.
Egli guardò a
destra, a sinistra, in terra, nei cantucci della corte, come se cercasse quel
che si doveva fare. Siccome Cesarino aveva detto che non sarebbe tornato per
tutto il giorno, così c'era tempo di preparare una pietosa bugia. Poi si
sarebbe fatto credere a' suoi che un male improvviso, una congestione, un gran
freddo, l'avevano portato via.
Il signor
Demetrio a questa mia idea disse di sì col capo. Di suo soggiunse:
«Si potrebbero
mandare alle Cascine.»
Entrarono i
portantini dell'Ospedale che i casigliani avevano fatto venire, posero il morto
nella barella, calarono le tendine e, preceduti dalle guardie, con dietro una
processione di gente, presero la via Torino verso l'Ospedale.
Il giorno dopo,
un'ora prima di sera, una carrozza funebre fatta come una scatola, tirata da un
cavallo nero, usciva dalla porta dell'Ospedale Maggiore, quella che dà sul
Naviglio, e, disceso il ponte, si avviava lentamente per la strada deserta di
San Barnaba verso il bastione, e verso il vecchio cimitero di Porta Vittoria,
detto il Foppone.
Piovigginava.
Dietro la
carrozza, che lagrimava nero, coperto, quasi sepolto da un grande ombrello,
cinque o sei passi lontano, come se avesse vergogna di farsi vedere, veniva
Demetrio. Non un prete davanti; non un amico intorno.
S'era fatto di
tutto per portar via il suicida in segretezza, nell'ora che gli amici vanno a
pranzo. I giornali, tranne uno, avevan taciuto la cosa e non era stato nemmeno
impossibile di far credere a Beatrice e ad Arabella che la morte fosse
conseguenza di una sincope, di una congestione. Cesarino andava soggetto a
forti mali di capo: gli strapazzi del carnevale, il correre, l'affannarsi,
l'agonia di un vecchio amico... Insomma un po' per uno, coll'eloquenza che in
queste circostanze la carità spontaneamente suggerisce, si diede alla povera
donna la tremenda notizia, vestita alla meglio di una santa bugia; e fatta
venire una carrozza, Demetrio, colle belle e colle buone riuscì a condurre la
vedova e i ragazzi, più storditi che persuasi, alle Cascine Boazze, in casa di
un parente. Egli tornò subito a Milano.
Ora cogli occhi
fissi al cerchio della ruota che girava innanzi a lui, dopo due giorni di
corsa, di affanno, di stordimento, cominciava a riordinare un poco la matassa
arruffata de' suoi pensieri. Era un sogno doloroso da cui non poteva
svegliarsi. Colle tristezze nuove si mescolavano le reminiscenze vecchie della
sua vita passata, i dissidî domestici, i lunghi guai che lo avevano diviso da
suo fratello.
Demetrio era
nato dalla prima moglie di Vincenzo Pianelli, un buon affittaiuolo per il tempo
suo, finché durò la fortuna, ma un uomo assolutamente incapace di resistere ai
tempi difficili che vennero poi.
Finché visse la
mamma di Demetrio, tanto tanto il buon senso naturale di questa donna e il suo
grande spirito di economia avevano aiutato a tenere insieme la barca; ma
quando, morta lei, pà Vincenzo fece la sciocchezza di sposare un'altra donna,
più giovane di lui una ventina d'anni, addio buon senso, addio economia! La
sposina, colla testa piena di farfalle, aveva sposato il vecchio Vincenzo colla
speranza di fare un gran partito e portò in casa il lusso, la voglia di
spendere, il gusto dei cappellini, dei vestiti di seta, mentre la prima moglie,
povera donna, s'era sempre contentata di vestire di lana e di cotone e non
aveva messe le scarpe di pezza che due o tre volte in tutta la sua vita.
Vincenzo, che
aveva allora in affitto un grosso fondo su quel di San Donato, si accorse
subito che la barca cominciava a far acqua da tutte le parti; ma era tanto
innamorato della sua Angiolina, che non sapeva dir di no, le andava dietro ogni
passo, come un cagnolino, e si istupidiva a poco a poco in estasi a
contemplarla, quasi che la vecchia Teresa, che ora dormiva in un cantuccio del
camposanto e che aveva lavorato tanti anni per lui, non fosse mai esistita.
Dopo nove mesi
di quel nuovo matrimonio, nacque Cesarino, e il figlio della povera Teresa
cadde, come si dice, dallo scanno.
Cesarino divenne
l'idolo di pà Vincenzo. Per lui ci volle una balia fatta venire apposta da
Varallo Pombia, che son così belle e famose, e così furono risparmiate le
fresche bellezze della mammina.
Padrino al
battesimo fu il cavaliere Menorini, ragioniere e amministratore dei Luoghi Pii,
che aveva sempre mostrato per l'Angiolina una speciale tenerezza.
Per Cesarino
furono tutte le carezze, tutte le speranze. Demetrio, che aveva già dieci o
dodici anni, abbandonato all'educazione dei bifolchi e dei famigli, crebbe come
si può crescere tra le vacche e i cavalli. Fu un miracolo se imparò a leggere e
a scrivere.
Man mano che
Cesarino diventava grande, crescevano ancora le differenze. A sentire il pà,
egli solo aveva ereditato tutto il talento di casa Pianelli; egli doveva fare
il dottore o l'avvocato.
Appena ebbe
raggiunta l'età, fu collocato a Milano, nel collegio
Calchi-Taeggi; mentre Demetrio, dopo essere stato qualche
anno a Lodi presso un ragioniere a imparare quattro conti, fu presto richiamato
a casa a sopraintendere alla stalla delle vacche e alla «casera» del formaggio.
Solamente nelle
vacanze Cesarino passava qualche dì a casa.
Tutto lindo e
ripicchiato nella sua divisa di panno nero coi bottoni d'argento e coi ricami
d'oro, coi ricciolini pettinati e scompartiti sulla fronte, s'imbatteva in
Demetrio che usciva dallo stallone, colle gambe nude fino al ginocchio, i piedi
in grossi zoccoli di legno, con in mano una forcona, col corpo sordido e pregno
di quel grasso odore che stilla dai letti marci.
Era un miracolo
se questi due fratelli, incontrandosi, si dicevano un «ciao» a mezza bocca.
Stavano a guardarsi un istante, sorpresi, quasi meravigliati l'uno dell'altro,
e si voltavano le spalle. Per fortuna alla cascina Cesarino si fermava poco,
perché il resto delle vacanze andava a passarlo colla mammina sul lago di Como.
La bella
Angiolina dopo otto anni di matrimonio, presa dalla malaria, curata male, morì
in preda a una terribile febbre d'infezione.
Pà Vincenzo
rimase indietro più stupido e più rovinato di prima. Cominciarono i sequestri:
l'Ospedale diede la disdetta d'affitto, e da padroni i Pianelli divennero
servitori.
Quando sarebbe
toccato anche a Cesarino di dare una mano a salvare la casa che barcollava,
sempre per consiglio del cavalier Menorini, fu collocato in un battaglione
d'istruzione, da dove uscì col grado di caporale maggiore. Poi scoppiò la
guerra del '66 e addio casa! Il peso dei debiti, dei protesti, dei sequestri,
del padre vecchio, malato, rimbambito, cadde di nuovo sulle spalle del povero
bifolco, che non per nulla era nato prima. Mentre la casa si sfasciava da tutte
le parti, era bello (bello, per modo di dire) vedere il vecchio pà Vincenzo
seduto fuori dell'uscio, al sole, colla bocca aperta, con una berretta di
maglia a righe rosse in capo, col fiocchino ritto come si dipinge la fiamma
dello spirito santo, le mani sulle ginocchia, gli occhi perduti nell'aria e nel
verde pacifico dei prati, in mezzo a un milione di mosche che se lo mangiavano
vivo.
Demetrio
vendette il canterano di maggiolino della sua mamma e coi quattro stracci si
ridusse a Milano, dove un suo zio prete, don Giosuè Pianelli, canonico in
Duomo, gli procurò un posto provvisorio di scrivano nella cancelleria della
Curia arcivescovile.
C'era appena di
non morir di fame, anche dopo aver venduto tutto ciò che s'era potuto sottrarre
alle mani del fisco. A Milano il vecchio Pianelli trovò, se non altro, meno
mosche. Tirarono innanzi tre anni, campando colla misericordia di Dio, su
qualche ultimo boccone della dote di mamma Teresa, finché non piacque al Dio
delle misericordie di chiamare pà Vincenzo in paradiso a trovare la sua bella
Angiolina.
Quando si trattò
di farlo portar via, Demetrio, non sapendo a che santo ricorrere, andò a
trovare lo zio prete, un brontolone sempre in collera, che gli prestò
cinquantasette lire dietro regolare ricevuta. Demetrio non aveva voluto
ascoltare il consiglio di don Giosuè e mandare il vecchio all'Ospedale: così
gli toccarono in corpo anche le spese del funerale.
Eran cose
passate da un pezzo: ma queste memorie ripassavano ora davanti agli occhi di
Demetrio, come se la ruota della carrozza, girando, ne svolgesse il filo. Né i
guai finiron lì.
Cesarino, che si
trovava in quel tempo a Palermo, scrisse subito a Demetrio per chiedergli i
conti ed i residui della sua parte patrimoniale. E a lui di rimando il fratello
rispose che il padre era stato sepolto con le cinquantasette lire prestate
dallo zio prete; che di roba non c'era più l'ombra; che le spese di malattia le
aveva pagate lui; che era ridicolo parlar di conti e di residui.
Cesarino tornò a
scrivere che sua madre Angiolina aveva portato cinquemila lire di dote e che,
se egli era stato tanto buono e rassegnato finora a non domandare i conti, ora,
sul punto di lasciare il servizio militare per farsi una carriera, non poteva
più trascurare i suoi diritti.
Demetrio tornò a
rispondere al signor sergente-furiere ch'egli non sapeva
nulla di dote; che se anche c'erano state le cinquemila lire, il fallimento se
l'era mangiate. Venisse e vedesse che cosa era rimasto di casa Pianelli.
Il contrasto si
fece ancora più vivo, allorché Cesarino, lasciato il servizio, venne a Milano
in cerca d'un impiego. La sua grande aria di superiorità, resa ancor più altera
e imponente da un certo piglio soldatesco, cominciò ad irritare fin dal
principio il fratello bifolco, che aveva sul libro vecchio della memoria tutti
gli arretrati delle passate mortificazioni.
Poiché non c'era
più né babbo né mamma, disse al sor sergente più d'una verità che gli stava da
un pezzo in gola, senza troppo condirla. Cesarino, già fin d'allora molto lord
Cosmetico rispose con un risolino ironico di schifo e con un proverbio del
paese, che tradotto in lingua povera veniva quasi a dire: da una zucca non può
nascere che una zucca.
A questa
ingiuria, che andava a colpire la santa memoria di sua madre, Demetrio chiuse
l'uscio sul muso all'ex-sergente, e da quel dì — cioè da
dieci o dodici anni in qua — non si eran parlati, non si eran guardati più in
viso.
Demetrio sollevò
un momento gli occhi alla cassa e si sforzò di perdonare sinceramente a quel
poverino. La morte paga tutti i debiti: cioè non tutti... pur troppo...
Pur troppo eran
passati gli anni, durante i quali Demetrio, lasciato l'impiego provvisorio
della Curia, era entrato col grado di terzo bollatore all'ufficio del Bollo
straordinario, collo stipendio di mille e trecento lire: poi, per speciale
protezione del cavalier Balzalotti, era stato assunto al grado di commesso
gerente in uno dei tanti uffici del registro con cento lire di aumento.
Cesarino, sempre
coll'aiuto e colle raccomandazioni del vecchio cavalier Menorini, col suo bel
congedo in regola e colle sue medaglie commemorative, non stentò a trovare un
impiego. Entrò dapprima nel personale viaggiante delle Poste sui battelli a
vapore del lago di Como; poi ottenne un posto di ufficiale a Melegnano, dove
fece conoscenza coi Chiesa, e dopo qualche anno venne traslocato a una Sezione
dei vaglia a Milano, con lo stipendio di duemilacinquecento lire.
Così egli
dimostrò a suo fratello bifolco che un uomo di spirito non ha bisogno della
carità di nessuno.
Con
duemilacinquecento lire, un bell'uomo, di talento, elegante, un regio
impiegato, educato in un collegio, poteva aspirare a un bel matrimonio...
Non passò molto
che una bella domenica Milano poté contemplare sul Corso lord Cosmetico che
dava il braccio alla sposa vestita in gran lusso d'un abito di seta color
tortorella e in testa un cappellino bianco a piume che si poteva vedere da
Monza.
Beatrice Chiesa
doveva portare nel grembiale quarantamila lire di dote, oltre alle prerogative
di una solida salute e di una bellezza senza risparmio. Ma al momento di
sborsare i soldi il sor Isidoro non mise fuori che tre o quattromila lire,
riservandosi con un'obbligazione di pagare gl'interessi sul resto. Di queste
tre o quattromila lire la maggior parte era in corredo di biancheria, il
vecchio fondo delle guardarobe di casa Chiesa, cioè più distintamente
ottantaquattro camicie da donna di tela nostrale fabbricata in casa fin dai
tempi dei bisnonni (roba che adesso non si fabbrica più così buona); centoventi
paia di calze di filo, tutta roba anche questa nata e preparata in casa;
venticinque tovaglie grandi, quasi nuove, per trenta persone, che avevano
servito qualche volta ai grandi pranzi di casa Chiesa, e più di duecento
tovagliolini di tela eguale, ben grandi da imbacuccare un uomo; quattro dozzine
di lenzuola di tela nostrale del 1840 e una grande quantità di foderette e di
asciugamani.
I coniugi
Pianelli menarono subito una vita in grande.
Non si nasce
lord Cosmetico senza avere il gusto delle belle cose e non si sposa una bella
donna senza il desiderio di comparire e di farla comparire.
Già il primo
anno si cominciò a spendere senza giudizio, dando fondo a quel migliaio di lire
che il babbo aveva anticipato sulla dote.
In casa Pianelli
non si conoscevano le famose grettezze di mamma Teresa, che metteva in disparte
i gusci e i mezzi solfanelli!
A desinare erano
sempre due piatti con frutta e dolci: a colazione si beveva fior di vin di
Marsala: la sera si passava al Caffè Biffi, in Galleria, o ai giardini
pubblici, o a teatro. D'autunno o era un viaggio sui laghi o un mese di
campagna a Erba o a Besana Brianza... E per questa strada il povero Cesarino
aveva finito coll'andare in carrozza.
«Eccola qui la
carrozza!» mormorò Demetrio, alzando di nuovo gli occhi sul carro funebre, che,
passata la chiesetta di San Barnaba, infilava l'altra via quasi deserta della
Pace.
Ma di tutto
questo che colpa avevano quei poveri figliuoli?
È vero ch'egli
avrebbe potuto stringersi nelle spalle, lavarsene le mani e fingere di non
conoscere nessuno; ma son cose che si dicono.
C'era di mezzo
il nome della famiglia, c'erano di mezzo gli innocenti e non è religione
solamente il sentire la messa la festa e il confessarsi a Pasqua.
E, come se
questi pensieri gli cadessero addosso insieme all'acqua che veniva dal cielo,
Demetrio andava rannicchiandosi sotto l'ombrello, mentre la carrozza, passata
la Rotonda dei Cronici, entrava nel terreno molle e fangoso del bastione.
Sì, una grande
responsabilità gli cadeva sul capo!
Era proprio
necessario ch'egli accettasse questa dolorosa eredità senza qualche beneficio
d'inventario? Come poteva colle sue millequattrocento lire all'anno pensare
alla vedova e a tre figliuoli? La lettera di Cesarino, che egli andava
rotolando in fondo alla tasca del suo paltò, parlava di un grosso debito di
mille lire verso il signor Martini... Grazie! Eppure se c'era un debito sacro
era questo, nel quale era compromesso l'onore di tutta la famiglia e la memoria
di un povero padre. Nella sua lettera arida, scritta sul tamburo della
disperazione, Cesarino parlava di diritti a pensione, e della dote di sua
moglie; ma alla Posta non riconoscevano questi diritti, e in quanto alla dote
di Beatrice, chi conosceva il signor Isidoro Chiesa, sapeva che il buon uomo
non aveva di grande che la blatera e la presunzione...
Ecco come uno va
fuori dei fastidi e vi lascia dentro chi resta.
Come se di
impicci e di strozzamenti non ne avesse avuti abbastanza in tutta la sua vita!
Come se, per non averne più, egli non avesse giurato di morir solo e vivere
intanto nel suo guscio, in una soffitta sopra le tegole, lontano dagli uomini e
dalle donne.
La carrozza
funebre svoltò un'altra volta e uscì da Porta Vittoria. Dopo le ultime case del
sobborgo, laggiù, presso il vecchio forte militare, la strada si fece più molle
e fangosa. Da lontano, dietro gli alberi umidi e grondanti di pioggia, venivano
sopra gli umidi sbuffi d'un vento gelato i tocchi d'una campana, forse da
Calvairate.
Il luogo non è
mai bello per sé con quelle siepi mozze, con quella lunga cinta di camposanto
che si accompagna alla strada, con quell'acqua morta che inverdisce nei fossi.
C'era di più l'ora bigia e triste e la giornataccia che andava oscurandosi
nella nebbia della bassa pianura. Di tristezza traboccò anche il cuore di
Demetrio, che, dopo due giorni di scosse e di irritazione, nel punto che
tiravano Cesarino dal carro, sentì al disotto dei vecchi rancori irrugginiti
agitarsi un sentimento molle e fraterno di carità e di compassione.
Povero
figliuolo, povero martire..., così giovane..., andava ripetendo una voce in
fondo al cuore, al disotto di quel gran mucchio di reminiscenze dolorose e
cattive che pesavano sulla coscienza come un sacco di chiodi pungenti.
Due lagrime dure
spuntarono nell'angolo degli occhi, stagnarono nella pupilla e gonfiarono la
testa di vapori.
I becchini,
toltasi la bianca cassa di larice sulle spalle, si avviarono attraverso ai
cumuli di terra per un campo melmoso sotto la pioggerella. Demetrio li seguì.
Stette a vedere la cassa scomparire nella buca, sentì la terra molle cadere sul
legno. Data una robusta scossa ai pensieri che gli tiravano il capo sul petto,
disse con un sospiro: Amen.
Ritornò in città
ch'era già buio, senza mai accorgersi che dietro di lui, col muso basso,
camminava un cane. Traversò strade, stradette, piazze e vicoletti col suo passo
pesante di bifolco, crollando di tanto in tanto la testa come un cavallo stanco
di portare il basto. Giunse in San Clemente, e, nell'androne buio della porta,
sentì una voce che lo chiamava per nome.
«Che cosa c'è
ancora?» esclamò con un fare di uomo seccato.
«Sono
dell'Ospedale. Ho portato i vestiti e le scarpe del defunto. Se il signore
volesse favorire la sua buona grazia...»
Demetrio masticò
tre o quattro parole senza senso, si tirò verso la porta, e, al lume del
lampione a gas, guardò nel borsellino.
«L'hoo propi
miss in la cassa come on bombon» continuò la voce dell'uomo che parlava nel
buio.
Bisognò dare una
lira anche a costui.
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