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Carlo Dossi
Vita di Alberto Pisani

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  • PARTE SETTIMA
    • 1 - la provvidenza
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1 - la provvidenza

 

Oh aveste avuta una mano sul cuore della fanciulla Claudia, quand'ella incontrava dove la scala potea ancor dirsi scalone, un certo giòvane bruno; e di capegli e di occhi e di baffi, nerìssimo! ¾ Tuttavìa, egli non salutava in lei che la figliola del padrone di casa, e salutava senza pure fisarla. Egli era pòvero e bello, ma non si sentiva che povero.

Chi fosse, udiamo la portinaja: «un giòvane molto gentile ¾ ché le chiudeva sempre la porta e accarezzava il bargnau ¾ il quale, da circa tre mesi, avea tolto a pigione una stanza nelle soffitte. Precisamente non sovvenìvano il nome, ma quel si vedeva stampato e attaccato su pei cantoni, come maestro di... di... non ricordava di che. Nondimeno, gli affari suoi, quali si fòssero, non dovèano còrrere a olio; nessuno ne avea mai chìesto; ed egli, se spesso usciva con dei fardelli, rientrava sempre a man vuote».

Alle quali parole, Claudia, volgèvasi in fretta, e, lasciando la portinarìa, saliva nelle sue stanze. , presto abbandonava il ricamo per l'ago; l'ago per i fiori di carta, metteva insieme o una rosa turchina o un geranio verde; poi, indispettita anche dei fiori s'andava a sedere nel vano di una finestra con un qualche romanzo. E Lisa Angiolelli, che gliel'avea appostato non appena fìnito, si guadagnava a pazienza il suo spicchio di cielo.

Altre notizie intorno al giòvane bruno, Claudia le ebbe da cui meno pensava, da un cugino di lei, Pietro Bareggi. Chi lo conobbe?... un mangia-dormi a faccia da mascarpone?... con un eterno sorriso a crètta?... un seccatore atroce?... No? ¾ Già; i connotati sono un po' troppo comuni. Pietro faceva assiduamente la corte alla bella cugina, e in generale s'avea per il suo sposo futuro. Nondimeno, se è vero che molti folletti in gonnella lo sospiràssero come un marito completo, io v'assicuro che la nostra ragazza la pensava diverso.

Bene, questo Pietro Bareggi, uscendo un dopopranzo in carrozza con la cugina e il padre di lei (un mezzo accidentato e tutto acciucchito, antico bevone in cui s'era rifatto al rovescio il prodigio delle nozze di Cana) Pietro, dico, salutò il bel giòvane bruno, che rincasava in quel punto.

¾ Lo conosci, tu? ¾ disse con vivacità la ragazza.

Nòta, lettore, che Claudia con quel suo allocco parente, stava sempre imbronciata; sul dimandare, mai; sul rispòndere, rado; e, puta il caso, con dei sì o dei no. L'inaspettato favore die' quindi un sorriso al pòvero babbio, che:

¾ Altro! ¾ disse, e cominciò a narrarle (avvèrti ancora, lettore, che, per amor tuo, insàlo tanto o quanto il suo parlare fàtuo) com'egli, due o tre estati prima, avesse conosciuto a Nizza, mentre vi ranocchiava, in quel giòvane bruno, un tale Guido Sàlis, conte, ricco allora da parte di madre di un diecimila e passa lire di rèndita. Ma, Guido, avea per babbo uno strappacasa, giocatore finito e di Borsa e di bisca. Il quale, un bel giorno, fatto cinquanta e dieci, trenta, andò con un po' di stricnìna a stoppar la sua buca. Una fortuna, vero? Senonché Guido volle prefìgerle un'esse, e accettò la successione paterna. Ed èccolo intorniato da un nùvolo di scortichini, con fasci di carte sgorbiate, bollate. Egli, giù allegramente a pagare! paga di quà, paga di , non si trovò alla fine avanzati che i piedi fuor dalle scarpe.

¾ E, jeri l'altro ¾ aggiunse il cugino ¾ lo rincontrai quì da noi. Quantunque molto male in arnese, ed io moltìssimo bene, attraversai la contrada apposta. Già; si sa, io sono un signore alla mano, io. E lo invitai a pranzo: parèami dire il suo viso «ho fame» giusto, come le sue scarpe ¾ (e quì il cugino bassò un'occhiata di compiacenza alle proprie, nuove e a vernice) ¾ Che vuoi? rifiutò. E con un far di superbia! Àqua! ¾

Ma, no; io sostengo il contrario. Guido, superbo? Oh l'aveste veduto, pochi appresso al racconto di Pietro, far capolino, con il cappello fra le mani e in aria di soggezione, nella ragionerìa Bareggi! Claudia, che a caso ivi era, il può dire.

Sàlis veniva all'amministratore, e, nel pagargli una parte arretrata di fitto, si congedava dalla cameretta sua e da lui.

La bella ragazza lo fisò tristamente.

L'amministratore borbottò una frase convenzionale di dispiacere.

Il giòvane allora, sempre con lo sguardo vèr terra, salutò e si volse.

¾ Fàtegli agio ¾ suggerì, sottovoce e con pressa, Claudia all'amministratore.

Il quale:

¾ Signore ¾ fece ¾ se è per il fitto... ¾

La faccia di Guido imbragiò:

¾ Grazie! ¾ disse ¾ ma io... io parto per l'Oceània ¾ e, salutando ancora, sparì.

Al trac della porta che si chiudea dietro di lui, rispose una picca violente nel cuore della ragazza. Ella capì di quale incendio o di quanto avvampasse.

Partito Guido, sembrò insieme partito dalle labbra di lei, il sorriso. Claudia lasciò le amiche, i libri, le passeggiate; prese a cibarsi a fregucci, a limarsi nell'ànima; e, dalla fresca fanciulla a cera spazzata di un tempo, a cambiarsi in una di viso affilato, smorto, balogio.

Fu poi, in quel torno, che quello sfasciume di un padre di lei, da un pezzo a sé non più vivo, cessò di morirle. Ciò pòrsele alquanto sollievo, le disfogò quel lago di làgrime, che dalla partenza di Guido le si era al di dentro ammassato; per la ragione stessa per cui, in piena battaglia, un bravo maggiore mio amico, tôcco leggermente nel naso, diede in quegli urli, i quali, una prima e grave ferita in luogo meno eminente, gli provocava. E invano, Pietro cugino, commosso allo struggimento di Claudia, cercò a forza di buffonate di ridonarle allegrìa e di rimètterla in carne. Pena gettata il fare da nano, il travestirsi da cuoco, il travestirsi da balia! non otteneva da lei un sorriso, neanche di sprezzo.

Ma un , il sincerone disse all'afflitta cugina di avere, in una viuzza perduta, incontrato ancor Guido. E Guido, stavolta, non gli avea pur reso il saluto!

¾ O il mio carìssimo Pietro! ¾ sclamò la fanciulla con un sospiro di gioja, disincantàndosi quasi. E a pranzo mangiò due bistecche. Piàcciavi o no, sentimentali lettrici, stòmaco e cuore sono vicini di casa.

E quì verrèbbemi il taglio per un sermone circa le gioje morali, le ùniche vere, che la ricchezza potrebbe apportare. Apporta anche fastidi, non dico di no; ma, come scrisse un milanese brav'uomo «ogni qualùnque cosa ha due mànichi» , ora, sarebbe il caso da mètter mano al sinistro. Intorno al quale, parlerò poi a lungo, a consolazione degli spiantati, lor dimostrando anzitutto, che se i nudi-a-quattrini vòlgono in capo i più generosi e i più bizzarri progetti, i ricchi, per contrappeso, hanno i denari, solo.

Pur tuttavìa si danno eccezioni: èccone una:

Alcuni giorni, dopoché Sàlis fu segnalato alla tosa da quel gogò di cugino, un servitore di lei ne scopriva la casa ed entrava in un desolato stambugio, dove, neanche il sole, universale parente, si era mai arrischiato. E il servitore offriva a Guido un viglietto, con tali parole:

¾ Da parte della signorina Bareggi ¾

Sàlis lo pigliò con tremore.

¾ Accomodàtevi! ¾ fece al domèstico.

Questi, guardàtosi attorno, dovette stàrsene in piedi.

Quanto al viglietto, diceva:

 

Signore;

desiderosa da un pezzo d'imparare il disegno, ora, mi sono risolta. Voi ne siete maestro, e, mi si disse, egregio. Vorreste insegnàrmelo? Se sì, vi aspetto: tardi è meglio che mai; presto è ancor meglio che tardi.

 

Il giòvane non si moveva.

¾ Ha una risposta? ¾ azzardò il servitore.

Guido si scosse, e corse alla tàvola (tàvola e letto era la sua sola mobilia). Ma, a che? di carta, non si vedeva se non se un brano d'invoglia, già di salame; quant'è al calamajo, l'inchiostro erasecco che la ruginosa penna di acciajo rùppesi tosto. E allora ei si frugò nelle tasche; e ne cavò un mozzicone di làpis mezzo mangiato; era monco! Tentò di aguzzarlo con una lama di coltello da tàvola; non tagliava oltre il cacio.

Ma lo soccorse un temperino del servo.

E Guido, dietro il viglietto di Claudia, scrisse:

 

Signorina gentile;

non posso proprio accettare: un pùblico impiego mi vuole di giorno e spesso di notte. Di malincuore è il mio no; pur mi consolo pensando che lascio il posto a qualch'altro, certo più degno di me.

 

Voi, capirete, lettori, che il pùblico impiego di Guido era tutta fandonia, sebbene ei già avesse, e l'ozio di un alto e la fame di un ùmile. Dùnque, che ne era del suo schietto caràttere? perché ricusare un onestìssimo ajuto?

¾ Bella! ¾ se è un matto! ¾ salta su a dire un N.N., che a questo mondo cantò sempre nei cori. E, matto, in confidenza, è quel nome, molto di uso, che noi regaliamo a coloro, i quali òsan pensare diversamente di noi, quando ne sembra un po' forte il chiamarli o bestie o birbanti.

Ma il viso della mia Bigia si più gognino del sòlito.

Ve', se ha compreso!

Tu allora, Bigia, e insieme a te, quelli che hanno intelletto d'amore e scèlgono le scorciatoje del sentimento, non chiederete certo perché, allontanàtosi il servo, Guido si buttasse sul letto, a piàngere e a pentirsi, prima del suo rifiuto, del pentimento poi. Guido sentiva di aversi accecato il solo spiraglio di luce che ancor gli restasse, di avere perduto l'ùltimo filo che il ratteneva alla vita.

Ma, un'ora dopo, un picchio alla porta: forse, della vecchia padrona di casa pel fitto settimanale.

¾ Avanti! ¾ Sàlis rispose, con la faccia contra il paglione.

Si udì l'aprire dell'uscio.

¾ Signore ¾ principiò oscillando una voce di donna; ma questa voce descrisse una curva; non, come Guido attendeva, un àngolo.

Egli ne trasalì. Levando lentamente e con timore la testa:

¾ Oh! ¾ fece; e balzando in sui pie', poggiossi alla tàvola.

¾ Signore ¾ Claudia continuò, dal lato opposto di quella ¾ il mio servitore m'ha detto... io vengo... mi disse il mio servitore... voi... ¾ ma , s'empiendo di parole la bocca, tàque rossa e confusa, e fisò l'occhio alla tàvola.

¾ Signorina... voi... ¾ cominciò allora il giòvane bruno ¾ avete scritto... il vostro servitore mi disse... io... l'impiego... ¾

E batti con questo impiego! Guido si moltiplicava le macchie sulle unghie. Ma il dir bugìe non è roba da tutti. Ed egli turbossi, azzittì, e scese lo sguardo su dove posava quello di Claudia.

In cui, era un intreccio di lèttere, un intreccio a matita; Guido leggèvavi Claudia; Claudia, Guido. E le pupille di essi, rialzàndosi insieme, dièdero l'una nell'altra; si fuggirono.

Dio! che scontro! In un baleno, due storie di amore, che ne formàvano una!

¾ Claudia! ¾ egli esclamò, giugnendo le mani ¾ io ti fuggii; tu mi sègui.

¾ Dùnque, ci amiamo? ¾ fe' la ragazza con uno scoppio di gioja.

Ma il giòvane impallidì, e si lasciò cadere sul letto, e si nascose tra le palme la faccia.

¾ Oh noi infelici! — disse.

— Perché? — dimandò la tosa, agitata.

Ei trasse un profondo sospiro.

¾ A che sono ricca, io! ¾ sclamò con angoscia la bella.

E quì, silenziosi momenti. Poi, s'ode un passo che si slontana; poi, una porta che cricchia. Egli leva le mani dal volto; guarda: è solo. E geme «la povertà paura».

In qual maniera, si maritàrono dùnque? State a sentire. La conclusione par da comedia. Un prete Armeno (chi dice Greco, ma ciò nulla importa) apparve Deus-ex-màchina a Guido, e gli rimise, in nome di tale, morto pentito a Betlemme, una grossìssima somma, truffata, anni già molti, al babbo di lui. Il che era bene possìbile. La vecchia casa dei Sàlis, disordinata che mai, vincea per ladri il nuovo regno d'Italia; poi, l'Armeno produsse una filatèra di scritti; infine, prova senza risposta, era il pagamento sonante.

Bigia, or che pensi?

¾ Penso che la Provvidenza è pur buona!... con l'ajutarla un tantino ¾

 

E detta istoria venne poi anche raccolta da Alberto a pezzi e a pezzetti da bocche meno bugiarde di quella del marchese Andalò; principalmente da Enrico. E, per le molte lacune, era proprio il caso di dire:

 

Se imàgini cos'è,

c'è un gràppolo per te.

 

Ma, alla morale, il veleno. Come fuggire il confronto tra quella istoria a chiaroscuri e di amore, e la sua (di Alberto) morta di affetti e di un monòtono grigio? Più; e' sentiva che la comedia dei due giòvani sposi era bella e finita; e, se ancor non finita, il posto di lui era in platea: avrebbe parso, in sul palco, una quinta di selva in un scenario di sala.

Felicità stava con que' due cònjugi-amanti. A che buono turbarla?

Ma i pensieri di Alberto cambiàrono strada. Vìncere un cuore? egli? con quel disgraziato suo corpo? ¾ e sospirò e singhiozzò ¾ Oh! foss'egli stato bello!... bello come un giòvane Dio pagàno. Èccolo venire all'incontro di una lunga fila di giovanette, poniamo un collegio, fiero, splendente ¾  E passa, lasciando dietro di sé, in ogni seno uno sbàttito, su d'ogni labbro un sospiro...

A notte, nei dormitori... il diàvolo.





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