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Il giorno dopo,
come se non fosse accaduto nulla di diverso, si alzò, si vestì e colla solita
puntualità uscì per andare all'ufficio. La precisione e l'uguaglianza delle sue
abitudini era tale, che il signor Pianelli serviva di orologio agli studenti e
alle sartine, che affrettavano il passo quando l'incontravano al disotto del
Cordusio. La sua strada era sempre la stessa tutti i giorni: piazza del Duomo,
piazza dei Mercanti, Cordusio, Bocchetto: da una parte delle botteghe
nell'andare, dall'altra nel tornare. Sotto i portici meridionali comprava un
sigaro virginia (l'unico vizio), che era già preparato in un astuccio di carta
e ch'egli metteva in tasca per fumarne mezzo a colazione, mezzo dopo pranzo.
Stretto nei
soliti panni color cioccolata, sempre quelli ma puliti, col bastoncino infilato
in una tasca del paltò, andava col suo passo pesante di contadino, urtando
spesso il muro colla spalla come un carro che esca tratto tratto dalle sue
rotaie.
Veniva dunque
quel giorno, tutto raccolto nelle sue grinze, quando, arrivato davanti al
mercante Simonetta, sentì qualche cosa di morbido sdrusciargli le gambe. Era
ancora quella bestiaccia di Giovedì col pelo sporco e arruffato, cogli occhi
malati, che gli teneva dietro da cinque minuti senza che egli se ne accorgesse.
«Marcia via!»
disse, alzando un poco il piede per farlo scappare.
Il cane,
tiratosi indietro un passo, si fermò col muso in alto a guardare l'uomo, con
occhi pieni di malinconia, dimenando il suo soldo di coda lungo un dito.
Quando Demetrio
si mosse per continuare la sua strada, la bestia seguitò a pedinargli dietro
come se seguisse il suo padrone. Demetrio si fermò un'altra volta sull'angolo
degli Speronari e il cane si fermò anche lui e tornò a dimenare il suo soldo di
coda, guardando sempre con quegli occhi...
Allora Demetrio
finse di entrare nella porta del fiorista, ma vide che il cane gli andava
dietro. Pensò se c'era vicina una chiesa con doppio ingresso per fargli perdere
la traccia, ma di chiese non ce ne sono in quel tratto... La bestia poteva anche
essere arrabbiata: arrabbiata o no, non voleva avere a che fare con lei e con
nessun altro di quella casa...
Guardò in su e
in giù se vedeva una guardia, un sorvegliante, un'autorità per farlo menar via,
ma non vide un cane, tranne il suo.
E questo, duro,
ostinato, gli andava dietro colla costanza di una bestia che non mangia da due
giorni.
Provò ad
affrettare il passo, a correre: e il cane dietro a correre anche lui.
Lo zio si fermò
la terza volta, trasse il suo lungo fazzoletto di cotone turchino, fece un
grosso nodo a uno dei capi, lo alzò come un flagello; ma Giovedì, facendo arco
della schiena e piagnucolando, venne ad accosciarsi ai suoi piedi.
Che doveva fare?
ammazzarlo?
Giunto
finalmente sotto il portone del Demanio, picchiò nei vetri del portinaio e
avvertì il Ramella con dei segni. Il Ramella guardò attraverso i vetri
dell'antiporto, capì di che si trattava e venne fuori. Quando il cane vide in
aria l'asperges, fuggì come il diavolo.
Demetrio giunse
in ufficio con qualche minuto di ritardo, un'ora prima del suo capo, il
cavalier Balzalotti. Arrivato al suo posto, che era un tavolo accanto a una
finestra, difeso contro i colpi d'aria da un vecchio e logoro paravento, tolse
prima di tutto il sigaro di tasca, lo guardò alla luce se c'era tutto e lo
collocò come una preziosa reliquia sopra lo sporto della finestra.
Aprì il cassetto
e controllò i due panini nel cartoccio. Fece una rapida ispezione al suo
cappello rotondo, vi picchiò su con un buffetto per spazzare via un filo di
polvere, lo tuffò delicatamente in una custodia di carta fatta apposta e lo
collocò nella sua vestina sull'ometto. Poi aprì un altro cassetto e trasse
fuori le due manichette di tela lucida ch'egli metteva per scrivere. Se le
infilò: diede una nervosa e rapida fregatina alle mani, chiudendo gli occhi,
accartocciando tutte le rughe della faccia. Poi cominciò la diligente pulizia
degli occhiali.
L'egregio
cavalier Balzalotti da qualche tempo, come forse s'è già detto, aveva fatto
venire il Pianelli nel suo ufficio e se ne serviva come di copista per una
lunga relazione intorno all'esazione sulla tassa di bollo e registro, che
doveva essere presentata per Pasqua al Ministero delle Finanze.
Il tavolone del
cavaliere, pieno pieno di carte e di allegati, era posto nel mezzo della parete,
sotto un bel ritratto del re, tra due campanelli elettrici, poco lontano dalla
bocca del calorifero.
Il Pianelli,
uomo paziente, discreto, di poche parole, era come se non ci fosse. Copiava,
ricopiava, scriveva sotto dettatura, con una calligrafia grossa e precisa,
senza fare tante questioni di lingua e di grammatica, come pretendono certi
chiacchierini saputelli, che, per essere stati bocciati alla quarta ginnasiale,
credono di saperne di più dei loro superiori.
Demetrio, non
molto forte anche lui nelle questioni, dirò così, filologiche, copiava tutte le
parole ciecamente, senza discuterle mai, senza mai cercare se avevano un senso
o se dovevano averlo. Egli non si sarebbe mai permesso, per esempio, nemmeno
una timida osservazione sui molti laonde, che il cavaliere seminava ne’
suoi periodi e nelle sue relazioni al Ministero, e fingeva di non capire lo
scherzo, quando qualche burlone degli altri uffici gli domandava notizie del cavalier
Laonde.
Tutte queste
buone qualità d'uomo discreto e modesto gli avevano guadagnato la stima e sarei
per dire quasi l'affezione del suo capo, che una volta gli aveva ottenuta una
piccola gratificazione e prometteva di fare qualche cosa di più per l'avvenire.
Demetrio, dal
canto suo, si era affezionato alla sua sedia di pelle sotto la finestra, che
rappresentava dopo tante burrasche un porto sicuro e tranquillo, ove egli
poteva riparare la vecchia carcassa della sua barca.
Sul cuoio lucido
di quella sedia erano rimaste le infossature di due o tre generazioni di
impiegati, che avevano tratto di là il pane dei loro figliuoli e le spese
capricciose delle mogli; egli che non aveva né moglie, né figli, sperava di
uscirne coi calzoni meno stracciati.
In Carrobio non
si sarebbe lasciato più vedere nemmeno se ve lo avessero tirato con le corde di
Valenza.
Il Signore era
testimonio ch'egli non si era rifiutato di versare una goccia d'olio sopra una
piaga: ma non voleva essere né odiato, né maledetto. Stava così bene nel suo
guscio...
Data un'altra
fregatina alle mani, se le portò alla testa e carezzò due o tre volte coi palmi
le due gote come se si asciugasse la faccia e presa la penna, dopo averla
provata sull'unghia grossa del pollice, ricominciò a copiare al punto dov'era
rimasto il giorno prima: avvegnaché non sembri a codesto Eccelso Ministero
poco retribuito il reddito imponibile, nonché gli altri cespiti tassativamente
indicati nella precitata Circolare del 10 ultimo scorso, N. di protoc. 54657,
Posiz. 32, N. di partenza 307, e oltracciò avvegnaché non abbia a patire
detrimento l'organica esazione come laonde....
«Signor
Pianelli» disse il vecchio portiere Caramella, che sonnecchiava le dodici ore
al giorno in anticamera «c'è un signore, un vecchio, che vuol parlarle.»
«Chi è?»
«È un vecchio,
un uomo....»
«Gli avete detto
che non ricevo in ufficio? sta per venire il cavaliere....»
«Dice che ha
bisogno... Pare un mezzo matto....»
«Sarà uno dei
soliti» soggiunse Demetrio, che da una settimana vedeva passare la processione
dei creditori. «Questo lo mando a Melegnano dal sor Isidoro» pensò. «Non voglio
impiccarmi per... Fatelo entrare un momento» soggiunse a voce alta.
«Per questo son
già bello ed entrato» esclamò il vecchio mezzo matto, venendo innanzi da sé
come se fosse il padron di casa.
Era un uomo sui
settant'anni, d'aspetto campagnuolo, tarchiato e vigoroso, vestito di un abito
grigio sciupato, con due grandi occhialoni sopra un viso color del mattone e
con un nodoso bastone in mano di un bel legno giallo, contorto come una radice.
Fece tre passi
avanti, cadendo tre volte sulla gamba destra che aveva più corta della sinistra
e, senza levarsi il cappello di testa, fissando in faccia a Demetrio i grandi
vetri dei suoi occhiali, disse con voce sguaiata:
«È lei quello
che chiamano il Demetrio?»
«Sissignore» rispose
Demetrio non senza un piccolo sorriso ironico.
«Allora mi
siedo, perché sono stanco come un asino.»
«Si accomodi, ma
faccia presto.»
«Son già seduto,
grazie, obbligato. Non guardi se ci ho un vetro rotto nel mezzo. È una memoria
che conservo, una grazia ricevuta dalla madonna. È stata una cavalla che aveva
mangiata della cattiva stoppia, sprrang... mi regalò un calcio qui nell'occhio.
Si è rotto il vetro, ma la testa, oh, sì!.. testa di bronzo, corpo del
diavolo!»
«Ho l'onore?
faccia presto....»
«Ecco, l'onore
veramente è una parola troppo di lusso per un uomo che non ha avuto nemmeno il
tempo stamattina di farsi lustrare gli stivali. Son venuto a piedi da San
Donato a Milano, e c'era un fango alto così....»
«Senta, si
sbrighi....»
«Stia comodo,
caro il mio carissimo sor Demetrio, che in un pater, ave e
gloria la minestra è cotta. So bene che i regi impiegati non hanno mai
troppo tempo da perdere coi signori contribuenti. So da un pezzo quel che
significhi un regio impiegato.»
Il vecchiotto
color mattone accompagnò queste parole con un suo gesto favorito, che
consisteva nel porre il dito indice alla coda dell'occhio, sporgendo un poco le
labbra e aguzzando lo sguardo a una sopraffina espressione di mariuoleria.
«Non mi levo il
cappello perché sono sudato e poi noi siamo americani. Sono stato a casa sua a
cercarlo, e non ho trovato che un vecchio sordo come una campana. La portinaia
mi ha detto: «È già andato all'ufficio.» Allora io ho pensato: «Poiché siamo in
piazza Fontana, approfittiamo della circostanza e facciamo colazione» e sono
andato al Biscione, dove una volta ho mangiato una eccellente busecca
alla milanese. Una volta c'era anche del vin buono — parlo di trent'anni fa,
quando il Biscione non era diventato ancora un grand hôtel. Ci
andavo tutte le settimane, fin da quando viveva mio padre, jesus per
lui, anzi ho passato al Biscione la mia prima notte di matrimonio. C'è
da farne un quadretto. La mia povera Marianna non era mai stata al Biscione...
ah! ah! sicché, s'immagini che paura!.. Basti dire che è scappata su per la
ringhiera in camicia....»
«Scusi»
interruppe aspramente Demetrio, «chi è lei? che cosa vuole? non ho tempo di
stare a sentire le sue fanfaluche.»
«Ecco un parlar
chiaro, corpo del diavolo! Se si tratta dunque di farle quell'onore che dice,
io sono il Chiesa di Melegnano.»
«Il sor
Isidoro?» esclamò Demetrio un po' mortificato e confuso.
«Sì, Isidoro
Chiesa, uomo libero per la grazia di Dio e che non mangia il pane di nessuno.»
«Se avessi
saputo... non ci siamo mai incontrati.»
«Non abbiamo mai
avuto quest'onore... Son venuto a Milano per discorrere di quella
faccenda; anzi per far più presto ho portato con me tutto l'incartamento talis
et qualis come me l'ha consegnato ieri l'avvocato Ferriani... Conosce
l'avvocato Ferriani? un bravo giovane, svelto come un uccellino, un poco storto
di gambe, ma diritto di cervello. Questi nanis quanis alle volte hanno
un talento! Anche la vite è storta, e fa buon vino. Transeat! Da questo
incartamento ella potrà farsi un'idea precisa delle cose, come le ho raccontate
al povero Cesarino. Io sono uno che ama le cose chiare, sebbene ne abbia
ricevute di quelle che non le ha sofferte nostro Signore sulla croce. Ma un
Chiesa non si umilia né per cento, né per duecento, né per mille marenghi. Un
Chiesa non si vende.»
Il mezzo matto
cominciava a gridare e ad agitare il suo bastone bistorto in aria.
«Io non so
nulla...» disse Demetrio umile e paziente.
«Si tratta di un
capitale di ottanta mila lire che l'Ospedale mi deve sacrosanto, come è vero
che ho ricevuto il battesimo. Lei saprà benissimo la storia di quel
capitaletto: c'è da farne una tragedia. Io sono salito sul fondo di Melegnano
l'anno mille e ottocento cinquantasei, l'anno del colèra, ai tanti di
novembre.»
«Senta....»
«L'avvocato
Ferriani, che non è un'oca, dice e sostiene che ho tutte le ragioni. Negli
articoli del capitolato c'era una clausola che contemplava appunto la
restituzione di quel precario, per cui io ho diritto a un risarcimento, sì o
no? Si tratta di ottanta mila lire, non un quattrino, e in queste c'è la dote
di mia figlia, che vuol dire il pane de' suoi figli, sangue del mio sangue.
Pazienza ancora se i denari andassero a sollievo dei poveri; ma lei sa meglio
di me che in queste pie amministrazioni è un rubamento e un mangiamento generale.
Mangia l'ingegnere, mangia il ragioniere, mangia l'economo, mangia l'avvocato
che fa le cause, mangia il giudice che fa le sentenze, mangia la Corte
d'Appello che le rivede e su su, ladro via ladro fa ladro, è tutta una
consorteria birbona.»
«Scusi....»
«E io, bestia,
mi son sempre fidato. Ma dice bene quel nanis quanis del mio avvocato:
la pazienza dei popoli è la mangiatoia dei tiranni, e sento anch'io che un po'
di catastrofe universale di tanto in tanto ci vuole....»
«Ma senta....»
Il vecchio
infervorato non lasciava il tempo di aprire la bocca.
«Se io esagero,»
continuò, inarcando le sopracciglia e movendo quei due grandi specchi ustori
che aveva sugli occhi, «se io esagero, mi possa cadere un fulmine sul collo, e
restar qui, in nomine patris, filii et spiritus. È tutta una lega
di moderati birboni....»
Proprio in
questo momento entrò il cavalier Balzalotti, che si fermò un istante a dare
un'occhiata al predicatore.
«Tutta gente che
vende la pancia al Governo. Rubano i ministri, rubano i segretari generali,
rubano i capi divisione, e giù giù fino all'ultimo guattero del regno d'Italia,
con Depretis alla testa, è una ladreria di mutuo soccorso....»
A queste parole
pronunciate in presenza di un superiore, Demetrio scattò come un razzo e
alzando la voce anche lui con una furia caina (perché ogni pazienza ha il suo
limite) dimostrò al signor Isidoro Chiesa di Melegnano che non è alle persone
di buon senso che si fanno certi discorsi, e che un pubblico ufficio non è
un'osteria. Il suo tempo era prezioso, e se non aveva nulla di più bello di
queste fanfaluche, andasse a contarle al suo avvocato. — Nell'eccitazione
dell'ira il volto di Demetrio si fece rosso come la cresta del gallo, e i duri
muscoli guizzarono sotto la pelle infiammata come un gruppo di biscie. Il
cavalier Balzalotti, che finiva di dare l'ultima occhiata alla Perseveranza,
gli fe' segno d'aver pazienza e di lasciarlo dire.
«Lei» soggiunse
il Chiesa col suo bel risolino sardonico «lei parla così, perché anche lei
mangia alla greppia. Ma lasciamola lì. Non sono venuto per cercare la carità a
nessuno, ma soltanto per far valere dei diritti.»
«Che diritti?»
«Suo fratello
prima di morire mi aveva promesso settecento lire per vedere di finire questa
causa.»
«E così?»
«Ci ho qui
ancora la lettera, nella quale Cesarino mi diceva di andare avanti, di fare i
primi passi coll'avvocato, di battere il ferro mentr'era caldo; che in quanto
ai denari li avrebbe trovati lui, anzi mandò lui stesso un acconto di duecento
lire all'avvocato Ferriani. Io sono andato avanti, ho battuto il ferro, e per
Dio, non si lascia neanche un malfattore impiccato a mezzo sulla forca.
L'avvocato ha sulla garanzia di Cesarino e nell'interesse dei minorenni smosso
della polvere, versato dell'inchiostro, ha unto le mani a qualche cancelliere
per far correre la cosa, ha fatto spese in scritturazioni e carta bollata; ma
se non ha le settecento lire promesse, è come aver messo le pezze e l'unguento
su una gamba di legno.»
«E viene a
contarle a me queste cose?» gridò Demetrio in preda a una convulsione nervosa,
che non seppe più dominare alla presenza del suo capo ufficio.
«Non è lei il
fratello di suo fratello?»
«Io non ho
promesso niente a nessuno.»
«Lei è il tutore
dei minorenni.»
«Io sono il
tutore di nessuno....»
«C'è
un'obbligazione, corpo del diavolo! e a un Chiesa di Melegnano non si dànno ad
intendere delle ciarle.»
Il vecchio
strillava come un'oca: e a lui di ripicco l'altro:
«A un Chiesa di
Melegnano io dico che non lo conosco.»
«Dunque il
signor Demetrio non crede alle mie parole...» strillò di nuovo il vecchio,
alzandosi e picchiando in terra il suo bastone bistorto.
«Io credo che
lei è un gran buon uomo.»
Queste parole
furono come un secchio d'acqua sopra un gran fuoco che divampa; che non lo
smorza, ma lo umilia per un momento, facendolo stridere quasi irritato in mezzo
a un nugolone di cenere.
Cambiando il
tono chiassoso in un tono sibilante e canzonatorio, il Chiesa cominciò a dire
con un sorrisetto di acerba ironia:
«Ah! io sono un
gran buon uomo?!»
«Vada da mio
fratello a farsele dare le sett...tecento lire. Io non vivo di grassazione per
sua regola!» gridava l'uno: e l'altro sempre sorridente:
«Ah! io sono un
gran buon uomo» e appoggiato al bastone diritto come le sue idee, cominciò a
dondolare il capo a destra e a sinistra. «Ah! io sono....»
«E se l'avvocato
ha speso duecento lire in bolli, si faccia bollare anche lui per
quattrocento... e vada fuori dei piedi che ho già la testa come un cavagno.»
Lo zoppo, quasi
sospinto dalle mani lunghe e ossute di quello che dicevano il Demetrio,
stordito forse di quella accoglienza, cominciò a ritirarsi a poco a poco verso
l'uscio, girando sopra sé stesso come una vite di torchio che infili il
pavimento, mandando terribili lampi e fosforescenze dalle due grandi invetriate.
«Ah! io
sono....»
Giunto sulla
soglia si drizzò tutto, brandì il pomo del bastone colle due mani e picchiando
forte in terra gridò compiendo la frase con un gesto di sfida:
«Ci rivedremo,
Filippo!»
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