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Al sabato,
Bassano, il cavallantino, ebbe ordine di preparare la carrozza grande coi due
puledri castagni, e fu pronto per le sette e mezzo.
Cogli alti
stivaloni, da cui uscivano fascetti di paglia, coi baffi rossi rasati come il
pelo di una spazzola, col suo bel cilindro di pelle scura e la nappina di cuoio
alla postigliona, Bassano aspettò una mezz'ora il padrone seduto sul cassero
dopo aver infilato le grosse dita di bifolco in un paio di guanti di refe,
grandi come due sacchi di meliga.
Nella vasta
corte, cinta all'intorno dai fienili e dalle stalle, era un vivo movimento dì
donne, di ragazzi, di oche e di galline. Di là cantava un gallo, di qua muggiva
una manzetta, in fondo strideva un secchio luccicante al sole; era anche una
magnifica giornata di maggio
Intorno al
carrozzone padronale cominciarono a raccogliersi i bambini, che s'incantavano a
guardare come se non avessero mai vista una carrozza, coi nasi mocciosi, coi
piedi nudi nella melma. Tratto tratto uscivano a dare un'occhiata anche le
donne, che facevano il bucato sotto il portico della legnaia.
Il signor
padrone non finiva mai di farsi la barba.
La Carolina
collocò tra i piedi del cavallantino un cesto di vimini, da cui uscivano da una
parte il collo di una bottiglia piena di panna tappata con erba fresca, e
dall'altra il collo di un'anitra viva.
La povera
bestia, legata sul fondo del cesto con ramettini di salice, salutava da lontano
le sue dolci compagne che più fortunate di lei, per il momento, diguazzavano
fuggendo per l'acqua verdognola della gora sotto l'ombra deliziosa dei pioppi.
«Sapete dove
sta: in Carrobio.»
«Sì, lo so.»
«Le dite di
scusare, e che la saluto tanto tanto, e che se mi sentirò bene andrò presto a
trovarla.»
In quella
comparve Paolino vestito bene, colla sua grande catena d'oro grossa come un
dito. Siccome s'era fatto tagliare anche i capelli, il cappello di feltro,
diventato un po' largo, cadeva ed andava ad appoggiarsi sulle orecchie come
sopra due mensole. Aveva nelle mani un fascio di carte, un portafogli pieno di
biglietti di banca, qualche libretto della Banca Popolare e pareva confuso,
distratto, sbalordito.
Carolina lo
aiutò a mettere le carte a posto e gli disse sottovoce:
«Tieni a mente,
contrada di San Raffaello, numero 13.»
Egli salì in
carrozza, si rannicchiò in un angolo, i cavalli si mossero, i ragazzi corsero
dietro alla carrozza fino alla strada provinciale e tutto rientrò nell'ordine
solito alle Cascine. Ma alla povera Carolina il cuore batteva come il martello
di un magnano.
Chi sa come
finirebbe questa storia! e se madama Anita non poteva dargli una consolazione?
Che cosa era saltato in mente a Demetrio di condurre quella benedetta donna
alle Cascine! Al tempo delle streghe si sarebbe detto che l’avevano stregato
quel ragazzo.
Strada facendo,
Paolino finì di mettere a posto i conti, i denari, i libretti: ma il suo
pensiero era fisso, inchiodato a un piccolo involto di carta, di cui sentiva il
gruppo nel taschino del panciotto. Sempre in paura di averlo dimenticato o
perso, vi portò la mano dieci o dodici volte in una mezz'ora. Da quel gruppo,
come da un bottone di fuoco, sentiva un raggio di calore scendere per le
costole fino alla sede del cuore. Era un calore che bruciava, ma senza dolore.
Man mano che si
avvicinava alla grande città, lo assaliva lo sgomento come se egli venisse a
darle il fuoco; cercava di non pensare a madama, e, di pensare invece alla sua
Beatrice. A volte non sapeva più distinguere tra queste due donne, che
s'incarnavano in una sola cosa di genere femminile, posta in mezzo alle case di
Milano, per la quale egli si era mosso, e della quale aveva una gran paura, ma
non sarebbe per questo tornato indietro. La grande città l'attirava come una
voragine. Quel non so che di sacro e di pauroso, che hanno per un bambino le
storie degli spiriti e delle fate, investì il nostro innamorato al comparire
delle prime case del sobborgo. Passato il dazio di porta Romana, quando la
carrozza cominciò a correre solennemente e a sonare sul selciato della città,
gli parve che Milano gli cadesse sul capo, crepitando, come un castello di
carte.
Giunti presso il
teatro Carcano, Bassano fermò i cavalli davanti alla porta del Vismara, grosso
negoziante di riso, col quale Paolino era in continui affari. Il padrone
discese e passò nello studio a stringere un contratto per qualche centinaia di
sacchi. Nel trattare esagerò a posta i prezzi dei generi per dar luogo a una
viva discussione, per mettere molte parole, molte cose estranee, molti sacchi
di riso tra lui e quella donna, a cui tra poco doveva parlare di Beatrice.
Nell'uscire da
quella casa si sentì meglio: anzi gli parve di essere tornato un essere
ragionevole, un uomo di questo mondo, e procurò di conservarsi tale,
sforzandosi di osservare le costruzioni del Milano nuovo che sorgevano come per
incanto, e i grandi rettifili, e le botteghe di lusso, e il movimento dei tram
e il via vai della gente affacendata, che pensa a far quattrini, che lavora,
che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante
fisime.
«Gran cittadone,
non c'è che dire. Milano è sempre Milano,» andava ripetendo tra sé di man in
mano che si avvicinava al centro. «Mi piacerebbe che venisse qui Federico
Barbarossa a vedere che cosa è diventato Milano. Non pèrdono il tempo questi
birboni: non hanno ancora il gas che già vogliono la luce elettrica: non hanno
finita una casa, che la buttano giù per farne una più grande e più bella. E i
marenghi corrono in un Milano, dove c'è anche della gente che sa farli
saltare.»
«Dove andiamo?»
domandò Bassano, arrestando i cavalli quasi davanti alle porte del Duomo.
«Tu vai per le
tue faccende e mi aspetti per le quattro alle Due Spade.»
Paolino scese di
carrozza e infilò diritto l'arco della Galleria, mentre Bassano voltava i
cavalli verso il Carrobio.
Dopo aver
gironzolato un quarto d'ora, fermandosi davanti alle belle botteghe senza veder
nulla al di là dei vetri, uscì con un fare di indifferente dal braccio destro
che mette verso San Raffaello, sempre agitato dal suo segreto spasimo: cercò
cogli occhi la casa che sorgeva ove adesso sorge un palazzo, e quasi acciecato
da una passione vergognosa, infilò una porticina, vide a piedi di una scaluccia
un cartello con sotto una mano, segui quella mano coll'indice teso per tre o
quattro pianerottoli, tra due pareti giallastre scrostate dall'umido e dal
nitro, si fermò sopra un pianetto semibuio, pregno d'un acre odore di minestra,
davanti a un uscio mezzo di legno e mezzo di vetro riparato da una tenda di
cotone, che il venticello fresco delle camere interne sollevava di tempo in
tempo.
Qui posò
leggermente la mano sul cordone e dietro il morto tintinnìo d'un campanello di
latta, sentì una voce maschia e profonda che diceva:
«I miei coturni,
smorfia.»
Di lì a un poco
l'uscio si aprì e comparve un uomo di mezza statura, tarchiato, con un barbone
nero, colla zucca rasa e lucida nel mezzo come un mappamondo, che s'inchinò
gravemente e disse con voce di basso profondo:
«Servitor suo.»
Aveva sui piedi
un paio di pantofole di corda che smorzavano ogni rumore dei passi. Costui aprì
un altro uscio e introdusse con un gesto largo e ossequioso il cliente in un
gabinetto vicino, avendo prima la precauzione di chiudere bene le porte dietro
di sé. Paolino si levò il cappello e passò la mano sulla testa sudata.
«È per malattie,
per cose perdute, per sintomi o segreti di cuore? »
«Vorrei sapere,»
biascicò Paolino con una voce che tradiva la grande apprensione «vorrei sapere
di una malata, sì, cioè, d'una donna.»
Gli mancava il
coraggio di metter fuori subito il nome di Beatrice, ma sperava di trovarlo in
seguito, alla presenza della buona signora.
«Sua moglie?»
tornò a chiedere il signore delle pantofole, che era forse il medico o il segretario
di madama.
«Nossignore.»
«Una parente?»
«No, o almeno un
poco.»
«Un'intima
relazione .Lei non ha bisogno di tradire i segreti del cuore. La chiaroveggenza
degli spiriti immaterializzati basta a sé stessa. Si accomodi.»
Il mago (per
chiamarlo col nome che si presentò alla mente di Paolino in mezzo al
guazzabuglio dei pensieri), senza far rumore, come se camminasse sull'aria,
scomparve per un usciolino segreto che cigolò dolorosamente dietro di lui.
Paolino sentì di
nuovo la sua voce, divenuta più cavernosa, che parlava ancora di coturni e
un'altra intrecciata alla sua, che pareva quella di una donna piangente.
Guardò un
momento intorno, senza ardire di movere un piede dal posto dove il bravo
signore l'aveva lasciato.
Era un gabinetto
di poca ampiezza e poco bene rischiarato da una finestra che dava sopra un
tettuccio sconnesso, seminato di erbaggi e di cocci bianchi. Per passare non
c'era che un piccolo spazio tra una sedia e una grossa tavola di noce posta
sotto la finestra e tutta piena di libroni legati in cartapecora con su un
orologio a polvere, tra due colossali corni di bufalo imperniati su piedestalli
di legno neri. Sopra una mensola attaccata all'imposta, una civetta imbalsamata
stava a guardare cogli occhi gialli.
Paolino andava
osservando tutte queste minuzie per distrarsi, per tornare un uomo ragionevole.
Che cosa voleva dire, per esempio, quel pugnale lungo, acutissimo, posto su una
tazza di bronzo tra due zampini di lepre come quelli che si usano per
spolverare le scrivanie? E quella testa da morto in faccia all'usciolino,
bianca e lustra come l'avorio, come una specie di sorriso sui denti?
La finestra a
piccoli quadretti di un vetro verdognolo e affumicato sbatteva una luce
languida e scialba sulla tappezzeria raggrinzata, coperta in gran parte da
lunghe filze di vecchie carte, forse lettere, ricette, consulti, memoriali
infilzati nei rametti di ferro, di cui erano pieni anche gli usci e gli
stipiti.
Mentre Paolino,
per fortificarsi nella realtà delle cose, andava osservando di qua e di là,
vide di sotto al tappeto che copriva la tavola uscire un bel gatto d'Angora,
stender le zampe, allungarsi, far arco della schiena, sbadigliare come chi si
alza allora dal letto.
«Se il signore
vuol passare...» disse improvvisamente la voce grave del cerimoniere, comparso
da un altro usciolino, che Paolino aveva creduto un armadio.
Scosso da quella
voce, andò dietro alla guida. Passarono sotto una tenda, salirono due gradini
di legno posti di sbieco nello spessore di due muri maestri e si trovarono
nella sala dei consulti, molto più grande, ma immersa come il gabinetto in
quella luce d'aria sporca, che dava alle cose un aspetto stanco e addormentato.
Stavano nel
mezzo due canapè, l'uno di fronte all'altro, a capo dei quali era una poltrona
grande, rovesciata come un lettuccio. In terra, nel mezzo, c'era un tappeto
colla figura di una bestia feroce, che Paolino non seppe capire se fosse un
leone o un pantera. Anche qui molte filze di corrispondenze con sopra un dito
di polvere e molte tabelle piene di numeri e di ghirigori.
Sulla pietra del
cammino, in compagnia di alcune scimmie e di alcune cicogne imbalsamate,
spiccava il gesso d'una Venere vestita anch'essa di polvere.
L'uomo delle
pantofole di corda tornò a dire:
«Si accomodi» e
sparì ancora sotto la tenda.
Paolino,
afferrato colle mani nervose alla tesa del suo cappello, come se si attaccasse
a una sponda per non cadere, sedette sull'orlo di un canapè, provando una
durezza dolorosa in tutte le giunture e un improvviso rammollimento di cuore e
di cervello.
Sopra un
tavolino, dentro un piatto, vide molti cartellini stampati, che dicevano:
Anita
d'Arazzo, impareggiabile sonnambula, assistita dal celebre professor Fagiano di
Sinigallia: dà infallibilmente consulti tutti i giorni dalle dieci alle tre, e
ogni venerdì in letto, per malattia, ansietà, cose smarrite, deviazioni,
affanni di cuore, passioni, patemi morali e simili. Medium approvato dalle
principali società spiritiche d'Europa, nonché munita di speciale diploma di S.
M. la Regina Isabella e di altri governi. Esercitazioni magnetiche,
psicografiche, chiromantiche e chirografiche. — Per curiosità L. 3. Per
malattie prezzi da convenirsi. Con una ciocca di capelli si fa qualunque
consulto. Deposito di ètere delle fate per rigenerare i capelli, dar loro il
primitivo colore senza macchiare la lingeria.
Paolino lesse
tre o quattro di questi avvisi stampati senza accorgersi ch'erano tutti eguali.
Passata la prima impressione, cominciava a provare, nel trovarsi in quel luogo,
una non leggera compiacenza, quasi un senso d'orgoglio del proprio coraggio
misto a una dolce curiosità di cose piacevoli e nuove. O scienza, o non
scienza, egli era lì per Beatrice, per discorrere di lei, nel cuore di quel
Milano birbone ch'era tutto pieno di lei. L'immagine di lei entrava in
quell'aria incantata quasi rivestita di un nuovo fascino, non di questo mondo.
Non si sarebbe meravigliato di vederla comparire a un cenno, a un movimento di
tenda...
«Ha con sé
lettere o anelli o capelli dell'inferma?» uscì ancora, a dimandare il
professore Fagiano.
«Ho dei
capelli.»
«Me li
favorisca.»
Paolino trasse
dal taschino il prezioso cartoccietto e glielo consegnò con una certa esitanza,
come se avesse paura di perderlo per sempre.
«È la prima
volta che interroga sulla paziente?»
«La prima,
sissignore.»
«Ammonisco che
il medium soffre e si adira ove si accorge di essere ingannato e condotto a
spasso. Chi non dimanda brevemente e sinceramente arrischia di buttar via i
suoi denari. Qui non ha luogo inganno o ciarlataneria come sulle fiere, ma
tutto si fa sulle basi più rigorose secondo la pratica del celebre Charcot
della Salpétrière di Parigi. Stia comodo.»
Paolino voleva
quasi giustificarsi. Infatti è pazzia di voler tentare la scienza col falso, e
specialmente quando si paga.
Dopo un lungo
agitarsi della tenda — forse madama finiva di vestirsi — uscì col professore
madama Anita, tutta vestita di bianco e coi capelli sciolti sulla schiena.
Fece un sorriso
caro e grazioso al signore, e senza dir altro, con una certa sollecitudine di
non far perdere tempo, andò a sedersi, anzi a distendersi sulla poltrona, dopo
aver accomodato i capelli un po' di qua e un po’ di là sulle spalle. Distese
anche le gambe, appoggiò i piedini sopra uno sgabello, lasciò cadere le braccia
allentate lungo le coscie e, socchiudendo gli occhi, disse:
«Fa pure,
Marco.»
Paolino nel
veder quella povera donna così distesa per causa sua, come se si preparasse a
un supplizio, cominciò a soffrire nel suo buon cuore e si attaccò ancora più
stretto alla tesa del cappello.
Madama Anita,
oltre. ad essere una bellissima donna, aveva dei tratti così gentili, degli
sguardi così dolci, dei sorrisi così commoventi, che guadagnava subito la
simpatia dei suoi clienti. Si diceva ch'ella fosse una contessa di Pesaro,
nipote d'un cardinale, d'una famiglia antichissima, ma decaduta da un pezzo per
molte traversie.
A Milano non le
volevano bene soltanto le bottegaie e le donnette del popolo, ma c'erano delle
contesse e delle marchesine, che le scrivevano lettere piene di affetto e di
riconoscenza e che le regalavano anelli, braccialetti, collane. Si diceva anche
che la macellaia di via del Torchio, per gratitudine d'essere stata guarita da
un pericolo di flemone, le mandava a casa per tutto il tempo che madama
rimaneva a Milano, ogni domenica, un piatto di vitello e di frittura mista
della più scelta. Quelle poche che erano state ammesse ai consulti segreti,
contavano cose meravigliose delle sofferenze e delle chiaroveggenze sue, quando
il magnetizzatore la dominava con più forza, la buttava in terra con un gesto
del dito, con un dito la sollevava rigida e stecchita come un bacchetto, e come
un bacchetto la poneva a giacere sulla sponda di due sedie di legno.
Anita volle che
il professore collocasse ancora un piccolo cuscino sotto le reni e che
socchiudesse un po' le imposte. Fattosi più oscuro, Paolino, attaccato con gli
occhi al bianco di quella bella persona distesa, da cui pareva che emanasse un
chiarore, provò un piccolo stringimento alla gola e un sentimento di vertigine.
Sospirò come un ragazzo che piange in sogno. Quasi non distingueva più tra
questa donna e quell'altra...
Il
magnetizzatore aggiustò un poco la testa della donna colle mani, come si
farebbe con una bambina morta che si mette nella bara, le sussurrò qualche
buona parola di incoraggiamento. Si collocò diritto davanti, presso lo
sgabello, si concentrò nella barba, inarcò le ciglia, guardando verso un angolo
della stanza: abbassò quello sguardo severo sulle scarpette rosse della donna,
risalì con quello sguardo lentamente su tutta la persona, lo arrestò, lo aguzzò
come una lesina, lo conficcò qua e là nella carne viva, ed allargando d'un
tratto le mani a un gesto di sacerdote che celebra, restò lì, come stecchito,
colle mani nell'aria.
L'operazione era
cominciata. Paolino non respirava nemmeno.
Seguirono i
passi magnetici: ed allora Anita mandò un sospiro che parve un gemito. Le mani
del mago, lunghe, magre, a nodi, come quelle di uno scheletro, colle unghie
lunghe e tagliate a punta di mitra, uscivano con mezzo braccio nudo fuori dalle
maniche della camicia, agitandosi, snodate come due proboscidi. Quindi presero
a tremolare col battito leggero e mutabile dei pipistrelli e a sonare nell'aria
delle variazioni. Quando il mago ebbe tanto in mano da poter essere sicuro del
fatto suo, distese il gesto, costruì un bellissimo arco e sull'arco un
catafalco.
Paolino non
batteva occhio.
Poi l'uomo si
voltò di fianco per tirare una corda invisibile, e tirò un pezzo, alternando
una mano all'altra, come se cavasse un secchio dal pozzo. E dalla corda il
birbone seppe ancora cavar fuori un arcobaleno che disegnò sul suo capo bello,
chiaro, che gli splendeva negli occhi, che lo faceva sorridere, che lasciò
Paolino ancora più affascinato.
La povera madama
Anita intanto seguitava a sospirare, a contorcersi. Erano tali gli stiramenti
del suo povero corpo, e i gemiti piagnucolosi che le uscivano di bocca, che
Paolino incominciò a intenerirsi e a soffrire con lei.
«Ci vedi?»
chiese il dottore con una voce di uomo che dorme.
«Poco» rispose
Anita con un sospiro che usciva di sotterra.
«Che cosa vedi?»
«Un muro.»
«Essa vede un
muro» soggiunse il dottore, volgendosi verso il signore.
Questi schiuse
un poco la bocca, come se facesse uno sforzo per parlare, e rimase così.
Con un movimento
rapido e quasi stizzoso, l'altro ripeté tre volte sulla testa della paziente un
gran nodo di Salomone, lo strinse, lo spremé nelle palme come uno strofinaccio,
e ne spruzzò il sugo nelle narici di Anita con tre buffetti della dita.
Girando
mollemente il braccio sinistro, cinse e chiuse nel circuito magnetico anche la
testa di Paolino, si impadronì di non so qual fluido, pigliandolo coll'atto
lesto di chi piglia un pesce che scappa dalla cesta, e disse:
«Metta pure i
capelli del soggetto tra le dita della paziente e faccia con piena confidenza
d'animo quelle domande che crede.»
E sparì,
lasciando solo Paolino con quella donna addormentata.
Sulle prime a
costui venne un'idea strana, cioè d'infilar l'uscio e di scappare: ma non si
fidò; e poi bisognava pagare. Che cosa doveva dire? come poteva muovere le
mandibole che parevano scassinate? la sonnambula lo aspettava in silenzio,
senza dare nessun segno di impazienza, senza mandare un sospiro. Pareva morta,
morta davvero. Paolino palpitando introdusse e intrecciò delicatamente alle sue
dita la ciocchetta dei capelli, che Anita strinse, e cominciò a palpare sempre
cogli occhi chiusi e colla testa rovesciata indietro, coi piedi allungati sullo
sgabello.
Dopo un bel
momento di silenzio, dimandò con un vocino tenero, amoroso, tutto affetto e
compatimento:
«Te vuoi
sapere?»
«Se mi vuol
bene...» balbettò in fretta Paolino, arrossendo come un ragazzo che si lascia
cogliere sulla pianta dei fichi.
«Vedo bene che
tu l'adori come le viscere del cor.»
Paolino chinò la
testa. La voce armoniosa e molle di Anita sollevò tutto quel mucchio di cose,
che da qualche mese in qua egli era andato collocando nel cuore.
«Forse che ti
pare freda?» chiese ancora col suo bell'accento di Verona la nipote del
cardinale. «Ma non aver paura, non passerà la bela luna d'agosto e tu sarai
felice appien. Dammi la mane.»
Paolino stese la
mano alla donna, che la strinse fra le sue e l'appoggiò sul suo petto alto,
tenero e caldo. Tenendolo a quel modo prigioniero, seguitò:
«Tu sei un
ragazzo timido, pien de passion, ma in amor ce vuole pazienza, o no se fa
niente. C'è chi le fa la corte.»
«Chi?» poté
finalmente con un supremo sforzo di volontà pronunciare il pover’uomo, come se
movesse un macigno.
«Uno che le sta
molto vicin. Ma la bela luna di agosto sarà favorevole a te, perché chi più ama
de cor ha sempre rason. Procura intanto de bever tre volte nello stesso
bicchier e trova il mezzo di condurla qui che la toccherò colla mane riscaldata
dal tuo calor. Esponi intanto tutta la fiamma del tuo ardente affetto e lascia
pure cadere le lacrime del tuo cordoglio. Io leggo nel bianco libro del vostro
destin, che sta a me davanti, la vostra bela felicità vostra di voi, quando
divenuti insieme amanti e sposi, riposerete nell'angolo del domestico fogolar.
Oh la soave gioia! Questi capeli mi dicono una dona freda in apparenza, ma
ardente carattere nella confidenza d'amor. Beato l'uomo che poserà la testa sul
suo sen.»
«Sei stanca?»
dimandò improvvisamente la voce del professore.
«Vedo ancora un
muro.»
«Segno che il
medium non ha più la visione o che un invidioso spirito s'interpone a che la
signoria vostra pigli la conoscenza della verità. C'è forse della gente che
invidia la felicità di questo bravo signore?» chiese per conto suo il
professore alzando la voce.
Anita non
rispose.
«Parla!» comandò
il barbone, lanciando in viso alla donna due pugni d'aria.
«Ahi! Ahi!»
esclamò lamentandosi Anita.
«Abbiamo anche
dei mezzi coercitivi che costringono le forze superiori. Non ha che a guardare
la tariffa.»
«No, può
bastare» si affrettò a dire Paolino, sbalordito, mentre la donna andava
ripetendo:
«Signor,
Madonna, che affanno!»
«Parla...»
ripeté quel feroce tiranno.
«La lasci stare»
osò dire Paolino.
«Alle volte
basta un passaggio.»
Il dottore tentò
un ultimo sforzo.
Si sollevò sulla
punta dei piedi e alzò le mani aperte come due ventagli.
«No, Marco, no,
Marco...» strillò la poveretta, contorcendosi come una indemoniata.
«No, Marco...»
pregò anche Paolino, che si sentiva venir voglia di piangere.
Il dottore corse
sopra la paziente, soffiò due volte sul suo viso e la svegliò.
«Grazie,
poverin» disse la donna sorridendo.
«Quanto devo?»
chiese Paolino, avviandosi verso l'uscio.
«Vedremo la
clessidra. »
L'orologio a
polvere, posto sul tavolino innanzi agli occhi onesti del capo di morto, disse
con precisione molecolare che il signore non doveva che tre lire, salva la sua
buona grazia.
«Quando
vossignoria desiderasse, ci abbiamo anche la tavola psicografica» aggiunse il
dottore nell'accompagnarlo.
«Grazie.»
«Marco!»
chiamava Anita nell'altra stanza.
«Sta zitta,
vengo, angelo. La tavola psicografica segna col semplice contatto della mano in
cinque minuti tutte le risposte che si desiderano. È uno dei più forti
argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima.
Profondi filosofi, speculatori metafisici e benefattori dell'umanità hanno
scoperto che la terra e il cielo sono popolati di spiriti buoni e di spiriti
mali — (per di qua signore) — di spiriti superiori e di spiriti inferiori, e
quando un soggetto, previa una calda aspirazione al Creatore di tutte le cose
visibili e invisibili, invita nel raccoglimento del suo pensiero con
sommissione uno di questi spiriti o l'anima eterna di un caro estinto, sia
ombra di grande illustre o vuoi poeta o condottiero di eserciti o anima di
parente sepolto...»
Paolino andava
grattando l'uscio per aprirlo.
«...lo spirito
tratto dalla simpatia e dalla coercizione non può a meno... A rivederla,
signoria.»
L'uscio si
chiuse ai calcagni di Paolino che, fermatosi un momento sul pianerottolo per
ricuperare il senso delle cose umane prima di discendere la scala, sentì dietro
di sé un tabusso indiavolato, in cui entravano ancora i coturni.
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