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PARTE
QUINTA
-1-
Son passati
molti giorni dalla partenza di Beatrice da Milano. Con lei sono andati i
maschietti e la casa è chiusa. Arabella, per non perdere il vantaggio delle
scuole, resterà a Milano, in casa dei Grissini fino ai primi di agosto.
Alle Cascine
sono in moto a imbiancare, a raccomodare, a far belle le stanze degli sposi.
Demetrio ha
desiderato che gli lasciassero Giovedì a fargli compagnia e ora, nelle lunghe
giornate vuote, si occupa a vendere ciò che non potrebbe portar via, a radunare
quattro soldi per il viaggio, a mettere insieme una valigia di roba, a stendere
un resoconto delle spese fatte co’ suoi e coi denari degli altri.
È una vera
liquidazione in piena regola. Il suo libretto di risparmio è sfumato, e non
resta a sperare se non che gli angeli registrino il suo credito nel libro d'oro
delle buone opere, che si scontano in paradiso.
Frugando e
rifrugando nella vecchia guardaroba, gli venne tra le mani anche un involto
dimenticato pieno di polvere. Lo svolse e vide che erano gli abiti del povero
Cesarino, come glieli avevano portati a casa una sera dall'Ospedale, con un
paio di scarpette da ballo raggrinzate dall'umido.
Sciolse la roba,
la sciorinò all'aria, facendo ballare le due gambe dei calzoni di panno
gualcito, crollandovi sopra il capo fin troppo stanco di far riflessioni sulle
cose di questo mondo birbone.
Non volendo
speculare sulla miseria umana, diede la roba a Giovann dell'Orghen, a
cui ogni cosa andava bene, cercando di spremere da tante miserie qualche sugo
di carità.
Giugno fu lungo
e caldo. Lunghe e calde tennero dietro le giornate di luglio, fatte ancora più
lunghe dalle notti brevi e poco dormite. Il suo cuore si faceva sentire con
piccole punture, e spesso egli doveva mettersi a sedere sul letto per respirare
una boccata d'aria notturna, che entrava dalle finestre aperte.
Paolino gli
scriveva spesso per dargli cento commissioncelle. Ora si trattava dei
materassi, ora di una Madonna da collocare in capo al letto, o di piccole altre
operazioni di ufficio, tra cui bisognò cercare subito anche l'atto di morte di
Cesarino.
Demetrio non si
rifiutò di rendere questi piccoli servigi. Egli tornava volentieri il cammello
di casa, un cammello un po' stanco, ma sempre disposto a portare i fastidi
degli altri. Veramente questa volta si trattava di consolazioni e di felicità;
ma è un peso anche il portare la felicità degli altri.
Nelle ore
disoccupate andava a spasso, o ai giardini pubblici, a rimirare i cigni del
laghetto, e i bei fagiani in gabbia, o a studiare storia naturale in faccia
alle bestie del Museo. Oppure scendeva lungo i bastioni a contemplare le
costruzioni nuove dei sobborghi e i grandi quartieri che spuntano come funghi
in questa Milano, dove il nuovo divora l'antico.
Case nuove,
miserie nuove! egli sarebbe andato così volentieri in cima a una montagna!
Evitava di
passare per le strade, che potevano suscitare in lui tristi ricordanze, o dove
supponeva di poter incontrare un compagno d'ufficio. Quella parte di Milano che
sta tra il Carrobio, il Bocchetto e la piazza del Duomo era come se non
esistesse più nella sua topografia. Si abituava già a considerarla come
lontana, perduta, sprofondata.
Così il cuore
stava zitto e così poteva dormire la notte.
Quando Paolino
gli scrisse che faceva conto sul migliore de’ cugini per avere un testimonio
all'altare, rispose che non poteva accettare. Lo sposo tornò a insistere: egli
si scusò col dire che lo spettacolo di un matrimonio lo commoveva troppo. Mise
davanti anche qualche ragione di ufficio, magra scusa che non poteva persuadere
nessuno; ma non accettò, a nessun patto.
In quanto a
Beatrice la sua storia è ancora più semplice. A Chiaravalle, colla prospettiva
del famoso campanile davanti agli occhi, colla vista aperta dei prati che
sembrano uno smeraldo nel vivo sole d'estate, con un giardinetto pieno di
fiori, coi frequenti inviti della buona Carolina, ingegnosa nell'inventare
nuovi regali e dolci sorprese, si capisce che la vita della povera vedova
dovesse scorrere liscia come l'olio. I ragazzi avevano trovata l'America, e
stavano tutto il giorno nei mucchi del fieno, nei campi o sulle cascine.
Qualche volta essa faceva una scappata a Milano, dove aveva lasciata la roba,
per vedere la sarta, per comperare un capo di biancheria.
Bassano la
conduceva in carrozza e si fermava davanti alle botteghe. I commessi di negozio
correvano ad aprire la porta, e colla carrozza piena di scatole e di cartocci
essa tornava a casa qualche volta senza veder Arabella.
Aveva accettato
di fare quel passo per il vantaggio de' suoi figliuoli: tutte le condizioni
erano buone e favorevoli. Perché non avrebbe dovuto approfittarne? Paolino non
poteva essere più gentile, più delicato, più affezionato di così. Tra i regali
che le aveva fatto c'era una spilla col ritratto miniato del povero Cesarino,
tolto da una fotografia, ch'egli accompagnò con queste parole: Io sarò il padre
de' suoi figliuoli.
L'aria libera,
la buona vita sostenuta dalla contentezza, finirono col dare l'ultima mano a
una bellezza già sul maturare, forse non troppo agile, né troppo delicata per
un occhio cittadino, ma procedente balda e trionfante alla conquista di un
ampio possesso.
L'indole lenta e
pacifica, adattata al genere di vita che stava per offrirle il nuovo marito, si
manifestò subito in questa seconda aurora della sua felicità, in un'aria
consolata e riposata, che traspariva dal cristallo nitido de' suoi occhi di
bambola, dai movimenti, dalle parole. Aveva trepidato all'idea di maritarsi a
Milano la prima volta; nella compagnia nervosa di Cesarino ella aveva riportati
trionfi faticosi e difficili: in Milano aveva trovato la passione, le spine e
la croce. Benedetta la mano che la riconduceva nell'aria nativa, in una casa
senza muri, in un'abbondanza senza confini, dove i pensieri non costano niente,
dove i desiderii son sempre pagati, dove la mortificazione diventa quasi un
piacere.
Le settimane
passavano come un incanto nella quieta aspettativa d'un avvenire chiaro, ma
senza noiosi splendori, nella pace silenziosa dei prati, che mandavano già
qualche profumo del fieno agostano, nel dolce e sicuro riposo, che aggiusta le
ossa e riconcilia coll'esistenza. Dalla sua finestra, stando in letto, essa
vedeva tutto quel gran verde fino alla strada provinciale che biancheggia nel
mezzo. Non era più il rumore assordante e faticoso della città, ma una quiete
deliziosa, immensa, non rotta che da qualche gallina chiocciante e dal ronzare
degli insetti.
Il dottor Fiore
di Chiaravalle abitava nella medesima casa. Vecchio forte, sui sessant'anni,
con una barba che pareva una spuma, s'era offerto a Paolino come cavalier servente
e guardia del corpo. Accompagnava volentieri la sposina alle Cascine; veniva a
tenerle compagnia la sera e si permetteva con un sorriso malizioso, che si
perdeva nella barba, di darle anche qualche consiglio pratico sulla condotta
che una sposa giovane, bella e vedova deve tenere con un marito un po' troppo
nuovo.
Anche don
Giovanni, il vecchio curato, non nascondeva la sua soddisfazione morale d'aver
acquistata una nuova pecorella. Se la incontrava sulla piazza della chiesa o in
una strada, non risparmiava di congratularsi del suo bell'aspetto, di chiedere
notizia di tutta quanta la famiglia, di Paolino, di Mario, di Naldo, della
Carolina, del signor Demetrio — che non si lasciava più vedere.
Si fermava coi
piedi nell'erba o nel fango a strologare il tempo verso Milano, verso Lodi,
verso il Varesotto, colla presa di tabacco nelle dita, senza risolversi mai a
fiutarla, non risparmiando le notizie storiche sull'abbazia e sui monaci di
Chiaravalle, ai quali dobbiamo il bonificamento delle terre e il primo
incanalamento delle acque, con altre notizie sul famoso campanile, da dove,
narra la storia, Francesco I, re di Francia, assistette alla celebre battaglia
di Marignano, vinta dal maresciallo Gian Giacomo Triulzi, che riposa nell'atrio
di San Nazzaro, dove è scritto: Qui numquam quievit quiescit...
Il buon pastore
non avrebbe mai finito di istruire la sua pecorella. Un giorno, tra le altre
cose, tradì anche un segreto.
«Non è un
segreto di confessione e posso dirlo. Sa che il signor Paolino è stato anche da
me a chiedere un consiglio e che una volta mi ha portato anche una certa
lettera? In quella lettera c'è una frase che non è del signor Paolino. A lei a
indovinare!» e fiutato il grosso spolvero, scappò via ridendo verso la
canonica.
Chi mandava
razzi di gioia da tutti i pori era — e lo si capisce — il sor Isidoro Chiesa di
Melegnano, il padre della sposa, uomo libero, che non si vendeva né per trenta,
né per quaranta. Fu l'ultimo a sapere la notizia del matrimonio, perché il sor
Isidoro era temuto anche alle Cascine come lo spauracchio. Ma, appena parve
necessario metterlo a parte del segreto, fu come se egli l'avesse saputo
cent'anni prima di venire al mondo.
Nessuno avrebbe
tolto dalla testa a un Chiesa di Melegnano che quel matrimonio l'aveva pensato
e combinato lui fin dal principio, e cominciò a sonare la tromba nelle orecchie
della gente. Paolino delle Cascine era noto nei dintorni come un uomo ben
provveduto, per ciò il vecchio fantastico poté vantarsi che un Chiesa non si
perdeva nella polvere. A lasciarlo dire, egli non era soltanto il padre di sua
figlia — la più bella donna, sans dire, della provincia di Milano — ma
quasi anche Paolino lo aveva fatto lui.
Se Paolino aveva
due bellissimi puledri, chi glieli aveva fatti comperare? Se aveva potuto
guadagnare cinque lire e mezzo per fascio sul fieno, chi aveva dato un
consiglio a tempo? Isidoro Chiesa, uomo libero... Ora sì che l'avrebbero
sentito i signori della procura generale, i signori della greppia!
Molti avevano
dubitato di un Chiesa, molti avevano detto ch'era uno spiantato o un mezzo
matto: molti avevano creduto che un Isidoro Chiesa si lasciasse menar via dal
Lambro. Viveva a Milano qualcuno, il quale aveva osato dire una volta che il
signor Isidoro Chiesa di Melegnano era un gran buon uomo... Ecco venuto il
giorno di vedere chi era un Chiesa di Melegnano.
Sotto il sole
cocente di luglio, sull'ora fresca del pomeriggio, il caro suocero, mandando
lampi dalle vetriate, col suo passo zoppo ed il suo bastone bistorto in
ispalla, soleva tre o quattro volte per settimana fare una visita al suo buon
figliuolo delle Cascine.
Veniva per la
via corta dei prati col naso rivolto verso le Cascine, come un bracco che
fiutava la preda, entrava nella corte, si asciugava la fronte, il collo, il
naso, gli occhiali grondanti, tirava un fiato, tracannava una tazza di latte e
più volentieri una bottiglia di quel vino dolce che sappiamo, e fatto sedere
Paolino, cominciava sempre da capo la storia del suo famoso capitolato di
ottantamila lire che l'Ospedale gli doveva sacrosante, com'è vero che un
Isidoro Chiesa ha ricevuto il santo battesimo... Egli era salito sul fondo di
Melegnano l'anno 1856... ai tanti di novembre... cose vecchie: ma Paolino
doveva aiutarlo.
Lo lasciavan
dire, scappando un po' per uno: non c'era altro rimedio. Parigi vale una messa
— ha detto un celebre re di Francia —: Beatrice valeva questa messa cantata. La
buona Carolina non aveva che un rimedio per farlo tacere e non risparmiava mai
di metterlo in pratica, quando la testa stava per iscoppiare.
Fatti saltare in
un tegame quattro ettogrammi di lombo con salsa di pomidoro, tirava il vecchio
lupo affamato a sedere, mettendogli davanti insieme al tegame un pane di una
libbra, uno stracchino intero e un fiasco di vernaccia dolce. Sazio e gonfio
come un boa, il vecchio finiva sempre coll'addormentarsi sulla sedia, in mezzo
a un nugolo di mosche, a cui non dispiace l'unto. Quando si rivegliava, di
solito si ritrovava di nuovo a Melegnano, in casa sua, come se durante il sonno
lo avesse trasportato in aria il carro del profeta Elia.
Paolino
continuava ad essere un uomo felice, quantunque cominciasse ad accorgersi che a
questo mondo non ci sono soltanto rose sulle siepi e anche le rose più belle
hanno le spine.
Punto primo: il
sindaco mise avanti qualche difficoltà per celebrare il matrimonio civile in
agosto, dimostrando, coll'atto mortuario di Cesarino in una mano e
coll'articolo 57 del Codice Civile nell'altra, che una vedova non può
rimaritarsi prima che siano trascorsi i dieci mesi dallo scioglimento del primo
matrimonio.
Seccato da
questo contrattempo e non troppo contento neppure delle risposte che gli
scriveva Demetrio, dubitando quasi che costui avesse un motivo per essere in
collera — la Carolina l'aveva sempre conosciuto per un ragazzo permaloso e
testardo — pensò di parlargli a voce, di fargli presente il suo caso, di
leggergli il segreto negli occhi.
Non avendo
troppo tempo da disporre, andò direttamente dove era sicuro di trovarlo, cioè
all'ufficio, e chiese di lui al vecchio Caramella, che stava leggendo in
anticamera.
«El non c'è più»
rispose il portiere col tono rigido d'un critico che sa quel che dice, senza
togliere gli occhi dal giornale che aveva nelle mani.
«Dov'è?»
«So io dove l'è?
qui non c'è più, dunque....»
«Perché non c'è
più?»
«Perché l'è
stato sospeso dall'impiego.»
«Sospeso?
quando?»
«Ch'el me lasci
passare.»
Lo squillo d'un
campanello chiamava con insistenza, e il vecchio rustico scomparve dietro un
uscio.
Paolino se ne
venne via lentamente, ripetendo ad ogni gradino della scala:
«O bella, o
bella, o bella.»
Quando fu in
fondo, capì di non aver capito niente, e, non volendo andarsene così, tornò di
sopra, aspettò che il Caramella tornasse in anticamera, lo tirò in disparte, e,
facendogli scivolare nella mano un biglietto da due lire, gli chiese sottovoce:
«Ho bisogno di
sapere com'è stata questa faccenda.»
La goccia d'olio
fece subito il suo effetto.
«Caro lei,»
disse il vecchietto con una voce meno arrugginita, in un italiano più di
confidenza, «c'è stato del ciar e scur, un benedetto omm!»
«Con chi?»
Il Caramella si
guardò un momento intorno e, tirando con una insolita affabilità il signor
fittabile (lo giudicò subito per tale) in un andito più scuro, abbassando le
palpebre sugli occhi, prese a dire sottovoce:
«L'è sempre la
storia che el pesce grosso el mangia el piscinin. Il signor qui... il mio
capo... sa... il cavaliere... il commendatore...» e indicava un uscio dietro di
sé, movendo il pollice dietro la spalla «l'è una brava persona, ma el g'ha il
suo lato debole, ghe piacciono un poco le donnette... Chi di voi è senza
peccato scagli la prima pietra.» Il Caramella citò il testo con grande
serietà. «Pare che tra lui e il Pianelli ci fosse un qui pro quo, mi
capisce? a proposito di una sua cognata, alla quale il qui... (e indicava
l'uscio) el ghe faceva, pare, gli occhi del gatto. Io poi non so, la contano in
mille maniere, ci sarebbe stato di mezzo anche un braccialetto, per
conseguenza; ma chi le sa queste cose?.. il... qui intendeva di pagare il
conto, il Pianelli non ne voleva sapere, e, tira molla, se ne son dette
un sacco in ufficio, che non ci sta nemmeno per la dignità del funzionario. Il
Pianelli gridava come un disperato, avrà avuto le sue ragioni: l'altro,
naturale, si è o non si è superiori, e detto fatto el me ciappa la penna, el te
me scrive al Ministero, e in quattro e quattr'otto te me lo confezionano a
Grossetto nel napoletano. Conosco da un pezzo il Pianelli e, dininguardi! so
come la pensa: è un po' ostinato anche lui nelle sue idee, ti e mur, ma
metterei la mano nel fuoco, figurarsi! Ma intanto chi ha avuto ha avuto. Questa
l'è la favola, caro el mio signore.»
Il Caramella
strinse le labbra, cacciò indietro le gomita, aprì le mani come due ventagli e
lasciò che «quel signore» tirasse lui la morale della favola.
Paolino, a
intendere queste novità, rimase un momento a bocca aperta, coll'aria goffa del
campagnolo che vede per la prima volta il santo Duomo. Balbettò qualche
monosillabo, e, tirando la parola colle corde, dimandò:
«Questa cognata,
è forse....»
«Dev'essere una
donna del buon tempo. Prima ha fatto ammazzare il marito, adesso fa perdere
l'impiego al cognato. Ci dicono la bella pigotta....»
«La bella....»
«L'è sempre la
storia del cherchè la fam. Questi uomini hanno passata l'età del
giudizio e devono aver cambiati anche i primi denti: ma ha cominciato Adamo a
sbagliare il primo bottone (e sì che non era vestito) e sarà sempre così.»
Il Caramella
cominciava a ridere del suo riso amaro di critico incontentabile, quando un
altro squillo di campanello lo chiamò nella stanza del commendatore.
«Vado, mi chiama
il qui…» disse e sparì.
Paolino discese
per la seconda volta le scale, non vedendo davanti a sé che una nuvola bianca,
col passo vacillante del convalescente che esce per la prima volta di casa dopo
un mese di febbre. Colla testa grossa, incapace di concepire, traversò Milano e
si trovò per miracolo o per misericordia di Dio sulla porta del cugino in San
Clemente.
«Non c'è» disse
la portinaia. «Va e viene come un tramvai.»
«Non va più
all'ufficio?»
«Io non so: non
ha più ore.»
Paolino guardò
la facciata della casa, come se cercasse un consiglio alle finestre, e, non
avendo più nulla a fare, tornò alle Cascine.
Che viaggio! Chi
si raccapezzava? Demetrio, l'impiego, il commendatore, la bella pigotta,
la scena in ufficio, erano altrettanti fantasmi che si mescolavano e si
connettevano con lo strano contegno del cugino, col suo ostinato rifiuto, colla
sua calcolata freddezza, che faceva un vivo contrasto coll'entusiasmo del primo
giorno, quando s'era parlato per la prima volta al Numero Cinque in
piazza Fontana e che s'era vuotato il primo bicchiere alla salute della sposa.
Demetrio oggi
non voleva bere più del suo vino, rifiutava di assistere ad un'intima cerimonia
di famiglia, non si lasciava più vedere alle Cascine, non apriva la bocca sulla
sua disgrazia. Nemmeno Beatrice pareva informata di questa dolorosa faccenda. E
la storia di questo braccialetto? che opinione aveva la gente di questa donna?
aveva essa ammazzato il primo marito?.. che... che... diavoleria?.. Che
Demetrio fosse innamorato anche lui? non pareva possibile, dal momento che
l'innamorato era quell'altro... Ma potevano essere innamorati tutti e due.
Niente di strano, dal momento che s'era innamorato anche lui alla distanza di
quattro miglia. O santi Apostoli! e come la chiamavano a Milano? La bella
pigotta? che villania, che scherzo, che scempiaggine! Che tutto quello che
era accaduto fin qui fosse uno scherzo di cattivo genere? ch'egli fosse la
burletta di quella donna, la quale dopo aver ammazzato un marito volesse
sposare un altro per...
O che pensieri!
diventava matto a immaginare queste atrocità?…
«Carolina,
Carolina» disse, entrando in casa col cappello sul cucuzzolo, cogli occhi
strabuffati, col passo dell'uomo che ha perduto il centro di gravità.
«Carolina.»
«Che cosa c'è?
che cosa è accaduto?» esclamò la sorella, lasciando cadere una matassa di filo
che stava dipanando dall'arcolaio.
«Vieni di
sopra....»
«Vengo, santa
Maria! ma che cosa è accaduto?»
«Taci, non far
scene. Chiudi l'uscio» disse Paolino quando furono in camera.
Gettò il
cappello sul letto, sedette anche lui sul letto, si asciugò col fazzoletto la
testa.
«Ti senti male?
parla, in nome di quella benedetta Madonna» pregava la buona sorella, a cui
tremavano le gambe in prevenzione.
Paolino, dopo
aver soffiato come un mantice, cominciò a raccontare quel che aveva udito a
Milano, di Demetrio, del commendatore, di Beatrice, del braccialetto; e, quando
gli parve di aver detto tutto, si abbandonò senza fiato sul cuscino.
«È tutto qui?»
esclamò Carolina, alzando le mani al cielo. «Credevo che ti avessero rubato il
portafogli. Si vede che sei cresciuto sempre in mezzo alle oche. Che caso! Si
sa, una bella donna dà sempre da parlare alla gente. Potrebbe essere anche Sant
Orsola e ci sarà sempre la lingua che si diverte a mettere male. Che importa a
te se a Milano la chiamano come la chiamano? è tutt’invidia che parla.»
«E il braccialetto?»
«Il braccialetto
sarà un regaluccio di un adoratore. L'ha forse accettato? Caro mio, se non
volevi questi fastidi dovevi contentarti di sposare una donna come le
altre....»
«Sei qui colle
tue sciocchezze» saltò su a dire Paolino, con un tono aspro e dispettoso, non
volendo concedere che la sorella potesse aver ragione su questo argomento.
«Vuoi la donna
bella? e allora non bisogna pretendere che la gente si strappi gli occhi dal
capo per farti piacere. Il mio povero parere te l'avevo dato....»
«Vuoi finire di
fare la Perpetua?»
«Ecco il
pagamento d'essermi occupata tanto di te. Non parlo più.»
«Ma se....»
«Non parlo più,
sta sicuro, anima mia.»
«Tu vuoi
sempre....»
«Amen, non mi
intrigherò più.»
E coll'animo
punto e addolorato la povera donna scese in cucina a preparare il pranzo.
Quando mai qualcuno in quarant’anni l'aveva chiamata Perpetua? Alle Cascine
essa era la mamma, la provvidenza, la consigliera ascoltata da tutti e non
c'era grosso fastidio in una casa, di cui ella non sapeva sciogliere i gruppi e
trovare il capo come in una matassa di filo. Doveva essere proprio lui,
Paolino, il suo cuore, il suo cucco, a chiamarla Perpetua! Paolino non era più
il buon ragazzo di una volta: quella donna l'aveva stregato e cambiato di
bianco in nero. Sempre inquieto, distratto, stizzoso, rabbioso, insofferente e
svogliato negli affari, freddo fin nelle cose di religione, sarebbe stato
peggio naturalmente andando avanti. Quel giorno che la signora Beatrice fosse
diventata la padrona di casa, il posto della povera Carolina doveva essere dopo
la serva, per non dire dopo la scopa.
Questi
malinconici pensieri passavano come uno stormo di corvi nell'animo suo, mentre
colla mestola in mano davanti al camino aspettava, cogli occhi tuffati nella
pentola, che la minestra finisse di cuocere.
A tavola i due
fratelli mangiarono di poca voglia e quasi senza parlare. Né, per quanto si
voltassero nel letto, ciascuno per le ragioni sue, riuscì la notte a togliersi
di dosso le spine che la bella rosa aveva seminato nelle lenzuola.
Demetrio intanto
seguitava a vendere.
Non restava
quasi più che il letto per dormire, qualche sedia, i pochi vasi, le gabbie. Le
erbe, le lunghe tredescanzie, le piccole edere, i bei ciuffetti di musco
languivano di sete, s'impoverivano nella polvere, essiccavano di malinconia
come il loro padrone.
La valigia era
preparata.
Non potendo
portare con sé anche i compagni della sua solitudine, pensò di dare la libertà
ai canarini, rendendo così felici dal fondo della sua tristezza quelle piccole
creature.
Collocò le tre
gabbie sul davanzale della finestra, cogli sportelli aperti verso lo spazio e
sedette ad aspettare che i canarini si sprigionassero da loro stessi.
Giovedì, che in
questi ultimi giorni s'era attaccato al padrone, venne a sedersi accanto, col
muso in aria, cogli occhi vaganti ora verso lo zio, ora verso le gabbie.
La giornata di
fin di luglio si avvicinava al suo tramonto. Lunghe e taglienti lame d'oro
immobili nell'aria immobile mandavano nel lento spegnersi del crepuscolo un
chiarore caldo come un riverbero di rame infocato, mentre dai tetti neri e
bruciati esalava la vampa di una gran giornata di sole.
Era arrivato il
tempo di andarsene. Sentendo ogni giorno, quasi ogni ora, quasi ogni minuto
diminuire le ragioni della vita, nel tedioso ozio forzato che somigliava
all'inerte agonia di un condannato a morte, Demetrio anticipava di qualche
giorno la sua partenza anche per sottrarsi alle insistenze di Paolino, che gli
scriveva continuamente delle cartoline enigmatiche. Strada facendo, avrebbe
potuto fermarsi un paio d'ore a San Donato dov'era sepolta la sua povera mamma,
per dirle addio, o a rivederci, per attingere un po' di forza davanti all'erba
che la ricopriva. Gli sorrideva anche l'idea di una fermata a Genova al
cospetto del mare che non aveva mai veduto, nella speranza di far morire
nell'immensità dello spettacolo i suoi piccoli pensieri e i suoi piccoli
dolori.
Chi sa se
avrebbe potuto vivere lontano dal suo paese, tra gente sconosciuta, in un
mestiere ingrato, vedovo (non c'è altra parola), vedovo per sempre di quella
donna, che aveva suscitate e sconvolte tutte le forze più oscure e più chiuse
della sua esistenza?
Fu ridestato da
un vivissimo cinguettìo.
Qualcuno dei
canarini era già uscito dalla gabbia e stava sulla soglia dello sportellino,
davanti all'aria vuota, in atto di curiosità e di trepidazione. Altri, agitati
da una voglia quasi convulsa, saltavano di legno in legno, arruffando le piume,
girando il collo, spiando coll'occhietto piccolo e rubicondo attraverso ai
ferri, come se non si fidassero delle cose.
Il loro padrone
soleva tutte le volte che apriva gli sportelli avvicinare le imposte e più
d'uno aveva dato della testa nel vetro, come la dànno gli uomini di buona fede
nelle più trasparenti illusioni. Si capisce come non si fidassero troppo.
Fu Giallino il
primo, un novello che Demetrio proteggeva più degli altri con qualche
parzialità, che dopo aver sollevato il becco alla grande aria del cielo, dopo
aver gridato di gioia, sollevò le ali... ma ebbe paura.
Il suo cuoricino
batteva con precipizio: due volte tentò abbandonarsi, ma la paura del vuoto,
spaventoso anche per lui, lo tenne aggrappato al legnetto. Amoretto, colle
penne miste di verde, gli diede quasi una spinta. Demetrio sentì un frullo
d'ala, guardò attraverso ai ferruzzi e scorse Giallino ansante e spaurito nella
conca di un tegolo.
«Ingrato anche
tu...» mormorò sorridendo.
Amoretto gli
tenne dietro e andò a posarsi sul cappello di ferro di un fumaiolo.
Il Marchesino —
così chiamato per il suo garbo — saltò sulla gabbia e volò di qua e di là per
la stanza, seguìto dagli occhi di Giovedì, finché venne a posarsi sulla spalla
del padrone. Demetrio lo prese delicatamente nel palmo, lo fece saltare sul
dito e presentandolo a Giovedì, cominciò a dire:
«Dunque si parte
tutti quanti dimani. Mandiamo avanti questo signore a preparare gli
alloggi?...»
E dopo aver
accarezzato il canarino sulle ali, sporse la mano nel vuoto e gli diede la
libertà. L'uccellino con un volo frettoloso e sgomentato andò a cadere sulla
gronda di un tetto.
La femmina lo
seguì, gli volò d'appresso e sulla gronda si concertarono sul da fare. Qualche
altro era già partito senza dir nulla.
Le nubi d'oro
cominciavano a scolorire.
Sempre seduto in
faccia alla finestra, Demetrio contemplava le gabbie vuote, assorto, immerso
nel malinconico silenzio di quelle piccole case deserte, velando gli occhi
d'una riflessione piena di mestizia. Si sentiva malato ancora, d'un male che
non è febbre, ma che filtra come una febbre ghiacciata nelle midolle delle
ossa.
Giovedì, posata
una zampa sul ginocchio, fece sentire ch’egli era lì.
«Sì, tu ci sei,
tu non vai via senza di me, tu sei fedele fino alla morte: tu vuoi bene a chi
ti ha fatto un po' di bene!»
La bestia
rispondeva socchiudendo gli occhi, attraverso ai quali brillava un lume di
tenerezza.
Demetrio gli
strinse il muso nelle mani e seguitò anche lui a parlargli cogli occhi,
carezzandolo.
Il silenzio dei
tetti spopolati penetrava il cuore. Al chiaror sanguigno era succeduta una luce
languida di un azzurro verdognolo, in cui svanivano, come piume di un immenso
ventaglio, strisce lunghe di cirri bianchi e altissimi.
L'uscio si aprì
lentamente.
Amor di Dio! era
lei...
Era proprio
Beatrice, un poco accesa per la fatica del salire. Era lei nel suo velo grande
cascante sulle spalle, nel quale spiccavano i bei colori del viso ovale, la
bianchezza del collo e la grandezza degli occhi.
Giovedì,
conosciuta la padrona, le corse incontro, spiccando salti di gioia, abbaiando,
piagnucolando e tornò verso Demetrio, soffiando nella polvere, gonfiando le
nari, leccandogli i piedi.
«Che... che
miracolo?» mormorò Demetrio, alzandosi e rimanendo immobile colla mano
appoggiata alla sedia. «Siete a Milano?»
«Sì, per questa
notte... Son venuta a prendere Arabella che fa gli esami dimani. Ma devo prima
parlarvi.»
Beatrice trovò
Demetrio molto abbattuto e invecchiato, e lui s'umiliò al cospetto di una
signora che pareva cresciuta di nobiltà nell'eleganza degli abiti nuovi e
signorili.
«Che cosa è
accaduto?» chiese ella per la prima, mentre abbracciava con una rapida occhiata
la povertà della stanza in disordine e la valigia fatta e pronta sopra la
tavola.
«Che cosa?»
chiese distrattamente Demetrio fingendo di non capire il senso della domanda.
«Sono venuta apposta
anche per questo, e non voglio partire senza conoscere la verità.»
«Quale verità?
sedetevi.»
Demetrio mandò
avanti una sedia, dove Beatrice si pose a sedere, mentre egli tornava ad
appoggiarsi colla vita alla tavola.
«Paolino aveva
bisogno di parlarvi, è venuto a Milano, andò a cercarvi all'ufficio e ha
sentito...»
«Che cosa?»
chiese con un filo di voce Demetrio, abbassando gli occhi.
«Ha sentito che
avete avuta una brutta scena col cavaliere in seguito alla quale siete stato
licenziato. È vero?»
«Non licenziato»
mormorò languidamente con un tenue sorriso.
«O vi hanno
traslocato in un paese lontano: è vero? Perché non avete seguìto il mio
consiglio? Avete forse voluto difendermi troppo... e v'è capitato male.»
«Troppo? non si
difende mai troppo una povera donna insidiata, calunniata» esclamò Demetrio con
un tono vibrato e caldo di voce. «Voi non ne avete nessuna colpa.»
«Povera me, come
sono disgraziata!» scoppiò a dire Beatrice, portando in fretta e furia il
fazzolettino agli occhi. «Paolino è tornato a casa tutto fuori di sé, ha fatto
una scena colla Carolina, vuole che io gli spieghi questo mistero del
braccialetto, suppone non so quali tradimenti... Che gli devo dire, per amor di
Dio? Questo matrimonio si doveva fare in agosto e invece s'è scoperto che non
si potrà fare prima dell'inverno: anche questa circostanza aiuta a rendere
Paolino inquieto e di malumore. Scrivetegli voi, per carità, o lasciatevi
vedere una volta. Voi solo potrete dimostrargli che io non ho avuta nessuna
colpa in tutta questa scena dolorosa, dissiperete tutti i suoi sospetti,
distruggerete le calunnie della gente cattiva.»
«Io?» esclamò
Demetrio come se parlasse a sé stesso.
Appoggiato colle
mani alla tavola, fissò uno sguardo gentile e carezzevole su quella povera
donna, che aveva ancora una volta tanto bisogno di lui: e provò in fondo al
cuore ancora una volta una vanitosa compiacenza, un soave orgoglio di sé.
Per un bizzarro
ritorno d'impressioni gli venne in mente la prima volta ch'egli s'era
incontrato in Beatrice, in casa sua, nel salotto elegante, e che la povera
donna, dall'alto del suo trono di cartapesta, aveva disprezzato i consigli d'un
galantuomo: quante cose da quel giorno in poi! quante mortificazioni, quanta
pazienza, quanta rassegnazione c'era voluto per non perdere i frutti di una
buona intenzione!
Chi aveva vinto?
La gente che giudica all'ingrosso poteva credere che avessero vinto gli altri,
cioè i potenti e i fortunati; ma il suo cuore, davanti a quella bella creatura
che piangeva e supplicava, seduta innanzi a lui nella luce blanda d'un tramonto
di estate, esultava ancora nella coscienza di un trionfo appassionato, che Dio
non concede né ai potenti, né ai fortunati.
Beatrice non era
salita per la seconda volta alla modesta soffitta per consolare le malinconie
di un abbandonato: ma veniva come una regina a mendicare consolazione e
consigli a un vecchio e dimenticato romito. Di chi la vittoria dunque?
Ecco quello che
passò rapidamente e senza ordine nel suo cuore, mentre Beatrice finiva di
piangere.
Il signor
Paolino, nell'estasi della sua fortuna, alla vigilia di un ineffabile
godimento, non aveva saputo resistere all'insidia del male. Una parola
sinistra, una voce in aria, raccolta nell'anticamera d'un ufficio, era bastata
come una goccia d'aceto a corrompere il latte della sua felicità; il sospetto,
la diffidenza, l'ingiuria si mescolavano già ad un amore tutto fatto di bisogni
e di ciechi desiderii, a un amore che non resiste alle prove dure e tiranniche
della vita. Se un povero impiegatello destituito e traslocato, che aveva dovuto
vendere il letto per mettere insieme i denari del viaggio, avesse in quel
momento ritirata la mano dalla testa di quella donna: avesse — obbedendo a una
ruvida istigazione dell'invidia e della passione — rifiutata una spiegazione a
un uomo che non la meritava più, che cosa sarebbe stato di Beatrice e de' suoi
figliuoli? che cosa sarebbe stato di Paolino?
Questa paurosa
apprensione egli lesse bene negli occhi lagrimosi di Beatrice, quando si
alzarono verso di lui quasi in atto di invocare misericordia. Se egli fosse
stato un uomo cattivo... ma che cattivo? se egli fosse stato soltanto una
persona rispettabile come il suo superiore, o un galantuomo dei soliti sul
genere di Paolino, avrebbe ben saputo trarre da questo gruppo di circostanze
almeno l'interesse dei suoi sacrifici.
È bene o male
essere un po' diversi dagli altri?
«Beatrice»
disse, distaccandosi dalla tavola e avvicinandosi due passi. Si fermò davanti a
lei in una attitudine tranquilla di padre indulgente e amoroso, e, lasciando
sgorgare l'onda delle parole secondo l'ispirazione del cuore, soggiunse: «Io
scriverò al signor Paolino, non solo per difendere la vostra innocenza e per
risolvere tutti gli equivoci che possono essere nati, in mezzo a tante ciarle;
ma gli dirò anche quanto si faccia torto e quanto divenga indegno di voi con
delle diffidenze, che ingiuriano una donna onesta non meno delle insidie di chi
la tenta coi piccoli regali.»
Beatrice, scossa
dal suono vibrato con cui Demetrio pronunciò queste parole, alzò gli occhi e
stette a sentire senza battere palpebra. Le fece subito piacere l'energia con
cui suo cognato prometteva di difenderla. Era venuta apposta per avere in lui
un valido avvocato difensore. Guai se Paolino si fosse intiepidito e avesse
mandato a monte ogni cosa! che avrebbe dovuto fare co’ suoi tre figliuoli? e la
vergogna, e le ciarle della gente, e la nuova miseria più grande se non più
spaventosa della vecchia? Ecco cosa dicevano i suoi occhi, mentre Demetrio,
fisso alla linea ancora luminosa del lontano tramonto, colle mani giunte, quasi
appoggiate alla bocca, con una visibile tensione di tutti i nervi, seguitava:
«Gli dirò che
non vi merita, perché non ha avuto fede precisamente in ciò che voi avete di
più prezioso e di più nobile, la vostra onestà. Questo sentimento, questa
preziosa eredità, voi, anche povera, la lascerete in dote alla vostra Arabella»
il nome della fanciulla fu come un gruppo che fermò un istante il discorso «e
il signor Paolino non ci ha creduto. Anch'io, è vero, ho diffidato una volta,
anch'io ho accolto leggermente le voci della malizia, ma erano diverse
circostanze, e non vi amavo... allora... come dice di amarvi quest'uomo che vi
manca di rispetto....»
Beatrice aprì un
poco la bocca a un fiato di sorpresa.
Perché si
corrucciava tanto suo cognato?
Demetrio si
accorse anche lui d'essersi lasciato trasportare un po' troppo. Si fermò,
abbassò gli occhi verso di lei, stentando le parole, che si sprofondavano nella
gola, parlando insomma attraverso al singhiozzo:
«Gli scriverò,»
disse, «gli scriverò dimani da Genova... Addio, state bene... Aggiusterò tutto:
addio!.. siate felice....»
Beatrice, quasi
sollevata da lui, s'alzò lentamente senza togliere gli occhi dal viso di suo
cognato, che, dopo averla commossa in modo straordinario, si commoveva anche
lui fino alle lagrime, e diceva parole strane, agitando la mano nervosa e
smarrita davanti alla bocca, tremando in tutta la persona magra e rannicchiata
come un uomo che cerca di fuggire da un tremendo disastro.
Che aveva quel
povero uomo? che fosse ancora ammalato? che gli rincrescesse di partire e di
lasciare la sua gente?
Furono tre o
quattro questioni, che si presentarono insieme in quel momento all'intelletto
non sublime della povera donna, che, abituata a vivere di sé, incapace di
supporre mali lontani diversi dai suoi, e pur sentendosi cagione delle lagrime
di Demetrio, stava lì in piedi, vittima anch'essa della sua meraviglia, lontana
ancora molti passi dalla verità, incapace di andarle incontro.
«Voi partite
dimani? È proprio vero? È per causa mia che vi tocca di partire?» chiese con un
naturale tremito di voce.
«Non per causa
vostra... È il destino così. È forse meglio per me....»
Rimasero un
altro mezzo minuto l'uno in faccia all'altra senza poter parlare, egli
combattendo una estrema e violenta battaglia colle sue lagrime, essa quasi
stordita dal suo stesso non capire.
Seguitava ad
interrogare quel poverino cogli occhi grandi, incantati, senza un'idea chiara
di quel che desiderasse sapere da lui, ma agitata da un senso misterioso di
pietà e di paura.
Demetrio con la
faccia più stravolta che rallegrata da un sorriso d'uomo malato, agitò ancora
la mano nel vuoto, come se cercasse di ravvivare un discorso rimasto spezzato.
«Che cosa avete,
povero Demetrio?»
A questa dimanda
e più che alle parole al suono intenerito della voce, come se tutta la vita gli
rifluisse nel cuore, affascinato e tratto dalla sua stessa debolezza e da una
vertigine soave, si abbandonò verso quella tenera compassione di donna, come un
bambino impaurito, che corre a rifugiarsi nella gonna della madre. La stanza si
riempì della luce ch'egli aveva negli occhi, in cui guizzavano le scintille del
crepuscolo; la pregò ancora una volta, sigillando la bocca colle dita, di
compatirlo, di andar via: la spinse anzi un poco verso la porta, allungando il
braccio e la mano con cui teneva nervosamente stretta la piccola mano di lei,
si attaccò, per non andare in terra, alla sponda della sedia, vi si rannicchiò,
vi si rimpicciolì sopra, e gridando più che pronunciando: «Andate via... per
carità...» lasciò irrompere senza più nessun freno quel torrente amaro di
dolori, che lo rendevano così debole e vile.
A uno scoppio
così improvviso di lagrime, dalle quali usciva una confessione non meno
impreveduta che imbarazzante, il volto di Beatrice si offuscò forse per la
prima volta in vita sua di una nuvola di cupa tristezza. Sulle prime non osò
credere; si sforzò anzi di non capire ciò che diventava sempre più evidente,
cioè che Demetrio l'amava. Si guardò intorno, come se cercasse di orizzontarsi
in quel mondo di affezioni e di afflizioni nuove che il piangere di Demetrio
andava suscitando vicino a lei. Si chinò un poco verso il meschino, provò a
parlare, ma che cosa doveva dire? Avrebbe voluto che ciò non fosse, gliene
rincresceva: che poteva fare lei? quando aveva dato un motivo a questo uomo di
credere? All'urto di queste varie questioni, che balzavano e cozzavano nella
sua testa, sentì anch'essa una gran voglia di piangere, come una fanciullina
che, uscita troppo lontana da casa sua, si trova còlta dalla sera e comincia a
temere di perdere la strada.
Si sarebbe detto
che la violenta necessità di non mostrarsi dura e cattiva coll'unico uomo che
le aveva fatto tanto bene, spremesse quanto c'era di buono, di caritatevole, di
delicato nel suo cuore. Provò un forte soffocamento di respiro, il petto le si
gonfiò, il cuore cominciò a battere con immenso dolore, come se qualche cosa si
rompesse in lei, come se in questo primo sforzo intelligente della sua vita,
dalla bambola uscisse la donna.
Certo qualche
cosa di vivo e di caldo sgorgava da quel patimento.
«Perdonatemi,
Beatrice, sono malato, non so più quello che mi dico e quello che mi faccio.
Sono quattro mesi che soffro così, senza parlare mai con nessuno: e sarei
partito così, senza più vedervi, se voi non venivate quassù a cogliermi in un
momento di malinconia.»
Demetrio parlava
senza alzare la testa dalle mani.
«Per amore dei
vostri figliuoli, che ho amato come se fossero miei, non fate nessun conto
delle mie parole, non dite niente, dimenticatevi anche voi... Non ricordate se
non quel po' di bene che ho voluto ai figli di Cesarino... Andate via....»
«Io non potrò
mai dimenticare quello che avete fatto per me...» provò a dire la donna, con
una voce che risonò anche al suo orecchio in un tono più caldo e diverso dal
solito. «Avete detto bene: è il destino... Abbiate pazienza, Demetrio.»
«Sì, sì, sì!»
esclamò Demetrio, sollevando la testa e sporgendo sulla sedia le due mani
giunte, come se volesse rinnovare una preghiera. «Sono uno sciocco... lo so:
addio, non vogliatemi male.»
E cercò di
sorridere per togliere al discorso quanto vi poteva essere di penoso e
d'imbarazzante per lei.
«Abbiate
pazienza...» ripeté meccanicamente Beatrice, avviandosi verso l'uscio,
tremando, stentando il passo, come se due forze contrarie si disputassero la
sua pigra volontà.
Sulla soglia si
fermò, chinò la testa quasi contro lo stipite, soffrendo della sua ignoranza
che non le suggeriva nulla da dire, nemmeno una parola di cortesia e di carità
verso un uomo che aveva sacrificato tutto per lei, il suo pane, la sua pace, la
sua libertà, il suo cuore, soffrendo in silenzio, senza chiedere mai nulla per
sé. Si fece improvvisamente pallida...
Demetrio,
accovacciato, più che seduto sulla sedia, la contemplava coll'avidità con cui
il morente segue l'ultima striscia di lume che tremola nella sua pupilla. Poi
chinò un poco la testa. La credeva partita...
Beatrice,
appoggiata colla mano all'uscio, si volse ancora una volta e con una voce
ancora più commossa esclamò:
«Mi perdonate,
Demetrio? vi ricorderete ancora dei miei figliuoli? volete che vi mandi
Arabella? Il Signore compenserà le vostre buone intenzioni..., fatevi coraggio:
non datemi questo rimorso di sapere che, mentre io sono felice, voi soffrite
tanto. Scrivete qualche volta e se possiamo fare qualche cosa per voi....»
Di mano in mano
che ella parlava, lasciando che le parole uscissero naturalmente, egli sentiva
ritornare il calore della vita e il senso delle cose. Nella luce quasi estinta
del crepuscolo, Demetrio vide avanzarsi di nuovo quella donna e sopraffarlo
colla grandezza della di lei persona.
Una mano si
posava sulla sua testa, da cui scese un brivido a invadere il corpo. Sentì
ancora un bisbiglio confuso di parole, e un'onda tiepida che lo travolgeva: e
credette che fosse arrivato l'ultimo momento della vita.
Quando si
rivegliò, si trovò steso in terra ai piedi della sedia.
Un raggio di
luna, entrando dalla finestra aperta, disegnava sull'ammattonato i graticci
delle gabbie vuote.
Quando Beatrice
venne via dalla casa di Demetrio era quasi buio, e, camminando tra la gente, si
sentì come sola e perduta in una grande città. La scena straziante a cui aveva
assistito, la miseria di quella stanza lassù, l'abbattimento fisico e morale
del cognato, l'idea del castigo che, per cagion sua, se non proprio per colpa
sua, cadeva addosso al povero disgraziato, la paura che Paolino tirasse da
tutto ciò un pretesto per non mantenere la sua promessa e la lasciasse sulla
strada, lei e i figliuoli, questi furono gli spaventi che l'accompagnarono a
casa.
Una volta
arrivata e chiusa dentro, sentì anche lassù il doloroso silenzio d'una casa
abbandonata che si sfascia. Della poca roba salvata dalle mani dei creditori,
parte era andata alle Cascine, parte giaceva in disordine accatastata ai muri.
Di intatto non rimanevano che la stanza da letto, dove avrebbe dormito forse
per l'ultima volta in compagnia di Arabella, che, finiti gli esami, doveva
seguire la mamma a Chiaravalle. La ragazza, che in questo matrimonio della
mamma rappresentava una parte passiva di silenziosa protesta, andava cercando
una scusa per rimanere a Milano presso i Grissini, o in collegio presso le
monache, che d'estate conducono le allieve al mare. Ma il signor Paolino si
lamentava già della mancanza della figliuola, e non era il momento di
disgustarlo anche in una piccola cosa.
Che brutta notte
passò per l'ultima volta nel suo letto grande la vedova! Arabella, quantunque
provasse un piccolo brivido nelle ossa, quando entrò a occupare il posto del
suo povero papà, tuttavia, vinta dal sonno facile della sua età, verso le
undici si addormentò. Ma la mamma contò tutte le ore e tutti i quarti senza
poter raccogliere un'ombra di sonno. Troppe cose uscivano dal cuore, come il
sangue cola da una fresca ferita.
Ma più ancora
che il cuore, la testa andava mulinando e annaspando pensieri sopra pensieri,
reminiscenze, casi sopra casi, immagini scomparse da un pezzo, risuscitando
morti e vivi, avvicinando le cose più secondarie, con tal precipizio, che più
di una volta si sollevò dal cuscino e si passò la mano sulla fronte. Quella
testa, così poco abituata a riflettere, soffriva sotto la matassa delle cose
che il destino le imponeva di dipanare. Ella lesse e rilesse, si può dire da
capo, tutto il libro della sua vita. Si rivide fanciulla in collegio a Lodi,
presso le Dame inglesi, non fra le prime, e nemmeno fra le ultime della sua
classe; da Lodi tornò a Melegnano ancora a tempo per godere gli ultimi raggi
della fortuna di suo padre; fu per alcuni anni una corte bandita.
Prima che
venissero i giorni tristi, eccola a Milano a braccio di Cesarino.
Il suo noviziato
di sposa fu pieno di care novità e di dolci sorprese.
Cesarino,
quantunque facile a irritarsi e di gusti difficili, non aveva mai risparmiato
sacrifici, perché sua moglie facesse una buona figura nella società.
Agli anni felici
erano seguiti i mesi della espiazione. Ricordò il primo incontro con Demetrio,
il piangere, il soffrire ch'ella aveva fatto sotto il suo bastone. In casa era
la miseria e la fame; di fuori il fallimento di suo padre, l'insidia dei
protettori, le trappole delle false amiche.
Essa aveva
vissuto più in quei pochi mesi che in tutti gli anni prima. Ed ora, mentre
stava per tirare il fiato e ricomporre la sua fortuna, ecco una nuova
tribolazione.
Quantunque
Paolino parlasse soltanto del braccialetto e del cavaliere, era evidente che il
contegno scontroso e freddo del cugino aveva fatto nascere in lui il sospetto
che anche Demetrio avesse del fuoco al cuore.
Forse tra lor
due s'erano già dette delle parole vive, e nulla era di più naturale che
Paolino s'ingelosisse e mandasse a monte il matrimonio. Ella dunque era
chiamata a scegliere tra questi due uomini, ossia non era più nemmeno il caso di
scegliere. Il suo destino non poteva essere che uno solo, quello di salvare un
pane ai suoi figliuoli. Era dover suo di dimostrare a Paolino che mai aveva
pensato a Demetrio, che nessuno gli era stato al mondo più antipatico e più
odioso...
In questa lotta
di due uomini, per non dire di due ombre, si mescolava nei brevi sopori della
fantasia un'altra ombra, quella di Cesarino, che pareva quasi contento che
tutto andasse a monte senza che Beatrice, immersa nel superficiale dormiveglia
delle ore mattutine, potesse afferrarne il motivo.
Sentì Arabella
che parlava in sogno.
Suonavano in
quella tre ore a San Lorenzo. La bambina, che si era addormentata sopra una
paurosa sensazione, e che continuava anch'essa ne' suoi sogni a leggere il
piccolo libro della sua vita, a un certo punto balzò a sedere sul letto,
esterrefatta, e gridò:
«No, papà, no,
papà... Mandate via quel cane... Mandate via quel cane....»
«Arabella, che
hai? che cosa dici?» dimandò la mamma, balzando anch'essa a sedere sul letto,
stringendo la ragazza nelle braccia.
Questa si lasciò
prendere e cercò un rifugio nel seno della mamma. I cuori di quelle due donne
battevano e balzavano insieme sotto i colpi della paura.
Rimasero
abbracciate fino alla mattina, tremando insieme e sospirando lo spuntar del dì.
Beatrice pensò che gli spaventi d’Arabella derivassero da qualche bisogno che
la pover'anima del suo Cesarino avesse nel mondo di là, e invitò la figliuola a
togliersi subito dalle lenzuola per andare insieme fino al cimitero a pregare e
a salutare ancora una volta il papà prima di lasciar Milano. Demetrio aveva
fatto porre un piccolo sasso sulla fossa, approfittando di quello stesso che
era servito per papà Vincenzo e che, passato il termine decennale, egli avrebbe
dovuto rimettere pagando di nuovo il posto.
Nel bisogno di
fare qualche economia, sperò che il buon vecchio non se ne avrebbe avuto a
male, e fece collocare la pietra con le altre parole sulla fossa del suo
figliuolo prediletto, compiendo così quell'opera di misericordia e di perdono,
che era cominciata per lui quasi trent'anni prima.
Le due donne
stavano ancora vestendosi, quando una forte scampanellata le fece trasalire.
Chi poteva essere a quell'ora? Beatrice si fece il segno della croce e andò a
dimandare all'uscio.
«Sono io, il
Berretta...» disse la nota voce del portinaio.
«Che cosa c'è?»
dimandò aprendo la porta. «M'avete fatto un tal spavento!»
«C'è abbasso un
signore che desidera parlare a lei, sora Beatrice.»
«Un signore? non
vi ha detto il suo nome?»
«No, o forse non
ho capito.»
«Non lo
conoscete?»
«Non mi è faccia
nuova: pare un po' esaltato. Gli deve essere accaduta una disgrazia…»
«Ditegli che
veniamo subito abbasso...» soggiunse Beatrice con un tremito nella voce.
S'era ridotta
quasi ad aver paura dell'aria e andò a immaginare che fosse qualche altra
disgrazia.
Quand'ebbero
finito di vestirsi, madre e figlia discesero quelle benedette scale, forse per
l'ultima volta. Arabella pareva una candela.
Sotto il
portico, a’ piedi dei gradini, passeggiava un signore grasso, che, al veder la
signora Pianelli, le andò incontro colla furia d'un uomo disperato. Beatrice
riconobbe in lui il signor Melchisedecco Pardi, il marito della bella Palmira,
e capì dalla sua faccia smorta e stravolta che aveva poco dormito anche lui.
Anche lui, come
Demetrio Pianelli, come Paolino delle Cascine, era un'anima in pena per grazia
di una donna, perché questi benedetti uomini, grandi e grossi, che sembrano a
vederli i padroni del mondo, basta toccarli con un dito sul cuore e si smontano
come le macchinette.
I coniugi Pardi
stavano una mattina facendo colazione, quando la donna di servizio consegnò
alla signora una lettera arrivata allora allora dalla posta.
Le lettere, lo
ricordiamo, da qualche tempo in qua erano diventate gli spauracchi del signor
Melchisedecco, il quale, sebbene, dopo la scena che abbiamo visto, non avesse
più motivo di lagnarsi di sua moglie, pure non poté nascondere un certo
cipiglio, intanto che Palmira dava un'occhiata alla soprascritta.
Ma questa volta
fu un cipiglio inutile. Palmira, spinta la lettera verso di lui, così come era
arrivata in tavola, gli disse:
«Leggi tu.»
Secco, un po'
mortificato d'essersi lasciato cogliere in diffidenza e in gelosia, crollò il
testone, alzò le spalle e mormorò, mentre ripuliva il piatto con una mollica di
pane:
«Che bisogno?»
«No, leggi. Dici
sempre che io sono la donna dei misteri....»
«Che cosa ho
detto?»
«Non è
necessario parlare. Apri, guarda dunque.»
«Se è per
capriccio tuo....»
Il buon Pardone
confuso e quasi commosso per questo straordinario attestato di confidenza, aprì
la lettera, che veniva da Milano, mentre cogli occhi buoni carezzava quella sua
cara traditora.
«È la signora
Pianelli che ti scrive» disse, dopo aver scorsa superficialmente la lettera.
«Oh!» fece
Palmira senza alzare gli occhi dal piatto con un tono di freddezza glaciale.
«Che cosa vuole la signora delle Cascine?»
«T'invita al suo
matrimonio per giovedì mattina.»
«Che onore!»
declamò Palmira, corrugando la fronte in uno sforzo come di concentrazione, che
ella procurò di nascondere con un altro sforzo dei muscoli, mentre cercava di
schiacciare nei palmi una noce contro un'altra.
«Se accetti,
dice che manderà la carrozza a prenderti mercoledì sera, perché tu possa
assistere alle presentazioni e a un piccolo trattenimento....»
«Anche la
carrozza! vuol proprio farmi morire d'invidia! Conosci tu il suo Paolino?»
«Non ho questo
bene.»
«Una pertica con
in cima un gran pomo d'Adamo.»
Palmira rise
ella per la prima d'una ilarità sfrenata ed eccessiva, sforzandosi di coprire
un altro movimento del cuore e seguitò:
«Per sposare di
questi lampioni non vale la spesa di andare fuori del dazio. Di lampioni è
pieno Milano.»
Secco rise lui
di gusto questa volta alla pittura del sor Paolino, e in cuor suo si consolò
d'essere qualche cosa di più d'un lampione. Lo spirito mordace e pittoresco di
Palmira aveva sempre avuto il merito di piacere al buon fabbricante di nastri,
sorto anche lui dal popolo, a cui piacciono i paragoni semplici e coloriti.
Confrontando in
mente la bella e pacifica signora Pianelli, che egli aveva conosciuto a
Cernobbio e alle feste del Circolo Monsù Travet, nella sua beata e
pacifica compostezza, colla sua faccia rotonda di bambocciona, a quest'altra
donnina magra e spiritosa, che rosicchiava davanti a lui un amaretto con una
delicata nervosità, il buon Pardone non poté a meno di fare anche lui il suo
paragone.
«Non basta»
pensò «che una donna sia bella e prosperosa come una gallina. La bellezza va e
viene e, in quanto a peso, vale di più un cannone. Ciò che dà vita e
illuminazione a una donna è lo spirito. Una donna senza spirito» seguitò nella
sua pigra fantasia di buon ambrosiano, «è come un caffè buono, ma freddo.»
Secco non
sarebbe stato capace di mettere in carta queste idee, ma le espresse cogli
occhi, con cui avvolse teneramente la sua cara traditora, soffiando il ridere
dalle ganasce gonfie, mentre ripensava al paragone della pertica con in cima un
pomo d'Adamo.
«Che ne dici,
dunque? debbo accettare?»
«Direi di sì. Se
t'invita è segno che ha gusto d'avere anche te.»
«Non ne ho
nessuna voglia» soggiunse Palmira, continuando a schiacciar noci, senza far
altro che tormentare la pelle delicata delle sue manine da contessa. Ma forse
aveva bisogno di quel tormento fisico per schiacciarvi dentro un pensiero più
duro e più aspro.
«Se non c'è
motivo, non bisogna mai disgustare la gente» raccomandò il buon negoziante,
rompendo con un colpo solo delle sue mani grassoccie e forti due belle noci,
che mise in venti frantumi sul piatto di Palmira.
«Non ho nemmeno
un vestito adatto» seguitò a dire Palmira, come se si compiacesse di porre
degli ostacoli ai propri passi.
«Per questo
siamo in un Milano....»
In questi
discorsi la colazione finì. Secco si alzò, accese una grossa pipa di ciliegio e
andò in fabbrica, in mezzo al movimento de' suoi duecento telai, che mandavano
un chiasso di cento pettegole. Quando l'uscio fu chiuso sull'onda sonora che
entrò a invadere il salotto, Palmira afferrò con furia la lettera rimasta aperta
sulla tavola, la scorse in furia con uno sguardo freddo e lucente, mordendosi
le labbra sottili, avvicinò le prime e le ultime parole di ogni riga, traendone
un senso che era sfuggito al suo segretario; si contorse quasi su se stessa
come una foglia secca, e mormorò qualche cosa, che andò a morire negli abissi
imperscrutabili della sua coscienza di donna vana e capricciosa.
Si alzò, accese
una sigaretta e, tolto dal caminetto un giornale di mode, andò a rannicchiarsi
in una poltroncina posta sotto la finestra che dà sul Naviglio, cogli occhi
apparentemente fissi alle belle signore del figurino, ma in realtà perduti in
una contemplazione lontana molto più bella e affascinante.
Dalla fabbrica
arrivava ancora fino a lei, per quanto smorzato, il continuo tric-trac,
che assordava, intontiva le orecchie e l'anima, e sul quale tesseva anch'essa
le sue giornate tutte d'un colore, trascinandosi dietro la vita lunga ed uguale
come un nastro ordinario, senza una emozione, tediata, piena, gonfia della sua
stessa fortuna di agiata borghese, sempre in lotta o colla tenera bontà di suo
marito, o colle tentazioni de' suoi pensieri.
Era più felice
forse quando lavorava di là, in fabbrica, e che poteva almeno sfogare l'umore,
tirando uno zoccolo nella schiena a qualcuno.
Per quanto non
invidiasse né il temperamento, né il «lasciatemi stare» di Beatrice, per quanto
non credesse alle sue massime di donna pacifica, doveva però confessare, con un
piccolo risentimento d'invidia, che quella bambocciona era più fortunata di
lei.
Anche un Paolino
qualunque, che abbia cavalli, carrozza, una stalla piena, tre o quattro cascine
popolate di oche e di galline, è qualche cosa di più allegro e di più vario che
il passare la vita in una vecchia e quasi lurida casa del Terraggio, colla
prospettiva del Naviglio melmoso, che manda su ogni sorta di malanni, nel
perpetuo stordimento di una fabbrica che fila nastri e noia, noia e nastri.
Quel che
rispondesse a Beatrice non si sa: sembra però che vincessero la tentazione, il
capriccio e la curiosità, perché il mercoledì, un'ora prima di sera, una
carrozza di tipo campagnuolo, a due cavalli, si arrestò davanti alla fabbrica
del signor Melchisedecco Pardi. Palmira partì sola alla volta delle Cascine.
Secco arrivò
appena a tempo per sporgere il capo dalla finestra dello studio e a gridare:
«I miei
complimenti; portami i confetti.»
La sera andò a
far la solita partita a tresette ai Tre Scanni ed ebbe un monte di carte
belle. In una mano sola accusò undici punti, e due volte di seguito i tre assi.
«Caro lei, lo
faccio arrestare» saltò su a dire il signor delegato Broglio, della vicina
Sezione di Sicurezza, che non mancava mai al solito tavolino. «Questo si chiama
rubare e non vincere. Faccio presto, sa: ho le mie guardie in via Lanzone e lo
butto in cella a passare la notte.»
«Allora sì,
povera signora Palmira...» disse il compagno che vinceva col fortunato mortale.
Secco rideva,
soffiando la contentezza dalle gote gonfie, e picchiando con tremendi colpi le
carte sul tappeto verde.
«Fortunato nel
giuoco, sfortunato in amore.»
«Tre assi...»
accusò per la terza volta il signor Pardi, chiudendo gli occhi e appoggiandosi
coi gomiti grassi alla tavola per ridere in equilibrio.
Il delegato, che
perdeva già la terza partita, mormorò:
«Tre assassini!»
e, volgendosi al ragazzo dell'osteria, gli disse: «Guarda se c'è un agente lì
di fuori....»
Il Pardi tornò a
casa più tardi e più caldo del solito. Entrò nell'andito buio al lume di un
cerino e prese le lettere, che trovò nella cassetta ai piedi della scala.
La donna di
servizio uscì col lume e, mormorata la buona notte, se ne andò, lasciandolo
solo nella deserta camera nuziale. Al di sotto della calda allegria che
suscitava il Valpolicella dei Tre Scanni, la vista di quel letto vuoto a
man sinistra destò uno strano sentimento o presentimento di malinconia, come se
Palmira non fosse andata per un giorno a divertirsi a uno sposalizio, ma gliela
avessero portata via morta.
Era anche questo
un effetto del bicchiere, che eccitava in quel buon uomo linfatico e grasso i
pensieri patetici, che fanno piangere, mentre gli altri ridono e cantano
volentieri quando li rischiara un po' di lumen luminis.
Fece passare
alcune lettere; buttò in disparte le solite fatture, gli avvisi commerciali, e
si fermò a contemplare una piccola busta, attratto da una scrittura grossa a
spina di pesce, che gli parve di riconoscere. Stando in piedi col cappello
tondo quasi sugli occhi, il sigaro spento in bocca e il bastone sotto il
braccio, ruppe la carta e lesse su un biglietto di visita del cavalier Lanzetti
le seguenti parole:
«Dimani scade la
nostra cambiale; non si potrebbe rinnovarla? Gli affari sono stagnanti, e m'è
mancato anche il baritono. Potrei intanto offrirle un palco per tutta la
stagione.»
E più sotto,
conficcato nel piccolo angolo rimasto libero:
«Per sua norma,
Altamura è a Milano già da una settimana. L'ho saputo soltanto ieri.»
Tornò a leggere
da capo: «Dimani scade la nostra cambiale, ecc..»
E più sotto:
«Per sua norma, Altamura...»
Gli occhi del
signor Pardi si sollevarono e andarono a guardare, senza fermarsi troppo, il
posto del letto a mano sinistra. Collocò il bastone sulla tavola, vi pose sopra
il cappello, e data una rapida e paurosa occhiata alla porta, tornò a leggere
la terza volta il biglietto, avvicinandolo più che poté alla fiamma della
candela. Lo buttò sulla tavola con una espressione di schifo. Era una trappola:
ci voleva poco a capirla.
L'egregio
cavalier Lanzetti — oggi sono cavalieri anche gl’impresari e i suggeritori —
avendo bisogno estremo che la cambiale fosse rinnovata, cercava di farsi dei
meriti, inventando un Altamura a Milano, mentre Altamura cantava a Madrid, e la
Gazzetta dei Teatri annunciava la sua prossima partenza per Montevideo.
«Un cantante che
fa la stagione a Madrid non passa da Milano per andare in America, caro signor
cavaliere dalle cambiali insolvibili. Sarà per un'altra volta. Io ti posso
regalare anche tre cambiali, ma non voglio che tu mi creda così gambero da
bevere... da ritenere che il signor Altamura è a Milano già da una
settimana....»
Il Pardi rideva
con sé stesso, movendo tre o quattro passi nella stanza, fermandosi a rimirare
con attonita attenzione la gamba di una sedia, stringendo nelle dita in un
fascetto solo i peli dei baffi e del piccolo pizzo di barba; poi girava sui
tacchi, dava un'altra occhiata di volo al letto...
Palmira non era
quasi mai uscita di casa tutto quel tempo. Da qualche mese in qua si mostrava
docile, discreta, savia, tollerante. Lettere non ne riceveva più, e nemmeno
giornali, dopo la gran burrasca di quel giorno che l'aveva còlta sulla porta
della Posta. Essa non voleva nemmeno andare alle Cascine, al matrimonio della
signora Pianelli, per non fare la spesa di un vestito nuovo: era stato lui a
cacciarla via, perché prendesse una boccata d'aria, povera diavola...
Stava ancora
concludendo il suo ragionamento che già la mano aveva aperto, operando per
conto suo, un cassettone, in alto, dove Palmira teneva i fazzoletti, le gioie
d'uso, le lettere, il borsellino. Quando si accorse di commettere una stupida
ed inutile indiscrezione, spinse e chiuse con violenza, intascando sbadatamente
la chiave.
Non era il caso
di credere che prima di andare alle Cascine, Palmira avesse a incontrarsi
con... qualcuno.
Impossibile.
Come poteva sapere questo qualcuno che il matrimonio della signora Pianelli era
fissato pel giovedì mattina, e che il signor Paolino avrebbe mandata la
carrozza a prendere Palmira il mercoledì?
Ad ogni modo
bisognava sempre supporre che Altamura fosse a Milano, mentre la Gazzetta
dei Teatri dava per certo che egli aveva accettata una scrittura per
l'America del Sud, dove i mariti non fanno complimenti e piantano fior di
coltelli nel cuore ai Trovatori.
Che diavolo gli
passava mai per il capo? Ecco in qual maniera un uomo può esser felice per tre
assi a tresette, e cinque minuti dopo diventare il più disperato degli uomini
per l'ombra di un'idea. Frugando nelle tasche della giacca, per una morbosa
inquietudine e quasi curiosità delle mani, vi trovò una chiavetta. Da qual
parte questa chiave? Non si ricordava già più.
Stette a
guardarla con grossi sopracigli, finché gli venne in mente ch'era la chiave del
cassettone. Aprì di nuovo il cassetto in alto, cercò, frugò, trovò una lettera,
corse presso la candela. Era la lettera della signora Beatrice ch'egli aveva
aperta e letta a Palmira, un gentile invito e non altro, a meno di credere che
anche Altamura fosse stato invitato alle Cascine...
Ma se Altamura
non era a Milano, non poteva essere nemmeno alle Cascine. Se era in America,
non poteva essere in Italia. È vero che per poter dire che un uomo canta in
America bisognerebbe essere là a sentirlo, ma d'altra parte, per credere la
metà di quel che gli passava per il capo, bisognerebbe ammettere che l'uomo è
una bestia feroce, e la donna la madre delle bestie feroci, che il mondo è una
tana di tradimenti, che non c'è più né legge, né fede, e che gli assassini di
strada sono i più galantuomini, perché almeno mettono a rischio la pelle.
In queste
riflessioni spasmodiche, colle quali il povero geloso procurava di assopire i
suoi sospetti, cominciò a svestirsi. Si levò la giacca, che appese al solito
chiodo, e caricò l'orologio.
Portò l'orologio
all'orecchio per sentirne i battiti: lanciò uno sguardo disperato all'altra
parte del letto. Era mezzanotte. Palmira doveva essere arrivata da cinque ore
almeno alle Cascine. Finite le presentazioni e il trattamento dell'acqua dolce,
a quest'ora forse dormiva insieme alla sposa...
Coll'orologio in
mano, cogli occhi fissi al quadrante, col panciotto slacciato sul petto, il
Pardi seguiva ansiosamente il movimento quasi invisibile dell'indice, come un
dottore che conta i battiti di un moribondo. Se fosse stato sicuro di poter
trovare il Lanzetti al Biffi, dove andava di solito, sarebbe uscito a cercarlo.
Non era ancora
deciso se uscir di casa, o se buttarsi a dormire in santa pace, che, rimessa la
giacca e col cappello sugli occhi, passava in fabbrica a far qualche cosa per
ingannare il tempo. Non si dorme con un ferro rovente che t'infila il cuore.
Entrato nel vasto camerone, dove stavano schierati in due grossi corpi i suoi
duecento telai con una stretta corsìa nel mezzo, ombre grandi e grottesche
svolazzarono su per i muri al passare della candela.
A mezzo della
corsìa, che metteva al bugigattolo dello studio, si fermò, e, premendo
coll'unghia l'orlo e le croste della candela, tornò a rifare il suo
ragionamento, mescolandovi ancora la geografia, la Gazzetta dei Teatri e
la probabilità che il mondo sia una tana di ladri e di assassini. La testa,
ridiventando pesante, piombava di nuovo sul petto, e nell'ombra della notte,
nella fredda e livida compagine de' suoi duecento telai che l'avviluppavano
come in una rete dura di ferro e di nodi scorsoi, un'accusa cupa e solenne,
sviluppandosi dal fondo più cieco della sua vita, saliva con un gran turbamento
del sangue fino alla sede del pensiero. Che fossero già d'accordo? Che si
trovassero già abbracciati in un sicuro nascondiglio? Si può diventare
ubbriachi pel sangue che va alla testa.
L'alba trovò il
signor Pardi curvo sui mastri e sul libro campionario, assopito, più che
addormentato, in una dolorosa stanchezza, col corpo mezzo intirizzito dal
fresco delle ore mattutine. Alzò la testa. Se avesse potuto guardarsi in uno
specchio e vedere il colorito scialbo, i capelli duri e arruffati, l'occhio
cinericcio e spento, avrebbe creduto d'essere molto malato.
Tuttavia la luce
chiara e onesta del sole che entrava rubicondo per le sei grandi finestre,
sbattendo sui congegni bruniti dei cilindri e dei pettini, dissipò molti dei
fantasmi che lo avevano assalito la notte. Rilesse ancora una volta il
biglietto del cavalier Lanzetti, cercò e ritrovò nel cassetto segreto della
scrivania la raccolta della Gazzetta dei Teatri, ch'egli leggeva
attentamente dal marzo in poi, interessandosi al movimento di tutto il
personale mimico-lirico-danzante del paese, e ritrovò
facilmente una notizia, già segnata con matita rossa, che diceva:
«Il celebre
Altamura accettò per l'agosto un lauto impegno al teatro dell'Opera di
Montevideo, dove l'esimio artista ha lasciato indimenticabili impressioni
nell'intelligente colonia dei nostri connazionali. Auguriamo al nostro illustre
amico larga messe di allori e di pesetas.»
«Anch'io»
mormorò il Pardi, associandosi di cuore all'augurio. «Ecco la prova stampata
della bugia che farò scontare al cento per cento al signor Lanzetti.»
Intascò il
giornale, accese il sigaro, che gli teneva alla mattina il posto del caffè
nero, e, mentre le operaie cominciavano a entrare in fabbrica, uscì
coll'intenzione di trovare in qualche buco l'impresario e di farsi spiegare
l'intreccio di quest'opera buffa.
Non erano ancora
sonate le sette, quando, venendo per la via stretta di San Simone, nella
corrente rumorosa dei muratori e degli operai, che ogni mattina inondano
Milano, sbucò nel largo crocevia del Carrobio, già vivo e agitato come deve
essere il cuore di una città grande piena di affari e di interessi, che non ha
troppo tempo per dormire.
Sapeva che i
Pianelli abitavano in Carrobio, anzi si ricordò d'aver veduto Palmira uscire da
una porta presso il droghiere, quel giorno che i coniugi Pardi s'erano trovati
col tempo in burrasca, seduti, l'uno in faccia all'altra, nel medesimo tramvai.
I piedi, che non
sempre ragionano male come il cervello procura di far credere, ve lo portarono
diritto.
«Abitano qui i
signori Pianelli?» chiese al portinaio.
«Abitavano»
rispose il Berretta, tenendo sollevata una scopa in mano come un campanello.
«Però c'è la signora Beatrice. In quanto al signor Cesarino, saprà bene
che....»
«La signora è in
campagna?»
«Oggi è a
Milano. È arrivata ieri a prendere la figliuola che deve fare gli esami.»
«Ieri, va bene:
ed è partita» seguitò a dire il Pardi, sforzandosi di correggere gli spropositi
di fatto che diceva il sarto.
«No, no, è a
Milano» confermò il Berretta. «Ha qui ancora quasi tutta la roba.»
«Che c'entra?
deve sposarsi stamattina.»
«Ah... io non
so.»
«Insomma, c'è o
non c'è?»
«Chi?» domandò
il Berretta, che si lasciava stordire per poco, sollevando gli occhi in faccia
a questo signore grasso, che pareva in collera.
«Avete detto che
la signora Pianelli è a Milano» riprese a dire il signor Pardi colla pazienza
di un professore, che torna a spiegare un problema astruso.
«Sì, diavolo! le
ho portata ieri sera l'acqua per lavarsi la faccia.»
«Fate il piacere
di andar su e ditele...» il Pardi pescò nel taschino del panciotto quei cinque
soldi che occorrono per far correre un uomo «ditele che c'è un signore che
desidera parlar con lei subito subito.»
«Vado in un
momento.»
Secco si lasciò
cadere coll'abbandono pesante dell'uomo stanco su di una sedia e si appoggiò al
tavolo, in mezzo ai ritagli e alle filaccie, nella luce miope e sonnolenta che
mandano a Milano le finestre dei portinai, senza pensar nulla di preciso, ma
ripetendo solo con una espressione sforzata e quasi di sprezzo: f«are gli
esami!» frase che, caduta come un ciottoletto negli addentellati dei suoi
discorsi interni, urtava e guastava il meccanismo del raziocinio.
Il Berretta
tornò a dire che la signora Beatrice, dovendo uscire per alcune spese, sarebbe
venuta dabbasso tra cinque minuti.
Il Pardi non
rispose, e dopo aver guardato il portinaio con un'aria di compatimento, come se
il Berretta non sapesse quel che veniva a contare, si raccolse, si appoggiò
colle braccia sui ginocchi e procurò di non pensar più nulla, finché non fosse
uscita questa signora Beatrice. Avesse dovuto aspettare non cinque minuti, ma
cinquanta secoli, non sarebbe uscito di lì senza aver parlato coll'amabile
sposina.
Il portinaio
venne a contare delle storie in cui entrava ancora Cesarino, il solaio, la
trave, la mano... che so io? tutte parole che non arrivavano fino alle orecchie
di quell'uomo immerso fino ai capelli in una profonda oscurità, e che sentiva
sé stesso come un sacco imbottito di stoppa.
Di fuori il
Carrobio mandava i suoi gridi, i suoi strepiti, i suoi rombi di carri pesanti,
accalorandosi nella vita crescente della giornata. Dalla porta entravano e
uscivano uomini, donne, ragazzi. Chi consegnò una chiave, chi ritirò una
lettera, una donnicciuola in cuffia si lamentò del gatto, che andava sempre
davanti al suo uscio... che era una sporcizia. Un fornaio lasciò tre panini sul
tavolo del sarto e se ne andò urtando nei vetri col cavagno.
Nella corte
strideva a brevi intervalli il manubrio della pompa, con un tonfo di roba
pesante; risonavano voci di donne, piagnistei di bambini... Tutti questi
particolari, occuparono, distrassero un momento la sua attenzione durante il
buon quarto d'ora che la signora Pianelli si fece aspettare. Erano sottili
ricami sopra un fondaccio senza colore. La vita esterna arrivava onda morta
fino al suo capo, ma non aveva la forza d'entrarvi.
Se avessero
gridato al fuoco, se la casa fosse crollata alle sue spalle, il signor Pardi
non si sarebbe mosso di lì prima d'aver veduto e parlato colla signora
Pianelli. Se essa era arrivata il giorno prima a Milano, come poteva aver
invitato Palmira a prender parte alle presentazioni di famiglia? Che il
matrimonio fosse andato a monte?
«È qui» disse
finalmente il Berretta, che stava in sentinella per farsi vedere degno dei suoi
cinque soldi.
Il Pardi si alzò
di scatto e corse a incontrarla ai piedi della scala. Lo spingeva un'ultima
speranza: che non fosse lei. Beatrice Pianelli, pallida, un po' abbattuta in
viso, scendeva col suo passo tranquillo, tenendo raccolto un lembo del vestito.
«È lei?» esclamò
colla sua voce chiara e armoniosa. «Se mi avesse detto il nome... Mi rincresce
di averla fatta aspettare.»
Pardi salì un
gradino e le si collocò davanti col pugno stretto, come se si preparasse a una
lotta, tremando visibilmente in tutto il corpo, e pure sforzandosi di mostrarsi
educato e gentile in mezzo agli aculei della sua sofferenza.
«Scusi:
Palmira....»
«Che cosa?»
«Non è qui?»
«No» rispose
Beatrice con candore.
«Non è oggi il
giorno che lei deve sposarsi?»
«No» essa tornò
a dire con semplicità, con una nota cantata.
«Ma allora....»
Si dominò. Voltò
la testa indietro verso la corte per dar tempo al respiro, alzò una mano mezza
chiusa, come se volesse continuare un'argomentazione impossibile.
«Difatti il
matrimonio si doveva fare in agosto, e se era possibile anche in fin di luglio.
Ma non fu possibile, perché c'è un articolo di legge che lo impedisce.»
«Ah! un articolo
di legge...» ridisse il Pardi adoperando la frase già fatta, tanto per dire
qualche cosa, e per tenere avviato il discorso, per non lasciarla scappare
quella donna, volendo sapere da lei il resto, e non trovando in tutto il suo
vocabolario, in quel momento, due altre parole per tirare innanzi la
conversazione.
«Scusi..., lei
non ha scritto la settimana scorsa a Palmira una lettera?»
«No.»
«Ma sì!» gridò
il Pardi, agitando e allungando la mano verso Beatrice. «Non si ricorda più.»
«Che lettera?»
«L'ho vista,
l'ho letta io... una lettera....»
Beatrice
raccolse il pensiero a riflettere.
«Una lettera con
cui lei invitava Palmira alle Cascine ad assistere al suo matrimonio per
stamattina.»
«Non è
possibile, caro lei.»
«Ah! non è
possibile?»
Secco, come se
le forze lo abbandonassero del tutto, discese all'indietro il gradino e piombò
sulle gambe, alzando le braccia grosse, congiungendo i due pugni collo sforzo
di chi si attacca a una gronda e fa leva sui muscoli per non cadere
dall'altezza di un tetto.
Beatrice, non
ancora vicina all'idea che dava al signor Pardi un'aria così stravolta, lo
interrogò cogli occhi curiosi. Non era possibile ch'ella avesse invitato
Palmira, l'amabile, la maligna, l'invidiosa Palmira, a una festa di famiglia.
«Però» prese a
dire il Pardi con l'affanno di chi ha lo stomaco rotto dalla nausea, «però ella
ha mandato una carrozza a prenderla....»
«Quando?»
«Ieri, ieri
sera. Oh, per Dio, l'ho vista io....»
Il Pardi
s'infuriò contro quella stupida donna, che non capiva nulla, e che stava ad
osservarlo con gli occhi d'una bambola.
Beatrice
s'impaurì, entrò nell'idea, capì che Palmira ne aveva fatta una delle sue,
divenne smorta, balbettò qualche parola a fior di labbra, e finì col dire:
«Scusi, io non
so proprio niente....»
«Mi perdoni...»
disse il Pardi, allentando a poco a poco le braccia e chinando la testa sul
petto, piegando il collo robusto e le larghe spalle al peso enorme che scendeva
lentamente a comprimerlo. «Mi perdoni...» balbettò.
Colla mano
irritata tastò qua e là sul corpo, finché trovò la tasca del fazzoletto, lo
strappò fuori, lo strinse nel pugno come un cencio, lo compresse due volte
nell'angolo degli occhi, schiacciandolo poi sulla bocca quasi per strozzarvi un
grido, e, tirandosi ancora un passo indietro per lasciar passare Beatrice,
tornò a dire:
«Mi scusi
tanto....»
Beatrice discese
gli ultimi gradini, e nel passar davanti a quell'uomo, che pareva fulminato, lo
guardò con un senso di sincera e paurosa compassione. Avrebbe voluto salvare
Palmira o la buona fede di suo marito. Ma per la seconda volta in poche ore si
vergognò della sua povertà di spirito. Si sentì incapace, troppo ignorante
delle battaglie della vita. Fece un piccolo saluto colla testa, scappò più che
non uscisse sulla strada, e col cuore pieno di dolori e di spaventi si mescolò
al vivo movimento della città, che copre col suo frastuono le piccole e le
grandi tragedie degli uomini.
Arabella
l'accompagnava in silenzio. Il cuore della fanciulla, ancora pieno delle brutte
visioni della notte, non pigliava parte alla vita esteriore della città, che
essa traversò come un'ombra sdegnosa e corrucciata. Il matrimonio della mamma,
quel dover accettare, tacendo, un destino così contrario alle sue previsioni,
e, oltre a questo, un senso confuso, dirò così, di gelosia che nasceva in lei
col pensiero del suo povero papà, misto a un altro senso di ripugnanza e di
antipatia per un uomo che doveva benedire come un benefattore, tutto ciò la
rendeva triste d'una malinconia taciturna e irritata, che rendeva alla sua
volta taciturna e irritata la mamma. Non si scambiarono quattro parole, cammin
facendo: e tra una parola e l'altra ciascuna passò una fitta matassa di
pensieri, che si attaccavano al passato e all'avvenire, ai vivi e ai morti, che
sono la storia sacra dell'anima nostra. Una volta sola la ragazza uscì a dire
improvvisamente, come conclusione di una riflessione compiutasi nella sua
testa:
«Di', mamma, se
tu sposi il signor Paolino, non potrei io restare collo zio Demetrio?»
La mamma non
rispose nulla, ma di lì a un poco le si gonfiarono di lagrime gli occhi.
Giunsero così al
cimitero. Arabella, già pratica del sito, ritrovò subito il piccolo monumento.
Mentre la mamma, inginocchiata sulla terra sabbiosa del viale, sfogava il suo
pianto nelle mani giunte, Arabella perdevasi lontano cogli occhi verso un cielo
lontano, che andava coprendosi di nuvoloni bianchi di temporale. Il soffio
fresco che mandavano quelle nuvole dissipò a poco a poco come dolce lavacro
quell'ultima nebbia di sogni cattivi che era negli occhi, e la compassione
amorevole, la compassione che scalda il cuore e che fonde tutto, la trasse più
vicina alla sua mamma, che poco fa aveva conturbata colle sue parole. Pensò che
la poverina non sapeva ancora com'era morto il papà e perché avesse voluto
morire così: e in questa sua coscienza sentì su quella donna inginocchiata a'
suoi piedi una superiorità morale, quasi una forza fisica di consolarla, di
dominarla. Si accostò, le prese la testa tra le mani, la baciò sui capelli, col
fazzolettino aiutò ad asciugare le molte lagrime che le bagnavano il viso, ma
senza piangere essa, senza parlare. E rimase così un quarto d'ora, nel
silenzioso e lento abbandono del dolore che non pensa, nell'aspro ed energico
godimento della vita che soffre.
Si mossero più
consolate e più in pace. Nell'uscire, quando furono sul ponticello che traversa
il canale, un uomo mal vestito, consunto dalla miseria, stese il cappello,
supplicando con una nenia, in cui le parole si spezzavano come singhiozzi. Sui
piedi trascinava due scarpe non sue, color della polvere, rigide nelle rughe e
nelle infossature, sulle quali cascavano a brandelli certi calzoni flosci, mal
sostenuti da un corpo sconnesso e febbricitante. Era il maestro Bonfanti.
Un'altra
malattia gli aveva dato l'ultimo colpo. Tocco da paralisi nelle dita e nella
lingua, egli non poteva più né sonare, né cantare, e tanto per trascinarsi vivo
alla sepoltura, stendeva il cappello ai passanti, sulla porta dei cimiteri,
scrollando la sua febbre intermittente, sonnecchiando tra un'Avemaria e l'altra
sulle sue artistiche reminiscenze. A quell'uomo, che aveva sempre tenuta alta
la bandiera del classicismo, discepolo del Pollini, quasi amico del Thalberg,
non restava nemmeno la forza di lamentarsi, e la figura stessa andava ogni
giorno scomparendo nel pelo selvatico della barba e nella sordidezza della
povertà.
Arabella si
attaccò stretta stretta al braccio della mamma, quando riconobbe nel vecchio
pezzente il suo buon maestro di pianoforte, e le parve che il cuore le cascasse
nel petto. Il Bonfanti andava raccontando a furia di singhiozzi la sua dolorosa
storia, agitando colla mano paralizzata il cappello, come se lo sventolasse per
l'allegria. Gli buttarono una moneta d'argento, lo salutarono colla mano, e
partirono in fretta.
Tornarono in
città a braccetto, sempre in silenzio, ma non più in collera come prima.
Purtroppo di miseria ce n'è per tutti, e chi si lamenta della sua fa torto un
poco a quella degli altri.
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