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PARTE SECONDA
Alberto, a furia di bèvere su, e dagli orecchi e dagli occhi, storie
d'ogni gènere musicorum, pensò che ne poteva mettere insieme egli pure. E
cominciò a misurare dei versi; sòlito cominciamento; foggia di esprìmersi la
men naturale di tutti, e però la più fàcile.
Ma il caso ora antivenne al volere. Poco sotto al dì natalizio
di donna Giacinta, Alberto stava sudando una di quelle lèttere d'augurio, che
si ricòpiano poi in carta da torta, e appunto avea già combinato:
Mia cara nonna ¾ Essendo...
allorché, giusto dopo l'essendo, cadde una gotta d'inchiostro.
Ciò che una gotta d'inchiostro può fare, non è prevedìbile; quì, fece un poeta.
Ròttosi, per l'accidente, il filo alle idee dello scrittore, e
sì che era un filo da pozzo! Alberto, a riappiccarlo rivolse l'occhio allo
scritto. Mia cara nonna ¾ essendo... Mia cara nonna ¾ essendo... dàgli e ridàgli, udì come
un suono in cadenza, come un verso. E se proprio? Alberto se ne commosse. Credeva
il far versi cosa arcidìffìcile, un quid-sìmile
all'ingoiare coltelli, stoppa-accesa e turàccioli, abituale
pasto de' bossolottaj. Nulladimeno contò sulle dita... uno, due, tre, quattro,
cinque, sei... sette! Per vero, non ne sapeva la giusta misura; ma, poco su,
poco giù, questo avea ben l'aria di èsserne uno. E ne azzarderà egli un
altro?.. Spìrito!
Mia cara nonna. Essendo
cotesto giorno quello...
Forza!
del nome tuo, e parendo-
mi, più degli altri, bello...
O sommo coro! già quattro. E così, continuando a tagliuzzare
le frasi, che mano mano gli venìvano sotto, e avvertendo che quà e là
consuonàssero (per evitare il che, in prosa, c'è il suo da fare) giunse la
fine. Rilesse. Grande fu lo stupore di lui nel trovare come la istessa
istessìssima cosa, scritta, invece che alla distesa ¾
a luccànica ¾ sembrasse, se non un'altra, tre
volte tanto di considerazione.
In quella, tò sopraviene don Romualdo, un corto e spesso di
uno, il quale faceva il prete di casa: don Romualdo, lui che regolava i camini
e le stufe, montava gli orioli, metteva lo zùcchero entro il caffè, sostituiva
lo smoccolatojo; lui che teneva, e ciò per qualùnque avventore, un magazzino di
poesìe d'occasione, già bell'e pronte.
Va co' suoi piedi che il nèo-poeta
chiedesse parere al navigato (forse, più che parere, cercava un rampino per
declamare le sue povere cose); e non altrimenti va che il pretocchio ne paresse
entusiasta. Que' versi, se non ambrosia, spiràvano odor di cucina. Don
Romualdo, maravigliàndone Alberto, disse ch'èrano dei settenari, e tutto
insieme costituìvano un'oda, parola che discendeva dal greco...
nientedimeno!... cioè da odè, es, e, intorno alla quale certi testoni, avèan
composto volumi e volumi. Nè censurò che un manco di classicismo (notiamo che
il prete spolverizzava mitologìa anche sopra i sonetti da chiesa) «ma il
classicismo» aggiunse fiutando verso di Alberto «sento io, è in viaggio». Intanto,
amichevolmente si offriva a fornir la pestata di Giove, Giunone, e compagni.
Dopo, i due fratelli in Apollo tènner consulta circa il come
produrre a donna Giacinta la ode. Consegnàrgliela? No, era troppo alla buona:
ai versi, via l'importanza, che resta?... Lèggergliela? Bene; non peraltro,
benìssimo. Lì ci volea la cosìdetta sorpresa.
¾ Oh santolina! ¾ sclamò il reverendo ¾ trovato!
¾ Cosa? ¾
dimandò Alberto.
¾ Ma ¾ osservò il reverendo, accarezzàndosi
il mento ¾ or che ci penso! mi abbisognerebbe
una tal quale idea del pranzo di gala...
¾ Perché?
¾ Perché ¾
fe' il prete misteriosamente ¾ se ci fosse un pasticcio... Giove
Barbetta! ¾ e finì con un'espressiva mìmica.
Alberto approvò a più riprese.
¾ Per il pasticcio, stia certa... Ne
parlerò io al cuoco.
¾ E guarda ¾
raccomandò il reverendo ¾ ch'esso sia di Stràsburg. È la forma
indicata. Un'altra sminuirebbe l'effetto...
¾ Stia certa ¾
Lasciàronsi in questa intesa.
E Alberto riuscì a far porre nella minuta il pasticcio, e nel
pasticcio la poesìa. Giunto il dì natalizio, venuta l'ora tòpica, don Romualdo
eseguì il taglio solenne, e:
¾ Ooh!
¾ Cosa c'è? ¾
chièsero i commensali.
¾ Non so bene; sembra una carta ¾ rispose don Romualdo, guardando con
un fare d'Indiano entro il pasticcio ¾ anzi! è ¾
(quì la estrasse e spiegolla) ¾ Un'ode! per la cara mia nonna...
Santìssimi lanternari! di Alberto! proprio?... Lèggila dunque ¾ e la porse al ragazzo.
E il ragazzo si alzò. Con la rubiconda vergogna nel viso,
lesse.
Un successone!... Perfino l'ingegnere Gabuzzi, tànghero il
quale portava ogni festa la bocca in casa Pisani, cioè v'appariva insieme alle
cìnque, mangiava a coscie di dindo, non pausando che il tempo necessario per
bere, poi, preso il caffè, dileguava non salutando nessuno, esclamò «bravo!» È
vero ch'egli tiràvasi giù, proprio allora, un fettone del saporito inviluppo.
Quanto alla nonna, pensate! Durante il dire di Alberto, seguì con un sorriso mostoso
e ninnolando la testa, la tiritèra dei versi; poi, uno s'ciàssero bacio al
nipote e un triplo buon-dì incartato; al domani, la ode, di
sotto il vetro e in cornice, al capezzale di lei.
Dùnque, la vocazione di Alberto s'era spiegata. Ne venne, Dio
scampi noi! un diluvio di versi, versi di ogni quantità e qualità. Ché, se,
infiammato da Ariosto, incominciò a rompicollo un poema zeppo di paladini dalla
fatata e sguizzasole armatura, e dame tra le ritorte, e incantamenti, e
cavallieri
con armi e aspetto, che dicea mistero
i quali comparìvano all'improvviso sul finire del Canto, ed
inventari di sculti marmi od arazzi eterni, e profezie per l'anno nuovo, e
singolari tenzoni, e combattenti che ¾ andati in paniccia ¾ con un po' d'unguento bocchino èrano
ai primi amori; còlto dall'ombra d'Alfieri, il nostro amico abbandonò a mezza
strada (canto quarantesimonono) il suo «Don Galavrone di Papironda» per
ingolfarsi in una di quelle tragedie che fanno accapponare la pelle, greca, a
stàbile scena, atti cìnque, e personaggi quattro in artìculo mortis.
Nulladimeno, Alberto non ne potè ammazzare che due; affilava lo scannatojo pel
terzo, quando incontrò Leopardi. E Leopardi gli fe' buttare il coturno nelle
ciabatte. Giù allora canzoni che puzzàvano il fràcido, giù sonetti sbattuti in
chiaro di luna... Quìndici giorni dopo, Leopardi non più! il nostro poeta, in
Vittorelliato e in Frugoniato da capo a piedi, sdrajàvasi arcadicamente in un paesaggio
da parafoco, tra pastorelle alla Pompadour, agnellini dal nastro rosso,
zefiretti soavi, ed altra roba minuta in elli, in ini ed in etti, cantando
poesiuccie così gentili e verdi «da mèttere voglia di un'insalata indivia con
chiappe».
E un dì, o piuttosto una sera, mentre giocava con nonna, don
Romualdo, e una serva alla tòmbola, lesse i seguenti due versi su di una
cartella:
Poeta senza amore,
giardino senza fiore.
Ne impensierì. Era egli poeta?
Altro! ¾ e perde' la quaderna.
Amava?
No ¾ e fallì la cinquina.
Dùnque, gli bisognava cercare.
Ché, nel capìtolo amore, non si potèvano porre le simpatìe da
bimbo; una, ad esempio, per la maestra di àbaco e di abicì, che nonna,
piantando casa in città, gli avea affibbiato. Pina Racheli era sui trenta, nè
bella; faccia patita, tarmata, con due lagrimuccie perenni, da formaggio di
grana. Tuttavìa, come accarezzante il suo sguardo! e quale naso... dolce! ¾ Oltrediché, teneva sempre in
saccoccia o manuscristi o màndorle spaccherelle o alla perlina. Amore, giusta
l'Alberto d'allora, volea dir matrimonio; e matrimonio, giocare agli sposi.
Dicea dùnque alla Pina, che, fatto grande, egli l'avrebbe sposata. Ma lei, o
ingratìssima Pina! non aspettò. Un giorno fece tenere, in suo luogo, ad Alberto
un cartoccione di dolci. E lui? Lui sel spazzò di gran gusto.
Così, altra di sìmili fiamme, fiamme beninteso dipinte, gli
era stata una cuoca; la Giulia. Al primo servire, cotesta tosa parea più stagna
di un materasso da campo. O che? A poco a poco, innanzi ai fornelli di casa
Pisani, le die' come in fuori la umidità; oggi le si gonfiava una guancia;
dimani, l'altra; dopo-dimani, un orecchio, poi una mano,
poi un occhio... E donna Giacinta la compassionava! Infine, la maligna
flussione prese la Giulia più a basso. Allora, donna Giacinta crede'
conveniente di salutàrmela tanto; e Alberto perdette colei che vestiva, sì
premurosa e sì bene, le marionette.
Ma questi due, ripeto, ed altri della stessa portata, se anche
amori, non èrano di quel tale baràttolo or sospirato da Alberto. Dimando io!
come mai un poeta che la pigliava sul serio, poteva, per dolce obietto, avere o
una pilatella di cuoca che sbuzzava pollastri, o una maestra di prima, tanto
paziente da far scappar la pazienza?
SYMBOL
190 \f "Symbol" \s 12¾ To... to... tòmbola! SYMBOL 190 \f "Symbol" \s 12¾ quì
eruppe don Romualdo approfittando delle altrui distrazioni.
E, dal mattino seguente, Alberto si diede ancora a cercare.
Già molte volte egli avea ceduto la dritta sui marciapiedi al
capitano Balotta e alla signorina sua figlia. Nel primo gli era sempre parso
vedere un rispettàbile pensionato in là bene negli anni (e ciò a dispetto di un
parrucchino rossastro) ma di legname stagionatìssimo; nell'altra una sottile
pivella quattordicenne, dal pellùcido viso (quasi di madreperla, a due
macchiuccie leggermente carmine) ed una buona massaja che orlava i moccichini
di babbo, ne mendava le calze, non pensava che a babbo...
Ora invece, messi i poètici occhiali, ecco
l'ex-militare diventargli un tiranno dal fèrreo cuore, il
grugno di bronzo, lo sguardo d'acciaio, insomma una collezione de' più duri
metalli; ecco la giovanetta cangiàrsegli in una creatura di cielo, con treccie
d'oro filato, fronte spazïosa d'agata, due zaffiri per occhi, perle in cambio
di denti, insomma una bachéca di orèfice.
E Alberto risolve' tentare una lèttera, maravigliàtevi! in prosa;
spicco, che gli fece sudare una goccia ogni capello. Scritta, la ricopiò
calligraficamente sopra lùcida carta, pinta a svolazzi di ben pasciuti amorini,
la insabbiò d'oro, poi, piegata e accomodata in una busta a ricami, la chiuse
con un rosso obbiadino dalla figura di cuore. Uscì. Sonava l'ora de'
pipistrelli. In tasca il prezioso viglietto, tenne verso le case di lei.
E tanto egli si era ubriacato del suo, che non esitò neppure
un momento a oltrepassarne la soglia e a entrare nella portinarìa.
Ma là ristette confuso; colà sedeva la Giulia (ben
sott'inteso, con la faccia bendata) chiacchierando al portiere.
¾ Oh! signor Albertino!
¾ Tu quì?
¾ Vede bene. Sono al servizio della
famiglia Balotta. E sua nonna? ¾
Alberto si smarriva, smarriva; uccello nella ragnaja,
impaurito all'alzar degli stracci, fuggì vèr le reti.
¾ Giulia ¾
disse ¾ t'ho a confidare un segreto; vieni.
¾ Un segreto? a me? ¾
E la fantesca levossi, e il seguì: fermàronsi tutti e due in
istrada sotto a un lampione. Ivi il nostro poeta, dimenticàtosi affatto che un
guatterino grembiale cingeva la Giulia, si diede a sballarle una terrìbile
storia d'amore; meglio, una quintessenza di storie. Ella ascoltava con un
sorriso di approvazione, dico cioè, non ne capiva una goccia.
¾ E ne morrò, sai! ¾ conchiuse lui che narrava.
¾ Vèrgine-madre! ¾ fece la cuoca ¾ che torlobòrlo!
¾ E morirò avvelenato ¾ ripicchiò Alberto convinto...
¾ Il Signore ne guardi! ¾ disse ancora la cuoca.
Quì, il disgraziato
trasse di seno l'amoroso foglio.
¾ Per lei ¾
¾ Chi, lei? ¾
dimandò Colombina stupita.
¾ Gigia! ¾
rispose Florindo con un lungo sospiro.
¾ Taccuìni belli! ¾ esclamò la fantesca, soffogando a
pena le risa ¾ la Balottina! ¾ e, con un sùbito moto, s'impossessò
del viglietto che, tragicamente, ma non senza interno tremore, porgèvale
Alberto.
Giusto il dì dopo, in sulle ùndici ore, violente scampanellata
alla porta di casa Pisani. Era qualcuno, il quale o avea diritto di entrare, o
volea.
E la servetta, che sollècita accorse, aprì a un signore, tutto
vestito di nero, abbottonato da capo a pie', compresa la faccia, e col cilindro
su 'n occhio.
¾ C'è donna Giacinta Pisani? ¾ dimandò egli, sciutto come il pane
di miglio.
¾ Signore, sì ¾
disse la cameriera.
¾ Bene, annunciate il capitano Balotta.
¾ Balotta? sùbito ¾
E il capitano venne annunciato e introdotto.
Donna Giacinta, dal suo seggiolone, lo riceve' con guardo
interrogante.
Egli, in mano il cappello, fece un inchino, serio,
ministeriale. E chiese:
¾ Parlo io alla nòbil signora Pisani?
¾ Proprio a lei ¾ rispose donna Giacinta ¾ Segga ¾
E gli indicò una poltrona rimpetto quasi alla sua.
Il capitano fe' un altro inchino e siedette. Mise, tra le
quattro gambe della poltrona, il cilindro; fisò un istante la punta delle sue
scarpe, quella delle sue mani guantate; aggrondò i sopracigli; poi, battendo le
palme sopra i ginocchi, alzò vivamente la testa, e...
Fu còlto da uno starnuto.
¾ Salute! ¾
augurò donna Giacinta.
¾ Grazie! ¾
ribattè egli instizzito, in cerca di un fazzoletto che non riusciva a trovare.
Ma, infine, il trovò; soffiossi replicatamente la cappa, e riprese contegno.
¾ Badaba ¾
cominciò egli a dire col naso intasato ¾ il mio nome è Marc'Aurelio Balotta
ex-capitano effettivo. La mia divisa, posso assicurare a
badama, è senza macchia, è! ¾
(S'intende! avea e figliola e sapone.)
E la signora: me ne rallegro.
¾ Senonché ¾
aggiunse il Balotta con la voce in cantina ¾ un'onta, un'indicìbile onta pende
sopra i miei bianchi capelli ¾ (e si toccava il parrucchino
rossastro) ¾ Madama! io sono un ùnico padre...
cioè, ho un'ùnica figlia, pianta educata con lungo amore... mio solo tesoro e
speranza. Ora, o madama, qualcuno è lì lì per strappàrmela!
¾ Me ne dispiace ¾ osservò la nonna di Alberto.
¾ Due ¾
seguì il capitano con un gelato sorriso ¾ non più di due, sono i cerotti a
sìmili piaghe. Lei capirà, credo, a che alludo. I Balotta, nòti, sono pòvera
gente, ma certa stoffa di gente, che non s'abbassa, corpo dell'uva! a nessuno,
fosse il gran Kan della China!
¾ A meraviglia! ¾ interruppe donna Giacinta ¾ ma, se non disgrada al signore,
dica; come ci posso io entrare in questi suoi interessi?
¾ Come? ¾
gridò il capitano strabuzzando gli occhi ¾ Come? ¾
La vecchia sogguardò il campanello.
¾ Tenga ¾
egli disse disaccocciando un viglietto ¾ legga! ¾
Donna Giacinta lo prese, e frugò per gli occhiali...
Inutilmente!
¾ Se lei, signore, volesse... ¾ mormorò ella nel riofferirgli il
viglietto.
Il capitano lo ripigliò.
¾ Cotesta lèttera — disse — fu
intercettata e recata a me jeri sera. Senza la fedeltà, non comune, di una
fantesca, forse a quest'ora, i bia... i capelli di un pòvero padre èrano
contaminati per sempre! ¾
(Ahimè! privo del bianco, il pensiero non valeva più nulla)
¾ Oda! ¾
E il capitano aperse il viglietto:
Angiolo del Paradiso!...
¾ Dice la soprascritta: alla signorina
Balotta ¾ mia figlia. Che la sia un angiolo,
ammetto, ma devo dirlo io, non altri.
Angiolo del Paradiso!
I pàlpiti del cuor mio sono da un lustro per te ¾ te sola. Io ti seguii, mille fiate,
nei variopinti giardini, nei devoti templi, alle armonìe; ora, assidèndomi
sopra i marmòrei seggi o di contorto legno o di ferro, che già tu avevi beato;
ora, errando, desioso di mèttere il piede nelle tue orme... (giravolte di
tigre!)... Ma tu, o creatura azzurrina, non ne lasciavi!
E, m'hai alcuna volta avvertito? Sovente le tue luci belle
incontràron le mie, sovente tu sfavillasti, guardàndomi, d'un celestiale
sorriso. Quel riso, quell'angèlico sguardo èrano essi d'amore? e, se d'amore,
per me? (Gesuita!)
Io ti giuro innanzi a Giove e agli uòmini...
¾ Quì fò grazia a madama d'una
sfuriata d'esclamazioni anticristiane. Stia bene attenta; èccoci al sugo ¾
E lesse con accensione:
Ah! l'inimico fato dièdeti a genitore un sospettoso tiranno
(io!) un geloso (io!) il quale... Ma no, non voglio risovvenire le tue bàrbare
pene. Coraggio, o sfortunata donzella! c'è chi veglia su te. (altro! il lupo fà
l'occhiolino all'agnello) Spera! attèndimi. Di quì a tre notti, nell'ora in cui
la luna è a mezzo della sua carriera, io fuggirò da' miei lari, tu per sèrica
scala da' tuoi, e uniti spiegheremo le vele verso la lìbera terra, figlia del
Gran Genovese...
la quale ¾ parafrasò il capitano ¾ salvo errore, è l'Amèrica... E in
tal maniera ¾ aggiunse irritato ¾ si tenta, a furia di vili calunnie e
frasi ipocritamente melate, di attossicare una candidìssima ànima, anzi! di
rivoltarla contro a' suoi superiori, naturali e leggìttimi. Per la croce di
Dio! non soffrirò mai si calpesti il mio onore. È una riparazione che esigo,
pronta, completa. Che ne dice, madama? ¾
Donna Giacinta, per vero, non sapeva che dire; ma già
allungava la mano al campanello.
¾ E sa di chi è? ¾ fece
l'ex-militare, squadràndole innanzi il viglietto. ¾ Ne conosce il caràttere?
¾ È inùtile... non ho gli occhiali ¾ disse la vecchia nojata.
¾ Suo figlio! ¾
vociò il capitano.
¾ Il mio ùnico figlio è morto ¾ oppose donna Giacinta.
¾ Eh? ¾
chiese l'altro interdetto ¾ Ma e allora... questo Alberto
Pisani? ¾
Donna Giacinta stupì.
¾ Infatti ¾
ella disse ¾ il nome è di un mio nipote.
¾ Vede! ¾
sclamò trionfante il Balotta ¾ èccolo il seduttore.
¾ Scusi! ¾
fece la nonna di Alberto ¾ non credo proprio sia lui. Diàmine!
comincerebbe un po' presto... Pur tuttavìa, quando verrà dalla scuola...
¾ Scuola? ¾
dimandò il capitano con un sobbalzo ¾ che scuola?
¾ Ei fà la
terza-ginnasio ¾ rispose donna Giacinta. ¾ E ha solo dòdici anni! ¾ aggiunse con compiacenza.
Marc'Aurelio Balotta si levò dalla sedia, pàllido, spaventato.
¾ Accidenti! ¾
sclamò; e stette lì muto; poi: me l'hanno dunque accoccata? ¾ (e dopo un altro silenzio:) ¾ me la pagheranno! ¾ Tolse, disotto dalla poltrona, il
cilindro, salutò secco, e partì.
I risultati del quale collòquio, per quel che riguarda la
Giulia (che fu la burlona) non so; circa ad Alberto, essi vènnero oltre in una
lavata di capo in famiglia, e lavata solenne, inquantoché avea la nonna a
castigar nel nipote anche il di lei violente morbìno; caso, vero riscontro a
quello del gatto di una vecchia mia zìa, il quale, avendo nell'anticàmera
usufruito il nicchio di don Spiridione Badèrla per certo suo affare, ebbe tante
più botte dalla padrona, in quanto, ella tra sé, applaudiva a due mani lo
spiritoso trovato.
Ma il nostro Alberto, che non potea vedere di nonna se non il
difuori, addolorò del rabbuffo: intanto, la stizza gli ritornava il Balotta,
già pei cìnque minuti tiranno da teatro diurno, in un pensionato con le cigne e
le staffe; e la mira fanciulla in una qualùnque popòla, che rattoppava camicie
ed attaccava bottoni.
In conseguenza, la poesìa di lui si fe' disperata; e, come gli
è vizio d'ogni scrittore... che dico! d'ogni uomo, l'erìgere sé, in tutto, a
unità di misura, così il nostro amico infilò migliaja di versi per annunciare
Virtù ed Amore riascesi in grembo ai celesti, il mondo... fango, opra
terrena... vana (epperché scrìverlo allora?) ed in una certa canzona, lunga
come la broda de' Luoghi Pii, provò che mille e mille sciagure avèano fatto del
cuore di lui una pòmice, sì conchiudendo:
Giuro mai non alzar vecchio caduto;
Giuro restarmi muto
A chi mi chiederà pane o pietanza;
Giuro non piànger mai
Su vergin morta o spezzata fidanza:
Se manco, o Sol! per me avvelena i rai.
Ma, a gran fortuna, tai giuramenti rimati si mantèngono rado.
Neppure un mese dalla canzone di Alberto, uno strato di terra, alto a dir poco
due metri, avea coperto la sopradetta sua pòmice; e il sole, generosìssimo
babbo, lungi dall'adontàrsene, era lì ancor pronto a covargli e le carote e i
fagioli.
Camilla di-Negro fu la nuova sua stella;
una tosa che usciva allor di collegio, figlia a una vèdova dama, amica di donna
Giacinta. Camilla, la quale compiva i diciotto, era un bel pezzo di
Marcantonio, bionda, a pieni colori, soda e fresca come la dea Salute. Per
vero, non sembrava la bella conveniente a una musa sempre coi lucciconi come
quella di Alberto; il viso di lei era un libro, non solo sbarrato, ma un libro
in cui si scorgèvano i conti della cucina; tuttavìa, Camilla ascoltava con
molto piacere le poesìe di Alberto (il che gli è giulebbe a un poeta) e
dimandàvagli continuamente libri in impresto.
Bene, una sera, il nostro carìssimo amico, da solo a solo con
nonna, leggeva come di consueto alla vecchia un non so quale romanzo.
A un tratto si ferma.
¾ Cos'hai? ¾
fà donna Giacinta. E infatti quella fermata era fuori di tempo; nè lei avea da
calcolare i punti della calzetta; nè lui, starnutare.
Alberto si peritò a rispòndere.
¾ Nonna ¾
poi disse con una voce sottàqua ¾ amo...
¾ Hai fame? ¾
chiese donna Giacinta, spesso, come la più parte dei vecchi, maliziosamente
sorda.
¾ Amo! ¾
ripetè, a forte, il ragazzo.
¾ Ancora? ¾
sclamò ghignando la nonna ¾ E chi?
¾ Camilla! ¾
arditamente egli fece ¾ Camilla, che sposerò ¾
Donna Giacinta divenne pensosa.
¾ Ma, sai ¾
disse ¾ o il mio caro Bertino, che ti sei
scelta una eccellente compagna? Bene, e poi bene! Manca che non dicessi di sì!
Spòsala... spòsala sùbito... Diàmine! Camilla è ricca; ti comprerà un arsenale
di giochi. Camilla è grande; ti porterà in braccio alla nanna... ¾
Tàque, perché Albertino piangeva.
Che l'indomani fosse domènica, senz'almanacco, anche senza
memoria, sarèbbesi detto: tutt'all'ingiro, quiete; nell'aria, note smussate di
òrgano e leggier sentore d'incenso; da lungi, rombo di campanoni e ìmpeti
convulsi di tosse di qualche squilla crepa. O delizioso odor di domènica!
E Alberto, nella càmera sua, in attesa della contessa
di-Negro e Camilla, le quali usàvano accompagnarsi a donna
Giacinta e a lui per la messa, stava facèndosi bello innanzi allo specchio.
Si udì uno scampanellìo.
¾ Camilla! ¾
sclamò Alberto contento.
E sentì tutta la casa risvegliarsegli intorno. Difatti, quella
ragazza era sett'ànime e un animìno. Al suono giojoso della voce di lei
mettèvansi a chiuccurlare tutti gli uccelli di gabbia del vicinato,
crocchiàvano i parrocchetti, il cane barbone abbajava, scappàvano quasi scopati
i mici; all'apparire della sua faccia da rosa-Bengàla
sembrava che doppiamente brillàssero e i cristalli e gli ottoni, sembrava che
sorridèssero i muffi ritratti dei nonni.
Dùnque Alberto, sotto l'allegra influenza di lei, finì di
abbigliarsi; poi, guantato, in una mano il berretto, il libro di messa
nell'altra, lasciò la càmera sua e attraversò quella di nonna vèr il salotto.
Nel quale, lì per schiùderne l'uscio, pàrvegli si ridesse.
Aperto, nulla. Trovò invece Camilla e la contessa e la nonna, che discorrèvano
serie; troppo serie...
Ed egli ne insospettì. Girato lentamente lo sguardo su loro,
comprese che spasimàvan di ridere.
A che? Alberto crede' capire anche questo: per cui, cambiò il
risolino del soddisfatto amor-proprio in una smorfia di
malumore.
¾ Buon giorno ¾
cominciò egli gutturalmente, e stonò.
Non ci mancava proprio altro! La contessa
di-Negro recò il fazzoletto alla bocca, donna Giacinta il
ventaglio: quanto a Camilla, giù, in uno scoppio di risa.
Il poverino imbragiò.
¾ Oh mi verranno i baffi! ¾ disse infuriato.
Ma intanto gli venìvan le làgrime.
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