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PARTE QUINTA
«Trac ¾ la maniglia diede un sobbalzo...
Ne sobbalzò egli pure...
Le imposte infatti si aprìvano»... Vi ricordate? Se sì, voi, miei
lettori, cui il sopranaturale dà urto, non indispettite: polve di
Pimpirlimpìna, in questo racconto, non ci ha.
Certo, si apriva la porta, ma semplicemente a Paolino, il
servo, con un candeliere acceso ed un pacco.
Fu un verso sbagliato dopo una frotta di decasìllabi
equisonanti nei pensieri di Alberto. Il viso di cui pàrvene sì malgrazioso che
Paolino, deposto senza dire parola ciò che recava, sùbito se la battè in punta
di piedi.
Alberto rimase dov'era, cioè seduto sul màrgine
dell'armadietto sostegno alla librerìa. E fisava l'involto.
Degli altri! Èrano clàssici, pesca minuta. Dio sa, come
sciocchi! Ma e perché allora comprarli?
Anni già innanzi, gliene avea dato consiglio un professore di
lèttere, il cavalier Tamaròglio (conoscerete) quel chiarìssimo tale, che,
com'ebbe scoperti i conti della cucina,
mille-e-duecentisti; di Cervellata Martelli fiorentino
patrizio, li publicava nella raccolta de' clàssici.
¾ Ah! tu ¾
avea egli detto ad Alberto — leggesti l'Alfieri, il Fòscolo, il Manzoni, il
Rovani, ed altri del medèsimo sacco? Male, mio caro. Sono autori non puri,
pericolosi; o da non lèggersi mai, o solo allorquando non ponno più niente
sulla nostra corazza di studi. Conosci «il Pataffio»?
¾ No.
¾ Come? tu non conosci
quell'inesaurìbile cava di schietti e nativi modi di dire? Ed il Guittone
d'Arezzo? e il Burchiello? e sopratutto quel prezioso librino publicato a mia
cura? No? Poffar l'Antèa! vuoi un consiglio d'amico? Va per la corta a
pigliarli ¾
Alberto era peranco arancino. Credendo agli occhiali, al
barbone, e alla sapiente sporcizia del professor Tamaròglio, di bella prima
andò a comperarsi un mucchio di testi di lingua. Bruciava di mangiàrseli tutti,
come se avesse avuto dinanzi un piatto di dolci. Ma il paragone val per metà
(quale, val tutto intero?): que' libri èran cattivi al palato; bensì, a
somiglianza de' dolci, impiastràvan lo stòmaco.
¾ Già ¾
pensava egli a tanta scioccàggine ¾ sono ancor troppo novizio per
poterli capire; mi abituerò; non ci si abìtua allo sìgaro? Forse, sono ancora
il villano che, innamorato della sua nigra sed non formòsa Madonna, guarda
indifferente una di Raffaello o Correggio. E, fòssero cotesti clàssici anche
letame, non feconda il letame? ¾
Così, cercando persuadersi a forza di metaforuccie che il male
era sano, tirava innanzi a inghiottire le più insulse scritture. Senonché,
quelle che riuscìvano ai palchi della librerietta sua, èran poche; alcune,
mèssevi a prova, ne venìvan rimosse prima dei quaranta dì. E dalla mente di
lui?
O beata ignoranza! sòlida volta che celi orrìbili abissi; per
te si cammina sicuri, nè si cade mai. Povertà non teme indugiarsi a ora tarda
pei boschi; se chiude la porta, è solo in riguardo dell'aria.
Mirate invece frutti del troppo studiare! dico in arte,
intendete. Anzitutto, spendiamo il terzo migliore della vita nostra, quello di
amare e creare, nelle cantine e nei spazzacasa, in busca di code di sorci e di
capocchie di chiodi. Quando poi ci sovviene d'avere sul collo una testa e nella
testa un cervello, la nostra originalità (primo tesoro a ciascuno) è svanita;
noi, pensiamo secondo vuole la rima, facciamo a ricetta; oppure, incapati a
seguire le orme di qualche grand'uomo, gettiamo la rimanente vita senza alcun
prò. Per fare il Manzoni, èccoci Carcanini!
E alcuna volta si apprende, dopo un lunghìssimo rigirìo, che,
fiori, sìmili a quegli essiccati che noi cercavamo di rinfrescare, venìvan su a
dispregio nel nostro giardino; che quella chiave, per cui frugavamo tutta la
casa, era là, dove meno ci si pensava ¾ in una tasca di noi.
Ma e se non fosse là pure?
Oh! allora, notte felice. Se qualche volta lo studio, a chi ha
la presa divina, può non far male; a colui che ne manca, mai non fà bene.
Inaffia il tuo ghiarone, concima! non caverai che de' sassi; i fiori tuoi,
carta; i prati, saranno felpa.
Tuttavìa, poniamo che le qualità essenziali del genio sìano in
te, basta? No. Lo schioppo caricato e montato ha d'uopo di che fàccialo
esplòdere; per esempio, l'incontro con un'òpera somma, prodùssene altre; ecco
dùnque un portato di quello studio, che poco sopra (vìvano le contraddizioni!)
abbiamo detto non ùtile. E fuor dallo studio? Sì ¾
Cosa? Amore ¾ La biscia mettèvasi in bocca la
coda; va e va per un labirinto d'idee, Alberto giungeva appunto sul luogo da
cui s'era partito.
Amore, bene. Come il denaro, esso è coppella all'individuale
natura; cretinizza lo sciocco; aggenia il talento. Ma tutto stà a trovarlo.
Amore, già, non s'era mai scomodato a salire le scale del nostro giòvane amico,
nè mai l'avea abbordato in istrada. E a dire che, se il destino ponea ch'egli,
in età d'amore, avesse ad amare, ella, in questo vero momento, vivea... chi?
dove?... e forse, ella pure sognava all'incògnito lui... Oh avèsser potuto,
almeno l'ànime loro, preunirsi!
A buon conto, lo stare lì immusonito, fantasticando, non era
un mezzo davvero d'anticipare sul tempo. Poetino mio, necessitava che ti
mettessi bravamente in viaggio verso la folla. Non rinvenendo anche lei,
v'avresti, se non altro, posato di tanto in tanto, le imaginazioni tue e tratto
vigore e materia per altre.
Ma, chéh! Alberto temeva la società. In società cuore gentile
non basta. E Alberto sentìvasi e all'orba di tutti gli usi di quella e privo di
spacciatura per se ne impipare. D'altra parte, fuori dell'àqua, come apprèndere
il nuoto? A raccòrre con disinvoltura il fazzoletto, sempre per terra, della
marchesa Trestelle, dòmine! bisognava vederlo a cadere.
Studia, studia, ripeto, a che? a niente. Tu miri troppo, e la
ròndine fugge. Bel gusto, ve', di passare quel breve tempo in cui si fanno a
tre a tre gli scalini (quando, in isbaglio, non quattro) lì, solo, presso del
fuoco, contando le monachine; oppure a scrittojo, s'ammobigliando, stipando il
cervello, per rènder poi dotti... i topi del cimitero.
Sì, giacché ne fu data, più per forza che amore questa inùtile
vita, dimentichiàmola in mezzo ai piaceri. Dopo, che ci può èssere mai? Abbòndano
le risposte, ma chi le detta è mattìssimo orgoglio, quel tale orgoglio che ci
fà copie di un Dio, e insegna come la provvidenza cresca la lana all'agnello
per riparare dal freddo noi.
Dimando io, prima d'uscire alla luce, che fummo? Se siamo immortali,
perché principiammo? Nè mi toccate a scusa l'oblìo; il vostro oblìo è il mio
nulla.
E Alberto quì s'affisò in una lunga lunghiera di stranìssime
idee, giunte a fila di ragno. Sfido la penna a seguirlo! Ma, se anche il
potesse, la ratterrei; io non voglio che voi, o lettori, abbiate a lasciarmi in
un accesso di disperazione; quindi, alla chiusa! Alberto si scosse, scese
dall'orlo dell'armadietto, e borbottando «carpamus dulcia, nostrum est quod
vivis» passò nella stanza da letto.
Andava a pigliare il cannocchiale e il sopràbito. Àqua! che
slancio. Ma pensò, prima, di lavarsi la faccia: tòltosi e la giubba e il
panciotto, si trovò la camicia non fresca. Fuori dùnque i cassetti! questa quì,
no; quella là, neanche; scèlsene finalmente una battista a lattuga. La quale
nuova camicia chiamò un altro panciotto, come il panciotto gli fe' mutar,
ben'inteso, e i calzoni e la giubba. Ma intanto le sue lunàtiche idee
scioglièvansi, sì che, allo scricchiare di due stivaletti lucenti, non èrano
più.
Cari miei, altro che lìbero arbitrio! molte volte si pensa
come vuole il nostro àbito. Esempio, me. Quando sono a Milano, in cilindro, in
marsina, guantato, con un sentore di muschio, leggo «la Perseveranza» fumo
cigaretti di carta ed esclamo «sapristi!» Mi vedeste invece a Pavìa, oh mi
vedeste quando fò lo studente... con tanto di cappellaccio e mantello! Allora,
pipo, giuro «per Cristo e Marìa!» dò del tu a chiùnque, e grido «viva Mazzini!
e Garibaldi! e il suo inno!»
Torniamo ad Alberto. Èccolo a quattro spilli, vestito come un
figuro da moda e spiritoso del pari. Dà un'altra occhiata allo specchio.
Stavolta, la luce, tenendo il lume Paolino, venìvagli dal sopra in giù, parea
ingrassarlo... N'è? non si poteva dir brutto, anzi!
E di una signorile andatura ¾ mò perché ridi, mio Cletto? ¾ signorile, dico, e ci ho le mie
brave ragioni. Chéh! non è forse il camminare in un pezzo, ingommato, ed il
parlare stroppiatamente, molto più da signore che non l'andare via lisci, come
ci taglia il passo e la parola natura? non vuoi tu che il signore, in qualche
cosa oltre ai panni, possa venire distinto dal poverame?
Dùnque, Alberto, di una signorile andatura, più non pensando
che le sue quattr'assi, forse, èrano già in magazzino, si avvìa al teatro.
Correva allora la moda pel cìrcolo equestre: egli vi giunge e solleva la
pesante imbottita della porta di strada, di Dio sa quanti sospiro, cui la
moglie moriva dalla febbre e dal freddo.
Al dispensino stava un biondone, acceso di colorito. Per il
momento si limitava a vènder biglietti. Bastò un'occhiata di lei a confòndere
Alberto; al quale se aggiungi un pajo di guanti nuovi strettìssimi,
comprenderai quanto dovesse penare a produr fuori il borsino e ad aprirlo.
Pagò. La dispensiera, con il biglietto, gli rendette de' spìccioli; egli se ne
allogò, uno nella tasca di destra, un altro in quella di manca, e, come gliene
avanzava fra mani un terzo, chiese una sedia.
¾ Trois francs ¾
ella disse nel presentargli un secondo biglietto.
Alberto ricomincia la pesca; gli manca una lira; fruga di quà,
tasta di là, crede di averla scoperta... È un soldo.
Arrossa; torna a cercare con rabbia. Pur finalmente trova; e
paga.
Senonché, allontanàtosi dal dispensino e tentando cacciarsi in
una finta di tasca quel maledettìssimo soldo già scambiato per lira, esso gli
sfugge, e pirla sul pavimento. Ma Alberto, schiavo dell'àbito, non se ne dà per
inteso.
¾ Signore! ¾
sclama un monello, venditor di giornali, corrèndogli appresso.
Alberto dovette ristare. Il ragazzino gli presentò la palanca.
E Alberto, più confuso che mai, se la mise in saccoccia!... Il ragazzino gli
tenne dietro con gli occhi, tra il disappunto e l'offeso.
Ecco il teatro. Tôcche le sedie, il nostro amico rimane un
istante a calcolare il terreno; conta le file; poi, entra in una.
Gran tramestìo di gambe e di pudìche sottane. Egli si ferma a
un ufficiale che ride con una bella vicina, e:
¾ Di grazia ¾
dice.
¾ Eh? ¾
fà il militare alzando la testa; e, come Alberto accenna alla sedia ¾ Pardon! è la mia. Guardi meglio il
biglietto! ¾
Proprio! Alberto avea sbagliato la fila.
¾ Scusi! ¾
mòrmora. E torna a fare la strada in tanta stizza e vergogna, che per un pelo
non iscappò dal teatro.
Intrattanto la banda suonava; banda a istrumenti un po' corti
di fiato. Per contraccambio, ciascuno tendeva ad aprirsi una via sua propria, e
Dio sa dove sarèbber finiti, se, a contenerli, non sopraveniva qualche gran
colpo di tamburone, uno di quà, uno di là, come quando s'incèrchian le botti.
Ma, di sconnesso ancor più, stava nel mezzo del cerchio, un
disgraziato fanciullo che si storceva per solazzo del pùblico. Era
l'uomo-caoutchouc; un mingherlino a cui i bimbi della
platea e dei palchi invidiàvano il bel vestito da diavoluccio, rosso, a
pagliùcole d'oro, ma che, d'inferno, sentiva solo le pene.
O pòveri ossicini! come dovevate crocchiare! E il pùblico, giù
ad applaudire. Sai allora chi ringraziava? Un grassone in livrea «le braccia al
sen conserte» pure nel cerchio. Càpperi! Lo avea egli fatto!... e disfatto!
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