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Carlo Dossi
L’altrieri

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  • L’ALTRIERI NERO SU BIANCO
    • 4 - IL COME
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4 - IL COME

 

Io mi sedeva giusto a tavolino fra le dòdici e un'ora, non so se istroppiando i mièi pensieri entro un sonetto o imbrodolàndoveli di aggettivi, quando mamma, avanzàtasi cheta cheta nella stanza depose davanti a un... chissà-mài... incartato di azzurro.

Io levài la testa. Ella sorrise: Èccolo. -

Al papa i versi! Gettài la matita e, d'una mano febrile, tolsi dalla cappelliera un cilindro incamiciato di carta finissima, svolta la quale, scoprìi un cappello, nero come inchiostro di China, lùcido più di un bicchiere molato. Calcàndomelo in capo corsi al mio consigliere di vetro, lo interrogài...

Uuh! a primo tratto ne fui malcontento; mi smaltì l'entusiasmo. E, certo, la rabbiolina mi trapelava sul viso, perocché, mamma, premurosa, mi disse:

- Bibì, non istizzirti. Il cappello nuovo, vedi, è un arnese cui ci bisogna assuefare. Domàndalo un po' alle donne! sentirài. E ci vuole anche l'assieme, Bibì...Una cravatta pulita, una giubba elegante, un panciotto... -

Io disarmadiài di furia i chiesti abbigliamenti: mamma andò a chiamare babbo.

E questi venne, poi sopragiunse una vecchia prozia, in sèguito la cuciniera: tutti ad una voce - salvo nondimeno Giorgetto il quale borbottava che il mio berrettone da mago gli metteva paura e giurava sfondàrmelo, così acquistando un severo: ciarlino! e rincantucciando poi con greppo e broncio; - tutti, dico, conchiùsero che un più gentile cappello non l'avèvano mai, per lo innanzi, veduto; che noi eravamo creati l'uno apposta per l'altro; dalle dalle, me ne convìnsero tanto, che, dimèntico affatto de' versi alla Luna e non curando quelli del fratellino, uscìi a passeggiare fino a basso. Su tale soggetto - giova avvertirlo - ho poi cangiato di idèe: le idèe, a fortuna, sèguono la sorte delle ossa. Allora peraltro (quattr'anni or ) quantunque ghignassi imbattèndomi ne' collegialini dei Barnabiti, i quali in lunga fila scarpinàvano al Duomo schiacciati sotto de' cilindroni senza un'ombra di grazia, tenevo ciò nondimeno il fermo convincimento che il salubre cappello - dico salubre rispetto ai colpi di canna - se dotato di una certa curva alla moda, felicissimamente si adattava (diàvolo di un periodo a qual confessione mi meni! ) si adattava a un giovinotto, come - già, capirete che per tracciarmi almanco la dirizzatura dovevo ricòrrere allo specchio - un giovinotto - làh! modestia a parte - bello.

E mi fu, tale cilindro, origine di un grande avvenimento.

Era per , proprio nel ritornare a casa con lui, che l'avvocato Ferretti, il mio patrino, attraversava la via.

- Guido - egli mi disse fermàndomi - stasera mia moglie ballare. Sai... una torta, una bottiglia di vino spumante e quattro salti. Etichetta, zero. Vieni. Vi ha molte e molte belle ragazze che attèndono un cavaliere. -

Io gli opposi che babbo avèa la sera stessa seduta e che, quanto a mamma...

- Corpo delle Pandette! - esclamò l'avvocato ridendo ed appoggiàndomi su' na gota un schiaffetto - E tu? che hai, tu? Non hai gambe, a caso? Poh! Un giovinotto in cilindro! -

Io arrossìi fino alla sèttima pelle: stringèndogli la mano, lo ringraziài.

Bene - fui al festino... Ma, alt! Prima di proseguire, è d'uopo ch'io vi presenti la spiegazione - intraveduta forse, pel buco della serratura, da qualcuno di voi - intorno a fatti toccati di già e, per sopramercato, vi unisca altre poche parole, affinché quelli che seguiranno spièghinsi da loro medèsimi a voi senza nuove postille.

 




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