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Anche Arabella
in mezzo alle scosse della sua casa usciva quasi trasfigurata. Non più bambina
oramai, perché aveva già troppo sofferto, e non abbastanza donna perché non
aveva ancora sofferto abbastanza, la sua figura pareva diventata più grande
nella malinconia, gli occhi chiari si riempivano ogni momento di pensieri, una
piccola ruga guizzava spesso nell'infossatura dei sopraccigli e la meschina era
sempre in sospensione, in attesa, in paura o di qualche nuova disgrazia, o di
una baruffa, o di un brutto incontro.
Il piangere,
senza lasciarsi scorgere, il mangiare poco e male fingendo d'averne abbastanza,
il dormire affannoso, e quando non dormiva, quel continuo rotolare nel letto,
quel sobbalzare improvviso a un improvviso abbaiamento... Quante volte le
pareva di udire la voce di Giovedì lamentarsi sulla scala! e insieme un'altra
voce d'uomo che cerca la carità, che si raccomanda!
Per quanto lo
zio Demetrio avesse cercato di attenuare la triste impressione del fatto,
velando e negando molti particolari, pure essa non aveva più dubbio che il suo
babbo si era ucciso lassù in quell'orrido solaio, tra quelle travi nere sotto
il tetto, dietro quell'uscio massiccio che il vento scoteva spesso la notte,
riempiendo la casa di terrore. Nel buio essa non vedeva che quell'apertura nera
spalancata davanti come una tetra voragine, piena di ragnatele e di sordidezze
nefande: e guai se sfinita di forze si addormentava nella lugubre immagine di
quelle travi incrocicchiate! Un grido la faceva trasalire; balzava sul letto al
suo stesso grido, colla fronte in sudore, col cuore in frantumi, stava a
sentire, le pareva che qualcuno passeggiasse leggermente per la stanza, girando
intorno al letto, rimestando nei cantucci, inquieto, bisognoso di qualche cosa,
finché una voce sommessa, o, per dir meglio, un fiato d'anima errabonda le
traversava il corpicciuolo, lasciandovi i brividi della morte.
Se ella avesse
potuto dare tutto il suo sangue per arrestare quell'anima in pena, per far
tacere quella voce che, sibilando, le parlava di cose incomprensibili nel buco
delle orecchie, non avrebbe esitato un minuto.
Aspettava con
ansietà il giorno della sua prima comunione. Forse Dio in quel dì avrebbe avuto
pietà di lei, avrebbe ascoltato i suoi voti. Se fosse stata più grande, avrebbe
voluto rinunciare subito alle cose del mondo, farsi tagliare i capelli — quella
bellezza di capelli —, vestirsi di nero, andare negli ospedali, nelle missioni,
dovunque insomma si può fare del bene, non per sé, ma per dare un sollievo a
quell'anima vagabonda, che non trovava requie. A furia di pensarci, fu essa che
persuase zio Demetrio a pagare il debito verso il Martini e a rivolgersi per
questo al signor Paolino delle Cascine. Col tempo avrebbe pagato col suo lavoro
quel debito. E quasi subito le parve che la povera anima fosse più sollevata.
Forse ella aveva indovinato ciò che andava da lungo tempo sussurrando e se ne consolò;
a poco a poco imparò ad ascoltarla e le parve di capire un'altra volta che
aveva bisogno di una messa. Così si abituò ad averne meno paura. Un prete le
aveva detto che un atto di pentimento sincero in extremis può salvare
l'anima del più feroce assassino, e che le buone opere dei vivi sono tante leve
per i poveri morti. Dunque c'era speranza che l'anima del suo papà potesse
salvarsi: per lui essa offriva a Dio il bene, che avrebbe potuto fare e godere
quaggiù.
Una domenica,
coi denari prestati dal signor Paolino, si presentò insieme allo zio all'uscio
del Martini, che abitava una modesta casa in via Larga. Strada facendo, mentre
si attaccava al braccio dello zio, non si scompagnò mai da quello spirito che
l’immaginazione eccitata e quasi ossessa trascinava con sé dappertutto, anche
in mezzo alla folla e in piena luce di mezzodì. Più d'una volta dovette fare un
gran sforzo di volontà e di raziocinio per non voltarsi a guardarlo.
Demetrio, tutto
chiuso e conturbato ne' suoi pensieri per il difficile passo che stava per
compiere, non sentì due o tre volte il braccio di Arabella guizzare sul suo e
tutta la sua personcina vibrare come un filo preso dalla corrente. Quasi non
vedeva due passi innanzi, come se la soggezione e la vergogna d'incontrarsi col
Martini facessero una nuvola davanti agli occhi. Pensava a quel che egli
avrebbe potuto dire, senza riuscir mai a mettere insieme due mezze parole in
un'idea. Solamente la coscienza in fondo pareva dire brontolando: «Si fa presto
ad ammazzarsi: la vergogna e la penitenza toccano a chi resta.»
«C'è il signor
Martini?» chiese Demetrio a una vecchietta, che venne ad aprire con in braccio
una bambina di pochi mesi. Erano la madre e la figliuola del disgraziato.
«Che cosa
desidera?» chiese la vecchina con un fare cerimonioso, invitandoli a entrare.
«Avrei del
denaro da consegnargli» balbettò Demetrio.
«Vengano avanti.
Vado ad avvertirlo.»
Rimasti un
momento soli in anticamera, Demetrio disse ad Arabella:
«Lasciami andar
innanzi solo. Aspettami qui....»
E a quell'uomo
coraggioso tremavano le gambe.
Quando tornò la
vecchia, Arabella stese le mani alla piccina, e con quel diritto, che ogni
donna ha sui deboli, la tolse in braccio nel suo guancialetto e andò a sedersi
presso la finestra per contemplarla bene negli occhi. Essa aveva molte cose a
dire a quella piccina. Appoggiò il viso al visino e nascose così le lagrime.
Demetrio intanto era passato di là. La vecchia Martini, contenta delle carezze
che la ragazza dava alla sua piccina, venne a fare delle confidenze. La sua Mimi
era nata sotto cattiva stella: la mamma morì nel metterla al mondo, e ora il
governo mandava via il papà lontano, fino in Sardegna. Era un trasloco senza
promozione, senza miglioramento di stipendio, per colpa d'un birbone che
l'aveva tradito, sotto la maschera dell'amicizia...
«Ne ha passate
quel povero martire in questi quattro mesi!» continuò la vecchietta
intenerendosi «ne ha patite più che Gesù in croce. Il governo ha riconosciuto
la sua buona fede, la sua innocenza, sta bene; ma ci vuole un esempio, e il
meno che possono fare è di mandarlo via per qualche tempo collo stesso soldo.
Ma i denari perduti ha dovuto rimetterli: e ora non può condurre una vecchia e
una bambina fino in alto mare. Dovrà fare due case; lasciar me colla piccina e
colla balia, e andarsene solo colle sue malinconie... Questo si guadagna a fare
il galantuomo.»
Mentre la buona
donna sfogava il suo corruccio, contando per la centesima volta una storia che
non poteva levarsi dal cuore, Arabella tuffava sempre più il viso nel guancialetto,
a cui si stringeva colle braccia come se cercasse un appoggio per non cadere.
Demetrio passò
in un salottino, sparso di roba in disordine, dove trovò il Martini tutto
occupato a riempire delle casse. I due uomini s'incontravano per la prima
volta.
«Ho il
piacere...?» mormorò il padrone di casa per avviare una presentazione.
Aveva ragione la
sua mamma: i colpi della vita avevano dimezzato il disgraziato.
Demetrio, dopo
aver fissato gli occhi in un angolo in terra, come se cercasse la parola, disse
parlando al muro:
«Io sono..., io
sono il fratello di Cesarino Pianelli, vengo a pagarle un debito che....»
E per finire la
frase trasse il portafogli, ne levò due biglietti da cinquecento, che collocò
sopra alcuni libri della scrivania, agitando la testa sotto la violenza di
piccoli scatti nervosi.
Il Martini, che
non si aspettava quella visita, còlto all'improvviso, assalito in mezzo alle
sue dolorose preoccupazioni da una folla di più dolorose rimembranze, non seppe
sul momento che cosa dire.
«La cosa... veramente...
Io non so se devo...» balbettò.
«Non possiamo
pagare il danno morale, questo no: ma se lei può perdonare a quel poveretto,
anche per la pace de’ suoi figliuoli, fa un'opera di carità.»
Un urto di
passione soffocò le sue parole, che finirono in un gesto lento e supplichevole.
Il Martini chinò
il capo e socchiuse gli occhi. Stese la mano e strinse fortemente quella di
Demetrio, parlandogli vivacemente cogli occhi negli occhi. Sapeva che anche
Cesarino aveva lasciata la famiglia in gravi imbarazzi ed esitava ad accettare;
ma Demetrio lo persuase a non dir di no, non tanto per la cosa in sé, quanto
per la pace dei vivi e dei morti. Poi soggiunse:
«C'è qui una sua
figliuola che vuol essere quasi perdonata per il riposo di una pover'anima. Se
permette....»
Andò all'uscio,
fe' un segno ad Arabella, che sulle prime non ebbe la forza di muoversi. Alzò
il viso inondato dal guancialetto, e, sentendosi chiamare, si alzò, consegnò la
bimba alla vecchietta, che la guardava con un senso di meraviglia, e dopo tre o
quattro passi involti e legati, sul punto di varcare la soglia, si sentì come
presa alla vita e vivamente trasportata dalla forza invisibile che
l'accompagnava. Corse, quasi volò incontro a quel signore pallido vestito di
nero, gli gettò le braccia al collo con affettuoso abbandono, si attaccò a lui
con tutta la forza, rovesciando indietro la testa, socchiudendo gli occhi,
sospirando: «Ci perdoni....»
La vecchierella
sull'uscio crollava il capo nella sua cuffietta bianca, col guancialetto
dimenticato sulle braccia.
Lo zio e la
nipote, senz'altre spiegazioni, uscirono da quella casa più consolati, e strada
facendo l'una si attaccava al braccio dell'altro con un senso di più domestica
intimità. Non si dissero una parola fino a casa: ma due persone non avevano mai
parlato e non s'erano mai capite tanto.
Prima di andare
a letto, quella stessa notte, Arabella si chiuse nella sua stanza e scrisse una
lunga lettera a Paolino delle Cascine, suo benefattore. Finiva col dirgli: «Non
cesserò mai di pregare il buon Dio e il mio Angelo custode, perché possano
essere esauditi tutti i voti del suo cuore. Ella ha fatto una grande carità a
me, a’ miei fratellini, alla mia disgraziata mamma, al mio povero papà».
E mentre
scriveva il nome del suo povero papà, le parve di udire un fruscìo nella stanza
e vide la fiamma della candela piegarsi da una parte quasi mossa da un sottile
alito di vento.
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