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Carlo Dossi
Vita di Alberto Pisani

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  • PARTE DUODECIMA
    • 2 - le caramelle
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2 - le caramelle

 

¾ Monsù, doi soldi d' caramèl ¾ disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottàvan di pari. E, tutti e tre, postàronsi al banco.

Il caffettiere, lasciato il giornale, si alzò.

Io adocchiai i piccini. L'omo, era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po' di aria baciocca che i maschi hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettàbile somma. La quale somma egli chiudeva in un pugno. E tenèvala stretta, ve'!

Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!... visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che, dove làscian lo sguardo, guai!

La puttina invece alla dritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggèvasi in su la punta delle scarpette; attaccando le palme all'orlo del banco, poggiava, tramezzo a quelle, il mento.

E i sei occhietti ¾ due neri, due grigi, e due castagnini ¾ si attruppàrono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un pìccolo peso su 'n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnàrono: la si diresse a dipalcare un baràttolo; gli occhietti le tènnero dietro: tac tac... il caffettiere lasciò cadere sul piatto le caramelle... tre, quattro, cìnque... ad ogni tac, i fanciulli si sogguardàvano e sorridèvano.

Ma, per due soldi, i sorrisi non potèano èssere molti.

Mi venne un'idea.

Avvertito con una tossetta il monsù e mèssomi a traverso la bocca l'ìndice, mi diedi, dietro dei bimbi, a far segni; cioè, ad accennare il baràttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.

Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese 'na gotta. Anzi; egli ebbe il coraggio ¾ sottolìneo coraggio ¾ di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitàrono e tre sospiri.

Così, fu il cartoccino aggruppato, e consegnato all'ometto.

Questi mollò allora il due-soldi. Stèttero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioja, scappàrono via.

 

¾ Chiel, che voleva? ¾ mi dimandò il caffettiere.

¾ Volevo, che loro vuotaste il baràttolo ¾ risposi istizzito ¾ pagavo io ¾

 Ei si rimase un po' gnocco.

¾ Contagg! ¾ disse ¾ bisognava parlare ¾

Foss'egli stato una donna!

 

E, queste, fùrono, a lui che leggeva, note di un'armonìa allarga-stòmaco-e-cuore; o il ventre, che ci aveva interesse, gliele fece sembrare.

Alberto sentìvasi fame. Ma ricordava la sua risposta a Paolino... E dùnque? restò irresoluto; fe' per pigliare il cappello e andar da un trattore, ma, vìntosi poi, sforzò quella sbarra di arlìe che si opponeva egli stesso, e aprì dolcemente la porta della sala da pranzo.

In cui, Paolino non era, ma la tovaglia sì; e, su di essa, la piatterìa, gli argenti, i cristalli, con l'àqua bianca e la rossa, ed i princìpi e la fine; mentre, una lucerna sul mezzo, lasciando in ombra la stanza, piovea sopra la tàvola il più appetitoso raccoglimento.

E Alberto, zitto zitto, siedette, ed in mancanza di meglio, ancor dubitando a chiamare, cominciò a far fuori il salame col burro, poi il burro col pane, eppoi il pane col cacio; poi, si guardò all'ingiro e soppesò la forchetta.

Ma ecco entrare Paolino.

¾ Bravo signore! ¾ egli esclama ¾ quando la fame non viene, bisogna andare a trovarla... La vuole prima la zuppa? ¾

Alberto arrossì. Ché si sentiva umiliato appetto al suo servo. Foss'ei divenuto un omone, degno «di stàtua e duomo», sarebbe sempre rimasto, in sua casa, un omino. Orbe'? (noto io) è la sorte comune. Anche il Magno Alessandro non passò certo per Dio in cuor di colui che gli vuotava il... Pardon!

Fatta dùnque la pace e col suo libro e col ventre, Alberto avea a dormir quella notte da senatore svegliato. Ma, no. Gli cominciò a frullare il pensiero, che forse gli occhi di Claudia avrèbbero corso le pàgine sue... ed ei la vedeva tremare, arrossire, le ànime loro intrecciate.

Tutto stava che il libro le giungesse tra mani; e il dubbio lo impermalì. Certo, egli avea scritto al librajo, che ne mandasse anche a Nizza, soggiorno di lei; e certo, quella gentile, dovea amar la lettura; senonché, il libro avea paesana etichetta. In quanto al fàrgliene omaggio, ci stava, osava.

¾ Che la sorte provveda! ¾ esclamò. E si volse a pensare a chi poteva donarne. Scarta Giovanni, scarta Giuseppe; quello, perché non leggeva mai niente; questo, perché non capiva mai nulla; via di quà, via di ... non gli arrivò di smaltire che una solìssima copia ¾ la sua.





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