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Per alcuni
giorni Beatrice visse nel pensiero e nella speranza di quella causa, che doveva
rendere l'indipendenza a lei e ai suoi figliuoli. Non potendo più resistere al
desiderio di sapere quel che l'avvocato poteva aver detto in proposito al
cavalier Balzalotti, una domenica, mentre i ragazzi erano a spasso nei giardini
pubblici con Demetrio, uscì di casa, fece una corsa fino in via Velasca, trovò
facilmente la porta dei bagni, chiese del cavaliere, le fu indicata una scala e
suonò a un uscio del primo piano.
Dopo due minuti
sentì un passo misurato accompagnato dallo scricchiolìo delle scarpe e l'uscio
si aprì.
«Oh chi vedo! la
mia cara e buona signora Beatrice. Brava, arrivata a proposito. Avevo giusto
detto alla signora Pardi di avvertirla. Venga avanti. Come sta? oh poverina, la
trovo pallidina pallidina... Ma!» e tirò un sospirone. «Forse a venir dalla
strada troverà un po' oscuro qua dentro... Per di qua, aspetti, chiudo l'uscio
con un giretto di chiave, perché sono in casa solo e stando di là non si sente
chi entra. Sicuro, io vivo sempre solo come un giovinotto, en garçon,
con una vecchia Perpetua, che alla festa ha dieci messe da sentire e non so
quante indulgenze da acquistare.»
Con tutte queste
cose comuni il bravo signore procurò di confondere un improvviso affanno, da
cui parve còlto nel trovarsi tutto a un tratto davanti una delle più formose bellezze di Milano.
«Scuserà,
cavaliere, se ho fatto la sfacciata» balbettò Beatrice anch'essa in soggezione
di trovarsi alla presenza di una persona di tanto riguardo.
«Giusto, brava!
si accomodi...» soggiunse il cavaliere, battendo tre colpetti sulla mano della
signora Pianelli.
Il salotto dove
l'introdusse era arredato con molto lusso, specialmente di cornici, e immerso
in una calda e allegra penombra per via di due grandi trasparenti a fogliami
colorati che ricordavano le foreste imbalsamate del lontano oriente. La fece
sedere sopra un canapè, corse a prendere uno sgabellino che le mise ai piedi,
con un fare cerimonioso come sempre, ma un po' più timido e più imbrogliato del
solito.
Forse il buon
benefattore non si aspettava così presto la visita. Forse non aveva ancora
formato in testa un piano, e còlto così all'impensata era in paura o di far
troppo, o di far troppo poco. Le donne! le donne non si sa mai come vanno
pigliate. Sono un po' come le anguille. A dir la verità, coll'avvocato Ferriani
non aveva ancora parlato. Non sapeva nemmeno dove stesse di casa questo signor
avvocato. Se aveva anticipato una piccola somma (un centinaio di lirette),
oltre che per le insistenze della Pardi, l'aveva fatto per un senso, diremo
così, di carità.
«Io devo
ringraziarla, cavaliere, di molte cose.»
«Di nulla mi
deve ringraziare. Sarei venuto io stesso a casa sua, cara la mia signora, se
non sapessi che Demetrio è contrario a questa causa. La Palmira — un bel tomo
se ce n'è — mi ha contate le prodezze di questo signor Demetrio. Povera
Beatrice! è stata una gran disgrazia.»
Il cavaliere si
passò la punta delle dita sugli occhi per dissipare una certa nebbiolina.
«Ella ha avuta
la bontà di parlare col signor avvocato.»
«Dovevo trovarmi
ieri, ma c'è stato un contrattempo. Però prima di partire lo vedrò senza fallo.
Sono chiamato a Roma dal Ministroi per
affari di ufficio e può essere che di là possa aiutare ancor meglio la
faccenda. Conosco dei deputati....»
«Lei fa una
grande opera di carità, cavaliere, ai miei figliuoli e al mio povero papà…»
«E non a lei? oh
guarda che cattiva!.. e io che ci tenevo tanto alla sua riconoscenza....»
Il cavaliere
rise di gusto e sedette su un tombolo di velluto colle ginocchia contro le
ginocchia di Beatrice, voltando le spalle alle finestre.
Dallo sfondo
rosso-bruno della tappezzeria la figura della vedova
Pianelli avvolta nel suo gran velo a larghe pieghe usciva con un non so che di
maestoso e di regale, che poteva intimidire anche un vecchio marinaio molto
navigato nelle acque dolci delle avventure. Ma il cavaliere sapeva che, al
disotto di quella prospettiva, c'era una donna molto buona, molto fatua, molto
bambola, molto bisognosa, timida forse per esperienza, ma non più fortificata
delle altre.
Questa donna
aveva cominciato coll'accettare delle anticipazioni.
Ora non c'era
più il marito geloso a far la guardia, e quell'altro guardiano dell'abbaino era
un povero balordo, furbo come una giraffa, già sfiduciato e stracco di portare
la croce.
Queste
riflessioni, uscendo da diverse parti, confluivano in un momento come allo
sbocco di un usciolino, facendo tutt'insieme un ingombro che non ne lasciava
uscire nessuna. Il cavaliere le pensò in blocco e tanto per tastare terreno,
soggiunse:
«Demetrio le
avrà parlato di quel mio buon amico di Novara.»
«Difatti.»
«Gli scriverò
domani che l'ho servito da principe. Cospettina, non càpita a tutti di poter
dormire uscio a uscio con una bella padrona, come la mia cara signora
Beatrice.»
«Lei vuol
scherzare» interruppe Beatrice con un sorriso di compiacenza.
Non era la prima
volta che il cavaliere si permetteva queste galanterie, e non era nemmeno la
prima lei a riderne e a pigliarle per quel che valevano.
«Mi farò pagare
profumatamente la mediazione.»
Qui, posando una
manina delicata sul ginocchio di lei, continuò pesando sulle parole:
«Per me...
confesso... che non potrei chiudere occhio.»
Beatrice, che
non vedeva più in là dello scherzo, sorrise abbassando gli occhi e mormorò:
«Caro lei....»
«Non crede che
ne perderei il sonno? sarei costretto a dir rosari tutta la notte... Non è la
prima volta che la mia cara signora Beatrice non mi lascia dormire.»
«Oh... no» fece
Beatrice, protestando per celia.
«Davvero, sa...»
tirò dritto il cavaliere che mentre si avanzava per tastare terreno, non si
accorgeva di sprofondare nel molle. «Naturalmente ho sempre saputo rispettare
le convenienze. Una donna maritata, si sa, impone dei doveri, specialmente
quando ha un marito vivo, geloso, che non dorme. Ma se avessi potuto parlare,
come possiamo parlare adesso, qui, in camera caritatis senza far torto
ai morti, ho avuto anch'io il mio poema. Si ricorda questo carnevale? Tornavo a
casa qualche volta da quelle benedette feste che parevo un uomo matto. Lei
ride... capisco che son ridicolo: ma di chi è la colpa? di chi sono certi
occhioni, eh? Pensi l'effetto che mi ha fatto l'altro giorno a sentire dalla
Pardi che la povera mia signora Beatrice era caduta in tante angustie, che non
aveva quasi più pane per i suoi figliuoli e che si disperava sotto la sferza di
un villanzone...: tanto, non è qui a sentire e possiamo chiamarlo col suo nome.
Povera martire, povera pecorella! io non so di che cosa sarei capace per
toglierla da questo letto di spine. Oh, non mi crede niente?»
«Che cosa?»
domandò quasi stupidamente Beatrice, come se non avesse ascoltato nulla.
«O crede che
tutti gli uomini siano egoisti a un modo? così giovane, così bella...» sospirò
il cavaliere.
Un singhiozzo
breve e rotto, mescolandosi alle parole, tradì più che non fosse nelle
intenzioni, i sottintesi e l'agitazione dell'oratore.
Beatrice, che
quasi rideva ancora, alzò le palpebre e credette di scorgere delle vere lagrime
negli occhi lustri del suo benefattore, che sprofondando sempre più nel molle,
cercò di trarre a sé la bella manina, la imprigionò nelle sue colla tenerezza
con cui si prende e si carezza una cosa viva.
Beatrice
s'irrigidì un poco e si ritrasse con un movimento scontroso.
«Io vorrei
essere un re per dare a questa bellezza il trono che merita.»
Sorpreso anche
lui, assalito, trascinato come una pecora dalla potenza cieca della sua
passione, il povero signore non ponderava più, non connetteva più. I consigli
della vecchia prudenza, che aveva sempre predicato di prendere le lepri col
carro, questa volta non arrivavano più fino a due orecchie intontite dal sangue
e dalla vertigine.
Beatrice
impallidì e cercò di alzarsi. Ma, trattenuta delicatamente, ficcò i grandi
occhi stupiti in quegli occhietti lucidi che la affrontavano con violenza, con
sete, guardò paurosamente intorno a sé, si sentì sola, chiusa dentro, in casa
altrui, in balìa altrui, si smarrì, supplicò con un gemito...
«Senti... Non
sei tu libera e padrona di te? non posso io fare del gran bene a te ed a' tuoi
figliuoli?...»
Beatrice si
coprì il volto colle mani. Le pareva di scendere in una gola tenebrosa e senza
fondo.
«No, forse?»
ripeteva la vocina rasente al suo orecchio.
Nell'impeto del
ribrezzo essa ritrovò l'energia: si alzò, con un gesto duro del braccio
respinse l'insistenza di quel bravo signore. Gli occhi le si riempirono di
un'insolita vita, la bocca si contrasse a un tremito di sdegno e di sarcasmo.
Poi, come vinta alla sua volta dall'eccesso nervoso della sua energia, cadde di
nuovo a sedere e, con la faccia dentro il fazzoletto, si pose a piangere
dirottamente come una bambina battuta.
Il cavaliere,
squilibrato, pentito, vergognoso, ma non istupidito del tutto, capì d'esser
fuori di strada. Il cavallo gli aveva tolto la mano e prima di ribaltare del
tutto cercò di mettere avanti le mani. Aveva voluto fare della poesia, alla sua
età: male. Beatrice non era certamente venuta per sentire a recitare dei
sonetti. Bisognava pigliarla lunga, girare la posizione. L'amore non si accende
come un pagliaio e non c'è nulla che mandi più fumo di un fuoco mal fatto. Non
volendo perdere tutti i frutti della sua carità e delle sue intenzioni, si mise
a sedere a fianco della povera disperata e con un tono tra l'offeso e il
sostenuto cominciò a dire:
«Ma che bambina!
ho detto così per... Che diamine! capisco che ho torto. Metta che abbia voluto
confessarle un peccato, ecco. Andiamo, asciughi questi occhioni, mi dia la
manina e mi assolva. Che cosa c'è da piangere? lei è in casa di un gentiluomo e
conosco troppo bene gli obblighi di ospitalità per... Che diavolo! Là, via, non
mi dia questo rimorso d'averla fatta piangere così. E che lagrimoni!
Discorriamo dei nostri affari. Che cosa si diceva? ah, della causa e
dell'avvocato. L'ho visto e mi ha detto che oramai non c'è più nulla a sperare.
È una barca scassinata che fa acqua da tutte le parti....»
Per spiegare
come un uomo avveduto cadesse così subito in contraddizione con ciò che aveva
detto cinque minuti prima, bisognava immaginare che il cavaliere parlava, sì,
colla bocca, ma il pensiero correva dietro a un altro ordine di idee, di
meraviglia in meraviglia. Quel piangere sfrenato, quell'atto di ribellione quasi
matronale in una donna abbastanza sciocchina, nota lippis et tonsoribus
(anche la frase latina veniva a cacciarsi in mezzo), in una donna che nella
bella Pardina — una vespa, in lega col diavolo — aveva una così grande
confidenza: che accettava con tanta semplicità delle elemosine e veniva in
persona a pagare i debiti della sua gratitudine, tutto ciò era un fatto così
strano e inesplicabile anche per una testa lucida e pratica, che il povero
signore cadde di confusione in confusione. Non restava che di toccare un altro
tasto, quello della prosa, e non perdette tempo. Lì accanto c'era uno stipetto
con qualche inezia elegante, e vi mise subito la mano.
Beatrice,
passato il primo impeto, capì di essere caduta in un tranello, e credette di
vedere in questo gioco la mano di Palmira.
Le parole del
cavaliere, togliendole l'ultima illusione, l'irritarono e le diedero la forza
di reagire.
Ma nell'alzarsi,
nel ritrarre il braccio a sé vide risplendere un non so che, un oggetto d'oro,
un braccialetto...
Un gran buio
invase gli occhi suoi, un gran tremito in tutto il corpo le fece temere di
venir meno, di stramazzare in terra. Si appoggiò colla mano alla sponda di una
poltrona, abbassò il capo avvilita, incapace fin di piangere, fin di muovere le
labbra a un suono di protesta. Una volta fece il tentativo di togliersi dal
polso quel segno, quell'anello massiccio; non poté. Non ci vide abbastanza, non
ebbe la forza di far scattare la molla.
Il suo
protettore pregò, supplicò, perché non gli facesse il torto di rifiutare un
segno innocente della sua amicizia. Non si sarebbe parlato più di queste cose.
Non gli rifiutasse questa consolazione: non gli volesse male: gli concedesse il
piacere di esserle utile. Per lui era un bisogno del cuore.
Nominò ancora
l'avvocato, il deputato, il suo buon amico di Novara, mentre l'accompagnava
docilmente verso l'uscio: cercò di ridere e di farla ridere...
Beatrice disse
una volta di sì, senza capir bene a che cosa diceva di sì.
Di tutte le
belle parole del suo benefattore non afferrò che un rumore sordo, e non vedeva
l'ora che l'uscio si aprisse.
Aveva bisogno
d'aria, si sentiva soffocare…
Il cavaliere la
tenne ancora un momentino prigioniera sulla scala, picchiò ancora una volta
sulla bella manina...
Finalmente la
povera donna si trovò in istrada nella piena luce del sole, come se fosse
volata dalle scale. L'istinto più che la volontà la condusse sulla via di casa
sua; ma fece forse cento passi senza vedere innanzi a sé che un bagliore, senza
sentire che un gran frastuono di un grosso fiume che passa. Era possibile? e il
suo povero Cesarino non veniva a difenderla? Che tradimento, che bassa insidia,
che vergogna!.. Come tornare davanti a’ suoi figliuoli, davanti alla sua
Arabella? per chi l'avevano presa? che opinione aveva la gente di lei? quando
aveva lei autorizzato la gente a giudicarla così? O era una vendetta, una
stupida congiura di Palmira che voleva abbassarla al suo livello? E i denari
presi per amor di suo padre come poteva ora restituirli? a chi ricorrere
adesso? in chi fidarsi? Come raccontare queste cose a Demetrio?
E, inseguita da
questi fantasmi, andò di via in via senza veder nessuno, finché, sentendosi
venir meno, si rifugiò nella chiesa di Sant'Alessandro, cercò un angolo oscuro
presso una cappella, vi s'inginocchiò, quasi cadde sul marmo freddo dei
gradini, e raggomitolandosi in sé stessa, nascose la sua vergogna e il suo
cocente dolore.
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