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PARTE
SECONDA
-1-
Beatrice rimase
una settimana alle Cascine e tutto quel tempo non fece che piangere e
disperarsi. Trovava crudele che non le avessero lasciato vedere almeno una
volta il suo Cesarino, e ne incolpava la ruvida ostinazione di Demetrio. A poco
a poco però le cure e le parole della buona gente che l'avevano ospitata, la
vista della campagna, le ciarle spensierate dei bambini dissiparono il primo
spavento, e richiamarono il suo cuore ad altri pensieri. Demetrio le scrisse
una volta che aveva bisogno di parlarle e che l'aspettava a Milano.
Quando si trovò
di nuovo in casa sua e che girò gli occhi intorno, provò ancora la vertigine
del sentirsi come isolata in cima a una pianta: non sapeva che cosa fare, che
cosa dire, dove mettere le mani.
Cesarino, nella
sua adorazione, soleva risparmiarle fin la fatica di pensare. Previdente,
preciso, minuzioso, e in molte cose fin troppo donnicciuola, oltre
all'andamento della casa, si incaricava lui delle scarpette, dei vestitini dei
ragazzi, della loro istruzione, e dava il suo parere sul taglio, sul colore dei
vestiti della moglie. La sua morte improvvisa fu quindi per la povera donna
come se le tagliassero via le due braccia.
Non sapendo a
che santo raccomandarsi, appena arrivata, mandò a chiamare il cognato.
Demetrio dal
canto suo si grattò in testa con tutte e due le mani, e si raccomandò al suo
angelo custode. Sentiva bene di non essere troppo desiderato, per quanto
mandassero a cercarlo.
Cesarino,
parlando di lui, ne aveva sempre fatta una pittura come di uomo avaro e
bigotto, capace di mangiare le mila lire altrui sotto l'apparenza della
religione: e sua moglie non pensava diversamente.
In quanto ai
ragazzi o non lo conoscevano, o non potevano volergli bene.
E con questi bei
precedenti egli doveva andar fin laggiù in Carrobio a predicare l'economia,
l'ordine, a mettere forse la bambina a far la sarta, i bimbi a bottega... e
tutto ciò con qualche migliaio di lire di debiti sacrosanti da pagare, e
coll'obbligo di tenere nascosto a quei meschini i motivi che avevano spinto un
padre di famiglia alla disperazione, e la morte rabbiosa che aveva fatto. Egli
avrebbe potuto rispondere:
«Non vi
conosco...»
Oppure:
«Non ho tempo!»
Ma bisognerebbe
in certi casi avere un sasso al posto del cuore, o credere che al disopra delle
tegole non ci sia che aria, fumo, e nient'altro.
In questi
pensieri fece tutta la strada, sforzandosi inutilmente di preparare un esordio
alla sua predica.
Stava per andar
su, quando il Berretta, il portinaio:
«Ehi! ehi!» lo
chiamò indietro.
Si voltò e vide
in compagnia del sarto un uomo di mezz'età, scuro di pelle, torbido come il
temporale, con due folti sopraccigli neri, che il Berretta presentò come el
sor ragionatt.
«L'è lui il
fratello del defunto?» domandò la degna persona, aggrottando i sopraccigli di
carbone, mentre colle mani dietro la schiena faceva girare una bella canna
colla punta d'avorio.
«Perché?» chiese
Demetrio, con un piede su un gradino, l'altro su un altro.
«Dimando se l'è
lui...» tornò a dire con impazienza il signor Maccagni, con un viso d'uomo
nauseato.
«Sì, sono
io....»
«Me ne
congratulo tanto» continuò l'altro dimenando il bastone come una coda. «Quel
caro suo fratello non poteva farmi un servizio più bello.»
Qui prese la
parola il Berretta che, più scialbo del solito nel suo panciotto di fustagno
pieno di filacce, colla suggezione naturale di chi parla alla presenza di
un'autorità, spiegò come el sor ragionatt non fosse altro che il padrone
di casa.
«Proprio un bel
servizio!» seguitò quella brava persona, che possedeva tre o quattro case in
Milano, «proprio un bel servizio. Non bastava non pagare l'affitto e tirare in
lungo con delle scuse: no: bisognava anche dare uno scandalo, fare parlare le
gazzette e deprezzare lo stabile. Qualcuno me li deve pagare i danni, non c'è
santi, e io guardo lui....»
Demetrio mosse
due volte il capo e guardò con un certo stupore el sor ragionatt come
per dire: Che ci entro io?..
«L'è inutile che
adesso mi faccia gli occhi... Io guardo lui. Sono tre semestri in arretrato che
devono essere pagati subito, o metto il sequestro sulla mobilia, io. Roba da
ridere! non posso farmi pagare dai morti, e guardo i vivi. Come se a Milano
mancassero i fossi per annegarsi. Bisognava proprio impiccarsi in casa mia, far
parlare la gente, deprezzare lo stabile. Sì, con quelle poche tasse...»
«Ma capisce che
io....»
«È un pezzo che
mi si mena per le belle sale, caro mio signor riverito!» tornò a replicare quel
bravo signore, ingrossando la voce e gli occhi, «e io, se non pago le tasse,
l'esattore non s'impicca, no, lui! Sono tre semestri che si tira avanti, ora
con una scusa, ora con un'altra e titup e titep...» qui el sor ragionatt
imitò benissimo la voce d'un bambino viziato. «Roba da ridere! Son cinquecento
lire per semestre, e di parole ne ho piene le... i... Ci vuol altro che rompere
la testa tutti i momenti colle riparazioni, e non essere mai contenti, e il
suolo, e la tappezzeria, e la stufa, e il caminetto, e l'inglese e la francese.
L'è finita adesso. Son mille e cinquecento lire che mi vengono e, se per Pasqua
non vedo i rispettivi, metto il sequestro e chiamo lui responsabile.»
Il Berretta,
spaurito di questa grossa voce che minacciava il sequestro, che per un
portinaio timido e bisognoso è come dire una baionetta nel ventre, alzò un poco
le mani verso il signor Pianelli, come se volesse dire:
«Paghi un po',
fuori dei piedi... »
«Anch'io devo
vedere come stanno le cose...» osò dire Demetrio.
«Le cose stanno
come dico io. Pasqua è qui, corpo di un cane! e quando non si ha da fare il
signore si lascia stare, si paga prima, e soprattutto non si deprezzano gli
stabili... Uomo avvisato.»
«Io vedrò.»
«Uomo avvisato!»
replicò il padrone, voltando le spalle. Fece quattro passi fino in fondo al
portico, si voltò e gridò ancora a Demetrio: «Uomo avvisato!»
Quando Demetrio
non fu più a tiro, la tempesta si scatenò sul Berretta, che non aveva chiuso
coll'arpione l'uscio del solaio.
«C'è la mamma?»
chiese lo zio ad Arabella che venne ad aprire l'uscio.
«È ancora a
letto.»
«Quando siete
tornati?»
«Ieri.»
«Chi vi ha
accompagnati?»
«Il sor
Paolino.»
«Va a dire alla
mamma che son qui.»
«Resti servita
in sala.»
Arabella
condusse lo zio in un gabinetto celeste pallido, e corse a svegliare la mamma,
che, stanca del viaggio e dell'emozione, dormiva ancora.
A Demetrio
tremavano un poco le gambe. Tre semestri in arretrato, oltre il resto!
«Mamma!» disse
sottovoce la bambina, mettendo una manina leggiera sulla fronte di lei. «C'è
qui lo zio Demetrio.»
«È qui?» esclamò
Beatrice, balzando via, come se le avesse detto: c'è una biscia nel letto. «È
venuta la Cherubina?»
«Non ancora.»
«E i ragazzi?
Sei buona di vestirli? E il lattivendolo è venuto?»
«Nemmeno lui.»
«Manda Ferruccio
a chiamarlo e a prendere il pane.»
«È già andato
alla stamperia, questa mattina.»
«Bene, vengo
io.»
Arabella entrò
nello stanzino, dove Mario e Naldo cicalavano in letto sotto le coltri, facendo
padiglione con le gambe. Non sapevano capire perché papà fosse morto e che roba
fosse la morte. Per Naldo, il minore, la morte era qualche cosa di somigliante
ad un cavastivali, che si vedeva dietro l'uscio, appoggiato al muro, terminato
in due corna di legno.
Demetrio ebbe ad
aspettare un bel pezzo prima che sua cognata fosse visibile. Non perdette però
il suo tempo. Era una settimana che andava raccogliendo conti e conterelli,
senza quelli che gli portavano a casa spontaneamente i creditori nella speranza
che egli potesse pagare. Oltre al grosso debito verso il Martini — che
bisognava pagare per il primo, — oltre ad una nuvola di debitucci, venivano ad
aggiungersi ora questi tre semestri della pigione. Un abisso, insomma!
Guardandosi
intorno, restò meravigliato del lusso del gabinetto. Tanto di tappeto in terra,
candelabri di bronzo dorato sul camino, poltrone di velluto, specchiere,
stipetti di vetro... Sopra un tavolino posto in mezzo alla sala erano schierati
i ritratti di famiglia in piccole cornici di legno traforato. Cesarino era
rappresentato in quattro o cinque guise: — in divisa militare, in borghese,
colla barba, senza la barba, sempre elegante. Il più grande di questi ritratti
lo riproduceva in abito nero, col largo sparato bianco sul petto, con i piccoli
favoriti alla lord, e la sigaretta nella punta delle dita. I ragazzi facevano
diversi gruppetti — fra cui uno di
Naldo che usciva da una cesta di vimini con su scritto: «Pacchi postali.»
Un pianoforte
verticale era posto di sbieco nel cantuccio tra la finestra e il caminetto. —
Arabella da un anno prendeva qualche lezione dal maestro Bonfanti, l'organista
di San Sisto, e faceva già qualche progresso. Ma di tanto in tanto anche la
mamma metteva le mani sul cembalo, per quanto intendesse la musica come una
testuggine.
Di contro alla
specchiera, in una cornice d'oro ovale spiccava un grande ritratto ad olio di
Beatrice, opera d'uno scolaro del Cremona, amico intimo di Cesarino.
L'artista della
scuola nuova s'era sbizzarrito nei gialli, e la bella lodigiana impettita,
colle braccia nude, e con curve enfatiche, in mezzo a una nuvola cenerognola,
guardava dall'alto con un'aria di regina che non era nell'indole
dell'originale.
Demetrio andava
mentalmente facendo i conti di quel che si sarebbe potuto ricavare a vendere
tutta quella roba a un onesto rigattiere, dato e concesso che fosse già pagata.
Arabella venne a
dirgli che la mamma stava vestendosi.
Dietro di lei,
coi piedi nudi, quasi nascosto tra le pieghe della gonnella, Naldo fissò gli
occhi in faccia allo zio, con espressione di paura, mentre Mario spiava dallo
spiraglio dell'uscio.
Rimasto solo
tornò a riflettere dolorosamente.
Purtroppo aveva
avuto ragione nel giudicare Cesarino una testa leggiera, troppa ragione; ah sì!
ci sono dei torti che non si darebbero via per tutte le ragioni della
giurisprudenza rilegata in oro e marocchino.
Mentre egli
stava seduto sullo scrimolo d'una sedia, come se temesse di schiacciare della
roba non pagata, sentì un non so che di morbido che gli spazzolava le gambe.
Era Giovedì, la
brutta bestiaccia, che egli aveva già cacciata a colpi di piedi nella coda, il
giorno che i Pianelli erano andati alle Cascine, e che, dopo una settimana di
vita vagabonda, viste dalla strada le finestre aperte, veniva anche lui a
cercare qualche cosa per far colazione.
Questo intese
dire la povera bestia col suo mugolìo pietoso e col trepido dimenare del suo
soldo di coda; ma lo zio gli disse chiaramente:
«Puoi fare il
tuo testamento, animale del presepio, se non hai altri santi. Non ne ho del
pane per i tuoi denti.»
Giovedì,
interpretando secondo il proprio cuore le parole brontolate dallo zio, si pose
ad abbaiare. Era l'unico mezzo datogli dalla natura per commuovere l'animo
della gente.
«Crepa!» disse
Demetrio.
«Beb»
abbaiò di nuovo il cagnetto, ponendo le zampe sporche sui pochi calzoni dello
zio e mostrando in una doppia fila tutti i suoi denti bianchissimi.
«Scoppia in
mezzo, cane del diavolo!» brontolò di nuovo Demetrio, schiaffeggiandogli il
muso col fazzoletto di cotone turchino, che adoperò per ripulirsi le ginocchia.
In quel momento
l'uscio si aprì e comparve madama, in una grande vestaglia bianca di flanella.
Demetrio si
agitò, si alzò un poco, tornò a sedere, chinò gli occhi sul tappeto e balbettò
un «riverisco» quasi inintelligibile. Anche Beatrice si sentiva confusa e
imbarazzata di trovarsi a tu per tu con quel famoso cognato, che Cesarino aveva
sempre dipinto come un orsacchiotto, un intollerante bigotto, molto abile nel
far scomparire le mila lire.
Nei pochi giorni
ch'era stata alle Cascine, aveva ricevuto una visita del papà, il sor Isidoro
di Melegnano, che la mise in guardia e le comandò di non fidarsi troppo dei
raggiri di suo cognato.
Si può pensare
se con questi precedenti ella potesse fargli una grande accoglienza. Demetrio,
dal canto suo, persuaso per esperienza che la bellissima donna era una testa
d'oca, che aveva aiutato a spingere Cesarino sull'orlo del precipizio,
impacciato per indole e per abitudine a trattare colle donne, non sapendo da
che parte cominciare, passò due o tre volte il fazzoletto sugli occhi e sotto
il naso e finalmente domandò:
«Come sta
Paolino?»
«Sta bene e mi
ha detto di salutarvi.»
«Sta bene anche
la Carolina?»
«Sì, sta bene
anche lei.»
«Mi avete fatto
chiamare?»
«Son tornata
ieri e non ho nessuno a Milano, in questo momento. Non è nemmeno venuta la
Cherubina, stamattina. Volevo far avvisare l'Elisa sarta che siamo tornate e
ordinare i vestiti di lutto. Nella confusione non ho avuto tempo di pensare a
nulla, e ho dovuto farmi prestare qualche fazzoletto nero dalla Carolina.»
«I vestiti di
lutto li avete già ordinati?»
«Non ancora,
sicuro. Non potrei mettere il piede fuori dell'uscio.»
«Scu... scusate»
riprese con un tremito nervoso Demetrio, «e questi vestiti sono proprio
ne...ne... nec...essari?»
Beatrice lo
guardò con aria stupefatta, come se avesse domandato se è proprio necessaria
l'aria per vivere.
«Dico questo
perché è una spesa... e se si potesse risparmiare qualche spesa.»
«Come,
risparmiare? che cosa direbbe la gente?»
«Certo fu una
disgrazia, e voi avete il dovere di piangere quel povero uomo; ma di spese ce
ne son già troppe....»
«Prendete un
caffè, Demetrio?» interruppe Beatrice.
«Grazie, non ne
piglio mai!» rispose bruscamente il cognato, che, continuando il discorso di
prima, soggiunse: «Mi sono spaventato, cara voi.»
«Di che cosa?»
«Dello stato
delle cose. Non c'è più stipendio, non c'è diritto a pensione, e ci saranno a
quest'ora quasi seimila lire di debiti.»
«Non è
possibile...» disse freddamente e con un leggiero sorriso ironico Beatrice, per
fargli capire che non era disposta a lasciarsi abbindolare.
Demetrio, a
questa risposta così fredda e categorica, alzò gli occhi e li fissò un istante
in viso alla sua cara cognata, contraendo le labbra a un tremito nervoso, che
pareva un sorriso sardonico.
«Non è
possibile» tornò a dire Beatrice nella sua matronale tranquillità.
«Voi non siete
obbligata forse a sa... sapere e siete da compatire. Ma qui c'è un fascio di
conti... Cesarino aveva le idee troppo grandi.»
«Bel capitale!
Bisognava vivere con decoro, si sa.»
«Lasciamo il
decoro, per carità!»
«Si sa, un regio
impiegato... Non tutti possono rassegnarsi a vivere di pane di segale o di
polenta....»
«No, no... che
segale e che polenta! Adesso è morto e noi dobbiamo pregare per l'anima sua, ma
vi confesso che sono spaventato. Ci sono tre semestri dell'affitto che bisogna
pagare per la Pasqua, o il padrone mette il sequestro. C'è un vecchio conto
dell'orefice Boffi, che mi ha portato lui stesso all'ufficio... Aspettate;
perché non diciate che invento tutto per il gusto d'inventare, ho portato con
me tutte le pezze giustificative. Quando hanno saputo che Cesarino era morto e
che io, suo fratello, m'incarico un poco delle faccende, i creditori si son
mossi tutti come le mosche, se la pigliano con me, pretendono che io abbia a
pagare... Io? con che cosa pagare? e che c'entro io?»
Demetrio, tratto
il suo fascio di cartacce, sciolse lo spago che le legava insieme, e cominciò a
spiegarle sulle ginocchia.
«Arabella!»
chiamò la voce chiara e argentina di Beatrice.
«Che cosa vuoi,
mamma?» dimandò la bambina, che stava fuori in sentinella.
«Portami il
caffè.»
Demetrio frugò
un pezzo nella tasca di sotto e trasse l'astuccio degli occhiali. Ne uscì un
paio con grosso cerchio d'osso ch'egli appoggiò alla punta del suo naso color
patata, assicurando le grosse spranghette tra l'orecchio e il ciuffo rossiccio
dei capelli. Inarcò le sopracciglia, e contraendo la pelle della bocca, come se
provasse della nausea, cominciò a leggere sopra una pagina:
«Ecco, Angelo
Boffi, orefice e bigiottiere. Per braccialetto d'oro con zaffiro, lire 150....»
«È un
braccialetto che Cesarino ha voluto regalarmi fin dal Natale dell'anno
passato.»
«Fu pagato?»
«Io credo di
sì.»
«Il signor Boffi
dice di no....»
Beatrice
cominciò a guardarsi intorno, come se cercasse un testimonio. Non vide che gli
occhi amorosi di Giovedì, che la contemplavano con soave tenerezza.
Vedere il povero
cane e sentirsi tutta rimescolare fu un punto solo. Ruppe in un singhiozzo,
stese le braccia alla bestia, che le saltò in grembo, e si rannicchiò a
piangere anche lui.
«Dove sei stato
fin adesso? o povero Jeudi, o Jeudi... dov'è il tuo padrone?»
Giovedì
rispondeva alla sua maniera, mugolando.
Demetrio chinò
il capo, lasciò cadere la mano sul ginocchio e aspettò che la padrona e il cane
finissero di piangere.
Cogli occhi
fissi nel vuoto, il pover'uomo pensava al numero dei gradini che Beatrice
doveva fare per discendere dal suo trono di cartapesta fino alla triste realtà,
che la circondava da tutte le parti.
«Non fu pagato
questo, come non furono pagati gli altri» riprese a dire con un tono uguale e
freddo, dopo un istante. «C'è qui un altro conto del signor Cena parrucchiere
per... per... saponi e profumerie... lire 56... Diavolo, questo non è nemmeno
pane di segale.»
Beatrice
arrossì, si rizzò sulla sua persona, e tornò a guardare il cognato orangoutan,
con una espressione di sarcasmo e di paura.
Demetrio, sempre
a capo basso, col coraggio inesorabile e pietoso del chirurgo che opera sulla
carne viva, scorrendo uno dopo l'altro quei benedetti conti, seguitò:
«C'è un conto
anche dal pizzicagnolo, circa duecento lire; c'è quello della sarta Schincardi,
un'ottantina di lire anche qui. C'è persino un vecchio conto del pasticciere
Dragoni, che risale nientemeno che al battesimo di Naldo e che non fu mai
pagato. Anche questa non è polenta... Conto del calzolaio Bianchi in lire...
cin... cin... quecento settantasei... Una bagattella!.. Conto non quietanzato
De Paoli per tap... tappezzeria... dice tappezzerie? duecento quarantacinque e
settantanove c...entesimi.»
Man mano che
leggeva, la fronte del bifolco si rimpiccioliva nella contrazione delle ciglia
in un gruppetto di grinze, sulle quali veniva a cadere a foggia di tettuccio il
piovente duro e diritto dei capelli.
Arabella entrò
col vassoio del caffè e col bricco in mano. Con la prontezza della sua
intelligenza essa aveva già capito che in quel suo zio ruvido e bifolco c'era
l'angelo custode travestito da ortolano. La scomparsa improvvisa del papà, la
fuga precipitosa, il modo misterioso in cui aveva sentito parlare alle Cascine,
le poche frasi udite all'entrare in sala, avevano già detto alla povera tosetta
che una grande disgrazia stava sulla sua casa e che forse lo zio Demetrio
meritava di essere ascoltato.
Dalla cucina
veniva un gran chiasso di voci e un gran picchiamento.
«Che fanno quei
matti?» chiese Beatrice.
«Dicono che
hanno fame e picchiano sulla cassa della legna. Il lattivendolo non è venuto, e
nemmeno il fornaio.»
«Hai mandato
Ferruccio?»
«Ma non c'è...»
rispose Arabella con una leggera impazienza, in cui si sentiva il tremito del
pianto.
«Bene; di' loro
che stiano quieti che adesso vengo subito.»
«Settimo: Conto
non quietanzato del farmacista....»
«Scusate,
Demetrio,» interruppe questa volta con un atto d'impazienza Beatrice «io non so
nulla di questi conti che dite voi....»
«Non volete dire
con ciò che me li invento io....»
«Non sono in
grado di dire se questi conti siano o non siano stati pagati. Lasciateli qui
che li farò vedere a mio padre....»
«Non cerco di
meglio... Ma non vorrei che questi poveri figliuoli andassero di mezzo.
Pensiamoci, per carità. Tiriamo i remi in barca... Che cosa può fare il signor
Chiesa per voi e per la vostra famiglia?»
«C'è ancora
tutta la mia dote. Son quarantamila lire, non un quattrino. Vostro fratello non
ha sposato una contessa, ma nemmeno la figlia della serva.»
«Può il signor
Isidoro mantenere oggi le sue promesse?»
«Adesso subito
forse no, perché è in causa coll'Ospedale, ma fra sei mesi, fra un anno?»
«Da quanti anni
dura questa causa, lo sapete? quante volte fu già perduta? quante migliaia di
lire furono sprecate in questa benedetta questione?»
«Mio padre è un
uomo di buona fede e trovò sempre degli avvocati di poca coscienza.»
«Lo so, non
facciamoci illusioni....»
«Che cosa volete
dire? che debbo forse mandare i miei figliuoli a fare il ciabattino?»
Beatrice aveva
letto un romanzo, Lo Sparviero e la Colomba, in cui una giovine bella e
ricca ereditiera lottava contro le insidie d'un gesuita che agognava alla sua
eredità. Ebbene, le pareva il caso suo. «Per fortuna» pensava «so quel che
vali! ma non ci riuscirai...»
E si sforzava,
nella sua semplicità di spirito di reagire e di tirarsi su impettita con tutta
la persona, come faceva nel suo palchetto quando il marito la conduceva al
teatro Dal Verme.
Demetrio sentì
una gran tentazione di buttarle in viso i conti e di andarsene. Ma gli venne in
mente il povero Cesarino disteso sotto una stuoia; gli venne in mente l'obbligo
morale che egli si era assunto verso il Martini per salvare l'onore al nome dei
Pianelli; gli risonò nell'orecchio la voce aspra del padrone di casa; sentiva
nello stesso tempo il chiasso che facevano quei ragazzi di là, picchiando nella
cassa della legna... Pensò che il sor Isidoro era un pazzo, fallito dieci volte
per la sua cocciutaggine nel far cause a tutto il mondo, e che sua cognata era
una testa d'oca.
Per tutte queste
ragioni, dopo aver trangugiato molto fiele in silenzio, mentre Beatrice finiva
di sorseggiare il suo caffè, rilegato collo spago il fascio dei conti, li
collocò sul tavolino, e disse con un tono di voce in cui si sentiva lo sforzo
di dominarsi:
«Se io volevo
dare qualche consiglio, prego mia cognata a credere che non lo facevo per mio
interesse. Chiamato in un momento triste, io pensavo che fosse mio dovere di
coscienza di mettervi al fatto dello stato delle cose: non vi ho detto tutto...
perché è inutile che sappiate tutto. Amen! Io vorrei vedere qui vostro padre in
luogo mio a pagare questi conti; ma forse il signor Chiesa dirà che i vostri
figliuoli portano il nome Pianelli e che non tocca a lui di salvarli dalla
miseria e dalla fame....»
«Che cosa dite?»
esclamò Beatrice irritata.
«Lasciatemi
finire e poi vi toglierò l'incomodo per sempre. È inutile farsi delle
illusioni. Voi non avete più un soldo della vostra dote, non avrete un soldo di
pensione e con sei o sette mila lire di debiti dovrete provvedere a voi e ai
vostri figliuoli.»
Beatrice tornò a
sorridere ironicamente. Il vecchio bifolco credeva forse che ella si lasciasse
infinocchiare da queste declamazioni. Sbagliava di grosso.
«Io ero venuto
per dire che bisognava pensare seriamente, subito, radicalmente, ai casi
nostri, o tanto vale prendere i ragazzi e mandarli a suonare l'organetto.»
«E che cosa
bisognerebbe fare? sentiamo» provò a dire Beatrice con aria quasi di sfida.
E intanto si
paragonava nella sua mente alla gatta che difende i suoi piccini dalle unghie
d'un brutto cagnaccio.
«Punto primo, si
cominci a vendere tutto quello che non è necessario.»
«Vendere!»
esclamò Beatrice, spalancando tanto d'occhi.
«Sì, vendere, o
restituire quello che non si può pagare....»
«Ah sì?» disse
con un sorrisetto ironico la povera donna.
«Punto secondo,
bisogna restringersi nelle spese, lasciare le apparenze, non curarsi tanto
della gente e rivoltare le maniche, come si dice...»
«Ah sì?» tornò a
dire Beatrice, pallida, movendosi da una poltrona all'altra.
«Non è il caso
di mandare questi figliuoli a fare il ciabattino; ma certo saremmo tutti matti,
se pensassimo di farne fuori degli avvocati. Via via, qui c'è della roba, voi
avete portato della roba....»
«Ah chiedo
scusa!» interruppe questa volta Beatrice con un impeto straordinario di
energia, «della roba mia la padrona sono io....»
Demetrio, che
nel calore e nello zelo del suo cuore s'era abbandonato quasi all'illusione
d'essere arrivato a tempo a far del bene, a questa brusca interruzione, al modo
obliquo con cui lo guardava la donna, capì di essere stato prevenuto. Perdette
l'equilibrio, si scoraggiò, masticò ancora un fiume di cose amare, raccolse i
suoi nervi, spianò le sue rughe irritate e con una voce che cercava d'essere
fredda per non essere velenosa, soggiunse:
«Scusate, questi
debiti io non posso pagarli....»
«Lo so, non è la
prima volta che non potete pagare i vostri debiti....»
Questa era la
frase che il signor Isidoro aveva messa in bocca a sua figlia nel caso
preveduto che Demetrio si fosse fatto avanti coi soliti raggiri, e alludeva
alla famosa dote di mamma Angiolina.
Demetrio
ricevette il colpo in pieno petto, chiuse gli occhi, impallidì sotto la scorza
dura e nera del suo viso color patata, mosse una mano quasi volesse col gesto
aiutare la parola a venire fuori; ma un groppo di pianto stizzoso e furibondo
lo strozzava alla gola... Col dito secco segnò tre volte il fascio dei conti
che lasciava sul tavolino, si rannicchiò nelle spalle, sempre con la bocca
impiombata dall'ira e dal dolore, e uscì dalla saletta senza dir nulla.
Un grimaldello
non avrebbe potuto aprire quella sua bocca impiombata di dolore e di sdegno.
Uscì, traversò
la cucina, smarrito, mal pratico dell'appartamento, passò in mezzo ai due bimbi
seminudi che picchiavano e strillavano di fame, e finalmente trovò l'uscio
dell'anticamera.
Fu un miracolo
se si ricordò di prendere il cappello e il bastone. Fu pure un miracolo se non
cadde dalla scala. Il Berretta lo chiamò di nuovo: «Ehi! ehi!» dal fondo dello
stanzino.
Ma egli non
sentì o non volle sentire. Uscì; prese la strada a man destra verso il centro,
non pensando nulla e non ripetendo nel fondo più oscuro del suo pensiero che
una parola sola:
«Asino!»
In questa
parola, che rappresenta un animale sciocco e paziente, concentrava tutta l'ira,
il dispetto, il dolore, la vergogna dell’offesa ricevuta, e la vergogna della
sua incapacità morale.
Per via Torino,
San Giorgio, Zecca Vecchia, uscì al Bocchetto e andò in ufficio.
Lavorò
meccanicamente, come al solito, senza sbagliare, senza parlare; se non che, di
tanto in tanto, come al girare di un quadrante, scoccava in lui quell'unica
parola in cui era andata concentrandosi tutta la sua dialettica:
«Asino!»
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