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La notizia
dell'atroce fatto del Ponte dei Fabbri corse la città quel giorno stesso che
Demetrio Pianelli preparavasi a partire per la sua nuova residenza; ma non
arrivò fino al di sopra dei tetti. Quel dì Demetrio ebbe molto da fare.
Aggiustò i conti col padrone di casa, al quale lasciò il letto e il cassettone
in pagamento: a Giovann dell’Orghen regalò le gabbie e qualche vecchio
paio di scarpe: il resto diede a uno stracciaiuolo. Per sé riempì una cassetta
e una valigia. La giornata passò come un sogno in queste molteplici occupazioni
e venne l'ora del pranzo, che non aveva ancora inghiottito una goccia d'acqua.
Mandò Giovann
dell’Orghen a comperare del pane, del salame cotto e un fiaschetto di vino,
e sedettero tutti e tre — il terzo era Giovedì, — l'uno sulla cassa, l'altro
sulla valigia, il cane in terra nel mezzo della stanza spoglia, a celebrare
l'ultima cena. La compagnia non guastava la malinconia de’ suoi pensieri,
perché il sordo non l'obbligava a parlare e il cane non l'obbligava a stare
attento. Si trovava così solo senz'essere isolato.
Finito il
pranzo, mandò Giovann dell’Orghen a portare una lettera a Beatrice, da
consegnare al signor Paolino delle Cascine e rimase una mezz'ora a contemplare,
per l'ultima volta, col cuore ammalinconito, ma non triste, la stesa dei tetti,
già rosseggianti nel sole di tramonto, disseminati in cento strutture intorno
all'antico campanile delle Ore, coi fumaioli dalle mille bocche aperte, cogli
abbaini, le altane verdeggianti, che era insomma da molti anni il mondo delle
sue solitarie escursioni, quando dalla finestra correva cogli occhi lungo le
gronde, dentro i soffitti, tra le buie armature dei tetti...
Dunque, addio
tegole, addio abbaini, addio campanile delle Ore, addio vecchio duomo di
Milano, che più si guarda e più diventa bello, più diventa grande, come se
ognuno vi aggiungesse per frangia i suoi pensieri migliori. Addio, Milano,
città più buona che cattiva, che dà volentieri da mangiare a chi lavora, ma
dove, come in ogni altro paese del mondo, chi non sa fingere non sa regnare.
Mezz'ora dopo
egli era alla stazione.
In un angolo
della sala d'aspetto, seduto sulla sua valigia, attende senza impazienza che
aprano lo sportello di terza classe della linea di Genova. La stazione va gradatamente
rischiarandosi della luce bianca che mandano i rari fanali elettrici, mentre
nel cielo, dietro le piante della circonvallazione, resiste ancora come un
braciere ardente l'ultimo raggio del crepuscolo.
Non è una
partenza allegra, ma non può dire nemmeno di sentirsi turbato e rotto il cuore
come supponeva. C'è nelle stesse sofferenze un limite, oltre il quale non si
sente o non si capisce più nulla, ma sottentra quasi l'abitudine al dolore, da
cui si va, a seconda dei casi, o verso l'indifferenza, o verso la
rassegnazione. Demetrio, ascoltando il suo cuore, si sentiva più vicino a
questa che a quella.
Qualche cosa di
dolce era stillato nella sua vita, e scendeva, sottilissimo filo di
consolazione, in mezzo alle vecchie amarezze della sua esistenza. Se si
sforzava di rintracciare da qual vena misteriosa scaturisse in lui questa
goccia soavissima e fresca di ristoro, gli pareva di ricordarsi d'averla
sentita fluire dalla fronte quel momento che Beatrice, tornando verso di lui,
aveva collocato la mano sul suo capo.
Quell'atto di
pietà, quella mano leggera, ferma un mezzo minuto sul capo di un uomo malato,
aveva guarito molti mali. Beatrice certo non immaginava il bene che gli aveva
fatto. È la forza della pietà e della carità che provoca i miracoli, che dice
al paralitico: Prendi il tuo letticciuolo e cammina; al povero Lazzaro: Sorgi
dalla tua fossa. Ebbene, vecchio e tribolato Demetrio Pianelli dalle scarpe
rotte (notò che veramente le sue scarpe non erano in molto buon arnese), tu non
sei forse l'ultimo degli scribacchini del regno d'Italia. Sua Eccellenza non lo
saprà mai e non ti farà cavaliere per questo, ma tu hai fatto piangere sulla
tua disgrazia gli occhi di una bella creatura; hai saputo far vibrare il suo
cuore e schiudere quanto di più tenero e di più delicato v'era in lei. O
Demetrio o Matteo o Carlambrogio, chi sa che tu non sia passato inutilmente
nella vita di questa donna?
Eran questi
all'ingrosso i concetti fondamentali di quella convinzione, che lo rendeva
docile e rassegnato al suo destino: e vi si sprofondò tanto col capo, che non
vide Arabella, se non quando la ragazzetta gli pose la mano sulla spalla.
Dietro di lei, trascinando un paio di scarpe non sue, Giovann dell’Orghen
si fermò a far riverenza al sor Demetrio che andava a vedere il mare. Il più
felice degli uomini avea indosso, non ancora ben distesi dal sole, gli abiti
del povero Cesarino.
«Come hai saputo
che partivo stasera?»
«La mamma,
quando son tornata dagli esami, mi ha detto: «Sai? lo zio Demetrio va via.»
«Dove va?» chiesi naturalmente. «È stato traslocato in un altro ufficio dal
governo.» «E non mi ha detto niente? Non ti credo. A me l'avrebbe detto, in un
orecchio, ma l'avrebbe detto.» Se la mamma avesse voluto accompagnarmi, venivo
subito a trovarla, e non l'avrei lasciato partire. Mi son fatta accompagnare
sul tardi dal Berretta. Non era già più in casa. Allora ho pregato Giovann
dell’Orghen di accompagnarmi alla stazione. È proprio vero? Lei va via,
così senza dir nulla?...»
Arabella, un
poco affannata per la corsa fatta, parlava con un'eccitazione più di dispetto
che di rammarico.
«Che ti può fare
adesso lo zio Demetrio? lascialo andar via» egli disse sorridendo.
«Lo so bene, lo
so bene..., basta!»
Arabella alzò
gli occhi sul quadrante dell'orologio e ve li tenne fissi come se facesse dei
conti sulle ore. Vestita dell'abitino nero che aveva indosso agli esami, con
scarpe a bottoni lucidi che le serravano delicatamente il collo del piede, con
in testa un tocco d'astrakan, da cui si svolgevano a onde i capelli chiari, la
bianchezza della sua carnagione spiccava in mezzo a tutto quel nero; gli occhi
profondi e intelligenti guardavano molto lontano, al di là delle cose, come
fanno tutti gli occhi che pensano.
«Lo so bene»
ripeté, seguitando l'idea che le passava davanti. «Non avrei creduto che
dovesse finire così. Povero papà!»
«La mamma lo fa
per il vostro bene» fu presto a dire Demetrio, che nella voce quasi severa
della fanciulla credette di intendere un'altra voce che si corrucciasse in lei.
Non mai Arabella
gli era parsa così somigliante al povero Cesarino come quella sera che la
rivedeva nell'abito elegante e nella luce bianca dei fanali. Il suo profilo
suscitò la memoria del giovinetto collegiale che un altro Demetrio bifolco
incontrava ai tempi della mamma Angiolina, quando, i piedi in due zoccoli di
legno e una forcona in ispalla, usciva dalla stalla dei buoi.
Giovann
dell’Orghen intanto, vestito degli abiti di un disertore, andava ramingando davanti a
tutti gli sportelli, guardando in terra, se mai la Provvidenza avesse lasciato
cadere un mozzicone di sigaro. Demetrio stava accostando nei suoi rapidi
confronti il passato al presente, i vivi ai morti, quando s'intese l'ululato di
Giovedì, che i guardiani chiudevano nello scompartimento riservato ai cani che
viaggiano.
Povero
Giovedì!.. non voleva distaccarsi dal suo padrone.
Arabella, che
aveva sognato nella notte il verso del cane, ebbe un brivido in tutta la
persona. Tratta dalla successione delle idee, soggiunse:
«Stamane la
mamma mi ha dimandato se io sapevo com’era morto il mio povero papà. Essa non
sa ancora tutta la verità....»
«Risparmiatele
questo dolore... E in quanto a te, Arabella, abbi pazienza. Vedrai che ti
troverai bene alle Cascine. Paolino è buono e sarà per voi un secondo padre. Ci
sono delle necessità, figliuola mia, ci sono delle necessità, credi a me,
innanzi alle quali è religione chinare la testa.»
«Lo so, povero
zio!» esclamò con pieno abbandono la ragazza, alzando il braccio sul collo di
Demetrio, che sedeva più basso.
Colla maniera
con cui circondò il collo e con cui gli prese la mano, gli fece capire ch'essa
non aveva bisogno d'altri commenti, e che sapeva tutto. Le anime semplici sono
anche le più trasparenti. Essa tornò a sollevare gli occhi lucenti al quadrante
dell'orologio, mentre Demetrio abbassava i suoi sulle rughe delle sue vecchie
scarpe. Stettero così forse un minuto, senza parlare, durante il quale
risonarono ancora le lamentele di Giovedì chiuso in gabbia. S'intesero così
senza parlare, stringendosi tratto tratto la mano con un battito di tenerezza.
Arabella dopo un
po' di tempo, nel consegnare allo zio una busta che pareva una lettera, riprese
a dire:
«La mamma la
prega d'accettarlo per sua memoria. È il suo ritratto.»
«Ringraziala»
balbettò lo zio, senza alzare gli occhi.
Arabella disse
di sì con un colpo delle palpebre. Durante il tempo che lo zio Demetrio stette
allo sportello a comperare il biglietto, essa sedette sulla valigia,
abbandonando le mani sulle ginocchia, assorta in una grande quantità di cose,
che non avevano ordine, ma che la trascinavano colla forza di una corrente, di
cui sentiva nella testa il frastuono.
La stazione era
andata di mano in mano popolandosi di gente che si aggirava frettolosa nella
luce scialba e biancastra che pioveva dai globi, in mezzo al sordo rotolìo
delle carriole che menavano i bauli e alle voci sonore e imperiose che
annunciavano le partenze. I treni in arrivo fischianti e rumoreggianti sotto la
tettoia, il picchiar dei ferri, il suono delle catene, il bisbiglio, lo
scalpiccìo di tante persone mosse e sospinte anch'esse da pensieri, da voglie,
da inquietudini proprie, o dalla forza delle cose, tutto ciò bastò a distrarre
Arabella dai pensieri indeterminati, misti di presentimenti e di risentimenti, coi
quali essa cominciava troppo presto la storia della sua giovinezza. Guai se gli
occhi avessero la vista del futuro! A distrarla tornò indietro lo zio Demetrio,
che colla piccola ombrella sotto il braccio e il biglietto in mano le fece
capire ch'era giunta l'ora d'andarsene.
Giovann
dell’Orghen prese la valigia e si avviò verso la scala d'ingresso. Arabella si attaccò
al braccio dello zio e lo accompagnò fin sulla soglia. Era pallidissima, ma non
piangeva per non conturbare con lagrime inutili la malinconia del viaggiatore.
Questi, col corpo in preda a piccole scosse, colle rughe del volto tese a uno
sforzo supremo, disse ancora qualche cosa colla mano, mosse le labbra a un
discorso che non volle uscire, e lì sulla soglia, sotto gli occhi del
controllore, baciò sulla fronte Arabella, mettendole la mano sulla testa, come
aveva fatto la sua mamma con lui. E si divisero senza piangere.
Demetrio, quando
si trovò solo nel suo scompartimento di terza classe, immerso nella poca luce
d'un torbido lampadino giallognolo, poté abbandonarsi interamente, con minor
soggezione di sé stesso, alla piena dei varii pensieri, che in quell'epilogo
della sua oscura tragedia uscivano da cento parti a invadere l'anima.
Sentendosi la
testa calda come un fornello, quando il treno cominciò a muoversi nella
crescente oscurità della sera, appoggiò la faccia al finestrino e stette a
bevere l'aria con le labbra aperte, cogli occhi fissi a un cielo non ancora
chiuso del tutto agli ultimi respiri del crepuscolo.
Passando sul
cavalcavia del vecchio Lazzaretto, da dove la città si apre ancora alla vista
del viaggiatore in tutta l'ampiezza del corso, co’ suoi bianchi edifici, — e
già splendevano di lumi case e botteghe — la salutò con un sospiro. Poi il
treno, affrettando la corsa, cominciò a battere la bassa campagna nelle umide e
fitte tenebre della notte, assecondando colle sorde scosse il correre
tumultuoso dei pensieri.
Non era una
campagna ignota, anzi erano gli stessi prati suoi, dov'era nato, dov'era
cresciuto ragazzo. Oltre il quarto o il quinto casello cominciò a riconoscere
anche al buio i vecchi fondi di casa Pianelli, e più in là San Donato, e tra
una macchia bruna di pioppi il fabbricato chiatto e lungo del cascinale, da
dove una volta un Demetrio bifolco usciva coi piedi negli zoccoli e coi calzoni
rimboccati fino al ginocchio. In una bassura, nascosta da un muro sormontato da
un tettuccio a triangolo, riposava da venticinque anni una donna, una povera
donna, che inutilmente anch'essa aveva lavorato per il bene de' suoi. «Ciao,
mamma...» disse una voce, che un Demetrio irritato e sordo non volle
ascoltare. Un tratto ancora e il treno avrebbe rasentato uno stagno, all'orlo
del quale appare la stupenda abbazia di Chiaravalle: ed eccola infatti uscire
quasi dall'acqua livida, a venir addosso nella sua nera e solenne costruzione,
colla stupenda macchina del campanile impressa come un'ombra sull'aria oscura;
e più in qua, segnato da alcuni lumi rossicci, il solido edificio delle
Cascine, la reggia del signor Paolino. A quella chiesa quante volte aveva
accompagnato la sua mamma nei tempi che meno si pensava alle miserie del mondo!
C'erano, in
quell'antico convent o degli angoli così tiepidi e santi, con certe figure
lunghe e patetiche su per i muri: c'erano dei corridoi così lunghi con cento
cellette che davano sul verde luminoso delle praterie: c'era insomma in quella
vecchia badia del medio evo un tal senso di riposo, che solo a pensarci il
cuore se ne immalinconiva. Peccato non esserci vissuto trecent'anni prima!
peccato non esserci due braccia sotto terra.
In quella chiesa
Beatrice avrebbe detto il suo sì un'altra volta. Ributtato da questi
pensieri, Demetrio si ritrasse dal finestrino, appoggiò la testa nell'angolo
delle due pareti di legno, chiuse gli occhi come se si atteggiasse a dormire; e
mentre il treno lo portava via sbattacchiandolo, una canzone ancora in fondo al
cuore sussurrò in tono quasi di canzonatura «T-o-to...
finito.»
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