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PARTE PRIMA
Un dopo-pranzo di estate; il sole fà da
trìpoli ancora alle gronde, e stelleggia i vetri a Praverde. Praverde è una
brigata di case attorno di un campanile su 'n monticello isolato.
Sotto di lui, la pianura. L'occhio, dall'alto, non si lascia
mai di còrrere lungo le viti a festone ed i filari di gelsi dalle seguaci
ombrettine; di attraversare i verdi pratelli solcati di rivoletti e i campi
dalle ande quasi a riga e compasso; nè di girare e le cascine e i tuguri, così
puliti, così di pace... in distanza, saltando e risaltando canali, siepi,
sentieri. È, come si avesse innanzi una gran planimetrìa a colori.
Ma, da lontano, un rintrono. Che vi ha? Niun contadino
astròloga il cielo. Vi ha un temporale, ma è copia; quello dell'uomo; cattivo
mille volte di più; mille di meno, maestoso.
Cannone che tuona annuncia sempre malanno; dove ora rimbomba,
quel medèsimo sole, che quì a Praverde con un faccione
padre-famiglia assàngua le uve e annera la barba alle
spighe, rischiara la via, dà rilievo al delitto. Là in fondo, venti miglia da
quì, case rubate, tralci schiantati, pozze di sàngue; là in fondo ¾ o fraolìne infelici! ¾ migliaja di poveretti, temerari per
la paura, incalzàndosi, ammontonàndosi, sàlgono un colle, sotto la scaglia che
spazza.
Ma dileguata è la luce; il cannoneggiamento tàque.
A Praverde, su 'n terrazzino che riguardava la sanguinosa
scacchiera, stàvano abbracciate due donne; sòcera e nuora. Inondava il raggio
lunare la piana, come un dolce rimpròvero.
¾ Mamma ¾
diceva con angoscia Arrighetta ¾ me l'hanno ucciso il mio Alberto...
¾ Ma perché ¾
interruppe donna Giacinta ¾ perché tormentarti con queste nere
imaginazioni? Un ufficiale di Stato Maggiore non è poi tanto in perìcolo...
¾ Ah le palle vanno lontano! ¾ sospirò la giòvane moglie ¾ Alberto ha troppo oro sulla divisa ¾
Si fece alla soglia un villano, di que' sgrossati a falcetto;
spalle quadrate, viso da pipa.
Le donne lo interrogàron col guardo.
¾ Allegri! ¾
esclamò il cavallante (notate ch'egli appariva di mezza in mezz'ora) ¾ I nemici sono picchiati a tutto
picchiare. Corre voce, anzi è sicuro, che noi s'è preso un cento cannoni.
Prigionieri, tremila!... morti, altrettanti... Viva il rè!
¾ E dei nostri?
¾ Duecento, padrona... Viva il rè!
¾ Oh Alberto! ¾
disse rabbrividendo Arrighetta. Il cavallante uscì. Elle rimàsero silenziose,
più strettamente abbracciate di prima.
¾ Mia cara ¾
ripigliò donna Giacinta, accarezzando la nuora ¾
tu tremi. Fà a modo mio, riposa. Se verranno notizie, te le darò. Ricorda
Alberto, ma non scordare Albertino.
¾ Oh! mai ¾
mormorò Arrighetta, e levossi. Poi, col moto ondulante delle fèmine incinte,
entrò nella stanza. Svestissi; mèglio, venne svestita.
Donna Giacinta stette alcun poco, fisa, presso di lei. Sentiva
mano mano fuggirsi quell'ombra di fede, che avea tentato partire con la giòvane
nuora. Scoraggita del tutto, cadde sull'inginocchiatojo, volse gli occhi ad un
Cristo...
Il Cristo rimase ciliegia.
Verso quattr'ore si udì dalla strada, confusamente, un gran
rumore di voci e di passi. E Arrighetta, al pàllido lume dell'alba, vide donna
Giacinta staccarsi dal seggiolone, su dove, abbigliata, avea passato la notte,
e camminare in punta di piedi verso la porta... In quella, èccoti entrare,
tutto sgomento, una fantesca:
¾ I nemici si avànzano!
¾ Zitto! ¾
fece la vecchia. Ma, troppo tardi! sua nuora era già balzata dal letto.
¾ Fuggiamo! ¾
ella gridava ¾ Il mio Alberto è morto, fu ucciso!
Ed ora gli uccideranno anche il figlio... Mamma, per carità! Perché mi tenete?
Ajuto! mi lascia... Voglio fuggire, devo ¾ E cadde in una tale eccitazione
convulsa e tanto si dibattè, che donna Giacinta dovette ordinare, a voce alta,
che si attaccasse.
¾ La carrozza ha rotta la sala ¾ osservò il cavallante, comparendo
alla porta.
¾ Fuggiamo! ¾
sclamò, quasi strozzata, Arrighetta. E cercava strapparsi dalle robuste braccia
della fantesca.
La vecchia era alla disperazione.
¾ Se non c'è la carrozza ¾ disse ¾
i cavalli ci sono. Attàccali a una timonella, attàccali a una carretta.
¾ Presto! ¾
gridò la giòvane moglie.
¾ Sùbito ¾
fe' il cavallante, e scomparve.
Arrighetta posò qualche poco. Vestissi sollecitamente, poi
discese a terreno con donna Giacinta.
S'era messa una pioggia fina fina: a mezzo il cortile alcuni
paesani s'affacendàvano intorno a due tarchiati ponies e a un calesso.
¾ Dove si va? ¾
dimandò il cavallante.
E la vecchia: a Montalto.
¾ Dio! come fanno adagio ¾ geme' la nuora battendo i denti.
Ma, infine, son nel calesso: il cavallante raùna le briglie,
dà l'aìre ai cavalli.
Per toccare la strada che saliva a Montalto, era di necessità
fare un due miglia su quella che, più lontano, attraversava la scellerata
campagna; due miglia, imaginate, di spàsimo! Arrighetta stava nicchiata nel
carrozzino, tenendo chiusi gli occhi, e abbandonando una mano in una di donna
Giacinta: tratto tratto, fievolmente chiedea «vèngono?»
Ci fu un istante in cui la vecchia signora strinse più forte
la mano alla nuora. Avea veduto sul màrgine della via, contro di un paracarri,
un mìsero tamburino, lungo e disteso, con aperte le scarpe. Ivi, egli era stato
raggiunto da colei che fuggiva... Fuori un lume di più!
E, appresso, nuove deplorèvoli scene. I campi, di quà e di là
della strada, comìnciano ad èssere sparsi di fantaccini abbattuti dalla fatica.
Oh fòssero prima fuggiti! Poco manca a svoltare, quando il cocchiere tràe i
cavalli da lato, e ferma.
¾ Èccoli ¾
fà con un dèbole grido Arrighetta, e cade in delìquio.
Ma, no; non è ancora il nemico; una cinquantina invece di
nostri, stracciati, infangati. Dio! Chi avrebbe in essi riconosciuto quegli
arcigni sott'-ufficiali, che scrupolosi contàvano ogni mattina i bottoni alla
soldaterìa; o que' lucenti sopra-ufficiali, che si
atteggiàvan superbi e nelle sale e nei corsi? Passàrono alla rinfusa, avviliti,
volgendo sospettose occhiate al calesso.
Il quale, due ore dopo, entrava in Montalto. Assieme entrava
quaggiù il nostro Alberto Pisani. Egli nasceva, giallo come un limone, tinto
dalla paura della sua mammina, e, a pena salpato, pianse: forse, perché sentiva
di cominciare a morire, forse perché, miglia e miglia da lui, sull'orlo di un
ruscelletto, giaceva intanto supino un uomo, toccato in fronte dal piombo, con
le spalline strappate e le saccoccie rovescie. E avvenne che il neonato fu
appeso alla poppa di una lagrimosa nutrice; una, cui il cielo, dopo molte
preghiere, non avea dato un figliolo che per potèrglielo tôrre. Dùnque,
Albertino, tra per le sue e quelle della nutrice, beve', più che non latte,
làgrime: volea la provvidenza ch'ei se ne facesse una scorta.
Chiare volte si diede una piantella più delicata di lui. A
traverso della bambagia che lo avvolgeva continuamente, segnava più che un
baròmetro il rimbeltempire e il maltempo o abbrividiva al suono di una voce
angolosa. Ora, pensate a' suoi oscillanti nervetti in mezzo a un casone, come
quel di Montalto, già fraterìa, dalla mobiglia che dì e notte stiantava, e di
cui la più pìccola sala, poniamo l'abbigliatojo di donna Giacinta, avrebbe, con
tutta comodità, tenuto un grosso elefante!
Per la qual cosa, i primi ricordi di Alberto, quelli cioè,
che, primi, hanno un deciso profilo in quella nebbia di strane e mezze memorie,
traccie di una pre-esistenza, suònano vastità. Alberto
ancor si rammenta di certo immenso scalone coi buchi da soffocare le faci,
ch'egli, rasente al muro, leggero, sotto lo spago di solleticarne gli echi,
scendeva; come di tal corritojo, che, nell'ora in cui le buone mammine
rincàlzano le lenzuola ai loro cittelli, egli, sejenne, affidato dall'ava alla
bambinaja e abbandonato da questa, dovea passare da solo; un corritojo, lungo
come la vita de' frati, i quali, un sècolo prima, lo passeggiàvano; a travi,
dall'ammattonato su e giù, terrìbile tanto, sopratutto agli svolti.
E altro degli antichi ricordi di Alberto è una figura di
donna, senza-sguardo e sbattuta, cui lo si conduceva
sovente. Essa pigliàvalo in grembo, accarezzava, baciava; spesso però stringeva
con tale grande passione sì da farlo strillare. Poi ¾
una volta ¾ ei si svegliò atterrito fra abbracci
che lo strozzàvano quasi, baci furiosi, morsicature e graffiate; da quella
volta non vide la pallidìssima donna che da lontano e rado, quando scendeva in
giardino. Un giardino, notate, alla italiana, cioè, tutto geometrìa salvo il
buon senso, a soli pini e mortella, perciò sempre verde, ma sempre di un verde
senza speranza. Quanto ai viali... ghiaja; i fiori, portulàca ed ortiche...
Già, per fomento, non ci avea sotterra che frate.
E, nel giardino, il favorito luogo di Alberto era presso la
casa, intorno a uno stagno, pretta purèa di lenti. Per ore ed ore ivi egli
stava seduto, giocando con le lumache, oppure fisando una finestra a ramata,
giusto di sopra ad una càmera sua e dell'ava. A quella si affacciava talvolta
la pallidìssima donna, ed è di là che dovea anche venire quel gemitìo che lo
angustiava, la notte.
Inquantoché, o il mio Cletto, Alberto pigliava sonno a fatica.
Bolliva sempre nel suo pìccol cervello qualche panzana della bambinaja...
carrozze che ribaltàvano, ladri di sorrisi e di làgrime, streghe,
sgranocchiaputtini... Berto tenèvasi allora aggruppato sotto le coltri, spesso
aggricchiando, con il respiro che gli moriva, ma non osando mèttere fuori il
capo per non incontrare faccie fosforescenti e fumose, nè tampoco voltarsi,
come impietrito a una schioppettata imminente.
A notti, ei non potea durarla; una, tra l'altre, sentèndosi
orribilmente mancare la lena, si die' coraggio e arrischiò dalle lenzuola la
testa, a centellini, come se succhiellasse una carta; fuori, sbarrò di colpo
gli occhi...
Nulla! ¾ e si levò in mezza vita a rifiatar
la paura.
Il raggio lunare, sfuggendo da male-unite
imposte, attraversava ¾ ruscelletto splendente ¾ tra il letto di lui ed il lontano
dell'ava, lo spazzo. L'ava dormiva tranquilla; i seggioloni, vuoti
perfettamente.
Senonché, il rammarichìo della stanza di sopra sembrava più
lamentoso del consueto; un gèmito, di tempo in tempo, ruggito. Berto, Dio sa da
chi spinto, salta abbasso dal letto e corre, i pie' nudi, sul pavimento di
marmo; monta il gradino del finestrone, e, come gli scuri hanno i serragli giù,
àprene uno.
In quella, schianto di legni e squillo di vetri all'esterno,
dinanzi a lui, di là dell'imposta, passa cadendo un gran fagotto di roba;
tosto, un tonfo entro àqua... e, accapricciando, egli sviene.
Quì, una malattìa. Berto non ne uscì fuori che per vestirsi di
nero; non vestissi di nero se non per salire, insieme alla nonna, un vagone...
vèr la città.
Col quale nuovo scenario comincia l'atto secondo della vita di
lui. Alla città i suoi nervettini quietàronsi. E, invero, lì si trovàvano in un
appartamento, che avrebbe potuto ballare in un salone a Montalto, e tappezzato
e dipinto troppo di fresco per annidare fantasmi; di più, un appartamento, nel
quale, da ogni qualùnque stanza, era possìbil di scrìvere la lista dei piatti
fumanti nella cucina. A me credete! in fatto di nervi, gli effluvi solo degli
stufati ed arrosti vàlgono tanto quanto, anzi! il doppio delle àque di
fiori-d'-arancio, le camamille e gli aceti.
Ed è in questo raccolto appartamentino che Alberto si lasciò
andare al vizio del lèggere. Egli ne avea già imparata la strada a Montalto nei
melancònici giorni quando cadeva a pannilini la neve, ma là non avea mai
sentito il bisogno di ricercare oltre i confini del sillabario. Toccàvanlo
troppe emozioni dirette per dimandarne in impresto. Alla città, invece, fu
còlto da una vera lupa pei libri; leggeva ogni cosa; gli capitasse fra mani la
sanguinente carta del manzo, gli capitasse il dizionario de' verbi.
¾ Smetti ¾
gli consigliava talvolta la nonna ¾ hai gli occhi tanto infiammati! ¾
Berto, rinchiuso il libro, diceva:
¾ Sì, se mi conti una istoria ¾
Osservava donna Giacinta:
¾ Che vuoi mai che ti conti? che può
sapere di bello la tua pòvera nonna?
¾ Oh! ne sai tante... nonnina!...
Una...
¾ Proprio? ¾
chiedeva con un sorriso la vecchia, posando nella cestella il lavoro.
¾ Aspetta! ¾
esclamava Bertino, e si tirava con lo sgabello a suoi piedi. Poi ¾ alzato quel
tre-quattrini di faccia:
¾ Conta ¾
La nonna gli faceva una cara, e cominciava, a mo' d'esempio,
così:
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