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3 - LA PRINCIPESSA DI PIMPIRIMPARA
Ah! bene. L'uscio non avèa cricchiato. Io lo aprìi soavemente e, sulla
punta de' piedi entrài nella càmera ratenendo il respiro e facendo, colla mano,
intoppo tra il lume e il viso del mio fratellinuccio, di quel caro bottone di
rosa che, tranquillo, là, nel suo lettino càndido, dormiva semiaperte le
labbra. Come i mièi stivaletti sbrisciàvano sul lùcido pavimento della sala, il
pèndolo avèa scattato e, dopo un breve e sordo ràntolo, con voce argentina
sonava. Le tre! Quale straora per uno sbarbatello! Ve l'assicuro, in vita mia
non m'era peranco occorso vedere che faccia mai mostrasse il mondo in sìmile
freddo punto, in cui, nelle lunghe silenziose vie, le làmpade s'illùminano solo
reciprocamente - tant'è vero che, nel rasentare l'ampio specchio della sala,
gricciolài scontràndovi una figura e, con inquietùdine, guardài se, proprio io,
dovèa èssere quel giovinetto pàllido che con un candeliere veniva verso di
mè... in grigio sopràbito... calzoni neri... guantato e cravattato di bianco,
il cilindro su'n occhio. Il cilindro! In quella stessa giornata me l'avèvano
imposto: fu una delle prime càuse della sua memorabilità.
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