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Il cavalier
Balzalotti ritornò dal suo viaggio ufficiale coll'animo pieno di nobile
soddisfazione. Era stato ben accolto dal segretario generale, col quale ebbe
l'onore di pranzare un paio di volte nella compagnia di quattro o cinque
competenze speciali, che seppero far tesoro della pratica e dei lumi che il
cavaliere aveva attinto nel lungo maneggio degli affari.
Portò a casa un
buon organico e la certezza che il prossimo numero della Gazzetta Ufficiale
avrebbe registrato qualche cosa di dolce per il cuore d'un vecchio funzionario,
l'unica ambizione del quale era sempre stata quella d'essere la prima vittima
del dovere.
Quando Demetrio,
spenti i lumi e sceso il sipario del suo modesto idillio, tornò a uscire di
casa e a riprendere la solita strada dell'ufficio (piazza del Duomo, piazza
Mercanti, Cordusio, Bocchetto), il cavaliere era già tornato da alcuni giorni.
Avendo inteso che il Pianelli era malato, colse l'occasione per chiamare al suo
posto di segretario particolare il Bianconi, liberandosi così d'un vicino che
poteva diventare troppo fastidioso, senza però farsene un nemico.
In mezzo ai
gravi affari d'ufficio, Beatrice gli era uscita di mente: ma non disperava di
prendere la lepre col carro. Al signor Demetrio Pianelli il nuovo organico
assegnava una piccola promozione con qualche vantaggio di stipendio, una
quarantina di lire all'anno, poca cosa per un milionario, ma che per un povero
impiegatello rappresentano circa undici centesimi al giorno, giusto il prezzo
del sigaro e della scatola dei zolfanelli.
Il Bianconi
fermò Demetrio sulla scala per dargli queste notizie. Il galantuomo era un po'
contento e un po' malcontento. Gli piaceva da una parte d'essere stato chiamato
dalla confidenza del suo superiore, ma non avrebbe voluto dall'altra parte che
Demetrio se ne offendesse o pensasse che egli avesse brigato quel posto. Il
buon uomo amava essere in pace con tutti.
«Io non ho
toccato niente delle tue carte: anzi, bisogna che tu mi dia qualche istruzione
e la chiave dei cassetti.»
A Demetrio la
notizia non fece né caldo, né freddo. Andava a poco a poco istruendosi
nell'arte di saper vivere, che consiste, pare, nel prendere le cose come Dio le
manda e nel lasciarle andare come il diavolo le porta.
In Carrobio non
s'era ancora lasciato vedere. Perché affrettarsi a correre dove non c'era più
bisogno di lui? non era forse saldato ogni conto di dare ed avere?
In quanto
all'impiego, sedersi qua o là per lui adesso era cosa indifferente. Il
Caramella lo trasse in un cantuccio e gli pagò la solita mesata, lire 122 e
centesimi, in un biglietto da cento e in altre poche lire di carta sudicia,
ch'egli prese e cacciò in tasca come se si trattasse di un fazzoletto da naso.
Passò senza parlare, ma neppure senza impazienza, nella stanza d'ufficio, dove
aveva fabbricato i suoi magnifici sogni e fissò un momento gli occhi sulla
poltrona lucida e vuota del cavaliere, alla quale aveva predicato tante
sciocchezze... E quasi gli venne da ridere. Andò al suo tavolo e si preparava
ad aprire i cassetti per fare il suo piccolo San Michele, quando vide entrare
il Quintina in compagnia del Bianconi e di un certo Caravaggio, archivista, con
una lista in mano e una penna sull'orecchio.
«Oh! ecco il
signor Pianelli» disse il Quintina con la sua voce di clarinetto. «Lei non può
mancare nella nostra lista.»
«Che lista?»
chiese Demetrio freddamente, mentre cercava d'infilare la chiavetta nella
serratura.
«Si tratta di
offrire un modesto pranzo al nostro cavalier Balzalotti, che è stato in questi
giorni insignito d'una distinzione che si può dire guadagnata col sudore della
fronte.» Il piccolo ragioniere strizzò un occhio verso i colleghi con un
sorrisetto un poco malizioso. E continuò: «Dobbiamo a lui l'approvazione del
nuovo organico, dico poco? se adesso andremo in carrozza, è merito suo. Ma,
scherzi a parte, ho già raccolto undici belle firme, vede? aggiunga anche la
sua e faremo così la cena degli apostoli. Il Giuda sarò io.»
A questa facezia
il Quintina fece seguire una risata clamorosa come il suono di due pantofole
sbattute, e ripetendo un suo movimento abituale, mosse le gambe nell'atto che
tirava un poco i calzoni sui fianchi.
Demetrio rispose
anche lui con un sorriso pieno di sarcasmo, e disse tranquillamente:
«Io non firmo
niente.»
«Che, che...»
esclamò il Quintina, «lei non farà questo torto a un commendatore della Corona d'Italia.»
«Io non firmo
niente» ripeté Demetrio senza andare in collera, ma con accento d'uomo persuaso
di quello che fa.
«Perché non vuoi
firmare se ci stanno gli altri?» saltò su a dire il Bianconi, a cui quel
rifiuto pareva una cosa orribile. «Ho firmato anch'io...» soggiunse con un tono
di voce flebile e pietoso, in cui si sentiva tutta la grandezza del sacrificio,
che era di sette lire a testa.
«Perché...
perché io son diverso dagli altri.»
«Questa sì che è
bella!» proruppe con una risata il Quintina, facendo scorrere la cannuccia
dietro l'orecchio, come se grattasse per gusto. «Vorrei sapere che cosa ha di
diverso da noi il signor Pianelli.»
«Della mia
coscienza sono giudice io....»
«Che cosa
c'entra la coscienza in questa faccenda?» soggiunse il Quintina, compiendo un
giro della stanza con le mani nelle tasche dei calzoni, ch'egli tirava sui
fianchi, mandando fuori abbasso due scarpette da signorina. «Non siamo venuti
per sporcar d'inchiostro la coscienza di nessuno; che bell'originale!»
Demetrio gettò
sul pettegolo un'occhiata di ghiaccio, mosse due dita in aria come se stesse
per dire qualche cosa e tornò ad infilare la chiavetta nel buco.
«Non si tratta
di una grande somma!» provò a dire l'archivista, un giovanotto piccolo, smorto,
con poche setole di barba e con due occhiali fini e lucenti sugli occhi.
«Se non puoi
pagare adesso, metti almeno la firma, tanto che si possa dire che ci siamo
tutti...» suggerì con benevolenza il buon Bianconi, che nella sua bonarietà
soffriva di vedere un amico così fuori di strada.
«Non è per non
pagare... Che diavolo! io sono ricco... Guarda, Bianconi. Ho appena riscossa la
mesata... la vedi qui?»
E Demetrio stese
la mano irritata da un fremito mal compresso d'ira, con dentro le sue
centoventidue lire e centesimi, gualcite come un pezzo di fodera.
«Sappiamo che
ella è ricco...» cantarellò il gobbetto, facendo sonare le dita nell'aria.
«Sì... caro il
mio signor...»
Demetrio finì la
frase con un'altra occhiata lunga e insolente. Poi si mosse d'un tratto come se
lo assalisse un'idea luminosa:
«A lei, che ride
e che canta, guardi: posso regalarle al signor cavaliere....»
«commendatore,
commendatore...» corresse burlescamente l'altro.
«Posso regalare
al signor commendatore cento lire... guardi!» e con un colpo di mano andò a
mettere il biglietto da cento sulla scrivania del suo superiore. «Ed anche
qualche cosa ancora gli posso regalare» soggiunse, cavando di tasca un
involtino, ripiegato in una carta e legato con un nastrino rosso, che collocò
sul biglietto. «Ma su quella lista il mio nome non lo metto: e mo' è con...
contento, sor...» e in luogo del nome sostituì una smorfia della faccia, che
gli fece raggrinzare tutta la pelle del naso.
«Con...
contentissimo...» strillò il gobbetto, agitando le gambe.
Demetrio aveva
preso con sé il famoso braccialetto coll'intenzione di consegnarlo al portinaio
della casa dei bagni in via Velasca, come aveva consigliato Beatrice, e come se
il regaluccio lo rimandasse lei, senz'altro, senza rinvangare il passato e far
scene e scandali, di cui oggi si sentiva ancora meno il bisogno.
Ma fuorviato dai
discorsi, stuzzicato dall'ironia punzecchiante del Quintina e dalle insistenze
banali del Bianconi, più per un capriccio di resistenza che non per un partito
preso, fu tratto a commettere uno sproposito, che forse non era nel suo
programma e nemmeno secondo i dettami di quell'arte di saper vivere ch'egli
voleva adottare per sistema.
«So bene che al
signor Pianelli non mancano i fondi» seguitò a dire il Quintina, socchiudendo
con malizia gli occhi e mettendo fuori la voce in una cantilena canzonatoria.
«Lei è un uomo
spiritoso,» rispose Demetrio con un senso di schifo «ma io potrei dimostrarle
che pensa e che dice delle cose stupide.»
«Ma che storie?
ma che vuol dimostrare? ma mi faccia il santo piacere di non fare il matto.»
«Se non firmo, è
perché ho le mie ragioni.»
«Ma se le
tenga....»
«E le mie
ragioni, caro il mio caro signor spiritoso, son pronto anche a stamparle.»
«E lei le
stampi...» rimbeccava senza perder fiato l'ometto piccino, che saltava come un
uccello in una gabbia.
«E il mio pane è
guadagnato colle mani pulite, sa...» e mostrava i due palmi «pulite più delle
sue, che se le lava tutte le mattine col sapone inglese.»
«Adesso sei
fuori di te, Pianelli» s'arrischiò a dire il Bianconi, agitando con una certa
furia le mani, mentre il Caravaggio, preso in mezzo, moveva la testa ora a
destra ora a sinistra, come un gatto che guarda un pendolo, o anche un uomo che
non capisce niente.
«Lasciatelo
cantare, è matto; gli è andata la rugiada alla testa. Starei fresco, se volessi
perdere il mio tempo con un professore di lingua....»
Demetrio sentì
la punta della freccia a fior di pelle, si contrasse come un legno nel fuoco, e
dopo un gran garbuglio di consonanti, da cui la sua lingua ingrossata dall'ira
stentò a districarsi, disegnò col pollice una certa curva, come se abbozzasse
un gobbetto nell'aria, e mormorò:
«Io non ho certe
fortune....»
L'altro divenne
livido, i suoi occhi si velarono e si rimpiccolirono, la bocca umida di saliva
si atteggiò a un sorriso mordace, in cui l'ometto maligno cercò di nascondere,
come dentro a una maschera, il cupo risentimento dell'animo offeso.Da quella
smorfia lunga e indurita tra le pieghe della pelle uscì una voce più falsa del
solito, che doveva sembrar nuova anche al suo padrone:
«Senta, sor
Pianelli, i miei non si sono ancora appiccati ai travicelli dei solai, e io,
firmando qui le mie sette lire, non ho paura di far mangiare a un benefattore i
suoi denari.»
«Ah! aspetta...
brutto assassino....»
Demetrio stese la
mano, afferrò un grosso calamaio di peltro e fece l'atto di buttarlo in viso al
mostro maldicente; ma il Bianconi gli fermò con una mano il braccio, ponendogli
l'altra sullo stomaco, intanto che il Quintina rideva sugli acuti d'un riso
fatuo e insolente, facendo il verso d'una gallina che canta.
In quella entrò
il commendator Balzalotti e tutti ammutolirono, restando ciascuno al suo posto,
fermo nella sua posizione, come le statue di terra cotta che si ammirano al
sacro Monte di Varese.
«Che cosa c'è?»
chiese il commendatore Filippo Balzalotti colla sua voce flemmatica di buon
padre di famiglia, arrestandosi un poco sulla soglia, lindo nel suo abito nero,
col panciotto bianco di piqué, lucido, pulito come uno sposino, con una
espressione di bontà e di indulgenza sparsa come una spalmata di vernice sulla
superficie della sua faccia di canonico.
«Politica, della
brutta politica, commendatore» si affrettò a dire il Quintina, che non era uomo
da perdere troppo facilmente le staffe.
Il Bianconi, a
cui tremavano le polpe delle gambe, per aiutare a porre un cerotto si fece un
coraggio da leone e disse:
«Come impiegato
anziano ho l'onore, commendatore, di far parte di un comitato d'onore
incaricato d'invitarla a un modesto banchetto in onore della... del....»
«Della ben
meritata onorificenza di cui sua Eccellenza il Ministro volle onorare la
signoria vostra» continuò l'archivista tutto d'un fiato, come se sonasse una
trombetta.
«Oh! oh!»
esclamò tutto confuso il commendatore, «che cosa vien loro in mente? un
banchetto a me? non sono un ministro. A questo penseremo in seguito» fu pronto
a dire il Quintina, a cui stava bene la lingua in bocca. «Intanto è un
vivo bisogno del nostro cuore di
manifestarle la compiacenza della quale siamo compresi tutti quanti per una
delle poche distinzioni, che si possono dire veramente meritate.»
«Questo sì, è
vero, proprio...» aggiunsero gli altri due.
Demetrio, dopo
aver soffiato nella chiavetta per liberarla dai fondi di carta, era tornato a
rosicchiare intorno alla serratura, curvo, quasi nascosto dietro la scrivania.
Il commendatore
che lo aveva adocchiato subito, capì ch'egli non faceva parte della
commissione.
«Loro hanno una
grande bontà e una grande indulgenza per me. Ammettiamo dunque che il ministro
abbia voluto ricompensare non i meriti reali, ma la buona volontà e la
devozione a quelle idee liberali di ordine e di progresso, che hanno sempre
informata la mia vita.»
«Benissimo...»
esclamarono con tre voci diverse i tre ambasciatori.
Tenne dietro una
battuta d'aspetto, durante la quale Demetrio, innocentemente, soffiò nella
chiavetta, traendone quasi un piccolo fischio; e tornò a rosicchiare come un
topo che fa il buco per passare.
«Li prego dunque
di farsi interpreti presso i loro egregi colleghi dei sentimenti della mia
gratitudine, e dicano pure che, poiché gli anni mi dànno questo diritto,
preferirò sempre essere il loro padre piuttosto che il loro superiore.»
«Questi
sentimenti onorano l'illustre uomo più di qualunque commenda» concluse di nuovo
il Quintina. «Dunque se non le dispiace, commendatore, sabato alle sei avremo
l'onore di venire a prenderla colla carrozza a casa sua.»
«Non si
disturbino: se mi dicono il luogo della riunione....»
«Non
permetteremo mai.»
«Bene, come
vogliono. Cercherò di fare onore alla bella compagnia e al cuoco.»
Risero tutti e
quattro più forte del bisogno, quasi per fare il coro finale, mentre il bravo
uomo stringeva la mano all'uno, all'altro e all'altro.
Demetrio, mentre
gli altri se ne andavano, riuscì con un energico ma…ledet…tissimo! ad
aprire il cassetto indurito dove aveva chiuse le sue manichette, la fodera del
cappello, un boccaletto di vetro, un bicchiere, qualche altra cosuccia sua, e
sì preparò a far fagotto.
Il commendatore
finse di non accorgersi di lui. Dal contegno del Pianelli non poteva capire
s'egli era informato o no della delicata faccenda e non osava rompere il
silenzio per non guastar l'aria. Demetrio, dal canto suo, era quasi sul
pentirsi d'essersi lasciato trasportare un po' troppo; ma non poteva più far
sparire il biglietto e l'involtino senza dare nell'occhio o senza provocare una
questione, che adesso gli era diventata indifferente. E intanto questi due
uomini, fingendo di non accorgersi l'uno dell'altro, stavano lì sospesi, come
ai due estremi di un'altalena in bilico, dove uno non può cadere, se non fa
cadere anche l'altro, e nessuno dei due può andarsene finché la trave resta in
bilico.
È da queste
posizioni incomode, più che da istinti malvagi, che gli uomini sono tratti
qualche volta a farsi del male.
Il commendatore,
attaccato il cilindro al chiodo, stava tirando la punta ai guanti, mentre dava,
in piedi, una prima occhiata superficiale alle soprascritte delle lettere e al
fascio degli affari. L'occhio andò naturalmente a cadere anche sul biglietto da
cento e sull'involtino. Non capì a tutta prima, prese in mano il misterioso
peso, stracciò coll'unghia un lembo della carta, vide un che di lucido, ruppe
ancora di più l'involucro, capì, arrossì come una ragazza còlta dalla mamma con
un libro disonesto in mano, infuriò dentro di sé, un tremito nervoso lo prese,
smosse, per far qualche cosa, della carta, mentre una parola furibonda,
attraversando tutta quella fiammata di vergogna e di sdegno, gli venne due
volte sulla punta della lingua:
«Tanghero!»
avrebbe voluto gridare contro quell'imbecille gaglioffo, che pretendeva di
dargli una lezione in ufficio. Ma la bella dentiera di Winderling non lasciò
uscire che un suono smorzato come l'onda morta di un tamburo. Demetrio,
collocato il cassetto in terra, andava voltando e rivoltando le robe sue, come
se facesse un'insalata di stracci. Sentiva quasi al disopra della testa passare
lo sdegno di una così grande dignità ferita proprio nella sua poltrona, e, per
quanto rassegnato a prendere le cose come il ciel le manda, non era ancora così
maestro nell'arte del saper vivere, perché un resto dell'antica soggezione non
gli facesse fastidio e balenìo agli occhi. Quando gli parve di aver finito,
raccolto il suo fagottello, si avviò, come se non ci fosse nessuno nella
stanza, verso la porta d'uscita, diretto al suo nuovo ufficio.
Il commendatore,
in piedi, dietro la scrivania, lo lasciò andare un poco, incerto anche lui di
fingere di non esserci e quindi bevere il fiasco nella sua paglia, o se non era
il caso invece di toccare il tempo a questo tanghero dalle orecchie
rosicchiate, che si permetteva di dargli una lezione in ufficio. Tra i due
estremi scelse un terzo termine, secondo la vecchia tattica dell'uomo oculato;
cioè, quando vide che l'altro stava per uscire:
«Neh, Pianelli»
disse con una voce d'uomo sostenuto sì, ma non in furia, «senta una parola.»
Demetrio si
voltò e venne con tre passi lenti, in preda anch’esso a un tremito convulso,
verso la scrivania del suo superiore, e interrogò con una faccia di uomo che ha
il sole negli occhi.
«È lei che mi ha
raccomandato un ragazzo per l'orfanotrofio?»
«Difatti, una
volta...» balbettò.
«È figlio di un
suo fratello, eh?»
Demetrio disse
di sì col capo, e inghiotti una goccia di saliva.
«La ringrazio
tanto: mi ha fatto fare una bella figura nel Consiglio. Di che male è morto il
padre di questo ragazzo?»
Demetrio, come
se gli saltasse in corpo un razzo, fece un altro passo, quasi un salto, collocò
la roba su una sedia e domandò:
«Perché?»
«Dimando a lei
di che male è morto il padre di questo ragazzo, perché doveva informarmi: era
dover suo, e non permettere che una persona rispettabile andasse a raccomandare
a persone rispettabili il figlio di uno che si è impiccato per debiti. Che cosa
crede? che gli orfanotrofi siano fatti pei figli dei ladri e dei falsari?»
Demetrio, non
più così ingenuo come una volta, capì benissimo che il signor commendatore
esagerava di proposito un fatto inconcludente per darsi della forza, per
nascondersi in una nuvola temporalesca di sdegno, per vendicarsi insomma del
vivo, picchiando sopra un morto. Volle giustificarsi, però senza andare in
furia, e disse:
«Scusi, lei
sapeva benissimo, anzi meglio e prima di me com'erano andate queste cose, e, se
si ricorda, mi ha dato in questo preciso posto anche dei preziosi consigli. Se
c'è qualcuno che deve lamentarsi, scusi, cavaliere, dovrei essere io, nel caso,
perché..., perché... chi ha fatta la più brutta figura in questa faccenda, chi
è stato il più minchione sono io....»
«Che mi sta a
contare...» interruppe con un brusco movimento delle mani il commendatore.
«No, scusi, lei
si lamenta che le ho mancato di riguardo» tornò a dire Demetrio sospinto a poco
a poco da una fiumana di cattivi umori, che non sentivano più la forza degli
argini «e io mi permetto di chiedere a lei e al suo buon amico di Novara chi si
è fatto più giuoco della semplicità, della debolezza... e dei bisogni di una
povera gente che, appunto perché povera e debole, poteva meritare del... della
compassione.»
Sospinto,
trascinato, travolto dalla reazione della sua virtù, Demetrio trovò d'aver
dette più parole che non avesse in mente di dire, ma le pronunciò senza
declamazione, quasi sottovoce, con un tono e un gesto che conservavano ancora,
alla lontana, un'apparenza di rispetto.
«Guardi come
parla...» comandò con un alto sussiego il commendatore, e indicando la porta
col dito, aggiunse: «Mi vada fuori dei piedi.»
«Andavo bene: è
lei che mi ha chiamato indietro per il gusto d'insultare un povero orfanello.
Siccome non ha potuto oltraggiare l'onore di una donna onesta, crede di
vendicarsene....»
Demetrio alzò le
mani colle dieci dita aperte.
«Esca, dico...»
l'altro gridò, quanto è permesso di gridare a un superiore, facendosi smorto e
agitandosi tutto nel piccolo spazio tra il muro e la scrivania.
Demetrio, sempre
sospinto da una violenza che non sapeva più imbrigliare, fatto un altro passo
avanti, seguitò:
«Crede di
vendicarsene col gettare l'infamia sul capo de' suoi figliuoli.»
«Per Dio...»
tornò a dire il commendatore, agitando le carte con un moto convulso: ma non
voleva d’altra parte col gridar troppo esagerare lo scandalo, far correre
gente, compromettersi in faccia ai subalterni. «Faccia il piacere» tornò a dire
con un tono più dimesso, «se ha delle ragioni, non è questo il luogo.»
«L'offesa
ch'ella ha fatto a quella donna è così vile...» soggiunse Demetrio
appuntandogli in faccia un dito.
«Di che cosa mi
parla?» interruppe il commendatore agitando sotto il naso del Pianelli il
foglio della Perseveranza, stropicciato come un fazzoletto, quasi avesse
voluto pulir l'aria e far scomparire quelle brutte parole. «Che provocazione è
questa? esca, le torno a dire. Che mi viene a contare a me, di quella sua
pettegola?»
Demetrio lasciò
cadere una mano con un colpetto secco sulla spalla del commendatore e gli
disse:
«Badi a non
offenderla di più, per il suo bene....»
«Che, che,
che... è una minaccia?» balbettò il commendatore, facendo gli occhi grossi e
spauriti, tirandosi più che poté sul muro.
«Badi,» e il
Pianelli lo fissò coll'occhio cattivo «io non ho mai date lezioni sull'arte di
saper vivere, ma posso insegnare a lei e a qualcuno più bravo di lei come si
rispetta una povera donna.»
«Ehi, di là...,
Bianconi; bravo, venga qui.»
Il Bianconi, che
stava dietro l'uscio ad ascoltare con un gran dolore ai ginocchi, quando capì
che il Pianelli perdeva la testa del tutto, entrò, lo prese sotto il braccio,
lo tirò indietro:
«Andiamo, non
dir più asinerie... Tu ti senti male....»
«C'è della gente
che dice che io faccio dei guadagni, che ho dei segreti protettori» gridò con
una voce falsa e lacerata il Pianelli, che non era più in grado di misurare la
portata e l'estensione delle parole. «Questi sono i miei guadagni. Ma dovessi
anche mangiare i chiodi delle scarpe, avrò sempre il diritto di insegnare a
lei, e a chiunque più bravo di lei, il rispetto che si deve a una donna
onesta.»
«Lo meni fuori a
respirare dell'aria, Bianconi. È matto; ha bevuto.»
«Taci dunque...
finiscila» predicava il Bianconi.
«A lei e a
chiunque più bravo di lei» tornò a ripetere il povero diavolo dalla soglia
dell'uscio, attirando l'attenzione dei portieri e degli impiegati più vicini.
Non era Demetrio
Pianelli che strillava, ma qualche cosa o qualcheduno dentro di lui, che aveva
bisogno di uscire come il diavolo dal corpo di un ossesso.
Era l'uomo
morto, che risuscitava colla corona di spine di tutti i patimenti, di tutti gli
stranguglioni inghiottiti, di tutte le amarezze, di tutte le vergogne, di tutti
i tedî sofferti in una lotta superiore alle sue forze cogli uomini, colle
donne, coi vivi, coi morti, e (più terribile di tutto) con sé stesso.
L'uomo morto
usciva, come evocato ancora una volta dal nome di quella donna che altri osava
insultare in sua presenza: usciva da un apparente letargo di cinismo a
protestare, e a vendicarsi un momento per ricadere forse per sempre nel buio
della sua fossa, che non si sarebbe schiusa mai più.
Se ne accorse
egli stesso quando, tirato dal Bianconi, attraversò l'anticamera in mezzo a un
gruppo di persone, che lo guardavano con curiosità e che gli parvero ombre.
Si fermò un
momento sulla scala, si svegliò, sto per dire, dal suo sogno, e cominciò
soltanto allora a capire quello che il povero Bianconi andava ripetendo:
«Che ti salta in
mente? sei matto? la ti gira? che diavoleria... A un capo d’ufficio, a chi ti
dà il pane... E che te ne importa a te delle donne? lasciale nel loro brodo le
donne... Hai torto, hai fatto male: già, si vede che non sei guarito: dovevi
stare a letto ancora qualche giorno... Va a casa, Pianelli, lascia passare la
scalmana, rifletti: cercherò di fare le tue scuse, dirò che sei malato, che è
stato un equivoco, che hai creduto una cosa e invece era un'altra. Anzi
dovresti scrivere subito una bella lettera al cavaliere, voglio dire al
commendatore....»
Mentre il buon
Bianconi cercava di salvare un amico dal precipizio, il commendatore, vedendo
che la cosa minacciava di propalarsi nei corridoi e negli uffici (dove c'è
sempre il bell'umore che ha gusto di ridere alle spalle dei superiori) si
rivolse ad alcuni impiegati accorsi a vedere, e ridendo come meglio poteva al
disopra della sua rabbia e della sua paura, disse loro:
«È niente,
grazie, vadano pure. Ha creduto che gli si volesse fare un torto, perché ho
chiamato il Bianconi al suo posto: è un originale, un misantropo, ha la mania
della persecuzione. Che asino! Aveva anche bevuto. Scusi, Caravaggio, apra un
poco la finestra. C'è un puzzo d'acquavite, non sentono? Tu, Caramella, portami
una tazza d'acqua. E io più asino di lui a dargli ascolto. Se gli passa
coll'aria fresca, bene, se no... se no…»
«Mi sono accorto
anch'io poco fa che non era compos sui» disse il Quintina che in questa
commedia godeva più che a teatro.
Amico della
Pardi, aveva saputo da lei come e qualmente il cavalier Balzalotti non
rifiutasse i suoi consigli e i suoi benefici alla bella cognata del brutto
cognato, come Beatrice andasse a trovarlo in casa all'ora della dottrina
cristiana e come per questa via il Pianelli avesse avuta una promozione
nell'organico...
Il piccolo
gaudente andava ora a fantasticare quel che poteva essere accaduto nel
retroscena, per far nascere in pieno ufficio uno scandalo di quella sorta; non
vedeva chiaro, ma intanto godeva in prevenzione dell'affanno con cui il vecchio
gattone cercava di coprire le sue, diremo così, tenere fragilità.
«Altro che compos
sui!» esclamò il commendatore «non poteva quasi stare in piedi. Se torna,
non lo si lasci entrare: non ne voglio di ubbriachi in ufficio. Farò un buon
rapporto... Tornino al lavoro: grazie, vadano pure… Chi sa che anche questo non
aiuti ad aguzzare l'appetito per sabato...»
«Eh! eh! eh!»
rise col suo verso di gallina il furbo gobbetto, che, uscito di lì, fece un
giro per gli uffici a contare l'allegra storiella.
Ricordò i
sorbetti che il cavalier Balzalotti soleva pagare alla bella pigotta le
sere di carnevale, tra una polka e l'altra, mentre Cesarino Pianelli si
divertiva a falsificare i conti di cassa. Ma il più comico era l'amico di
Novara, questo misterioso personaggio, che doveva confortare di biscottini la
solitudine della povera vedovella... mentre l'orso della Bassa sarebbe stato
fuori a far la guardia..., eh! eh! — Erano discorsi a spizzico, a scatti, con
molti vuoti in mezzo, dentro i quali la fantasia di ciascuno poteva introdurre
tanto un granello di pepe, come uno spicchio d'aglio, discorsi che il gobbetto
metteva in rilievo nell'aria con tutti i segni cabalistici della sua mano
nervosa e rachitica, rannicchiandosi nello scrigno, stirando le gambe nei
calzoni, grattandosi la barbetta sul collo, mandando dal ventre rotondo e
grasso un nitrito di cavallo... he! he! — che andava a finire in un cocodé di
gallina che fa l'uovo.
Il giorno dopo,
un venerdì, un telegramma del Ministero sospendeva il signor Demetrio Pianelli
dall'impiego fino a nuovo ordine. Al telegramma doveva seguire una lettera
ministeriale.
Ed il giorno
dopo, il sabato, ebbe luogo al Giardino d'Italia il pranzo che gli
impiegati offrivano al commendatore.
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