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Lo stesso giorno
di Pasqua, Demetrio, dopo aver scritte e riassunte le spese della sua azienda
domestica, usciva di casa con animo scoraggiato. La sera prima aveva dovuto
ancora alzare la voce con sua cognata, che non voleva permettere che Mario
entrasse nell'Orfanotrofio, dove, diceva, non vanno che i figli dei ciabattini.
Era stata una nuova scena dolorosa, disgustosa, in cui Demetrio aveva dovuto
ingrossare la voce e quasi bestemmiare il nome di Gesù Cristo. La pazienza ha i
suoi limiti. Anche a lui piangeva il cuore di dover mostrarsi duro e inesorabile,
e magari avesse potuto mantenerli tutti a biscotti e gelatine! ma, davanti alla
necessità, davanti al pericolo di morir di fame, benedetto l'Orfanotrofio,
benedette le raccomandazioni dei benefattori!
Scorrendo la
lista delle spese fatte durante quella triste quaresima, sentiva scorrere
l'acqua fredda nella schiena.
Oltre al debito
grosso verso il cugino, che un giorno o l'altro bisognava pur pagare, Demetrio
nella sua miseria aveva dato fondo ad altre tre mila lire sue, messe in
disparte per l'avvenire, frutto di pazienti e lunghe economie, vere gocce di
sangue stillato da una vita povera, senza piaceri, senza passioni, senza
capricci, economizzando il quattrino giorno per giorno, sul caffè, sul tabacco,
sul companatico, sul filo e sui bottoni dei suoi vestiti.
Pasqua era qui.
Domani egli doveva trovarsi col padrone di casa e regolare un'altra scadenza, o
il padrone avrebbe sequestrato il letto e la pentola della minestra. Dove
trovarle cinquecento lire lì sulla mano?
E s'adirava di
più, perché, mentre egli si struggeva il cuore in questa maniera per salvare un
pagliericcio agli orfanelli, quella stupida donna, quella maledetta donna,
continuava a congiurare sotto mano contro di lui, non capiva bene in che modo,
ma era una congiura in cui entrava la Pardi, l'Elisa sarta, il sor Isidoro, il
diavolo... E pazienza gl'intrighi! Essa faceva di tutto per rivoltargli contro
l'animo dei figliuoli.
Mario aveva già
dichiarato con una strana insolenza che egli non voleva entrare in gabbia coi
ciabattini. Essa metteva odio e antipatia dapertutto contro di lui, fin presso
i bottegai e presso i vicini di casa che, incontrandolo sulle scale, si
tiravano un passo indietro e lo guardavano in cagnesco come si guarda
l'aiutante del boia.
«Ah, Signore
Iddio!» pensava col capo basso «ci vuol proprio una gran fede per resistere!
Aveva ragione il cavaliere: io mi mangerò il fegato, mi ridurrò in camicia e mi
farò maledire. Se non fosse per quei poveri ragazzi, che non hanno colpa, a
quest'ora sarei già scappato in America.»
Veniva su verso
la piazza Beccaria, urtando sotto le scosse del suo pensiero il muro, quando si
sentì a un tratto arrestare da due braccia, che caddero dure e rigide sulle sue
spalle come due timoni di carrozza.
«Sei tu, a
Milano, oggi?»
«Sono venuto a
confessarmi in Duomo» rispose Paolino ridendo.
«Segno che hai
dei peccati grossi.»
«Hai fatto
colazione?»
«Non ancora.»
«Allora vieni
con me al Numero Cinque in piazza Fontana e la faremo insieme.»
Paolino delle
Cascine era vestito come un signore, con uno stiffelio di panno nero, aperto
sopra un panciotto di velluto rossigno a fraschette, una cravatta bianca a
bolle rosse, i suoi guanti neri, il suo cappello rotondo di feltro inglese, e
una magnifica catena d'oro a grossi anelli che attraversava la bottoniera.
«Ti sei già
messo in abito d'estate e ti sei fatto radere come uno sposino» disse Demetrio.
«Primavera
innanzi viene...» cantarellò il buon Paolino, cacciando il suo lungo braccio
nel braccio del cugino per tirarlo verso piazza Fontana. «Sono stato a casa tua
e mi hanno detto che eri appena uscito... Che cosa mangiamo? s'intende, paga
Paolino.»
Entrarono nella
trattoria. Un cameriere, che non aveva ancora finito di preparare le tavole, li
fece passare in una salettina appartata, stese in fretta una tovaglia, e,
mentre andava collocando i piatti e le posate, prese a recitare la litania, che
comincia di solito dall'osso buco e va a finire agli scaloppini coi funghi.
Paolino non era
di quegli uomini che si contentano di ciò che viene offerto. Un uomo non fa un
viaggio apposta sul fresco la mattina di Pasqua, non invita un caro parente per
mangiare un osso buco qualunque.
«Tu comincerai»
disse al cameriere, «a portare un bel piatto di salame misto scelto; intanto
dirai al cuoco che faccia andare un risottino coi funghi, ma...» e finì con una
scrollatina delle dita in aria, che diceva tutto. «Poi potremo discorrere di
scaloppini, se piacciono a questo signore...» e rivolgendosi a Demetrio
dimandò: «Che te ne pare?»
«Me ne intendo
così poco» rispose Demetrio con un atto raccolto di umiltà.
«Scaloppini
dunque e una frittatina rognosa doré? E vino?» chiese di nuovo, rivolgendosi a
Demetrio che si schermì.
«Mi garantisci
il Valpolicella?»
«Valpolicella
vecchio, Barolo, Caneto...» esclamò il cameriere con una serietà superficiale,
che nascondeva la voglia di scherzare.
«Ma forse è
meglio il bianco la mattina... C'è del Montevecchia? porta quello....»
Il cameriere
uscì.
«Caro il mio
caro Demetrio!» esclamò Paolino, quando furono seduti l'un contro l'altro,
mettendo ancora le braccia sulle spalle al di sopra del tavolo. «Avevo paura di
non trovarti.»
«Ti ringrazio
ancora di quel libretto della Banca che hai messo a mia disposizione.»
«Senti,
Demetrio, se fai di questi discorsi a tavola, me ne vado.»
«Se non vuoi
essere ringraziato, amen. La carità resta....»
«Io sono in
collera con te. Tu navighi in un mare di difficoltà, e non hai confidenza
nell'unico nipote di tua madre.»
«Vedi se non ho
avuto confidenza....»
«Io ti ho
portato un altro libretto della Banca Popolare e mi devi giurare che lo
adoprerai come se fosse tuo....»
«Caro te, non
posso accettare....»
«Stia quieto,
signor Pianelli, che non intendo di regalare il mio denaro a nessuno. Servizio
per servizio, aspetta un poco, che metterò fuori il mio conto. Intanto farai
piacere a trovarmi un buon impiego per una ventina di mille lire, che riceverò
dopo la riscossa del frumento. Sento parlar bene delle Azioni zuccheri... Fai
tu; mi contento anche di poco, quando sia un impiego sicuro. In secondo luogo
verrai una festa alle Cascine e mi aiuterai a fare il bilancio... Quei numeri a
me fanno venire il balordone... In terzo luogo... ma di questo discorreremo
dopo il salame.»
Paolino riempì
il bicchiere del cugino e il suo d'un vinetto trasparente color dell'ambra.
«Alla tua
salute, Demetrio....»
«Alla tua.»
Paolino vuotò
tutto il bicchiere d'un fiato come uomo che ha bisogno o di smorzare la polvere
o di riscaldare il coraggio. Sul punto di fare un gran discorso al suo
confidente, sentiva che il cuore gli sfuggiva da tutte le parti. Tuttavia fece
un bell'onore al piatto di salame, versò un altro bicchiere, stendendo ancora
una volta le braccia al di sopra del risotto fumante, e quando giunti a mezzo
degli scaloppini gli parve di essere sicuro in sella, uscì fuori di punto in
bianco con questa bomba:
«Che cosa
direbbe mio cugino Demetrio se gli dicessi che ho voglia di prender moglie?»
«Bravo!» esclamò
Demetrio con una vivacità, alla quale non era estranea l'allegria del vin
bianco. «Ben fatto! e perché hai aspettato tanto? ne’ tuoi panni, co’ tuoi
denari....»
«Colla mia
bellezza...» esclamò Paolino con uno scoppio d'ilarità, abbandonandosi con
tutta la persona sul dosso della sedia e alzando le lunghe braccia in aria.
«Lasciamo stare
la bellezza, che per gli uomini non conta: ma tu sei nato per essere papà.»
«Assassino di
strada!» soggiunse l'altro guardandolo nel bianco dell'occhio.
«Chi è? chi è?»
si affrettò a chiedere Demetrio. «La conosco anch'io?...»
«Io non ho detto
che ho trovata la sposa, ma che voglio trovarla.»
«È una parabola,
si sa.»
«No, no,
Demetrio, non è una parabola; e devi aiutarmi tu a cercarla.»
«Io?»
Demetrio lasciò
cadere la forchetta sul tondo e guardò fisso in viso il suo compagno.
«Sissignore,
lei, signor Demetrio Pianelli...» confermò Paolino, movendo a guisa d'ariete un
dito lungo a grossi nodi, come se volesse conficcare il cugino sulla sedia.
«Io, volentieri:
tu sei un galantuomo, un ricco signore, non vecchio... Sei più giovane di me.»
«Son del
quarantotto? io non mi ricordo nemmeno.»
«Sei anche un
bell'uomo.»
Paolino tornò a
sghignazzare, mostrando tutti i suoi trentadue denti bellissimi e sani.
«Non dico con
ciò che tu sia un astro...» aggiunse Demetrio ridendo.
Da quanto tempo
non rideva più il meschino! Quel poco focherello di gioia, che l'educazione, il
mestiere, i casi e l'invidia degli uomini avevano quasi soffocato sotto la
cenere, si rianimava oggi al soffio dell'amicizia. Nella gioia semplice e calda
di Paolino, Demetrio sgranchiva l'anima intirizzita; dimenticava i suoi guai, i
suoi debiti, il padrone di casa, sua cognata..., tutto, per un momento, e
sollevando il bicchiere sopra la tavola, esclamò:
«Allora, bevo
alla salute della sposa!»
«Piano, bisogna
prima sapere se lei è contenta.»
«Dunque c'è una
lei.»
«C'è e non c'è.
Per fare gli gnocchi ci vuole la farina, si sa; ma bisognerebbe sapere prima se
lei è contenta di sposare uno scarafaggio simile.»
«È una
contessa?»
«Cosa mi vai
contessando....»
«Perché non devi
essere sicuro?»
«È ciò che vado
dicendo anch'io; ma ho paura....»
«Segno dunque
che sei in... innamorato.»
«Corpo del
diavolo!» esclamò Paolino, picchiando un gran pugno sul tavolo, «ho fin
vergogna a dirlo. È vero. E dire che non ho mai creduto che si potesse perdere
la testa per una sottana. Va là, farfallone, brucia anche tu le ali dorate,
birbonaccio!»
La faccia di
Paolino delle Cascine, illuminata anche dai riverberi del vino bianco, s'era
fatta lucida e rubiconda.
Demetrio,
lontano le cento miglia dall'immagine dove sarebbe andato a finire quel gran
discorso, soggiunse:
«Difatti sei
diventato magro.»
«Quando ti dico
che è una birbonata. Io scherzavo gli altri, mi parevano cose impossibili, cose
che si scrivono sui romanzi, o che si mettono sul teatro tanto per fare il
duetto:
di quell'amor,
di quell'amor, ch’è palpito...
Riverisco,
grazie del palpito. Provassi, è una scottatura che non si guarisce col chiaro
d'uovo sbattuto. Tu perdi la fame, perdi il sonno, ti muoiono le gambe, sudi
sotto il cappello, vai di qua, di là, come un matto, parli senza pensare, senza
capire, e ti viene fino in nausea il vino. Chi me l'avrebbe detto in principio
di quaresima quando tu me l'hai condotta alle Cascine? E veramente fin che
restò a casa mia, io non so, non mi accorsi. Quando ricevi una fucilata non la
senti così subito: il dolore, la botta venne fuori dopo la sua partenza. Io la
vedo in tutti i cantoni quella donna! Pare che Dio mi abbia levata l'aria
respirabile. Mi dò del matto, del cento volte matto; ma non c'è verso che io
possa togliermi dagli occhi la sua figura. Cominciai a sentire un dolore, qui,
sotto le costole, e una mancanza, come se mi avessero tagliato un braccio, poi
una voglia di nulla, un affanno di respiro, una palpitazione di cuore, una
voglia di piangere....»
A questo punto
gli occhi di Paolino si velarono di lagrime, inghiottì un singhiozzo, picchiò
un gran pugno sulla tavola e voltò la faccia dall'altra parte.
Demetrio, non
sicuro d'aver ben udite le parole del cugino, aprì la bocca a un oh! che non
venne, e restò come incantato.
«Lo so che sono
uno scarafaggio in suo confronto,» continuò Paolino guardando in aria «e voglio
che tu glielo dica. Se è no, addio! mi sarò strappato il dente. Ma se le buone
intenzioni di un galantuomo valgono ancora qualche cosa, tu potrai dimostrarle
che Paolino Botta non ha mai ingannato nessuno, e che se promette di dare un
padre ai poveri figli di Cesarino, è come se giurasse sul calice della messa.
Dille pure che venendo alle Cascine non dovrà fare la massaia: grazie a Dio ho
di che far fare la signora a mia moglie e mandarla in carrozza. In quanto ai
suoi figliuoli saranno miei e hai una prova in questa lettera di Arabella che
tengo sempre nel portafogli e che avrò baciato cento volte a quest'ora. Se
anche stentasse a rassegnarsi a vivere in una cascina, l'anno venturo scade il
mio affitto e io posso andare a vivere dove voglio... Io non so che cosa non
son pronto a fare per quella... per quella celeste.»
Un altro
singhiozzo troncò a mezzo la frase che Paolino finì con un gesto della mano in
aria, simile a una benedizione.
«Tu vuoi parlare
di Be... Beatrice...» chiese trepidando Demetrio per paura d'ingannarsi ancora.
«Eh!...» gridò
Paolino, alzando le due mani.
«O santa pace!
tè, tè....»
«Son matto?»
«No, no,
tutt'altro, anzi... ma guarda, tè, tè....»
«Non è
possibile?»
«Io non avrei
mai pensato; oh, giusto! Una vedova con tre figliuoli....»
«Ma se ti
dico....»
«Sì, sì, magari,
e sia lodato Dio! non sai che farei cantare una messa a San Celso coi
rivestiti?»
«Ah tu trovi?»
«Che c'è una
Provvidenza... tè, tè. Ma tu conosci bene Beatrice? Capisco che nelle tue
condizioni scompariscono certi difetti. Magari, Jesus!»
«Tu mi dài
qualche speranza?»
«Dammi la mano,
Paolino.»
«Tutte e due,
Demetrio.»
«Se tu non sei
l'angelo mandato dal cielo, io non so che cosa sono gli angeli....»
Demetrio colla
voce piena di lagrime strinse al disopra della tavola le due mani di Paolino,
che dopo riempì i bicchieri e fece rinnovare il liquido.
I discorsi
divennero subito più fitti, più caldi, più intimi.
Demetrio, man
mano che vedeva la possibilità e l'opportunità del progetto, si sentiva
alleggerire lo stomaco da un gran peso, da quel gran peso che minacciava di
schiacciarlo. Sì, sì, vedeva proprio nella mano lunga di Paolino la mano di
quella Provvidenza, di cui non aveva mai disperato. Non era un matrimonio che
si potesse fare dall'oggi al dimani: bisognava preparare il terreno, e
concedere tempo al dolore della vedovanza. Intanto però era per Demetrio un
bellissimo aiuto l'alleanza di un uomo come Paolino delle Cascine; e questi dal
canto suo nell'alleanza di Demetrio si sentiva tolto dal cuore quel sasso anche
lui, che non lo lasciava più vivere.
I due cugini se
la intesero. Demetrio avrebbe scritto alla prima occasione propizia; ma prima
dovette promettere d’accettare un altro migliaio di lire come anticipazione
delle future spese. Non accettò veramente che cinquecento lire per far tacere
il padrone di casa.
Intanto era
venuto mezzodì. Paolino pagò il conto, salutò Demetrio, che rimase solo a
prendere il caffè.
Il signore delle
Cascine, coll'anima gonfia di contentezza, traversò svelto come un uccello
piazza Fontana, lasciando svolazzare le falde del suo abito di panno, piegò
verso porta Romana fino alle Due Spade dove aveva lasciato il cavallo.
Era felice
d'aver parlato e si godeva quella felicità come un’anticipazione del resto.
Demetrio,
rimasto seduto davanti alla chicchera del caffè, seguitò un pezzo a rimestare
nella bevanda cogli occhi fissi ai vetri, assorto in un pensiero senza contorni
— tè, tè — nel quale si moveva un'altra idea più piccina e più lucente, da cui
prendeva lume tutta la riflessione.
«Tè, tè.»
In mezzo alle
sue tribolazioni egli non aveva mai disperato; però non se l'aspettava così
presto.
Ma che diavolo
aveva in sé quella benedetta donna, perché gli uomini dovessero diventar matti
per lei?
E senza cessare
dal girare il cucchiaino nella chicchera, seguitò, cogli occhi fissi ai vetri:
«Che diavolo?»
Cesarino, una
testa fantastica, un romantico, si capiva! ma Paolino delle Cascine bastava
guardarlo in faccia per vedere che non era un poeta, tutt'altro, anzi era un
uomo positivo, quadrato nella base: eppure anche lui, a sentirlo, aveva perduto
l'appetito, il vino gli pareva cattivo, gli si velavano gli occhi, gli dolevano
le costole, gli tremavano le gambe, e quella donna gli toglieva l'aria. Anche
lui, tè, tè...
Collo sguardo
quasi cieco, sperduto nei fumi della bella colazione, col pensiero inchiodato a
quel punto interrogativo che gli era spuntato per la prima volta in cuore,
tornò a chiedere:
«Che diavolo ha
questa donna?»
In mezzo alle
sue tribolazioni, in mezzo ai suoi parenti, con un morto da portar via, con
tanti debiti da pagare, con tante amarezze da inghiottire, in una lotta d'ogni
minuto colla miseria, col pane, coi creditori, colle prevenzioni, coi
pregiudizi, colle antipatie, egli non aveva avuto tempo di cercare in sua
cognata la donna. Per lui essa non era che un debito, il più grosso, il più
pesante, quello che non si poteva pagare in nessuna maniera e che tirava con sé
tutti gli altri: ma al disotto del debito c'era la donna. Che diavolo aveva
dunque mai questa donna...?
Il tocco
profondo e vibrato d'un orologio che gli stava sul capo lo svegliò dalle sue
meditazioni e gli richiamò alla mente che non aveva ancora sentita la messa.
Uscì in fretta,
traversò in quattro passi la piazza Fontana, e presa la via dell'Arcivescovado,
per la porticina secondaria, dalla gran luce esterna si rifugiò nell'ombra alta
e solenne del Duomo, in fondo alla quale uscivano i colori sanguigni e violetti
di una vetriata, tocchi e animati delicatamente dal sole.
Lo spirito
alquanto scosso ed esaltato di Demetrio si raccolse in quella grande cornice di
ombre e di colori profondi, e sotto quelle alte vôlte intrecciate, nelle quali
il pensiero corre senza perdersi. Là dentro anche l'anima prende la forma di
tempio: si svolge e si esalta, giganteggia, fortificandosi nelle solide basi
della fede.
Demetrio si
appoggiò a un pilastro, e si raccolse per ascoltare una messa ch'egli vedeva da
lontano tra una selva di colonne. Ma, un poco per l'eccesso del bere, un poco
per la novità delle cose udite, stentò a formulare un atto di fede con
attenzione. Se Paolino gli toglieva questa spina dal cuore, egli avrebbe fatta
cantare non una ma dieci messe. Questo matrimonio sarebbe stato la liberazione
di un povero uomo incatenato.
In quanto a
Beatrice non era donna da pensarci troppo. Una buona vita in campagna, al di
sopra degli stenti, con buona tavola, bei vestiti, cavalli e carrozza, un buon
papà per i figliuoli, e poi la pace, la sicurezza per sempre... altro che! non
sono fortune che càpitano a tutte. Anzi di solito càpitano a chi le merita
meno. Se c'è una povera ragazza brava, onesta, di talento, non trova un cane:
invece queste sans-souci, queste belle pigotte
coll'anima di stoppa trovano sempre chi le veste e chi le fa ballare...
«Orate,
fratres» disse il prete, voltandosi indietro colle braccia aperte.
Demetrio si
accorse di essere in chiesa e cercò di raccogliere la mente al mistero della
Santa Elevazione. Ma non era colpa sua se la testa usciva dai finestroni. «Che
diavolo hanno addosso queste benedette donne?» Pensandoci un poco, e cercando
di dare lì per lì una risposta alla questione, gli pareva di non aver mai
guardata bene sua cognata, e di conoscerla soltanto attraverso a un velo di
dolore e di antipatia: e allora si guastano anche le più belle cose. Se invece
avesse potuto considerarla con animo sereno, come Paolino; se invece di
torturarsi l'animo e il corpo per risolvere tutti i giorni la questione della
fame avesse potuto anche lui darsi il lusso e il buon tempo di fare
all'amore...
«Et ne nos
inducas in tentationem» recitò la voce sonora del celebrante, come se
rispondesse direttamente al soliloquio di Demetrio.
Questi tornò da
capo a rimproverarsi e cercò di ripigliare sé stesso, che usciva troppo di
chiesa per correre dietro a pensieri senza costrutto. Ma prima che la messa
fosse terminata, una strana, irresistibile dialettica che spettegolava dentro
di lui, lo condusse un'altra volta a cercare la risoluzione d'un quesito, che
s'imponeva alla sua volontà e a tutti i suoi proponimenti: «Che diavolo aveva
dunque quella benedetta donna?»
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