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PARTE SESTA
Tuttavìa, di questi riconoscenti sguardi, Alberto ¾ il quale avea raggiunto, a dritta, e
presso della corsìa, il suo posto ¾ non èrasi accorto, o meglio, non
sapeva di èssersi, ché, non è impossìbile che la sensitiva parte di lui se ne
fosse, all'insaputa delle altre. Oh quante volte ci sovveniamo del viso,
lungamente obliato, di tale, che viene in quella vèr noi, prima che la nostra
pupilla il rifletta! oh quante, ci ritorna un motivo, canticchiato chissà dove
lontano, prima che il nostro udito ne raccolga una nota! Bisogna crèdere dùnque
ci sia qualch'altro senso oltre i sòliti cìnque... sarebbe il
pre-sentimento? E, nel caso di Alberto, una prova, era il
ricordo della infelice bambina.
Dal quale, un gran battimani lo trasse.
L'uomo-caoutchouc avea trinciato, doppio, uno di que' tai
salti, i quali, per alleccornir la vivanda, han nome mortali; in segno di
grazie, pigliava ora la corsa per trinciarne de' nuovi.
Senonché, Alberto, girò il cannocchiale ai palchi di prima
fila. E diede sùbito in uno con giovanotti nelle più indecenti pose...
Indecenti? epperché? non si vàlgono tutte? ¾ e passò poi ad un altro, al
davanzale di cui stàvano tre nonolini, con le braccine fuori e le teste sur il
velluto del parapetto, moscatelli ed allegri, mentre la mamma allo specchio dei
loro visucci godeva dello spettàcolo; dopo, ad un terzo, con un signore ed una
signora attempati e dall'aria muffa... marito e moglie senza figlioli! I figli,
e chi nol sa? si mèttono tra i genitori, tòlgono a quelli la vista della ruìna
del tempo, anzi, li ringiovanìscono in loro. E così, su e giù per i palchi,
Alberto continuò fino al vano della porta di mezzo, dai due poliziotti agli
stìpiti, i propri sostegni del palchettone regio.
Di là del quale, l'amico nostro, ripigliando il suo viaggio
attraverso le lenti, sorpassò un palco, in cui, viso a viso di un saporito
vecchietto a cera da mela cotta, sedea una giòvane dama, vestita di nero
velluto e in gorgeretta bianca increspata. Ma tosto vi ritornò. Era, la giòvane
dama, castagnina di chioma, di sàngue gentile, e mòrbida siccome
neve-di-latte; negli occhi, azzurra e della più lìmpida
àqua; in profilo, la Vittoria di Brescia. E Alberto le segnò tutt'intorno, col
cannocchiale, quasi una lìnea, scendendo dal fronte di lei, per la guancia
rotonda ed il mento, girando verso l'orecchio mezzo nascosto sotto ai capegli,
e seguendo il gustoso contorno della spalla e del braccio fino al velluto rosso
del parapetto. Poi, tirò innanzi. Ma e che? èccol di nuovo a lei fiso. Certo è,
che le cose, belle di vera bellezza, sebben non comprese alla prima, làsciano
desiderio di sé. Ed ella or sorrideva; di qual sorriso, Dio! non già della
grinza, nata allo specchio ed usa nel mondo elegante, ma di un sorriso di
quelli, che, venendo dal cuore, rimbeltempìscono i bimbi, ed accontèntano i
poveretti.
¾ Eh! ¾
saltò su a dire una voce dietro di Alberto, mentre una mano il tentava.
Ei, sobbalzando, si volse; come se còlto ad un furto. In
verità, furava a un marito.
E vide Enrico Fiorelli, uno de' suoi condiscèpoli molti di un
tempo e delle sue poche conoscenze dell'oggi. Fiorelli era un grassotto, tal da
sembrare imbottito, piuttosto rosso che biondo, e con un'aurèola
tutt'all'ingiro di far 'na vita da papa.
¾ Alberto ¾
continuò Enrico, scavalcando il dossale ad una sedia non occupata presso di lui
¾ l'è mesi mesorum da che ci siamo
incontrati. Ti dirà la mia cera che vengo dalla campagna. Salvo una fame
assassina, stò a gonfie vele. E tu?
¾ Vivo.
¾ Non credo. C'è da giurare che ti
stai sempre fra quei tuoi morti di libri. Studii alla disperata, eh? ¾
Alberto fe' una boccuccia di noja: niente lo contrariava di
più del passar per sgobbone.
¾ Non mi dare la berta ¾ rispose ¾
Dimmi invece una cosa...
¾ Due.
¾ Già; tu conosci moltìssimi...
¾ Conosco, fà conto, mezza città.
¾ Siamo a casa allora. Sai dirmi chi
è... chi è quella... Guarda in fila seconda, a sinistra... quel fagotto di
donna, in raso colore cangiante? ¾
Ipòcrita di un Alberto! Ve', se pigliàvala larga.
¾ Oè? t'innamora? ¾ dimandò ridendo Fiorelli ¾ Bene, quella brutta sàgoma là, e
quel secchetto di uomo faccia a faccia con lei, fanno un sol pajo. Tenèvano
drogherìa, sarà un dieci anni, sulla piazzetta di santa Polonia; si chiamàvan
Del-Bò. Adesso, eh, ti leva il cappello, sono i signori
baroni Del-Bue. Non han fatt'altro che trasportare
l'insegna dalla bottega al calesso...
¾ Vorrei ¾
Alberto interruppe con un zinzino d'aceto ¾ diradare le nebbie che avvòlgono
prudentemente le orìgini antiche di molte e molte nobilìssime case... Altro che
drogherìa!... E quelle due appresso ai Del-Bò? sèmbrano
bàmbole, n'è?
¾ Bravo! sono quello che sèmbrano.
Roba da gioco, e da buttare poi via. Un magazzino all'ingrosso e al minuto. Ne
vuoi?
¾ No, grazie. Di' ancora. Chi è
quella... quella... ¾ (e quì Alberto, che voleva accennare
alla dama in velluto, tra la vaghezza di udirne e la paura di udirne e dir
male, titubò) ¾ quella signora... bellina... in quel
palco a diritta, presso la porta di mezzo ¾
Fiorelli mirò il cannocchiale vèr lei. Alberto azzittì, e
attese con batticuore.
¾ Diàvolo! ¾
Enrico esclamò, maravigliando di sé ¾ Non conosco...
¾ E conosci mezza città? ¾ chiese Alberto un po' in broncio.
¾ Ma non l'altra ¾ oppose Fiorelli (e, tornando a
guardare:) ¾ magnìfica donna, per mìo! Vado a
informarmi di lei.
¾ Dove?
¾ Là; nella corsìa che mena alle
stalle; da colui che discorre coi cavallerizzi; non quello in sopràbito grigio;
l'altro, il nero di barba, pàllido...
¾ Anzi, verde ¾
osservò Alberto ¾ Chi è?
¾ Un mio amico; il marchese Lotteringo
Andalò; suppergiù, un buon ragazzo. Già ti dissi, credo ¾
Difatti, sì. Alberto si risovvenne che gliel avèano pinto per
uno, che nelle più furiose dissolutezze si era infrollito ànima e corpo. Ora,
usato di troppo alle sensuali emozioni e troppo alle morali
non-uso per riuscirne a godere, vivea tanto da mèttere un
giorno sull'altro; giorni tediosi, di una pesantezza di piombo.
Enrico, appressàtosi, in questa, alla sbarra tra la corsìa e
le sedie, chiamava Andalò.
Il quale, venne.
¾ Sapresti ¾
cominciò Enrico; ma quì s'interruppe, e ¾ Andalò; ti presento Alberto Pisani,
mio amico. Alberto! il marchese Lotteringo Andalò, ut supra ¾
I due nominati inchinàronsi.
¾ Sapresti ¾
seguitò Enrico al marchese ¾ il nome di quella bellìssima donna,
in prima fila, alla dritta della porta di mezzo? Non mi par forestiera ¾
Andalò volse a lei un'occhiata, e...
Un momento! un momento! Io, Carlo Dossi, ho quattro cosette da
dire alle mie signore lettrici. Per voi, lettori uominacci, nulla: saltate. E
dico «donne, stò in forse sul come a voi riferire il parlare del marchese
Andalò, parlare senza camicia, e peggio. Certo, se voi foste state allevate
secondo natura, esso non vi darebbe nè caldo nè freddo; ma, invece, vi hanno
insegnata la cosìdetta virtù del pudore ¾ virtù cara ai deformi, sempre
posticcia, figlia e madre ad un tempo della libìdine... Oè! non fuggite. Per
voi, transigo con me e brucio io pure sull'ara di tale sporca virtù il mio
granino d'incenso: non voglio darvi la pena (sebbene sia pena che acuisca il
piacere) di lèggermi alla nascosa. Passerò, dico, i discorsi del marchese
Andalò per tutti e sette i crivelli... vi va? ¾ sicuro, del resto, che la
imaginazione vostra, pudìca, può ricomporli... e con giunta».
¾ No; non è forestiera ¾ disse adùnque il marchese con una
voce slojata, che a chi l'udiva attaccava la fiacca ¾
È di quì. Si chiama Claudia Bareggi, figlia di un appaltatore di armata, un
gatto in grande, morto cìnque o sei anni addietro... ¾
E lì principiò a narrare a Enrico e ad Alberto quello che a
voi, mie lettrici, secondo l'intesa, ripeto ora istacciato; come cioè, Claudia,
intorno ai diciotto innamorasse di un tal Savojardo, nient'altri che il
lava-piatti e pela-capponi e menarrosti
di casa. Sorprèsili il babbo, àpriti cielo! un affare di stato! Si cacciò via
sur i due piedi il sonator di ghirònda, ma la sua bella còrsegli appresso, e
insieme a lei... le posate d'argento. E il babbo, dietro anche lui. Ma il
babbo, per troppa furia di giùngerli, ribaltò e morì; per troppa furia di
uscire dal mondo, dimenticò il testamento. I due rondinini gli dedicàrono allora
un monumento, costoso... Ma e perché volàron poi sùbito a Nizza? e vi
piantàrono il nido? Egli è che l'aria di quì avea troppa buona memoria. Quì
tuttavìa, di tempo in tempo, spiègan le ali; egli, per dare una scorsa agli
interessi di lei, ella per rinfrescar la memoria di una certa prozìa,
innumerèvole a soldi e ad anni.
Così dicea il racconto del marchese Andalò. Ma Alberto,
tenendo fisi gli occhi in quelli di Claudia, bevea dal loro lìmpido smalto il
contravveleno.
A un tratto, ella si leva, e, s'avvolgendo in un scialle
bianco, scompar nel fondo del palco.
Alberto ha un sùbito moto.
¾ Scappi? ¾
chiese Fiorelli nel trattenerlo.
L'amico nostro arrossì, impallidì, e stette.
¾ Un giramento di capo... ¾ balbettò egli.
¾ Forse i lumi... ¾ osservò Enrico.
Era invece un colpo di sole!
E uscìrono insieme.
Tuttavìa, in istrada, Alberto rinvenne. Non volle nè punch, nè
àque calde, ma volle andàrsene a casa. Fiorelli l'accompagnò. E il fresco
risvegliava in Fiorelli la brillantina del chiacchierare. Era sul dare
consigli. Disse ad Alberto, che, a non guastarsi e il corpo e il cervello,
abbisognava, ad ogni mano di studio, una alternarne di vita giojosa, o maritare
almeno l'aria morta dei libri a quella, viva, della campagna:
¾ Non par vero ¾
disse ¾ che un giòvane come te, fuori di
tutte le busche; che non ha a rèndere i conti a nessuno, abbia da stare, quanto
il giorno è mai lungo e qualche volta la notte, a sbriciolarsi sui libri,
cercando la quarta al trifoglio od ingollando pìllole d'aloè!... Uh!... Che
mangi di colazione?
¾ Perché?
¾ Perché gli è quel pasto che ti dà il
tono del dì. Che mangi?
¾ Un uovo... ma questo è a bere
piuttosto.
¾ E d'altro?
¾ Una tazza di tè.
— E d'altro?
¾ Un chìfel.
¾ E d'altro?
¾ Niente.
¾ Come! niente?
¾ No.
¾ Ecco il marcio!... Tè... uovo a
bere... chìfel! Va, se la duri, è segno che ti han costrutto di ferro! ¾
Alberto sorrise pallidamente.
¾ Sei male informato ¾ disse.
¾ Ma e allora, come vuoi rafforzarti
con quella tua àqua da occhi? Sai che ci va? Sleppe di manzo, o amico,
costolette e bistecche. Ché, se tu mangi ben bene, studierai poco poco. Tàvola
e tavolino non sono in troppa armonìa. Per digerire tu dovrai passeggiare, le
passeggiate ti desteranno appetito... via via, diventerai come me, una invidia
alla luna di Agosto.
¾ Èccoci! ¾
fe' Alberto. E sostò.
¾ T'ho pur rotta la gloria? ¾ disse allegramente Fiorelli.
¾ Non dico.
¾ Dico io. Ma, quel ciarlone di
Enrico, ti ha, se non altro, risparmiato del fiato. Va, e dormi. Gli è già ora
turchina per un figliolo da bene ¾
E strinse la mano di Alberto, aggiungendo:
¾ Riposa il grande stravizzo.
¾ Addìo ¾
Alberto entrò; serrò la postierla; e, preso il suo lume, che
lo stava attendendo acceso, attraversò lentamente il cortile verso la scala.
La sua testa girava girava. Gli risonava l'orecchio come alla
romba di una cascata «è amore o è sonno?» chiedèvasi machinalmente «oh
maledetto il grillo di recarmi a teatro! Ero sì quieto, così contento!»
E raggiunse la scala. Si mise adagio a salire; ma, dopo un
quattro o cìnque gradini, riste' e siedette su di uno, posàndosi a fianco il
lume.
No, non era possìbile ch'egli ci fosse cascato: era la brama
di èsserci, che glielo volea far crèdere. Tutte panzane, sìmili amori
improvvisi, quasi colpi di schioppo; o, per lo meno, amori apparenti, ché i
veri hanno la fonte lor prima nella bellezza dell'ànima. E conoscea mò egli
quella di Claudia? No.
Piano col no! La di lei ànima, Alberto, l'avea pure veduta;
essa non è, come la gente pone, invisìbile: ciò che noi appelliamo il
sembiante, l'aria, la idea di un volto, che è se non lei?
Ma è poi essenziale in amore il connubio delle ànime? Non è
forse al rovescio? E quì, se un cuore gli rispondea di sì, un altro non si
stancava a negare.
Quante contraddizioni! Chi vuol ragionare ci affonda. Vòlta e
rivòlta, nulla di certo, se non se l'incertezza... e questa?... Nè s'è manco
sicuri di esìstere! Presente, già, non ci ha, perché il passato confina con
l'avvenire; ma se il passato fu, l'avvenir non è ancora. Eppure, egli poteva
pensare! e volere! e mòversi... quasi a persuadersi del che, battè fortemente
la mano sullo scalino.
E il colpo lo tirò dalle nubi. Si spaurì di sé stesso; si
tornò in soggezione. Raccolto allora il lumino, si alzò, e riprese a montare la
scala, pensando «trègua ai contorti sofismi; andiamo a dormire. Dormendo, s'è
più desti che in veglia».
E infino al ripiano, la testa di Alberto cessò dal frullare, o
parve. Ma, come all'uscio, si rinviò.
Mò perché a letto? Perché tante ore perdute tra le lenzuola?
Se a riposare le fatiche del giorno, a che il riposo eterno di morte?
Ed ecco Alberto voltarsi, ridiscènder la scala, e riuscito
alla porta di strada, riporre, nella nicchietta, il lumino.
Riaprì la postierla.
Il chiaro di luna inondava la via, dolcìssima luce agli
afflitti. Il sole feconda sì il formentone, ma il sentimento, no; è un padre,
buono fin che volete, ma che stà troppo in sussiego; è sempre padre, mai babbo.
La luna invece è mamma; essa indovina i nostri minuti affari di cuore, ci
piglia interesse; nei dispiaceri conforta, o almeno piange con noi.
E Alberto, al carezzèvole influsso, sentèndosi più e più
alleggerir la persona, corrèndogli voluttuoso il sàngue, a lungo passo cammina:
giù di quà, su di là, vede un palazzo, e al primo piano di quello una finestra
splendente. È la sua. Alberto, con le làgrime agli occhi, la fisa. E una
siloètta di donna vi appare. È lei!... Ma la finestra si abbuja.
Dòdici ore!
Lettori miei, niente paura! non vi allargate dal muro. Oggidì,
questa, non è più l'ora dei ladri; oggi, si ruba in pieno meriggio.
È l'ora, invece, in cui il mercato di Prìapo affolla.
Già, il bujo, pesa su quegli intavolati, più che campi
dell'arte, ruffiani dei vizi; e le torme di lupe dalla voce ràuca, che il
dopopranzo battèrono i marciapiedi infranciosando i cervelli mezzo intontiti
dal cibo, son covigliate e tripùdiano; già, quasi tutti serrati, son que'
caffè, ove dei côsi, torti di gambe come di ànimo, spàrsero effigi di pezzi di
carne con l'indirizzo dietro; e la timidetta fanciulla, che poco innanzi
valzava sotto gli occhi di mamma con qualche bel cavaliere, dorme, imaginando
di lui, ignara di che gli servì. Or la città va prendendo una sospettosa aria;
quella di una ragazza, che, con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume
senza nome di tipi.
Ve', un barbisino di quìndici anni, il cappello negli occhi,
che rade il muro di un vìcolo. Egli potè fuggire da casa, e, mentre il vecchio
suo padre lo sogna in preghiere, egli... Va o viene? È troppo allegro; va... E
quel bambino, tristo, stracciato, su 'na scalèa, che aspetta? Pare venda
fiammìferi... Fiammìferi solo?
Intanto, dei broughams dalle tendine calate fanno a
precipizio, ché il Diavol li porta, la strada.
E intanto una carrozza si arresta in una via tortuosa che
fiancheggia la Corte. La sentinella rintàna. Lo sportello si apre; ed ecco un
alto signore, il quale offre la mano a una donna incappucciata e dal vestito
che fruscia. Tò! quel signore non rièscemi nuovo; mi par d'averlo ammirato ad
una mostra di truppe, in tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di
principesche decorazioni... E la bella sua moglie gli passa dinanzi. Egli le fà
un ampio inchino, e, come la vede sparire in una pìccola porta ¾ porta alle grandi fortune ¾ tutto orgoglioso di ben meritar
quelle insegne che incugìnan col rè, rimonta nella carrozza.
Un'ora!
Uòmini inferajolati, a viso da campana e martello, ne pedònano
ancora, tossendo; o ne vèngono incontro soffiàndosi il naso. Aumèntano dalle
finestre i pst pst... alcune vie, da cima a fondo, pispìgliano. Nabucco
imbestia; la città è in frègola.
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