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Il giovedì dopo
Pasqua Arabella doveva fare la sua prima comunione.
Lo zio Demetrio
si svegliò più presto del solito, e saltò giù in fretta. Per la circostanza
tirò fuori da un cassettone un certo redingotto di panno nero bleu, che scosse
fuori della finestra per liberarlo da tutto il pepe che aveva dentro, e trasse
dall'astuccio anche un vecchio cilindro che non usciva da molti anni a vedere
il sole, ancora bello, se si vuole, ma giù di moda... Mise al collo un
fazzoletto bianco, si fece la barba, e prima delle sette corse in Carrobio con
un vivo desiderio di esserci. Non si fermò che un momento in via delle Asole
dall'Albizzati, dove comperò alcune immagini col pizzo e un angelo di biscuit
colla piletta dell'acqua santa per regalarlo alla nipotina.
Demetrio non era
avaro. Anche a lui piaceva fare dei regali, se avesse potuto spendere. Bel
merito di farsi voler bene, quando si hanno i denari del signor Paolino delle
Cascine! A lui invece era sempre toccata la maledetta sorte di tribolare per
gli altri, per farsi odiare. Ma poiché da qualche parte questa fortuna stava
per arrivare, voleva far vedere che anche lui sapeva essere grande e generoso.
Non c'è mestiere più bello che fare lo zio d'America.
A Beatrice non
aveva detto ancor nulla dei grandi discorsi di Paolino; ma farse era arrivato
il momento di lanciare una prima parola. In un giorno di festa e di pace, in
cui di solito si mettono in disparte i rancori e i corrucci, non era difficile
trovare il momento per avviare un discorso di tanta importanza.
Arrivò in
Carrobio mentre i ragazzi stavano vestendosi. Trovò Mario e Naldo in cucina che
s'impegolavano le mani e la faccia col lucido, con cui cercavano di rendere
pulite le scarpe. Lo zio arrivò a tempo a dar loro una mano.
«È vero, zio,
che Arabella oggi diventa il tabernacolo dello Spirito Santo?» disse Mario.
«L'ha detto il predicatore ieri sera.»
«Sicuro.»
«Naldo non
voleva credere.»
Il piccolo
miscredente si pose a ridere. Gli pareva una parola così strana questo
tabernacolo...
In quella entrò
Ferruccio. Anche il bel ricciolone doveva presentarsi per la prima volta alla
Sacra Mensa e s'era lavato il muso e le mani in un modo straordinario. La
signora Grissini gli prestò per la circostanza, un vestito d'un suo figlio
morto vent'anni innanzi, e così aggiustato con certi guantini bianchi, che gli
squarciavano e gli indurivano le dieci dita delle mani, Ferruccio venne a
cercare Arabella.
Essa gli aveva
promesso un bel cravattino bianco. La fanciulla, sentendosi chiamare, venne un
momento in cucina, avvolta in una nuvoletta bianca, cioè in un vestitino a
blonde leggiere con pizzi volanti, con un velo appuntato nei capelli. Se avesse
potuto vederla il suo papà, che era tanto ambizioso di quella sua bellezza! Che
caro angiolino con quei capelli color del lino, sciolti sulle spalle! Lo zio
Demetrio sentì una mano che gli carezzava il cuore, una mano di velluto.
Arabella si
fermò il tempo di mettere la cravatta a Ferruccio, che lasciò fare, stando
ritto in mezzo alla stanza. Le piccole mani della fanciulla si agitarono un
poco, il nodo fu fatto, accomodato: aggiustò anche la capigliatura cespugliosa
del ragazzo coll'aria materna di chi dà due scappellottini.
«Sta raccolto e
pensa alla tua mamma» gli disse.
Ferruccio
rispose di sì col capo. Se egli aveva capito qualche cosa della Santa
Eucaristia, lo aveva imparato in quei giorni da Arabella, che accesa di carità
non voleva che Ferruccio per ignoranza commettesse qualche sacrilegio. Il
ragazzotto era capace anche di far colazione prima di ricevere il Signore. Ma
ora aveva capito bene quel che doveva fare.
«To', ti ho
portato un angiolino» disse lo zio, scartocciando il suo bel regalo.
Arabella lo
accolse con un piccolo grido di gioia:
«Com'è bello!
Troppo bello, zio... Grazie!»
Si alzò sulla
punta dei piedi e baciò lo zio sulla fronte.
Demetrio a quel
contatto di piuma sentì una freschezza ineffabile per tutta la vita e insieme
un profumo di... come dire? un profumo di anima.
A San Lorenzo
ripigliarono a suonare a festa.
«Presto,
ragazzi, che non c'è tempo da perdere.»
Demetrio, caduto
in mezzo a quella brigatella di ragazzi, sentiva al di sotto della roccia
indurita scorrere, come un fiume, una profonda commozione che cercava modo di
uscire. Se non che la vecchia e scontrosa volontà faceva forza e premeva giù.
L'uomo selvatico chiudeva strettamente la bocca per non dare adito all'emozione
e cercava di mutare la compunzione in un senso di corrucciata impazienza.
«Fate presto,
dunque» tornò a ripetere. «La mamma non è pronta?»
A lui il destino
non aveva mai concesso una giornata serena, nemmeno nella fanciullezza.
Arabella era la prima ragazzina che osasse alzare le braccia a lui e baciarlo
sul viso. Nella sua povera vita, secca come una siepe d'inverno, non era mai
passata una sola farfalla.
Naldo volle che
lo zio gli allacciasse una scarpetta.
Lo zio lo fece
sedere sul tavolo e prese in mano la gambetta del bambino.
Mentre egli
stava ancora tutto intento a infilare la stringa negli occhielli, Beatrice,
avvertita da Arabella che non c'era tempo da perdere, venne tutto ad un tratto
in cucina a prendere un secchiello d'acqua.
Non aveva
sentito che Demetrio fosse lì; e venne come si trovava, così in sottanino,
colle braccia e colle spalle scoperte, così come s'era distaccata dalla
catinella.
Vedendo suo
cognato, si confuse, sorrise, balbettò qualche parola di scusa, le sue spalle
diventarono di fuoco, e tornò indietro ridendo, lasciando sulla soglia il
secchiello vuoto, che Mario portò in stanza pieno d'acqua.
Demetrio, non
sapendo se dovesse ridere e chiedere scusa, o che cosa fare, seguitò a infilare
la stringa negli occhielli con una contrazione del viso rigida e dura, che gli
indolenziva i muscoli e gli zigomi della faccia.
Una settimana
prima, quell'apparizione bianca e rosa non gli avrebbe fatto alcun effetto: ma adesso,
dopo che quell'asino di Paolino era venuto a contargli cento storie
d'incantesimi e di stregherie, quell'apparizione pareva quasi una risposta a
una dimanda, fatta già più volte a sé e alla quale non si era mai sentito
obbligato di rispondere. Un gran calore, come se fosse dall'uscio divampata una
fiammata, inviluppò il suo corpo. Sentì la fiamma al viso, il suo corpo tremò e
vibrò un pezzo come il filo di un parafulmine dopo lo scoppio. Qualche cosa
come una nebbia si stese tra lui e la luce del sole.
«Andiamo,
andiamo…» disse cacciando avanti i due maschietti e la bambina, ai quali si
aggiunse da basso Ferruccio.
Il Berretta per
la circostanza s'era messo in abito d'estate, e andava alzando le mani come se
volesse dire qualche cosa, quantunque fosse certo di non aver nulla da dire.
«Sor
Demetrio...» disse salutando, aggiungendo anche una risatina.
Stettero ai
piedi della scala ad aspettare la mamma ch'era sempre in ritardo. Finalmente
quella benedetta donna si sbrigò, chiuse l'uscio e venne giù correndo, mentre
infilava i guanti.
Aveva indosso un
vestito non interamente di lutto, ma il più scuro di quanti aveva potuto
sottrarre all'avida avarizia di suo cognato. In testa non aveva che un velo
grande, accomodato colla grazia che le lombarde sanno dare al velo, con molte
pieghe che si annodavano quasi da sé sopra una spalla, dove scintillava un
grosso B di metallo bianco.
Beatrice cercò
d'essere la prima a salutare suo cognato per non portare in chiesa, in un
giorno come questo, un senso cattivo di avversione e di antipatia. Arabella
diede il braccio alla mamma e andò avanti. In mezzo si misero i ragazzi e in
fondo chiudevano la processione Demetrio e il Berretta, che non sapeva dove
collocare quelle benedette mani.
Dal Carrobio
alla parrocchia di San Lorenzo sono quattro passi, che Demetrio percorse senza
pensare letteralmente a nulla. Alzò un momento gli occhi alle famose colonne
romane, avanzo delle terme di Massimiliano Erculeo, mentre il Berretta gli
diceva che stavano bene, ma che impedivano il passo. Due o tre volte cercò con
un'occhiata rapida e fuggitiva la madre e la figlia che camminavano innanzi...
Ma non pensò nulla di preciso. Solamente si sentiva un poco riarsa la pelle
della faccia.
Nel cortile che
sta davanti all'insigne basilica trovarono delle conoscenze: il maestro
Bonfanti, che doveva far cantare un suo mottetto, e Giovann dell'Orghen,
venuto per tirare i mantici. In tutta Milano, che è grande, non c'era una mano
più grande di quella di Giovann dell'Orghen, che, essendo sordo, non si lasciava
menar via il capo dalle onde della musica.
«Che figuretta!
tutta la mammina» disse il maestro all'Arabella, che nell'abito largo di pizzi
pareva ingrandita.
C'erano anche i
coniugi Grissini, i vicini di casa.
La Signora
Barberina a veder Arabella si sentì venir le lagrime agli occhi e non poté dire
che una frase:
«El mè
angiolin.»
Il signor
Grissini, archivista in riposo, assiduo lettore della Storia della
Rivoluzione francese, stava in un certo riserbo, come chi ha le sue idee a
parte, pur rispettando quelle degli altri.
La facciata
della chiesa era addobbata di festoni bianchi, azzurri, rosei, con orlature
d'argento, e in mezzo a queste un gran cartello invitava le anime giovinette a
pascersi del pane degli angeli.
Era una giornata
proprio d'aprile, piena di quel sole che schiude l'animo alle speranze della
stagione.
Passata la
soglia della chiesa, li accolse un tiepido profumo di rose e di gigli. Sotto la
gran tazza della cupola, che copre la rotonda, erano state preparate le Sacre
Mense, in mezzo a cespugli di sempreverdi e di fiori.
L'altar maggiore
brillava nella luce del sole che, passando attraverso a tende bianche, andava a
sbattere sopra un padiglione bianco, nel quale cozzavano i diversi bagliori dei
candelieri, dei vescovi d'argento e dei fregi d'oro del tabernacolo.
Anche sull'altar
maggiore, negli spigoli, sulle gradinate, dappertutto, vasi, cespugli verdi,
rose, gigli.
Sopra quella
festa allegra di colori chiari giravano le brune arcate di quel massiccio
tempio alla romana, colle sue profonde tribune e coi balaustri e le forti
costolature di pietra.
Sebbene la
cerimonia non fosse ancora cominciata, già molte testine bionde e nere erano
abbassate in un pio raccoglimento, i maschi da una parte, le bambine
dall'altra. Arabella colla mamma passò a sinistra. Demetrio coi maschietti e
col Berretta a destra, in mezzo alla folla che andava raccogliendosi.
Arabella in
tutti i suoi passi sentivasi seguita dall'ombra del suo papà. Aveva promesso di
offrire tutti i meriti e tutte le indulgenze del Sacramento in sollievo
dell'anima sua: ed ora, nel momento che il Signore stava per discendere fino a
lei, la povera orfanella avrebbe voluto offrire il cuore in olocausto.
Venti ragazzi
sulla cantoria intonarono il Salutaris ostia Tutte le testoline raccolte
intorno alla Mensa si piegarono avvolte nell'onda mistica di quelle voci
bianche. Arabella sola guardava l'altare e pregava, fissa, cogli occhi quasi
allucinati. Diceva colla voce del cuore: «Prenditi la mia vita, fammi morire
adesso, ma salva l'anima sua» e quasi le pareva di sentire una mano fresca e
leggiera posarsi sulla spalla. L'anima era lì dietro, come una persona che
aspetta con pazienza.
L'organo, dopo
aver accompagnato i celebranti col suono ripieno delle sue canne maggiori, attenuò
a poco a poco le voci, introdusse suoni teneri e palpitanti di flauto e di voce
umana. Globuli d'incenso si svolsero e si colorirono nel raggio obliquo del
sole, che traversava lo spazio e andava a risplendere sui marmi colorati del
pulpito.
Demetrio,
intenerito, cercò cogli occhi Arabella per associarsi a lei nei frutti del
Sacramento.
Dietro la
fanciulla vide Beatrice e accanto un'altra signora magra, che riconobbe per la
Pardi.
Beatrice, col
libro delle preghiere aperto nelle mani, colla testa e le larghe spalle
diritte, avviluppata anche lei dalla dolce commozione di quelle voci bianche,
leggeva, alzando di tanto in tanto le larghe palpebre. Il velo, nelle sue ombre
molli e oscure, attenuava un poco la materialità della sua bellezza di
provincia, ne alleggeriva un poco la corporatura, la sollevava insomma verso
quel che i poeti chiamano l'ideale. Chiudeva il libro, tenendovi dentro
l'indice, recitava un gloria colle labbra, abbassando un poco la testa
fino a toccare col naso il velluto cremisi della sua Via al Cielo,
tornava a rialzare il capo, a riaprire gli occhi sereni e buoni verso l'altare.
Che avesse
ragione Paolino?
La Pardi non
stava mai tranquilla, e, più di una volta, da vero diavolo tentatore, cercò di
far ridere Beatrice sul conto di quel bellissimo suo cognato in redingotto.
Dio, che bellezza!…
Beatrice una
volta le fece segno di finirla. La diavolessa s'inginocchiò in terra e si
raccolse in una fervida preghiera.
Il Signore stava
per discendere in mezzo agli innocenti.
I ragazzi del
coro cominciarono un soave: O sacrum convivium, a sole voci, che
richiamò la mente di Demetrio dalle strane divagazioni in cui cominciava a
perdersi.
Stese in terra
il suo fazzoletto di cotone, fresco di bucato, s'inginocchiò e strinse l'anima
sua a pensieri più casti e religiosi.
«C'è una grande
Provvidenza al di sopra delle nostre tegole, delle nostre miserie e della
nostra presunzione, e soltanto chi la nega è indegno di meritarsela.
«È questa fede
nella forza superiore che sorregge il povero zoppo nel momento che perde il suo
bastone, che trae a riva il naufrago nell'atto che la sua barca sta per
affondare, che versa la consolazione nella lampada del cuore.
«Tu fa il bene
per il bene e lascia che Dio aggiusti il conto. Dio è un ricco cassiere che non
scappa mai.
«Non è l'arte
del saper vivere che fa, ma il viver bene, anche sbagliando.
«Il bene che tu
fai nella buona intenzione e nella carità del prossimo non si perde mai. Se hai
speso tutto il tuo denaro per isfamare gli infelici, se ti sei spogliato quasi
ignudo per vestire gli orfanelli, se hai asciugato le lagrime della vedova....»
Demetrio alzò un
momento la testa e lanciò un'occhiata ancora a quella donna, che spiccava sopra
il fondo marmoreo del pulpito...
«Se hai fatto
del bene, ringrazia Dio che ha voluto procurarti le occasioni e t'ha preferito
al ricco e al potente.
«Non invidiare
dunque la fortuna del tuo vicino, salva il tuo credito intatto per l'eternità,
e non lasciarti deviare dalle concupiscenze.»
«Zio Demetrio, è
adesso che Arabella diventa un tabernacolo?» chiese Naldo pian pianino con una
voce commossa.
Arabella aveva
nel cuore il suo Signore e se lo teneva ardente e stretto colle mani. Tutto
l'essere suo era una fiamma, una soavissima fiamma d'amore, che s'irradiava
visibilmente attraverso le rosee carni e alla nebbia del velo. Beatrice sentì
gli occhi riempirsi di lagrime, e con quegli occhi lucenti andò a cercare gli
altri figliuoli quasi per trarli anch'essi nella dolce comunione degli spiriti.
Demetrio, che s'era tolto Naldo in braccio perché potesse vedere più bene,
sentì a quello sguardo correre una scintilla per tutto il corpo, e gli parve
che la chiesa si riempisse di fiammelle e di frantumi di vetro.
«Che cosa era
venuto a dire quel benedetto Paolino?»
Nell'uscire di
chiesa egli provò una dolce vertigine, come se il profumo di tutti quei fiori
lo avesse soavemente inebbriato, o fosse veramente disceso anche in lui uno
spirito santo a rischiarare le povere pareti della sua vita interiore.
Mamma, figliuoli
e amici s'incontrarono di nuovo davanti la chiesa in mezzo al gran bisbiglio
della gente che usciva.
I bambini
saltarono al collo di Arabella, si baciarono, fecero un lieto chiasso.
Beatrice col
viso ancor fresco di lagrime venne lei per la prima a stendere la mano al
cognato e disse qualche parola per avviare la pace, parola che Demetrio non
afferrò.
«Sì, sì, sì...»
egli seguitava a ripetere, e rideva di quel riso che non esce dalla bocca e par
che indurisca le mascelle. Sentiva anche lui una punta come quella d'un bastone
schiacciato tra una costola e l'altra. «Sì, sì, sì...» tornò a dire in seguito
a qualche cosa che Beatrice gli domandò e di cui non arrivò ancora a prendere
il senso.
Quel gran sole
di fuori lo abbagliava, lo stordiva; scosse il capo per togliersi d'addosso la
vertigine, e gli parve, fra tanti veli bianchi che lo circondavano, di trovarsi
perduto in mezzo a una nuvola.
Scambiati i
saluti e i complimenti coi Grissini, colla Pardi, col Bonfanti, la nostra
brigatella, coi ragazzi davanti in crocchio, si avviò verso il centro. Lo zio
Demetrio voleva pagare a tutti la colazione al caffè Biffi in Galleria. I
ragazzi parlarono tutti insieme (c'era anche Ferruccio) saltando intorno
all'Arabella, che col Signore in corpo mandava la contentezza attraverso alla
nuvola bianca del suo velo.
Demetrio
camminava a fianco di Beatrice, distaccato, sui ciottoli, per lasciare tutto il
marciapiede a lei; e pareva soltanto occupato a curar le carrozze, che
sbucavano da tutte le parti.
«Che bella
giornata!» disse egli dopo un bel tratto, alzando gli occhi e facendo un mezzo
giro sulle gambe.
«Bello essere in
campagna!» osservò Beatrice.
«Proprio
davvero... Guardate alle carrozze!»
Camminarono un
altro poco in silenzio. Demetrio una volta si specchiò in una vetrina e non si
riconobbe subito. Non era abituato a portare il cilindro e a far da cavalier
servente a una bella signora. Beatrice osservò per conto suo che la cerimonia
non poteva essere più commovente, che pareva un giardino la chiesa.
«Proprio
davvero!» esclamò Demetrio, mentre si domandava in cuor suo se non era il
momento di buttar fuori il nome di Paolino e di tirare il discorso sul famoso
argomento; ma appunto in quel momento uscì una carrozza da una delle vie
laterali e lo zio corse a prendere Naldo. Beatrice si trovò a fianco di
Arabella, che si attaccò al braccio della sua bella mammetta.
«Ho pregato
tanto anche per te, mamma.»
«Brava.»
In quel
benedetto crocevia della piazza del Duomo, da dove si irradiano gli omnibus e i
tram, lo zio prese per mano anche Mario e gridò alle donne: attente alle
carrozze! Pareva il capitano che salva la nave dagli scogli, e gli deve esser
passata questa idea nella mente.
Entrarono nella
Galleria.
Non c'era molta
gente in quell'ora mattutina — lo zio osservò che l'orologio in cima all'arco
segnava le otto e mezzo. — Il bel mosaico del pavimento, quasi sgombro,
spiccava in tutta la nitidezza de' suoi marmi e de' suoi arabeschi nel chiaro
riverbero che il cupolone di vetro, tocco dal sole, sbatteva nel vasto
ambiente, sui cristalli dei negozi, sui globi, sugli ori delle ditte, sugli
stucchi delle pareti liscie come specchi, su tutto ciò che poteva prendere e
rimandare la luce in un giuoco di luci. Una fresca arietta volava attraverso ai
bracci dell'edificio, che pulito e splendido, si preparava a una nuova giornata
della sua vita rumorosa ed elegante.
Beatrice, che da
molti mesi non poneva il piede in quel magnifico salone pubblico, sollevò con
un sospiro un monte di meste ricordanze, ma si lasciò subito prendere dalla
curiosità delle belle botteghe, dove brillavano i gioielli, le porcellane, i
ventagli, gli specchi e le avrebbe fatte passar tutte, se i ragazzi non
avessero reclamato. Oltre la fame, Demetrio voleva esser all'ufficio per le
nove. Entrarono subito al Biffi che rimesso a fresco da poco tempo con stucchi
nuovi, specchi nuovi, velluti nuovi, pareva un pezzo di paradiso. Sedettero a
un tavolino presso uno dei grandi cristalli che dànno sull'ottagono, da dove si
può vedere il vasto piazzale pubblico, con tutte le botteghe in giro, con sopra
la tazza immensa e trasparente della cupola, un vero barbaglio per chi ci va
una volta tanto.
Beatrice si
rimirò subito nello specchio di fronte, badò a sedersi bene, lieta in cuor suo
— senza dirlo a sé stessa — perché i camerieri s'erano voltati tutti al suo
entrare. Al Biffi era venuta l'ultima volta col povero Cesarino la vigilia di
Natale, ma s'era angustiata per un ufficiale di cavalleria, che non aveva mai
cessato di fissarla come se avesse voluto bruciarla cogli occhi. Cesarino finì
coll'accorgersene e nel tornare a casa l'aveva fatta piangere.
«Pren...
prendete un caffè e latte?» domandò Demetrio, guardando in terra.
«Un caffè e
panna, volentieri» rispose Beatrice.
«Allora, uno,
due, tre, quattro, cinque e sei caffè e panna,» disse al cameriere, contando
col dito teso gl'invitati, «del pane e quattro paste....»
E sedette in
faccia a Beatrice, senza accorgersi che tre o quattro camerieri in fondo alla
sala sbirciavano, ridendo sotto i bei baffi, il redingotto e il cilindro ancor nuovo
fiammante.
Mentre si
aspettava, lo zio, che aveva il cuore contento, prese un'orecchia di Naldo tra
le dita e la tirò. Poi si voltò a guardar fisso in faccia all'Arabella, come se
pretendesse una risposta a una domanda che non aveva fatto. Guardò in alto il
cupolone, e una volta l'orologio del caffè che confrontò col suo: quella donna
la vedeva in ombra davanti, la sentiva presente, la pensava, ma non avrebbe
osato guardarla per paura... Paura di che? Lo sa Dio...
Finalmente
arrivò un gran vassoio pieno di chicchere, di panetti, di paste dolci e lo zio
ebbe a occuparsi a distribuire, a versare, a far le parti giuste. A Beatrice
offrì una bella veneziana fresca e siccome essa esitava ad accettare:
«Andiamo, andiamo,» disse con una certa furia screanzata, «che sciocchezze!» E
nel dir queste parole sentì di nuovo una vampa di fuoco pigliargli il corpo,
salire al collo, alle orecchie, alla radice dei capelli.
Per fortuna
capitò che Ferruccio lasciasse cadere un cornetto intero di pane nella
chicchera. Ciò sollevò l'ilarità di tutti, anche di Beatrice, anche del sor
Demetrio, e il tempo passò presto. Invece di chiamare il cameriere, il signor
zio andò al banco a pagare, cosa che non si usa più in un caffè rispettabile, e
servì anche questo a divertire quei bravi giovinotti.
«Bisogna che io
me ne vada... finite con comodo» tornò a dire. «Ci rivedremo più tardi,
stasera....»
I ragazzi
gridarono:
«Riverisco, zio,
riverisco... grazie.»
Egli uscì in
fretta in fretta, senza capire ciò che gli diceva la cognata. Aveva bisogno
d'aria... Passò davanti al cristallo, guardò nel caffè, vide un gruppo di
gente, ma vide annebbiato, salutò colla mano, e col suo passo di bifolco che
cammina nel molle, traversò verso Santa Margherita, portato come un pezzo di
legno galleggiante dalla corrente dell'antica abitudine, non più chiaro a sé
stesso di quel che sia un pezzo di legno. Una sola parola con un senso umano,
uscì da quel garbuglio di sentimenti che egli portò all'ufficio, e prese nel
fondo del suo silenzio la cadenza di un bastone che picchia addosso a un sacco
di cenci. Questa parola, ch'egli ripeté cento volte nel breve tratto di strada
fino alla porta del Demanio, era il nome del suo migliore amico: Ah, Paolino!
Ah, Paolino!
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