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- la cassierina
Dieci anni di meno ¾ Alberto si trovava in campagna. Era
solo, su 'n terrazzino della casa paterna che soprastava al villaggio, stanco,
come generalmente si è agli sgòccioli di una domènica, il giorno del fare
niente, e si sentiva la faccia accarezzata dalla frescura notturna. Poco
innanzi, una ventina di razzi ¾ imàgine della più desiderèvole vita,
corta e splendente ¾ avea, per annunciare la chiusa di
una festa paesana, stracciato l'àere, e apparecchiato tabacco di naso agli
uccelli. Il cielo, nero-fulìgine. Tratto tratto, una lusnàta vi abbarbagliava
per un batti-palpèbra, facendo brillare, vetri, gronde ed ardesie: poi,
tutto rintenebriva; e rispiccàvano le illuminate finestre. Ancor più nero
dell'àere, il villaggio pareva allora un ammasso di spenti carboni.
E al villaggio salìvano ad Alberto i
suoni male-accordati di un tamburo e una tromba. Essi, di tempo in tempo,
cedèvano a una voce di donna, acuta... Di botto, Alberto, si parte dal
terrazzino, stacca un cappello dal muro, esce di casa; e, giù per la rampa,
arriva al sagrato.
In cui, a mezzo di una folla di
rùstici e in pie' su 'na panca, illuminata da fiàccole, era un toccone di carne
fèmina, con i capelli a vaso di maggiorana, le guancie a pane buffetto, e la
pappagorgia; sua veste, una petturina di raso non-bianco, e una gonnella di garza; sotto, due
colonnette da balaustrato. Il che maledettamente stonava con la vocina di lei.
Ma ella ricorreva spesso al tamburo. Allora, un uomo alla destra, in maglie,
con una ghigna da pignatta bruciata ed i capelli alla ciabattina, strideva una
tromba; e intanto, un pagliaccio a sinistra, abbigliato da Meneghino, sganzèrla
di uno a ventre di contrabasso e a muso biacca-e-mattone, gestiva, e, in ràuca voce quasi annegata
nell'aquavite, gridava.
E i tre saltimbanchi, rullando il
tamburo, suonando la tromba, facendo un fracasso per trenta, si mèttono in
marcia: dietro, la barabbaglia intruppata, a ciufoletti ed a fischi.
I saltimbanchi vanno alla loro
baracca. Ma, ivi, perché la folla si arresta? È che là tira vento di rame. Ha
bel strillare il donnone: «sotto, pòpolo generoso! si tratta della miseria di
un dieci-centèsimi...» tutti
rimàngono sodi. Corre quel diffidente sospetto, che è la prudenza di chi
moltìssimo ignora e poco ragiona.
Alberto volle ròmpere il ghiaccio. Si
fe' coraggio, e, camminato vèr la baracca ¾ là ove si stava a cassiere una
tosuccia di circa otto anni, in bianco, con un visino stregato, gli occhi
nerìssimi, lùcidi lùcidi forse dal lagrimare contìnuo, ed i braccetti nudi, che
ricordàvano i bastoncini del tè ¾ buttò una moneta sul tondo.
Fu 'n soldo che diede un suono di
argento.
¾ Lei... ¾
prese a dire la bimba, tirando una falda di Alberto. Ma non disse di più. Il
saltatore dalla mòtria affumata, avea grugnito con ira. Ella serrò le palpèbre
come a tuono imminente, e Alberto, che s'era vôlto e avea egli pure compreso,
tàque, e con stringicore seguitò la sua via.
Nòti ¾
chi si diletta a dipìngere ¾ come pezzi di tela e pali formàsser
due lati della baracca; gli altri, un muro di orto. E, nell'interno, si
vedèvano panche, un pajo di cavalletti con padelline di grasso e fumosa
fiammella agli estremi, e un organetto guardato da un cane barbone: volta, quella
del cielo.
Quanto però a spettatori, all'entrare
di Alberto non si toccava la mezza dozzina. Senonché, il panno tira il
frustagno. «Va tu... vengo ancor io» appena Alberto fu entro, èbbevi ressa alla
porta; e nella baracca, folla.
E cominciàrono i giuochi ¾ giuochi infami!
Imàgina due piccini, di non più di
sei anni per uno, pezzati di nudo e con le animuccie lì pelle pelle, ballottati
senza misericordia; e imàgina una tosuccia (la cassierina) incesa da
bicchieretti di branda, a saltar trafelata, cerchi, corde e sedili, tossendo, e
gettando a guisa di gioja i gridi che le strappava il dolore.
A un punto, sghiàtole il piede, la
cadde contro del muro; nè il muro era, per pasta, di quelli di Gèrico.
Alberto non potè più durarla, si
alzò, e dilungossi con l'ànimo che gli sapeva di brusco. E, quella notte, nella
fantasìa di lui, fu un vai-e-vieni; ora, di vispi e puliti popò dall'odore di
cipria, cui, parlando, ognuno addolciva e le parole e la voce, e i quali, se
piangèvano mai, era per non riuscire a spezzare tutti i loro be'-belli; ora,
invece, di avvizziti puttini ¾ meglio, di pìccoli vecchi ¾ a strappi, lavati dalle loro làgrime
solo, mai da nessuno baciati, mai sorrisi, quì a grignotare secchetti di pane
dinanzi alle golose mostre di una rosticcerìa, là rannicchiati entro un
pagliajo, bubbolando pel freddo, in compagnìa di qualche cane perduto o
abbandonato com'essi.
Il domani, Alberto, si destò di
buon'ora. Bisogno, più che non voglia, stringèvalo a ritornare sul luogo del
crudele spettàcolo. E, come vi fu, trovò la baracca, spiantata; sen caricava un
carretto. Sopra del quale, uno de' saltatori (quel dal mostaccio di
spazzacamino) in maglie ma con la giacchetta a ridosso, dava di piglio ad un
palo pòrtogli dal Meneghino. E questi era giù, la camicia slacciata (il che
scopriva degli agnus), col muso ancor mezzo dipinto e mezzo verd'aglio. Lì
accosto, i due pòveri bimbi sotto di un asse, uno per capo, aspettando; in
fondo, il donnone, floscio carname, in ginocchio, che legava un fardello.
E, tra i curiosi, Alberto. L'occhio
di cui, più che a tutt'altro, indugiò sulla faccia di uno dei due tormentati
piccini, faccia sparuta, smorta, ma intelligente che mai. Poterne cangiar
l'avvenire, quale felicità! E, Dio sa che cammino di gloria gli si sarebbe
dischiuso!... Una frasuccia bastava...
Ma la frasuccia non venne, ma Alberto
si allontanò.
Ché a lui mancava qualch'altro da
rivedere, pur non sapeva dir che. Proprio, come allorquando s'ha una parola da
proferire, se ne conosce il suono, se ne conosce il valore, ma non c'è verso di
spiccicarla; notando poi, che la cosa, cui tal parola è veste, torna,
apparendo, moltìssime volte inaspettata.
La quale cosa, ad Alberto (che
svoltava in un vìcolo) fu 'na tosetta, seduta sullo scalino di una portella,
fisa a un collo di fiasco, rimàstole in mano: a terra, dinanzi a lei, cocci di
vetro ed una traccia di rosso.
La cassierina! Perché sì assorta?
Già, era vano di attèndere una di quelle fate benigne, le quali, a bei tempi
andati «splif splaf» avrebbe, con un colpetto di verga, riuniti i ciapelli e
riempiuto il pestone. Il vino continuava a colare. Ma ella non si moveva. Tanto
fà! le busse non le avrebbe perdute. Se lei non andava, loro sarèbber bene
venuti. Oh! per le busse, non la dimenticàvano!... mai... ¾ E tristamente, girava il collo del
fiasco.
¾ Tu! ¾
disse Alberto.
La ragazzetta alzò due occhioni neri
e calamarenti.
¾ Ti batteranno, eh? ¾ dimandò egli con una voce pietosa.
Ella bassò la testina, e sospirò.
¾ Prendi ¾
fe' Alberto, rovesciàndole in grembo tutto che insaccocciava... e soldi di
rame, e soldi di argento. Poi, fuggì via.
Due sguardi maravigliati e di
riconoscenza lo accompagnàrono. Ei non li vide; li sentì.
E questi due sguardi sono ancor là, nel teatro, vivi, e
pàrtono da quella pallidotta fanciulla, la quale ¾
come Alberto appariva ¾ si era levata a mirarlo.
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