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Demetrio, appena
il vecchio matto se ne fu andato, si volse tutto mortificato verso il cavalier
Balzalotti e, con voce tremante un po' per dispetto e un po' per soggezione,
balbettò qualche scusa.
«È troppo buono,
Pianelli, glielo dico sempre: e sa che cosa significa a Milano essere troppo
buono?»
Così prese a
dire il cavalier Balzalotti, che a quella scena s'era divertito mezzo mondo e
che non era troppo in vena di lavorare quella mattina.
«È troppo
ingenuo lei, troppo poco pratico del mondo. Non tocca a me dare dei pareri,
perché il proverbio dice: metà pareri e metà denari; ma se mi avesse dimandato
in principio, gli avrei detto: Se ne lavi le mani. Che diavolo! non conosceva
anche prima come stavano le cose?»
«Sa, ci si trova
implicati... Una povera famiglia....»
«Segno di buon
cuore, ma il buon cuore in certi casi non basta. Ci vuole il bastone in certi
casi. A me non me ne viene in tasca niente, figuriamoci, ma mi rincresce vedere
un galantuomo nell'acqua fino alla gola. Lei si mangerà il fegato, butterà via
quei pochi risparmi messi in disparte per la febbre e infine si farà odiare e
maledire. È il solito, creda a me.»
«Comincio bene
ad accorgermi» mormorò Demetrio.
«Altro che! La
gente riceve più volentieri una bastonata che un beneficio, e poi che gente! È
un pezzo che conosco i coniugi Pianelli e saprei dire cento storie di lord
Cosmetico e della bella pigotta.»
«Di, di?»
«Come? non sa
che mezza Milano li chiama così? bisogna proprio cader da un abbaino, caro
Pianelli, per pigliare a occhi chiusi certe matasse da dipanare. Non dico che
suo fratello non fosse un giovinotto allegro e simpatico: tutt'altro. Non per
nulla uno si fa chiamare lord Cosmetico. Non dico nemmeno che sua cognata non
sia una bella donna; posso anche giurare che poche contesse hanno due spalle e
due braccia più ben fatte. Suo fratello, da buon farfallone, si abbruciò le ali
a questa candela. Lei lo sa meglio di me. Il lusso non era mai abbastanza: casa
Litta addirittura. E quando un impiegato non ha che il suo magro ventisette del
mese, creda a me, cioè, lo sa benissimo che è, dirò così, come la botte delle
Danaidi. Feste, teatri, scampagnate, perle, vestito di raso, diamanti. Ohè! Ci
si rovinano i principi, specialmente quando si vuole star sull'orgoglio e non
far parlare la gente. Con tutto ciò la gente non ci crede lo stesso, e quando
non trova la somma in una maniera, rifà i conti in un'altra, in partita doppia
d'entrata ed uscita....»
Il cavaliere,
che durante questa predichetta aveva continuato a spazzolare colla manica la
sua bella calotta di velluto, giunto al malizioso epilogo, socchiuse gli occhi
piccini e mise in vista i magnifici avorî della sua dentiera Winderling.
Demetrio, che
udiva per la prima volta e da una persona cotanto autorevole, amica del suo
bene, ciò che formava probabilmente da cinque o sei anni la cronaca del
Carrobio, rimase incantato, a bocca aperta, come il villano innanzi a quei
quadri detti dissolventi, che sfumano l'uno nell'altro.
«Il buon cuore è
una bella cosa, ma alle volte il cuore è buono per i merli. È una settimana che
io vedo venire innanzi e indietro gente d'ogni colore e d'ogni faccia. Che cosa
ha speso a quest'ora? e quanto gli resta ancora da pagare? e quando avrà pagato
tutti i debiti vecchi, chi pagherà i nuovi? perché, non si lusinghi che sua
cognata possa rassegnarsi a una vita di sacrifizio e di lavoro. Non so nemmeno
se sappia cucire insieme un paio di calze... Dietro di lei c'è questo vecchio
gufo, come credo aver capito, che è capace di minacciare un processo, lo
spoglieranno della camicia, diranno che ha tradita la vedova e gli orfani
derelitti e in fine si farà canzonare dalla gente.»
Demetrio, come
imparasse per la prima volta i principî d'una scienza nuova e meravigliosa,
stava a sentire, con tanto d'occhi aperti, come impiombato coi piedi sul pavimento.
«Canzonare è una
parola, per non dir peggio. Perché,» qui il cavaliere abbassò un tantino la
voce e fece un passetto verso il subalterno «perché, se non si offende, mi
capisce, la gente è cattiva, si sa, e potrebbe supporre che lei pensa alle
spese chi sa con quali intenzioni, o che — che so io? — che lei ci abbia quasi
il suo interesse....»
Le orecchie di
Demetrio, a queste parole, diventarono rosse come il fuoco; e la fiamma, che
scese tra pelle e pelle fin sulle guance giallognole, andò a spegnersi sulla
linea del naso. Un piccolo tremito invase tutta la persona, e le mani si
apersero nell'aria quasi automaticamente, senza che il povero ignorante sapesse
lì per lì rispondere una parola, nemmeno un grazie, per degli avvertimenti che
lo arrestavano sull'orlo di un abisso.
Tutto aveva
pensato, tranne a questo caso, che la gente potesse supporre quello che forse
supponeva già e che era nei suoi diritti di supporre.
Sicuro che era
così! il lusso, la tranquillità, l'ironia con cui l’aveva accolto sua cognata
dovevano avergli aperto gli occhi, se egli non fosse stato una vecchia talpa
cieca, ignorante di tutte le cabale del mondo, un bestione, sciocco e paziente
come un cammello, e come un cammello sempre rassegnato di portare la casa degli
altri sulla gobba.
Tanto per
giustificarsi un poco davanti al suo superiore e benefattore, dopo aver
masticato un pezzo le parole, provò a dire:
«E quei poveri
figliuoli?»
«Ecco,»
soggiunse il morbido consigliere «ai figliuoli forse è il caso di pensarci un
poco; ma è inutile ingannare con false carità dei poveretti, a cui non si ha da
poter lasciare che gli occhi per piangere. I figliuoletti vorrei metterli in
qualche orfanotrofio, in qualche istituto di beneficenza. Non è questo che
manca a Milano, e io stesso per quanto posso esser utile, se crede... conosco
il presidente degli orfanotrofi e luoghi pii annessi.»
«Lei, lei è
troppo...» balbettò Demetrio, agitando la mano stesa nell'aria.
«In quanto poi
alla bella vedovina — scusi, Pianelli, se mi permetto di parlarle col cuore in
mano, da padre — in quanto a lei, vorrei lavarmene a tempo le mani, in due
acque, se non basta una, e lasciarla, dirò così, al suo angelo custode..., le
parlo da amico, da padre, e, se crede, anche da suo superiore....»
Gli occhi di
Demetrio si trovarono pieni di lagrime prima ancora ch'egli sapesse perché
piangesse. La voce paterna del suo capo, la ragionevolezza de' suoi consigli,
lo stato d'irritazione in cui l'aveva lasciato quell'altro vecchio pazzo e, in
mezzo a tutto ciò, più forte di tutto ciò, un improvviso sentimento della sua
materiale e rustica ignoranza, finirono coll'avvilirlo.
In che modo
aveva sempre vissuto fino adesso, per non accorgersi di ciò che era scritto
sulle cantonate di Milano?
Un sentimento di
pietosa confidenza lo condusse a fare innanzi al cavaliere tutta la confessione
de' suoi imbarazzi. Tenne gelosamente nascosto il motivo che aveva spinto
Cesarino a finirla colla vita; ma fece capire ch'egli non poteva rifiutarsi di
pagare qualche grosso debito d'onore, per salvare, se non altro, il nome di
quei poveri figliuoli, che infine si chiamavano Pianelli... Avrebbe fatto
tesoro dei preziosi consigli: e, se gli permetteva di approfittare qualche
volta della generosa protezione, sarebbe venuto forse ad importunarlo...
«Ma venga quando
vuole: se posso levare una spina da un piede, non sto a farmi pregare... per
bacco!»
Beatrice,
costretta di nuovo a provvedere a tante incombenze, alle quali prima soleva
pensare suo marito o la Cherubina, si sentiva imbarazzata nella sua incapacità
e nella sua gran vestaglia a nastri azzurri. Non sapeva dove mettere le mani,
né come muoverle, e, dato fondo alle ultime venti lire rimaste, per disordine,
in un cassettino dei pettini, si trovò improvvisamente senza un soldo.
Il sor Isidoro,
passando da Milano, andò a trovarla; consumò i resti del pranzo del giorno
prima, vuotò l'ultima bottiglia di barolo rimasta in dispensa, e se ne andò
dopo aver fatto giurare a sua figlia che non avrebbe più ricevuto in casa quel
mascalzone che rispondeva al nome di Demetrio, un asino calzato e ritto in
piedi, che aveva osato dire che un Isidoro Chiesa era un gran buon uomo.
Demetrio non
c'era bisogno di cacciarlo via. Ci pensò lui a non lasciarsi vedere. Dopo il
suo colloquio con Beatrice, dopo la scenata col Chiesa, dopo la predica amorosa
del capo ufficio, bisognava essere un gran babbuino per lasciarsi tirare ancora
in Carrobio.
Dopo tre o
quattro giorni i ragazzi, non abituati a far senza di certe formalità, cominciarono
a gridare, a picchiare, a piangere.
Arabella, smorta
come un lino, taceva, si muoveva per la casa, comprimeva un certo che sulla
bocca dello stomaco, e, di tanto in tanto, andava sul balcone a dare
un'occhiata per il lungo di tutta via Torino, se mai vedesse, in mezzo al
viavai immenso di tanta gente e di tante carrozze, un uomo che somigliasse un
poco allo zio Demetrio.
Beatrice fece
chiamare Ferruccio un paio di volte, un bel ragazzo svelto, che faceva il
tipografo nella stamperia dell'Osservatore Cattolico. Arabella gli aveva
promesso una grammatica francese e il bel ricciolone correva come una freccia,
quando sentiva la sua voce in cima alle scale.
Ma dal momento
che non c'erano più quattrini in mano, il fornaio, il lattivendolo, il
pizzicagnolo non davano più nulla ai signori Pianelli.
Demetrio aveva
dato delle belle parole a tutti; ma i signori bottegai non ne volevano più di
belle parole. Ferruccio tornò con la cesta vuota.
Beatrice si fece
restituire da Arabella un piccolo cinque franchi d'oro, che il babbo le aveva
regalato per il suo compleanno: e, bene o male, si tirò innanzi un altro paio
di giorni. Ma la povera donna si sentì abbandonata, e le venne da piangere.
Uscì, vestita
come poté, con l'idea di andare a parlare al Direttore delle Poste, e lasciò in
casa Arabella sola a custodire i ragazzi.
Il commendatore
era andato a Roma. Sulla scala s'incontrò col signor Martini, che finse di non
conoscerla.
Timida ed
imbarazzata, non osò cercare del Buffoletti o di qualche altro amico di suo
marito. Passò invece dalla via del Mangano, dove abitava l'Elisa sarta, e salì
fino al terzo piano per ordinarle i vestiti di lutto. Poi, un pensiero le
suggerì di andare in cerca della Pardi e di chiederle un prestito di qualche
centinaio di lire; ma l'Elisa sarta aveva riferite le ultime parole dette dalla
Pardina sul conto della sora Pianelli, e tra le due vecchie amiche di Cernobbio
c'era oggi dell'aria cattiva.
Passò il giovedì
e tutto il venerdì senza che venisse anima viva.
Pioveva. L'aria
e le case avevano di lassù un aspetto grigio e triste sotto l'acquerugiola
silenziosa, che stillava senza forza sui muri, impregnando il cielo di vapori
stagnanti.
Arabella contava
le ore sui battiti del suo cuore e correva per la ventesima volta a guardare
dal balcone nella strada.
Passavano carri,
tram, carrozze, carriole a mano, con quel frastuono pieno e grosso di una città
che vive bene, mangia bene, digerisce bene.
Passò un fiume
di gente, uomini, donne, soldati, preti, ragazzi, in tutti i sensi: passò un
funerale colla musica in testa..., passò un carro pieno di masserizie... Un
cavallo spinto a corsa scivolò e cadde sulle zampe davanti. Accorse molta
gente, fu tirato in piedi, partì zoppicando, la gente si diradò, la grossa
fiumana riprese il suo corso solito, ma lo zio Demetrio non si lasciava vedere.
Una volta sola
il cuore della bambina si risvegliò a un battito di speranza e fu nel vedere Giovann
dell'Orghen, un poveraccio, che lo zio Demetrio aveva mandato una volta a
casa con un biglietto. Sperò che venisse ancora da parte sua: ma Giovann
dell'Orghen voltò e scomparve dietro San Giorgio.
Si ritrasse dal
balcone tutta fredda e stillante acqua e stava per chiamare ancora Ferruccio,
quando una forte scampanellata ridestò improvvisamente un grido di speranza e
di gioia nei poveri bambini, che stavano per addormentarsi nella gelida
malinconia di quella giornata piovosa e senza minestra.
Era il maestro
di pianoforte.
Il Bonfanti
dalla strada aveva veduto Arabella sul balcone ed era venuto su, prima per fare
una visita di condoglianza e poi per sapere quando la scolara avrebbe
ripigliate le lezioni. Egli era in credito d'una ventina di biglietti e non
osava dire: pagatemi; ma sperava che, lasciandosi vedere, fosse un mezzo per
non essere dimenticato del tutto.
Le altre volte
il povero Cesarino, che era un fanatico di Verdi, pregava il maestro dopo la
lezione di rimanere a mangiare la minestra. Il Bonfanti non credeva d'avvilirsi
restando, e pagava poi generosamente col sonare e col cantare a memoria mezzo
il Trovatore e mezza la Traviata. Era anche questa un'occasione di
mettere le mani sul piano, perché, dal giorno che il povero maestro era andato
all'ospedale col vaiuolo, aveva dovuto vendere anche quel poco cembalo e le
tirava verdi, il pover'uomo, verdi come il sambuco. Da tre mesi l'organo di San
Sisto era in riparazione: e si può dire che egli vivesse sulle Benedizioni di
San Lorenzo.
«Se la signorina
non si sente di prender lezione, vado io di là, se permettono....»
E colla
confidenza del vecchio amico di casa, il maestro passò nel salottino e cominciò
ad arpeggiare sulla tastiera tanto per far venire l'ora solita che il riso
andava in tavola. Egli sperava, coll'ingenuità dell'artista, che la signora
Beatrice avrebbe continuato le buone tradizioni del suo povero marito, anche in
considerazione di quella ventina di biglietti che non erano mai stati pagati.
Solo che, nelle battute d'aspetto e nei brevi intervalli tra un arpeggio e
l'altro, gli pareva d'intendere un gran silenzio, non solo in cucina, ma in tutta
la casa, mentre le altre volte c'era quel dolce tintinnìo di posate.
Non sapendo come
spiegare questo insolito ritardo, il maestro provò a cantare, colla sua voce
stanca di vecchio baritono, l'a-solo del re Filippo.
Dormirò sol
nel manto mio regal...
«Scusi, maestro,
c'è la mamma che si sente male...» venne a dire Arabella.
«Oh, se avessi
saputo... Che cosa ha?»
«Un po'
d'emicrania.»
«È il tempo.
Allora ci rivediamo martedì?»
«Glielo saprò
dire, non so...» balbettò Arabella arrossendo.
«Ad ogni modo,
non esca per ora dagli arpeggi. Adagio, conti a voce alta, e giù bene i
polpastrelli.»
Arabella cogli
occhi gonfi di pianto disse di sì col capo.
«Me la saluti,
la signora mammina.»
Il Bonfanti,
discepolo della classica scuola del Pollini, era ancora di quei vecchi maestri
che sanno distinguere l'arte dalla ginnastica e dall'acrobatismo, e rideva di
chi vanta la forza e la precisione come il non plus ultra d'un bravo
pianista.
«Che mi fa la
forza e la precisione?» diceva. «Anche una locomotiva ha della forza e della
precisione; ma una locomotiva non sarà mai una grande pianista.»
L'interpretare
una pagina di musica, il saperla colorire è questione di sentimento, e il
sentimento non si esprime se non colla delicatezza del tocco; e il tocco non si
acquista che col metodo e colla pazienza. Tutta l'arte è nei polpastrelli! In
virtù di questo metodo, teneva i suoi allievi sei mesi e anche un anno sulle
cinque note, che il Thalberg (il celebre Thalberg ch'egli aveva conosciuto a
Monza nella villa del viceré Raineri) aveva definito discorrendo con lui le
senk vertù teolegal de la musik.
Dopo le cinque
note bisognava aver pazienza e diligenza sulle scale. Dopo tre anni di studi,
il Bonfanti, si vantava che i suoi allievi non sapevano ancora suonare niente,
nemmeno una mazurchetta, mentre i maestri guastamestieri, per secondare
l'ambizione delle scolare e delle mammine, fanno suonare il pezzo concertato
quando l'allievo non sa ancora mettere giù i polpastrelli.
In questa
maniera egli procurava di tenere alta la bandiera della buona scuola e delle
tradizioni classiche, anche a dispetto dei tempi, che adagio adagio lo
lasciavano morire di fame.
Discese le
scale, si fermò un momento sulla porta a strologare il tempo, e mormorò:
«Potevo almeno
farmi dare un ombrello.»
E andò a fare
quattro passi.
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