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Carlo Dossi
Vita di Alberto Pisani

IntraText CT - Lettura del testo

  • PARTE UNDECIMA
    • 6 - odio amoroso
      • -5-
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-5-

 

era certo in villa con lei, che Leopoldo dovea trovare riposo. L'omiopatìa non serviva. Leopoldo avea bel circondarsi di affari, bel imbrogliarli, bel stare fuori giorno su giorno pe' suoi latifondi, ma nello specchio del capo apparìvagli sempre quella pàllida faccia contro la quale parea battesse continuamente la luna; avea bel vilupparsi in filosòfiche dissertazioni intorno all'equanimità, e al modo di annichilir le passioni, cioè di vìvere morti, studiàndone anche a memoria i concettini ingegnosi e le elegantìssime frasi, ma tutta 'sta roba, scritta in pacìfici studi verso cortile, al sovvenire di una occhiata di lei, languidìssima, nera, sprofondàvasi giù.

Venìvano allora i furori. E allora e' fuggiva a serrarsi nella càmera sua e ne appiccava la chiave sotto il ritratto materno. Facea le volte di un leone affamato. Pigliàvalo uno struggimento di abbracciare colei, di schioccare dei baci... che dico! di mòrderla, di pugnalarla. Ma, inorridito a un tratto di sé, si gettava sul letto, sospirava d'angoscia, e mirava con il desìo negli occhi le sue pistole. Oh, a non toccarle, ci volea bene coraggio!

Ma e fuggire da lei?

Pazzìe! ei si sentiva legato con doppia catena. Avesse amato soltanto, non era impossìbile... forse; ma, nell'amare, egli odiava; ed una goccia di odio un sentimento eterno.

Per quante fitte crudeli, per quante torture ciò gli costasse, egli or più non poteva fare di meno di que' terrìbili istanti, nei quali era presso a colei, anzi, èrale al fianco; quando, in una sentiva e le vampe amorose e i brìvidi dell'orrore ed i sobbalzi della disperazione; tutto, sotto una màschera calma, solo tradendo la irrompente passione al spesseggiare convulso del nome, il più sereno, il più dolce «sorella».

E, a volte, Ines fisàvalo con gli occhi gonfi, inghirlandati di duolo...

Pòvera tosa! Non avea fatt'altro se non cangiar di prigione; e in peggio. Ché, almeno in collegio, allegre voci di amiche mischiàvansi a quella della campana imperante; quà, rinchiusa come dalla pioggia autunnale, splendèndole il sole all'intorno, senza compagne ma serve, niuno veggendo all'infuori del fratel suo e di un dottore vecchio, sentìvasi orribilmente sola, spopolata pur di pensieri, perché temeva a pensare; in collegio, a traverso le spìe delle persiane, scorgeva una fine, un cangiamento; quà, con un largo orizonte, nulla. Or, che cosa, Dio mio! più paurosa dell'infinito?

E la salute si dilungava da lei; sì che Leopoldo, agitato chiese al dottore, una sera:

¾ Che dice di mia sorella?

¾ Dico ¾ rispose il dottore ¾ che sua sorella ha un di que' mali che i mèdici non guarìscono... i mèdici vecchi almeno, come, pur troppo, io. Donna Ines ha il male di amore.

¾ Ah? innamorata? di chi? ¾ sclamò Leopoldo adombrando; e, senza stare per la risposta, corse alle sue càmere.

E pòsesi a passeggiarle in lungo ed in largo. Una folla di suoni gli mormoràvano un nome... tremò. Lo sbigottiva il suo stato, ch'egli non avea osato mai di segnarsi a netti contorni e che non mai in altrui avrebbe pur sospettato. No; questo non si poteva ¾ non si dovea cioè; ¾ era d'uopo un nome diverso; qualùnque.

E cercò spasimando... Ah! ecco... Emilio Folperti... Eppure! no. Imaginate in costui un fittàbil del suo, che il mèdico avea un giorno condotto in casa Angiolieri; un giòvane bello sì, ma bello e nient'altro. Il quale Folperti, s'era creduto d'ingraziarsi il fratello, lodando a lui la sorella, e Leopoldo ¾ gentilmente villano ¾ avèagli chiuso, prima la bocca, poi la porta sul viso; dopo, se n'era affatto scordato. Ma adesso, creàtoselo appena a rivale, Leopoldo non lo potè più soffrire, non gli parve più il mondo, vasto per tutti e due abbastanza… o l'uno o l'altro... ci volea una soddisfazione... Soddisfazione? e di che?... E se il Folperti gliel'avesse accordata con lo sposare colei?

Ben seguitava a susurrargli il buon senso «come vuoi ch'ella ami una sì fàtua cosa a bellezza ed a senno?» Ma saltò su a dire il sofisma «non si adoràrono stàtue? non si adoràrono mostri? non si baciàron cadàveri?...» e Leopoldo, sospinto da geloso furore, schiuse di botta salda la porta, e fe' il corritojo, lungo, che divideva le sue dalle stanze di lei.

 




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