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Non fu piccola
compiacenza del commendator Balzalotti di trovarsi una volta in mezzo ai suoi
colleghi e dipendenti, davanti ad una tavola guarnita di fiori, di pesci in
bianco, di frutta fresca, di trofei e di bombons in carta d'oro e
d'argento.
Per un matto che
ti manca di rispetto ci sono sempre cento savi che ti rendono giustizia, e guai
se l'uomo superiore perdesse l'appetito per ogni mosca che egli trova nella
minestra! Per i matti c'è il suo rimedio.
Oltre al
Quintina — che per la circostanza s'era messo il frac — e gli altri impiegati
della sua sezione, avevano voluto rendere una testimonianza di stima e di
amicizia al vecchio collega anche molti capi d'ufficio, già commendatori o sul
punto di cuocere. C'era tra gli altri, il cavalier Tagli, dei Pesi e Misure,
sempre rauco; il commendator Ranacchi della Prefettura, per gli uffici
provinciali, un bel barbone sotto una bella testa; il «gavaliere» o
«gommendadore» Lojacomo, «naboledano», mandato quassù alle «Ibodeghe», nero,
rotondo, grave, oscuro, con forti sopracigli e profonde rughe, in cui pareva
sepolta tutta la perequazione catastale.
Non mancava,
s'intende, il bravo e noto pubblicista invitato dal Quintina ed incaricato di
grattare un po' di formaggio sui maccheroni.
Erano fra tutti,
ventidue o venticinque brave persone di solida costituzione ufficiale, tutte
rispettabili, o per titoli, o per servigi, o per barba, o per testa pelata,
oltre ai pesci piccoli. Il Bianconi tra questi, col suo testone bianco e colla
sua faccia di galantuomo sano e modesto, per quanto gli facessero peso fin dal
principio quelle benedette sette lire anticipate (e aveva sentito all'ultimo
momento che in queste non era compreso il vino di bottiglia); per quanto gli
dispiacesse di non vedere cogli altri anche il Pianelli, — benedetto anche lui
con quella sua pettegola! — cercava però di mostrarsi contento, entusiasmato,
commosso della circostanza e per non isbagliare seguitava a sorridere, a dir di
sì, a far inchini, ad aprire usci a tutti.
Il Caramella, il
Rodella e qualche altro usciere in divisa erano incaricati di custodire i
cappelli e i bastoni in anticamera, di indicare la strada, di annunciare i
pezzi più grossi, di introdurli in un salotto che dava sopra un balcone, dove a
poco a poco, nella democratica eguaglianza dell'appetito, si confondevano i
gradi e si umiliavano le prosopopee.
Il commendatore,
vispo come un pesce nell'acqua chiara, riceveva, ringraziava, stringeva mani di
qua, mani di là, dichiarandosi sempre più mortificato e confuso di man in mano
che cresceva il numero degli invitati. Il balcone dava sopra un giardinetto a
pergolati, dov'erano preparate altre tavole, e sul vasto piazzale della
Stazione centrale, che si perdeva in una leggiera nuvola bigia di polvere.
Gl'invitati, parte in piedi sul bancone, parte seduti su piccoli canapè, stretti
e addossati, aspettavano con una segreta curiosità di stomaco il momento di
mettere i piedi sotto la tavola; e quando il cameriere venne ad annunciare che
il risotto era in tavola, fu uno scoppio di soddisfazione. Quindi cominciarono
le cerimonie a chi doveva passare il primo dall'uscio. Il commendatore
Balzalotti voleva che passasse prima il cavalier Tagli: questi non avrebbe mai
permesso: gli onori al santo della festa.
«Prego,
prego....»
«No, prima la
provincia....»
«No, prima il
catasto....»
«Avanti i
giovani....»
«Avanti il
senno....»
Il povero
Bianconi si tirò in fondo in fondo in un cantuccio ad aspettare che la
processione finisse di passare. Non abituato a ritardare il pranzo fino alle
sei — che divennero come nulla le sei e mezzo — avrebbe divorato volentieri
anche una celebrità o una competenza amministrativa per placare i rimorsi di
coscienza.
E con tutto
questo c'era ancora della gente che, davanti a un risotto di cui andava l'odore
fino alla stazione di smistamento, stava sull'uscio a cantare: prego... prego…
«Stiamo vicini
noi due» disse sottovoce al Caravaggio, smorto anche lui come una pergamena per
la gran fame.
Quando piacque
al Signore, sedettero tutti a tavola e tutti tuffarono il capo nel risotto.
In principio,
come suole accadere a questi pranzi, ci fu della freddezza e dello stento. La
soggezione reciproca, dei piccoli verso i grandi, dei grandi verso i molti,
quei piatti alti e pieni che nascondono la vista, quei camerieri di dietro,
impalati, che ti guardano nel collo della camicia, questo e altro fa che ogni
pranzo ufficiale abbia a cominciare col gelato e coi pezzi duri. Anche questa
volta il più gran rumore lo fecero i cucchiai e le forchette: tanto che il
Bianconi, abituato in famiglia in mezzo alle sue tre ragazze burlone e a due
marmocchietti indiavolati, osò pensare col capo basso:
«Non manca che
la marcia funebre.»
Il commendatore
che, dal capo della tavola, sentiva una certa responsabilità quasi di padre di
famiglia, procurò subito di rivolgere la parola ora al commendator Ranacchi,
ora all'egregio pubblicista (che mangiava come se avesse dovuto pagare), ora al
suo collega del demanio; ma anche lui, per quanto navigato, si sentiva
compreso, intimidito. A casa aveva buttato sulla carta quattro periodi di
ringraziamento, quattro parole all'ambrosiana, per ogni eventualità; e ora se
le masticava insieme al risotto: anzi c'era una bella frase che gli sfuggiva e
che egli andava cercando cogli occhi nell'angolo in fondo al salone, dove su un
piedistallo stava un gran pellicano imbalsamato.
Dopo il vin
bianco le faccende cominciarono a procedere meglio: e meglio ancora dopo il
barolo.
Anche il
Bianconi dovette convenire che a casa sua di quel barolo non ne bevevano le sue
ragazze, e liberata un poco la coscienza dagli scrupoli e dai pregiudizi,
cominciò a sentirsi un poco parente anche di quegli illustrissimi, che sedevano
all'altro capo della tavola e che avevano certamente studiato più di lui. Anche
l'archivista, nella sua magrezza nervosa, sentiva gli effetti del vin bianco e
dava di quei calci sotto la tavola... Quando il Bianconi, collo zuccone basso,
mormorava una facezia sul conto di qualcuno o di qualche cosa, il Caravaggio,
che schizava l'elettricità dagli occhiali, usciva a ridere con tali scoppiettii
di pollo d'India che più di una volta i magnati piegarono il capo per vedere
quel che succedeva «là abbasso».
Il Bianconi
diventava rosso fin sotto alla radice de’ suoi capelli infarinati, e cercava di
nascondere la faccia col cartellino del menu, ch'egli leggeva per la quarta
volta senza capir nulla di quel francese stampato in oro.
«Almeno i piatti
dovrebbero stamparli in ambrosiano!» disse al suo vicino, quando fu passata la
tempesta. «Così non si sa nemmeno quel che si mangia: è come pranzare al buio.
Sai tu, per esempio, che cosa sono i cornichons...?»
«Cornicioni...»
disse il Caravaggio, scoppiettando come un legno secco sul fuoco.
«Cornicioni in
insalata. Eccellenti! Scommetto che son lumache: qualche cosa coi corni
dev'essere....»
Venne in tavola
un gran piatto di marbré con decorazione di gelatina, burro e tartufi,
un vero monumento da far risuscitare il martire che se l'avesse meritato sulla
sua tomba.
«Se invece di
tante statue di bronzo e di marmo,» disse l'archivista al suo vicino «si
innalzassero sulle piazze di questi monumenti....»
«E fosse
permesso al popolo di tirarne via di tanto in tanto una bella fetta» continuò
il Bianconi. «Cristianino! faccio il martire anch'io.»
Visto che a casa
sua di queste polente non ne mangiava mai, si fece coraggio e tirò sul piatto
un bel poligono, mentre il Caravaggio, sgambettando sotto la tavola, lo
raccomandava alla speciale protezione di santa Lucia, che conserva la vista
agli uomini di buona volontà, et hominibus bonae voluntatis...
«Parla latino
adesso, che mi farai sciogliere la gelatina....»
«Peh, peh,
peh...» rideva co’ suoi scoppiettii di pollo d'India il Caravaggio.
«Ci vuol
dell'iniziativa a questo mondo» disse il Bianconi, a cui il barolo dava quasi
un'aureola di bontà. «Poteva esser qui anche quel testardo di un Pianelli»
esclamò con sincero rincrescimento, quando scoprì che in mezzo alla polenta di
gelatina c'erano dei fegatini di pollo.
«Com'è stata
questa faccenda?»
«È stata... è
stata....» Il Bianconi lanciò un'occhiata fino all'altro lato della tavola,
dove il suo capo gustava anche lui i suoi fegatini di pollo, e soggiunse: «Non
parliamo di morti a tavola.»
«È vero,»
continuò l'archivista in mezzo al crescente frastuono delle ciarle e delle
posate «è vero che il... andava in casa della....»
«Guarda, anche i
pistacchi...» disse il Bianconi, che non voleva quei discorsi.
«Che lei sia
andata più volte da lui... in via Velasca....»
«Guarda, anche
un chiodo di garofani.»
«Pare poi che
non s'intendessero sul conto... Bolletta non quitanzata... peh! peh! peh!...»
«Ehi, là
abbasso, è uno scandalo...» gridò quel del catasto, che aveva già votate tre
bottiglie.
«Brutto
maccabeo!» grugnì il buon Bianconaccio col viso in brace, dando un pizzicotto
alla coscia del compagno. «Va a stuzzicare l'eco, animale!»
«I napolitani, i
napolitani, caro commendatore,» gridava il commendator Ranacchi bel rosso in
faccia rivolto al barone delle Ipoteche, «i napolitani ebbero sempre una
posizione privilegiata nel catasto, e si può dire che non hanno pagato mai
niente.»
«Niente è
troppo» obbiettò il commendatore Balzalotti che non voleva che un'affermazione
così recisa a tavola offendesse il chiarissimo collega delle Ipoteche.
Costui avvolto
nel tovagliolo, come in una toga, spianò le trecento rughe che solcavano il
testone torbido e nero, e mormorò in mezzo al frastuono qualche cosa di cui il
Bianconi non poté afferrare che una «gongrua bereguazione.»
«Senza un buon
catasto non sarà mai possibile nemmeno una congrua perequazione.»
«Basterebbe
un'imposta reddituale.»
«Baie sonore!
vediamo quel che ci costa già l'esazione della ricchezza mobile.»
«È un altro paio
di maniche. La terra non si può nascondere.»
«Ci vorrebbe un
sistema di tassazione....»
«Ma che
sistema!»
«Sicuro, un
sistema in ragione della presunta produttività del terreno.»
«Mancherebbe
anche questa, oltre al flagello della concorrenza americana.»
«Che concorrenza
d'Egitto!»
«Americana e non
d'Egitto.»
«Ah, ah! oh,
oh!»
Le parole
s'incontravano, s'intrecciavano al di sopra dei bicchieri e delle bottiglie,
scoppiando in calde risate, in cui tutte le opinioni
politico-amministrative di quei bravi signori si
conciliavano in una piena soddisfazione reciproca. Solo il barone delle
Ipoteche pareva annuvolarsi e sprofondarsi sempre più in mezzo al baccanale, e
gonfiava certi occhi bianchi, movendo il capo ora a destra ora a sinistra come
volesse dire: «adesso vi mangio tutti...»
«Signori!» sorse
improvvisamente a dire il Quintina colla sua voce squillante.
Si fece subito
un gran silenzio.
«Signori! questa
non è una cerimonia ufficiale di adulazione, ma una lieta e viva testimonianza
di stima e di rispetto verso un uomo, il quale..., verso un uomo, che sua
eccellenza il ministro Depretis ha voluto in questi giorni onorare di un
attestato speciale, concedendogli le insegne di commendatore della Corona
d'Italia. Propongo quindi un brindisi al commendatore Balzalotti.»
«Viva, bravo,
bene!»
I bicchieri si
alzarono, si toccarono, si vuotarono.
Il commendatore
si alzò. Di nuovo un gran silenzio. S'inchinò a destra, a sinistra, passò un
momento il fazzoletto sugli occhi, e dando un'occhiata al suo pellicano
imbalsamato, incominciò a dire:
«Se dovessi,
amici e colleghi, rispondere adeguatamente alle espressioni vostre, io non
potrei trovare nessuna parola che sapesse esprimere il pensier mio. Avvegnaché,
come ben disse pur dianzi il mio buon amico cavalier Quintina — con quella
cortesia che lo distingue e della quale sento il dovere di ringraziarlo — qui
non si tratta della solita cerimonia ufficiale che al levar delle mense non lascia
dietro di sé alcun ricordo. No: qui voi volete non tanto onorare in me il capo
d'ufficio, che fa debolmente e come può il dover suo, quanto il vostro compagno
di lavoro....»
«Benissimo!»
dissero tutti insieme con quel bisbiglio di esse, che vuol approvare
senza interrompere.
«Laonde io vi
ringrazio non come pubblico funzionario, ma, dirò così, come vostro
collaboratore, come vostro commilitone.»
«Bene!»
«Sua eccellenza
il Ministro non ha certo voluto premiare una persona che, per quanto zelante e
volonterosa, non ha ottenuto dalla natura né doti straordinarie d'ingegno....»
«Oh...» protestò
il pubblico.
«...né ha recato
alla pubblica amministrazione servigi straordinari: ma io sono persuaso che ha
voluto premiare in me — e con me anche voi — la fedeltà a quei principii
d'ordine e di progresso che informano lo spirito delle nostre istituzioni
liberali....»
«Bravo!»
gridarono a una voce con una salva di applausi.
«Bbenne!»
soggiunse dopo gli altri il barone delle Ipoteche, colla cupa sonorità d'un
trombone in ritardo.
Il commendatore,
dolcemente acceso e sorridente, brandì il coltellino del formaggio e alzandolo
in aria soggiunse:
«Imperciocché, o
signori, non è né la forza degli eserciti, né i baluardi delle fortezze, né le
difese alpine, né le trincere ferrate dei nostri porti che potranno mantenere
la pace, salvare il paese, favorire il miglioramento delle classi meno
abbienti, diffondere i lumi della pubblica istruzione, ecc.; ma bensì l'unità,
la concordia, l'ordine nei principii, l'ordine nelle amministrazioni locali, il
disinteresse dei funzionari....»
«Un po' anca
mo'....»
Tutti si
voltarono a questa brusca interruzione, molti risero, e cercarono chi aveva
parlato. La frase poco rispettosa era sfuggita dalla bocca del Bianconi, che
credeva in coscienza di sussurrarla in un orecchio al Caravaggio. Ma fosse
l'allegria, fosse il vino bianco, fosse il diavolo, che ha sempre gusto di
rovinare un galantuomo, uscì una voce falsa, a contrattempo, che tutti poterono
sentire. Rosso, infocato in viso, colle orecchie scarlatte, il povero Bianconi
si rannicchiò sulla sedia e avrebbe voluto sprofondare in cantina.
L'oratore,
turbato un momento, non si smarrì, ma alzando un po' la voce rincalzò:
«La giustizia nei
superiori, il rispetto nei subalterni, in una parola un'armonia di sentimenti
in quell'unico ideale, in cima al quale siede il benessere del paese....»
«..issimo.»
«Nel
ringraziarvi, adunque, cari amici e colleghi, permettete che unisca agli auguri
per voi e per le vostre famiglie un augurio anche a quell'illustre magistrato
che regge questa provincia, il quale si è compiaciuto di mandare un suo
rappresentante nella persona del mio buono e vecchio amico, il commendator
Ranacchi, un vecchio avanzo delle patrie battaglie....»
Il Ranacchi si
mosse sulla sedia e fece molti gesti pieni di modestia.
«...e a
quell'alta mente, a quell'integro statista, a quel veterano delle lotte
parlamentari che regge con prudenza antica il timone degli affari interni: per
arrivare infine ove arrivano sempre i voti di tutti gli italiani, che non sanno
distinguere più il trionfo del progresso da quello della dinastia che ne tien
alta la bandiera....»
«Viva, viva!»
«Bravissimo!»
«Molto bene!
Proprio toccata la nota giusta.»
«M'è piaciuto
quell'appello ai principii.»
«Mi congratulo,
bravo!»
Il commendatore
ricevette tutti questi mirallegri, stringendo tutte le mani che lo assalivano,
sorridendo a tutti ringraziando; poi la conversazione continuò animata fino ad
ora tarda.
Il povero Bianconi
non aspettò il caffè per prender l'uscio. Quando mai era venuto! il pranzo gli
si cambiava in tossico. Tanta prudenza, tanta cautela, tante umiliazioni per
non contraddire, per non compromettere quella piccola gratificazione a Natale,
e ora una frase, due parole, una sciocchezza gli faceva forse perdere il frutto
di tre anni di buoni servigi.
«Aspetta ora che
ti aggiusti nel nuovo organico» seguitava a brontolare dentro di sé, mentre
andava verso casa grondon grondoni, «non ti manderà mica in Sardegna per
questo, ma se speri di maritare le tue figlie cogli avanzamenti, stai fresco.
Non ti ha risparmiata la sassata, e come ha sottolineata quella frase: il
rispetto dei subalterni... Se quell'asino di Pianelli fosse venuto, forse
avrei avuto un altro posto, avrei bevuto un bicchiere di meno...»
E voltando nella
porta di casa, salendo le scale, cacciandosi in letto, non cessò mai di
pigliarsela con qualcuno, che non era sempre il Bianconi; anzi spesso
confondeva sé stesso con quell'asino, che egli considerava quasi come la causa
involontaria della sua disgrazia.
Al telegramma
ministeriale tenne dietro una lettera, in cui si diceva che, «avendo avuto
riguardo ai precedenti incensurati dell'applicato Demetrio Pianelli,
accogliendo le generose insistenze della parte offesa, S.E. il Ministro si
limitava a traslocare il nominato Pianelli, senza promozione, all'ufficio del
Bollo e Registro di Grosseto (Maremma toscana) a cominciare dal primo agosto
prossimo venturo, col qual giorno avrebbe datata pure la decorrenza
dell'assegno mensile».
In parole meno
solenni era un castigo di due mesi di sospensione dall'impiego, durante i quali
il nominato Pianelli avrebbe dovuto vivere con qualche economia, vendere
qualche superfluità, preparare il baule e riflettere sulla necessità che un
regio impiegato abbia in ogni circostanza a conservare un contegno corretto e
come si deve.
Il Caramella,
che gli portò la lettera, lasciò anche il fagotto delle sue poche robe. Non
mancava nulla, né il boccaletto, né il bicchiere, né il paio di manichette di
tela; mancavano soltanto le cento lire della sua mesata di maggio.
«Andremo a
Grosseto!» declamò Demetrio, dopo aver letto e riletto il ministeriale
documento, accompagnando la lettura con molti tentennamenti del capo.
«Grosseto, Maremma toscana: sarà aria buona... Bisognerà mettere nel baule
anche una buona dose di chinino. Impareremo così anche il bel linguaggio
toscano.»
E crollando la
testa, gli venne voglia di ridere.
Sì, gli venne
voglia di ridere, non capiva perché. In un altro momento, in altro stato
d'animo forse avrebbe sofferto atrocemente di quella punizione: ora, gli veniva
da ridere, come di una commedia. Che male, infine? morir qui, morir là, tanto
per lui, adesso, era la stessa cosa. Era questa anche un'occasione per vedere
un po' di mondo, al di là dei suoi prati... Che gl'importava ora di Milano e
delle sue magnificenze? Fino i suoi dintorni, fin anche quei prati verdi che
formavano la sua delizia, oggi gli erano diventati antipatici.
«Andiamo a Grosseto!»
ripeteva tra sé, nella quieta solitudine della sua stanzetta, mentre a
Sant'Antonio ribattevano le nove, le dieci, le undici, mentre tutti i suoi
colleghi erano già in ufficio a lavorare, ciascuno al suo posto; ed egli
invece, pacifico e beato come un signore che vive d'entrata, se ne stava a casa
a fumare i piccoli mozziconi di sigaro, che andava pescando in fondo alle
tasche, a far il conto di quel che avrebbe dovuto vendere per tirar là quei due
mesi con ventidue lire e centesimi, e poi un altro mese a Grosseto prima della
scadenza, oltre alle spese del viaggio, e a qualche debituccio arretrato...
«Andiamo a vedere Grosseto!...»
Se egli fosse
stato pittore, oh! che bei quadrettini da dipingere! Meglio ancora se avesse
dovuto scrivere un romanzetto.
I letterati
vanno alle volte a cercare argomenti inverosimili e strani nel mondo delle
nuvole e non si accorgono che hanno sottomano dei casetti curiosi da far morire
la gente dalle risa... e anche da far piangere.
Piangeva egli
forse? mai più. Gli passava soltanto per gli occhi una nube di malinconia. È
una sciocchezza piangere perché il signor Ministro si compiace di traslocarti a
Grosseto. Poteva forse per un giorno o due far dispiacere di romperla così
bruscamente colle vecchie abitudini; il vedere il cappello attaccato al chiodo,
il bastone appoggiato al muro, in un cantone, coll'aria di roba stufa di stare
in casa; ma non c'erano motivi per piangere. Ci si fa l'osso anche al far
niente.
Non dava nemmeno
torto al suo superiore. Guai se un capo d’ufficio non provvedesse energicamente
a salvaguardare — come dicono — il prestigio dell'autorità!
Come mai un
Pianelli, di natura così impacciato e scontroso e così duro di lingua, avesse
potuto cantare a quel bravo signore delle cose che non si devono mai dire a un
superiore, specialmente quando sono vere, era un mistero anche per lui. Non
sapeva ripensare neppure quello che gli era uscito di bocca in quel momento.
S'era frenato un pezzo colle corde e colle catene: ma quando quel bravo signore
osò insultare Beatrice e chiamarla pettegola, allora il cuore scattò come una
molla.
Non era dunque
morta del tutto quella donna nel suo cuore; o non era morto del tutto il suo
cuore per lei?
Misteri,
misteri.
Se un resto
d'illusione si muoveva ancora in lui, il Ministro provvedeva ora energicamente
a togliergli fin l'ultima speranza. La bella storia era finita del tutto.
Totto... finito.
Ora aveva più
tempo di far delle belle passeggiate sui bastioni e in piazza Castello, e di
stare a sentire le cicalate delle sonnambule e dei venditori di mastice. Aveva
anche il tempo di leggere un giornale e di occuparsi di politica, come un uomo
che vive di rendita, colla differenza che per vivere e tirar là tutto il tempo
stabilito dal signor Ministro bisognava vendere qualche cosa. E cominciò
dall'orologio. Era un vecchio orologio d'argento, di quelli che diconsi a
cipolla, grande come uno scaldaletto, ma d'una solidità e precisione che gli orologini moderni,
intisichiti anche loro come i padroni, non conoscono più. Pà Vincenzo l'aveva ereditato
dal padre suo, che l'aveva ricevuto in pagamento da un delegato austriaco, il
quale alla sua volta..., insomma era un magnifico orologio tedesco, che dopo
aver segnate molte ore belle e brutte ai vecchi di casa, continuava a segnare
al nuovo e ultimo padrone un tempo inutile.
Dopo aver
tentato due volte di venderlo come orologio, spaventato del poco o nulla che
gli offrivano nelle botteghe, provò a spacciarlo come oggetto antico e fu più
fortunato. Un rigattiere che sta di casa in San Vito al Pasquirolo, che forse
era sulla traccia d'un oggetto simile, dopo un lungo tirare si rassegnò a dare
trentacinque lire, una somma favolosa in confronto di ciò che gli offrivano gli
altri, ma lo acquistò come roba fuori d'uso, non come orologio. Demetrio nel venir
via provò un senso di rincrescimento e di dolore, che finì, a furia di
pensarci, in un altro senso più profondo e misterioso di mortificazione. Si
paragonò al suo vecchio orologio di Vienna e si accorse che anche lui era un
oggetto fuori d'uso, colla differenza — sempre qualche differenza! — che per
trentacinque lire nessuno l'avrebbe voluto. La grossa cipolla riempiva di
solito un taschino del panciotto, premendo sulle costole a sinistra, facendo un
grosso e un duro che il corpo era abituato a sentire, come una parte di sé
stesso. Ora quel taschino vuoto e floscio che pendeva giù, dava un senso di
freddo e di mancante, come se coll'orologio avesse levata una costola; e più
volte nei movimenti di distrazione le due mani andarono a frugare sull'orlo della
tasca, irritate di non trovar subito la chiavetta di ottone, che sporgeva
attaccata a due cordicelle di seta. Più melanconico di notte. Nelle ore di
veglia — e adesso gli capitava spesso di non poter dormire — era solito sentire
il tic tac del vecchio amico, che vegliava con lui nell'alta e oscura
solitudine sopra i tetti e che gli teneva una cara compagnia. Non è il caso di
dire che in quel tic tac, ingrossato dalla cassa armonica del tavolino, egli
sentisse la voce dei vecchi che avevano scaldato l'orologio col calore del loro
corpo e che avevano da un pezzo finito di battere il loro tempo: questo
potrebbe essere della poesia e del romanticismo. Ma è certo che egli vegliava
volentieri colla sua «vecchia cipolla», e nell'accordo dei palpiti tornava a
rivivere, guardando nel buio, molte pagine della sua vita passata, risuscitando
immagini lontane, che davano quasi il senso d'una vita vissuta in un altro
mondo.
Anche questo:
t-o-to... finito!
Eppure in fondo
a questa catastrofe, benché si sentisse quasi schiacciato dalle sue stesse
rovine, — va a spiegare anche questi misteri... — non gli dispiaceva d'aver
cantato, almeno una volta, una bella verità a un potente. Gli era cara, dolce,
consolante l'idea d'aver osato alzare la voce —lui solo in mezzo ad una bega di
ipocriti e di maliziosi — per difendere l'onestà di una povera donna. — Egli
solo aveva avuto il coraggio di rispondere alle perfide malvagità del Quintina,
alle offese del commendatore, parlando chiaro, chiamando gobbo il gobbo, vile
il vile, sollevando di peso, quasi sulle sue braccia l'onestà di Beatrice al di
sopra del fango. Cesarino non era uscito dalla sua fossa ad aiutarlo; e nemmeno
il signor Paolino delle Cascine s'era fatto vivo in quel momento.
Di quell'opera
buona e di coscienza il merito spettava a lui solo; nulla di più giusto quindi
che ne godesse egli solo l'intima e gelosa consolazione.
A questa
coscienza si appoggiava come a un bastone, e se ne faceva quasi uno scudo. No,
non avrebbe cambiata la sua coscienza orgogliosa con quella del suo superiore e
de' suoi adulatori. Paolino, più fortunato di lui al di fuori, di dentro non
era né capace, né degno di certe convinzioni.
Egli sì; c'è il
suo tornaconto anche a soffrire per la giustizia.
Con questa
orgogliosa sicurezza di sé, qualche giorno dopo la burrasca, come se nulla
fosse accaduto, andò passino passino in Carrobio, montò le note scale, suonò il
campanello. Sentì un passo più greve del solito, la chiave girò nella toppa, e
i due cugini si trovarono in faccia l'uno all'altro.
«O Demetrio!»
esclamò Paolino, aprendo le braccia e stringendo poi la testa del cugino nelle
mani grandi come foglie di zucca.
«Beato chi ti
può vedere, Paolino!»
«Vuoi dire che
merito d'essere bastonato? Hai ragione. Tu sei stato molto malato e non mi son
lasciato mai vedere. Ma se sapessi quante cose in questa testa....»
«Sappiamo
tutto.»
Demetrio, mentre
deponeva il cappello e il bastone, diede ascolto al cuore e si rallegrò di
sentirlo quieto e rassegnato. Il passo più difficile è quello della soglia,
dice il proverbio: ed egli l'aveva fatto
«C'è Beatrice?»
«È di là. È
venuta in questo momento la sua sarta.»
«E i ragazzi?»
«Son presso la
signora Grissini. Aspettano Ferruccio che oggi s'è vestito da prete.»
«Son venuto a
disturbarvi?»
«Birbante, tu
fai delle maligne supposizioni.»
Paolino prese il
buon cugino sotto il braccio e lo trascinò nel salotto, dov'era ancora stesa la
tovaglia.
«Qui si pranza.»
«Abbiamo finito.
Sono scappato a Milano per combinare la faccenda del domicilio legale. È
necessario che Beatrice, per non perder tempo, si stabilisca subito in
campagna. Abbiamo scelto Chiaravalle.»
«Lei dunque ci
ruba la signora Beatrice» disse Demetrio con un tono di recitativo d'opera.
Ascoltò di nuovo il suo cuore: e gli parve di non sentirlo più, come
l'orologio.
«Questo andare e
venire è noioso per tutti. La voce del matrimonio è corsa, e i vicini vogliono
dire ciascuno la sua. Un po' di campagna farà bene anche ai ragazzi.»
«Va bene, va
bene.»
Sedettero
davanti alla tavola dov'erano rimasti gli avanzi del pranzo. Non era più il
piatto di carne bollita o di pesce stantìo, o il pezzo di vecchio formaggio che
un certo Demetrio soleva portare a casa nella cesta, lesinando sul quattrino:
ma si vedevano molte bottiglie in tavola, dei piatti non troppo puliti, dei
cartocci di dolci, e un mezzo panettone. L'abbondanza cacciata dall'uscio era
tornata dalla finestra.
«E dunque, sei
proprio contento, Paolino?»
«Se io sono
contento?» ripeté il cugino, come se tornasse indietro per prendere la corsa.
«Bevi, Demetrio.»
«Non bevo,
grazie.»
«Un
gocciolino....»
«Mi farebbe
male.»
«È un vino
bianco dolce che faccio io.»
«Un'altra
volta...» insisté Demetrio, voltando di sotto in su il bicchiere, per non voler
assaggiare il vino dell'altrui felicità.
«Verrai un
giorno alle Cascine. Sento anch'io che sono un mostro d'ingratitudine. Tu mi
dimandi se io sono contento..., capisco: è un rimprovero.»
«Che
rimprovero!»
«È un rimprovero
giusto e meritato, perché io avrei dovuto darti subito questa notizia, scriverti
una parola, farmi vivo una volta. Ma se ti dicessi che ho perduto la testa?»
«Capisco... del
resto....»
«Dopo che ho
sofferto tutte le pene del purgatorio — come ti ho contato — dopo che senza
Beatrice mi pareva che sarei morto asfissiato, quel giorno che la Carolina
tornò a casa colla fausta notizia che tutto era combinato, che essa aveva detto
di sì, che era contenta, eccetera, eccetera, crederesti che io son rimasto
freddo e indifferente come questa bottiglia?»
Paolino prese la
bottiglia, la collocò con un colpo in mezzo alla tavola, indicandola col dito.
I due cugini rimasero un momento immobili a contemplarla.
«Misteri del
cuore umano!» esclamò Demetrio, usando una frase di un suo vecchio
ragionamento.
«E così fu per
due o tre giorni. Uscivo di casa la mattina, andavo in campagna, per istinto,
come un cieco, che ha gli occhi aperti e non ci vede, scorgevo gli uomini alla
lontana, ma non capivo quel che mi dicevano. Tratto tratto mi arrestavo di
botto per chiedermi se ero io che dovevo sposare Beatrice — alle Cascine la
chiamavano la bella vedovina. — Non poteva essere che un sogno anche questo
come ne avevo fatti altre volte, che poi sfumavano al cantare del gallo? Per
accertarmi che non era un sogno, toccavo colla mano i sassi, le piante, mi davo
dei pizzicotti, facevo fin dei salti al sole per vedere se con me si moveva
anche l'ombra del mio corpo....»
«Ah! ah! ah!»
proruppe Demetrio con una risata larga, aperta, esagerata apposta per
spaventare qualche cosa che si moveva in lui.
«Bevi,
Demetrio....»
«No, caro..., e
poi?»
«E poi cominciai
a capire qualche cosa. La Carolina anche in questa faccenda mi aiutò come si
aiuta un bambino da latte. Se avessi dovuto muovermi e fare da me, morivo
vergine e martire, caro Demetrio.»
Paolino vuotò il
bicchiere del suo vin bianco dolce.
«La Carolina mi
condusse a Milano una volta per la presentazione, — tu eri malato con una gran
febbre quel giorno — mi insegnò quel che dovevo dire, precisamente come si fa
alla dottrina cristiana: «Chi vi ha creato e messo al mondo?» scelse lei
dall'orefice il primo regalo, e mi tirò su per queste scale come si tira —
scusa il paragone — un vitello per le orecchie...»
«Ah! ah!» tornò
a ridere Demetrio. «E poi?»
«Una volta
seduto vicino alla sposa mi pareva di essere un campanile in suo confronto: io
non sentivo che sonar campane nelle orecchie. Parlò sempre la Carolina, che ha
tutte le chiavi delle guardarobe e anche quella del mio cuore. Per me, se mi
facevano un salasso, giuro che non mi veniva una goccia di sangue. A poco a
poco la lingua si snodò. Due giorni dopo venne lei alle Cascine....»
«Ah sì?»
«A casa mia sono
più a posto. L'ho condotta a vedere gli asparagi, i meloni novelli, il molino,
il torchio dell'olio e così ho potuto salvare l'onore delle armi. Un'altra
volta son venuto solo a Milano — tu cominciavi a star meglio — e a furia di
mescolare le carte il gioco s'impara. Ah, Demetrio!..» soggiunse lasciando
cadere un gran colpo di mano sulle spalle del cugino «quando verrà quel giorno,
tu vedrai Paolino volare come una farfalla. Giugno, luglio, agosto: s'è fissato
per il matrimonio il 24, giorno di san Bartolomeo.»
Paolino, colto
da una improvvisa tenerezza, alzò gli occhi al soffitto, e non li abbassò
finché fu sicuro di essere un uomo e non un ragazzo piagnulone.
Demetrio,
rannicchiato in sé stesso, quasi rimpicciolito nelle spalle, — fatte sottili
dalla malattia — andava grattando coll'unghia dell'indice il tessuto della
tovaglia. Passò un momento di silenzio, nel quale scoppiò come un fuoco di festa
una risata di donna allegra. L'uscio della stanza si aprì e Beatrice, con
indosso un magnifico vestito di seta color ulivo, appuntato con spilli, corse
di qua a prendere le forbici, chiedendo scusa alla bella compagnia; entrò e
scomparve come una visione nel morbido fruscìo del lungo strascico
fosforescente.
Paolino abbassò
gli occhi. Demetrio sollevò i suoi. Quei quattro occhi s'incontrarono, si
fissarono, si parlarono. Quelli di Paolino parevano dire: «Hai visto? ho
ragione di perdere la testa?»
Gli occhi di
Demetrio avevano invece un'espressione acuta di invidia e di gelosia. La bocca
gli si riempì di un fiotto di saliva amara, che si sforzò di inghiottire. Si
spaventò come se gli venisse addosso il mal caduco. Abbassò in fretta gli
occhi, che sentì asciutti e quasi bruciati nell'orbita, e gli parve di vedere
una chiazza sanguigna scorrere come una macchia di vino sul bianco della
tovaglia.
Paolino non era
tal uomo da accorgersi di questi piccoli fenomeni psicologici, e tutto pieno
de' suoi pensieri non aveva posto per i pensieri degli altri. Il caso aiutò
l'uno e l'altro a levarsi da quel silenzioso imbarazzo. I due maschietti
entrarono in furia ad annunciare che Ferruccio, vestito da pretino, veniva su
per le scale.
I voti del
Berretta erano compiuti, e il piccolo ricciolone, tosato come una pecorella e
vestito di roba larga e regalata, veniva a farsi vedere, a salutare i vicini
prima di entrare in seminario. Il Berretta, più felice egli del papa, andava
mostrando quel suo figliuolo in nicchio e in veste talare a tutti gli
inquilini, che, a seconda degli umori, gliene dicevano di belle e di brutte.
La signora
Grissini, tutta commossa, Arabella, Mario, Naldo, un po' mortificati, Beatrice,
l'Elisa sarta, Demetrio stesso in curiosità, e, in fondo, mezzo nascosto
dall'uscio, anche Paolino, uscirono a vedere questo nuovo chiamato da Dio, che
col ciuffo tagliato, coi capelli rasi dietro le orecchie, veniva su coperto da
un enorme e peloso cappello a tre punte, non suo, col passo impacciato nelle
pieghe della veste, colla bocca aperta, colle mani ancor nere d'inchiostro di
stampa, che non sapeva dove collocare.
Il Berretta, nel
suo solito panciotto di fustagno sparso di filaccie, esprimeva la sua paterna
contentezza, ridendo in faccia a tutti e alzando ora una mano ora l'altra, come
una marionetta.
Arabella per un
po' fu presa anche lei dalla curiosità e non tolse gli occhi da quel gran
cappello: ma assalita a un tratto da una strana commozione, si attaccò al
braccio dello zio Demetrio. Ferruccio, il bel ricciolone che essa aveva
istruito nel catechismo, il suo piccolo cavalier servente, quando fu in cima
alla scala si levò il cappellaccio e si atteggiò in una posizione stanca e
umiliata di brutto martire in vergogna. Pareva un uccello spennacchiato. Quella
sua testa rasa, quasi ignuda, da cui uscivano le orecchie come due manichi
d'una marmitta, quell'annientamento morale e fisico di un bel ragazzo, trasse
dal petto della fanciulla un tale scoppio d'ilarità, che per vergogna essa
nascose il volto nel panciotto dello zio Demetrio. Questi la trasse in un
cantuccio dell'anticamera, e stava per dirle che non bisognava ridere: ma
quando le sollevò la testa, vide che invece erano singhiozzi, e che la faccia
era un torrente di lagrime.
«Ah poverina!»
balbettò lo zio Demetrio. «Cominci male anche tu....»
La curiosità
della gente fu in quel momento sviata da un altro grande personaggio, che
montava le scale, con un catafalco in testa. I ragazzi, guardando tra i ferri
del pianerottolo, non potevano discernere chi fosse e che cosa fosse.
«Chi è?» «Che
roba è?» «È Giovann dell'Orghen.» «Che cosa porta sul capo?» «Guarda...
che diavoleria...!»
Demetrio si
avvicinò a Beatrice e le disse con una voce di umiltà e di preghiera:
«L'altro giorno
mi avete manifestato il desiderio che fosse vostra: l'ho fatta aggiustare alla
meglio, e non potendo regalarvi altro per la circostanza....»
Giovann
dell'Orghen veniva su col passo pesante del sordo, portando sulle spalle e sul capo
come un'enorme cuffia la vecchia poltrona di vacchetta a grosse borchie,
l'ultima memoria della mamma, salvata dal naufragio di ca' Pianelli. Il più
felice uomo del mondo rideva sotto quel catafalco, come un santo nello
splendore della beatitudine. L'Elisa dovette fuggire in camera a buttarsi colla
bocca sul cuscino per non farsi sentire. E fece ridere anche la signora
Pianelli sulla magnifica idea di regalare a una sposa una poltrona di
arcivescovo.
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