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1
- il mago
Eppure, cotesta casa, non avea niente
di strano! non gronde sporgenti, non fumajoli bizzarri o torrette, non
cabalìstici segni. Era una borghesìssima casa, col suo rispettàbile nùmero senza
nè l'uno nè il tre, a due piani, semplicemente rinzaffata di bianco, e dalle
persiane grigie.
¾ Ma le persiane stàvano sempre
chiuse!
Ebbene? che volea ciò dire? ch'essa
avea molto più sonno delle altre. Non si può forse tenere gli occhi serrati
anche di giorno?
E neanche il padrone di lei, almeno
per vista, era fuori del sòlito; un lanternone a barba biancastra, come tanti
altri. Tuttavìa la gente dicèvalo il mago; tuttavìa le mamme, nel minacciarlo
ai loro bambini quando cattivi, sentìvano, elle pure, spago. Ed io v'accerto
ch'egli, ben in contrario, avrebbe baciato que' tosi che al suo apparire
fuggìvano! Un mago poi, che, con l'abbondanza di spiritelli a' suoi cenni,
scarpeggia gobbo e doglioso con la salvietta accoccata a comperarsi egli
stesso, ogni mattina, e la fetta di manzo e il cìnque quattrini di sale ed il
pane; è un mago, mi sembra, un po' troppo domèstico.
Ma sì! va e persuadi la contrada San
Rocco. A lei era rimasto, fitto e saldato, il racconto di due operai, i quali,
ammessi nella misteriosa casetta per aggiustare un camino che pativa di fumo,
avèano scorto sopra un gran tondo una testa mozzata, ancora con i capelli, con
gli occhi invetriti e con in bocca... una pipa. Tonio inoltre, il garzone,
narrava con la voce in cantina, che lo strione, tràttolo a un certo punto in
disparte, avèagli offerto una pila di doppi marenghi, purché gli fosse andato a
strappare un braccio di una tal croce di legno appesa ad una tal porta...
— Naturalmente ¾ Tonio aggiungeva ¾ ho risposto di no ¾
¾ Oca! ¾
osservàvano i preti ¾ dovevi accettare, poi far dir tante
messe ¾
Di più; la contrada San Rocco avea
veduto un bel giorno fermarsi alla casa del mago un carretto e uscirne caldaje,
storte, lambicchi. La contrada èbbene i batistini; lei, che avea pure
assistito, due mesi prima, tranquilla, al trasporto di una batterìa di roba tal
quale nel liquorista di contra!
¾ Ei cerca l'oro ¾ pispigliàvasi il volgo, mandando giù
la saliva. Ma il volgo, secondo l'usanza, sbagliava: il mago non era in traccia
dell'oro, quantùnque il fosse di cosa, al pari di quello, cùpida e paurosa a
una volta.
Infelice! Il più orrìbile morbo che
imaginare si possa lo tormentava, ché, se negli altri ci è dato e la illusione
e la trègua, o spesso, la forza del male tògliene la coscienza, quì, il
martìro, sorto dalla fantasìa, alimentato da questa, e sempre in novìssime
foggie, non requiava mai.
Fanciullo ancora, ei raggrinzava le
mani e nella voce affiochiva alla parola «morte» e si palpava la faccia
seguèndone l'ossa. In tutto, un accenno di lei; montava una scala, ogni gradino
suggerìvagli un anno... oh! come presto al ripiano. A volte, stretto da
improvvisi spaventi, correa strillando le stanze...
¾ Che hai? ¾
gli dimandava la mamma.
Egli taceva, aggricchiava.
E, a soffocare tali atroci paure,
credette, adolescente, una via, il gittarsi nella nemica idea, il non pensare,
il non udir che di essa. Ahimè! il rimendo fu peggior dello straccio. Certo, ci
ha libri, i quali ne famigliarìzzano con la figura di morte, mostrando la sua
poca importanza, pingèndone urne rischiarate dal sole e inghirlandate di rose;
ma altri, e molti, (la più parte di frati cui il digiuno del mondo fe' brusco)
aumèntano i nostri terrori, col mètterne innanzi un inventario di strazi...
grinfe, code e piè-d'oca sopra e sotto del letto, sudari, e puzzolenti
tenèbre. E ¾ poiché noi, verso dove incliniamo si
cade ¾ Martino, invece d'aprire gli scuri
al sereno, asserragliossi nel bujo.
Sbaglio su sbaglio, dièdesi alla
medicina. Questa, nella maniera che la psicologìa avèvagli tolta ogni fede e
ogni opinione sul patrimonio dell'ànima, gli giunse a destare intorno a quello
del corpo un biribàra di dubbi. Solo, capì su quale fràgile trama fosse l'uomo
tessuto, quanta folla di casi potèvala ròmpere. E, nuova scienza, nuovi dolori.
Tuttavìa, uno svario gli si frammise
a tali ombre. Le ombre e la giovanezza di lui facèvano ressa a vicenda; Martino
si ubbriacò, stalloneggiò, e riuscì a sottrarsi per qualche tempo a sé.
Ma, una notte, allo zènit di un'orgia
che rasentava i confini della ribalderìa, la biondìssima Giulia, assieme alla
quale egli avea bevuto la vita, alzàtasi con un far risoluto, teso il
bicchiere, gridato «viva il...» cadde improvvisamente, senza compire la frase,
all'indietro.
Il cuore le si era spezzato. Martino
svenne; fu chi credette per la fine di Giulia, e, invece, era per quella di
lui! per quella di lui, che riapparivagli a un tratto. Egli avea già spesi
trent'anni; quanti gliene avanzava? altrettanti? oh il buffo!... e mettiamo
pure quaranta, cinquanta... serriamo tutte le ante... cos'era? Un buffo del pari.
¾ No, non voglio morire ¾ giurossi ¾
Nè morirò ¾
E con la foga della disperazione, a
capofitto si rigettò nelle naturali scienze, le quali, agli sforzi di lui, si
aprìrono come l'onda a chi nuota. Ma l'onda mai non finiva. Dopo vent'anni di
studio, feroce, senza una posa (dùnque vent'anni di morte) ei si trovò ricco di
non cercati segreti, capace di far di un cadàvere pietra, di sospèndere il
corso dell'umano orologio e ravviarlo; anzi, dietro a un filo sicuro per
costruirne a sua posta; nondimeno, impotente, e, quel ch'è più, nudo a speranze
di eternar quel bàttito, mosso in noi, primo, da... Da chi? Va te l'accatta! ¾ E intanto il corpo di lui avea
perduto l'acciajo, la barba èrasegli fatta grigia; ei si vedeva in là molto su
quello stretto sentiero, affondato tra insormontàbili muri e chiuso alle spalle
man mano, entro di cui, noi vale il coraggio, non la viltà; voglia o non
voglia, bisogna camminare in avanti, sempre, finché un abisso c'inghiotte.
Sino allora, Martino, avea corso
l'àque e le terre, inquieto all'ubbìa che la presente sua stanza diventàssegli
l'ùltima, àvido di contemplare la morte sotto ogni clima. Oh quanta avea
accolta eredità di sospiri!... e, in slontanarsi dai funèrei letti, gemeva «uno
di manco... vèr me». Ma, quando sentì che irreparàbili guasti nell'interno
congegno gli minacciàvan lo sfascio, bruciò di fuggire non avvertito dal teatro
del mondo, di conigliarsi in qualche oscuro cantuccio, per aspettarvi da solo
lei, schivando almeno così le làgrime degli amici, il leppo dei ceri, il
borbottare dei preti, tutta insomma la pompa dell'ùltimo tuffo. E comperò nel
sobborgo la casina a due piani.
Vèngono gli strasudori in pensare a
quegli anni, sì brevi da lungi e così lunghi da presso, vissuti da lui,
solamente con sé. Io me lo vedo, banfando a fatica, mezzo seduto su di un
cadàver spaccato, a interrogare «morte, che sei?» a rovistarvi le traccie di
vita, la quale vita è... Cosa? Le definizioni, molte; materialìstiche alcune;
altre spiritualìstiche. E, tanto o quanto, ciascuna, per la sua strada, va;
mèttile insieme, picco e ripicco.
Disperato, allora Martino si buttava
a ginocchi, supplicando quel Dio, al quale nell'ìntimo suo mai non avea creduto
nè oggi pure credeva, d'incretinirlo; poi, dalla stessa viltà svergognato,
spregava ansiosamente la prece. E altre volte, èccolo, con lo sguardo smarrito,
dimandare a follìa quello per cui la scienza era muta; or mescidando ai
fornelli indiavolate pozioni; or riunendo la volontà sua, tutta, nei più
turchini scongiuri; ed ora a sfogliare con un tremore di speme, stranìssimi
libri di scrittori sotterra, che a parte a parte insegnàvano e il vìvere eterno
e la giovinezza perpètua.
Ma il tempo non si arrestava, mai.
E finalmente, agli albori di un
giorno, un vicino di lui, sì e no in pantòfole e col tabarro sulla camicia a
ridosso, apparve alle due portinaje del mago e disse loro che qualcheduno stava
sballando od era fatto sballar nella casa; egli ne avea sentito le grida, il
ràntolo.
Le portinaje, prima atterrite,
occhieggàronsi poi indecise. Romperèbbero esse il divieto del loro padrone?
traverserèbbero l'atrio? ne salirèbber le scale? E tentennàrono un poco.
Senonché, il caso premeva; risolvèttero il sì. Infatti, giunte al di là del
ripiano, udìrono angosciosa la voce del mago gridare «oh mi risparmia; pietà!»
indi, un gèmito lungo.
Precipitârono nella stanza.
Martino, in uno de' suoi peggiori accessi
di necrofobìa, giù dal letto, e il letto sembrava quel delle streghe, era
dinanzi uno specchio, al pàllido lume dell'alba, miràndosi con ispavento. E
certo, l'aspetto di lui, dovea èssere bene stravolto, se le due donne
agghiacciàrono, e l'uomo se la cavò... in cerca di un prete.
Non l'avesse mai fatto!
Il mago si vide perduto, vìdesi alle
cimosse!
¾ Gira largo, via! ¾ stridette.
Ma il prete fe' per pigliargli una mano.
Martino addietrò, con terrore, come tôcca una biscia; diede nel letto, cadde
entro la stretta...
E in quella, per paura di morte,
morì.
E, come il mago non lasciò testamento, venne la sostanza di
lui nel capitano Pisani, padre di Alberto; il quale fu nella misteriosa casina,
prima ed ùltima volta, il giorno de' funerali del zìo. Ché, se il prevosto avea
detto e ridetto che don Martino era assegnato da un pezzo a cibo di
Barlicche-barlocche, non avea ciò tolto di glielo inviare con
tutti gli onori possìbili. Senonché, le parole di un prete fan sempre male a
qualcuno, salvo a lui ben'inteso; per cui la casa del mago l'ebbe bianca a
pigione. E a chi poi mi dimanda, come le portinaje, due beatocche e paurose,
potèssero mai abitarla, rispondo con la ragione delle ragioni, che fuori non ne
dovèano mèttere. Del resto, èrano bene ferrate: avèano intornavìa un arsenale
di croci, aquasantini, agnus-dei, palme... e brigidini e
rosari e candeluccie dipinte.
E fu alla casa sudetta che il brougham di Alberto, partito
dalla città, fermossi.
Primo, s'aprì lo sportello a Paolino... Oè, marchesa Clemenza,
non aggricciate le labbra, voi che tenete in sui pie', dietro la vostra
carrozza, i servi, e che non stareste in bilancia, rinvenendo la moda, di
sguinzagliàrveli innanzi. Epperché, dite un po', con due còmodi posti al
didentro, obbligare Paolino a schiacciarsi le coste a cassetta? Io v'assicuro
che Alberto non s'aquistava un pulce di più.
¾ Uh! una livrea! ¾ esclamate.
Chiedo perdono! Paolino non ne portava. L'amico nostro
credeva, ed io con lui, già per sé umiliante la condizione di un servo,
senz'aggiùngerle altro a rammentàrgliela continuamente, come ai vecchioni de' Luoghi
Pii la verde mostreggiatura, la quale sembra lor dica «vivete di carità».
Carità riesce ben dolce, ma a colui solo che dà. E almeno i pòveri vecchi ponno
celar nell'ospizio la loro vergogna; i servi dèvono farne parata.
Bene, Paolino ed Alberto smontàrono, e il primo, preceduto il
secondo nella portinarìa, gridò:
¾ Il signorino Pisani ¾
Le due portinaje, delle quali una era sull'iscoppiare e una
sull'insecchire, stàvan cucendo pattine. Alzàrono il capo sorprese: forse non
ricordàvano più di avere, loro e la casa, un padrone; e dimandàrono:
¾ Il signore? ¾
¾ Pisani! ¾
tornò a gridare Paolino ¾ il figlio di don Alberto!
¾ Oh verze e rape! ¾ fe' al servitore la magra, levando
su da sedere ¾ Riverisco, padrone. Il figlio di don
Alberto? Mò, guarda, Peppa, gli è tutto lui! tutto quel pòvero signor capitano!
¾ Bò ¾ approvò la grassona ¾ lo stesso taglio di faccia, i
medèsimi occhi!
¾ Le pare? ¾
chiese Paolino ad Alberto.
Questi fece un ghignuzzo. Non dimandàvasi più «perché le
livree?»
Quanto alle donne, accòrtesi del loro marrone, rimàsero un istante
confuse. Poi:
¾ Già ¾
ebbe l'impudenza di dire la rinfichisecchita nell'appressarsi ad Alberto ¾ lei, padroncino, è proprio tutto suo
padre!... l'occhio principalmente... ¾
E Alberto con allegrìa:
¾ Dùnque ¾
disse ¾ mio babbo ne possedeva uno nero e
l'altro celeste? Un bel casetto, eh!
¾ Atrio: pìccola porta ¾ interruppe Paolino, che, avendo
scelto una chiave da un mazzo recato con sé, leggèvane il materòzzolo ¾ O dov'è questa porta? ¾
Ma le due donne stèttero rinfrignite; dignitosamente in
silenzio.
¾ Dov'è? ¾
ripetè Alberto un po' brusco. Le portinaje s'affrettàrono allora a indicarla. E
Paolino, mosso l'armadio che le avèano contro appoggiato, e dato giù un pajo di
mani di chiavi e catenaccio e paletto, schiuse la via ad un atrio, a suolo di
terra battuta, a tre comparti di volta, e chiaro per due
mezze-lune già a vetri. Era, sulla diritta a chi entrava
dal pìccolo uscio, chiuso e sbarrato il portone di strada, e, a fronte a fronte
di esso, il cancello che conduceva all'ortaglia, chiuso e sbarrato anche lui;
ai lati del quale, di sotto le mezze-lune, due sedili di pietra
ed una lunga carriola.
¾ Suo barba ¾
fe', a bassa voce, la magra ¾ andava a pigliarli con quella...
¾ E li portava? ¾ dimandò Alberto.
¾ Là! ¾
ella rispose, additando a sinistra una porta.
¾ Laboratorio a terreno ¾ lesse, scegliendo una chiave,
Paolino ¾ Apro?
¾ Apri ¾
Il servitore ubbidì. Una tanfata li accolse. E, come fùrono
tolti gli scuri, Alberto si vide in una stanzotta travata, a quattro finestre,
due verso la via e due vèr l'orto, con un immenso camino a cappa sporgente
nella parete di faccia e un tavolone rivestito di marmo nel mezzo. Oh quante
notti avea là trascorso Martino a disfare, a studiare l'umano bamboccio senza poterlo
capire!
¾ Su quella panca ¾ ricominciò a dire la magra, la
quale, delle due portiere, s'avea pigliato l'appalto del chiacchierìo ¾ la panca sotto la cappa, era un
pòvero morto, abbigliato come un signore. Dìcono che don Martino facesse vita
con lui, discorrèssegli assieme, mangiasse... E di pòveri morti, sa, ce n'èrano
altri, e tanti! a pezzi e a bocconi, su que' rampini e que' palchi. Una fila di
teste, poi!... Venne suo babbo, e li fe' tutti interrare.
¾ Oh! guardi — disse Paolino (e
accennava ad una lumiera) ¾ è a gas; fin d'allora!
¾ St! ¾
fece la portinaja ¾ È l'ànima dei pòveri morti. Come sia
bene la storia, non so; ne dìcono tante! pure ci ha molta cantina sotto...
diavolerìe, magìe... ossèrvino! ¾ E tese la mano a un camerino
senz'uscio.
Servitore e padrone vi vòlsero l'occhio. E, poiché stava nel
camerino, un coso, un tabernàcolo degli Ebrei, suppergiù un usuale gasòmetro,
la fantasìa di Paolino restò; quella invece di Alberto si spinse più in là;
trattàvasi d'indovinare, sua passione, suo forte. Ed egli vi apprese, che il
mago avea saputo utilizzare, oltre la vita, l'uomo. L'uomo, non può più fare?
Illùmini colui che fà.
Tornàrono silenziosi nell'atrio.
¾ Ecco la scala! ¾ disse la vecchia nell'indicare un
rastrellino di ferro, giusto riscontro all'uscio della portinarìa. E Paolino
l'aprì. La grassa delle portinaje rimase a terreno; gli altri, montàron la
scala.
E riuscìrono in un salone.
Il quale salone, che rispondeva sull'atrio, mostrava, al pari
di quello, un aspetto deserto; le pareti, nude; i calcinacci, per terra; non
una sedia; vi sobbalzava quindi allo sguardo un assone con due cavalletti a
sostegno. Là il bucatino del mago, là il taglio della sua ùltima veste. E a
dire che que' cavalletti e quell'asse venìvano da un
palco-scènico! da un teatruccio già nella medèsima sala!
¾ Quì ¾
disse la vecchia con una stilla di fiele ¾ al tempo dei tempi, prima che il suo
signore prozìo comperasse la casa, era la società dei Burloni! ¾ e sospirò. Poverina! Ella, che ora,
tutta naso e bazza, rappresentava per forza la parte di strega, una volta,
fresca e pienotta, lì avea recitato le vispe di crestaìna e servetta! Oh dove
quella platea a lei sorridente e che applaudiva? oh dove quel
capo-ameno di suggeritore, il quale, ammiccando e facendo
le mocche, cercava, ma invano, di smarrirle il contegno? e, infine, dove il suo
Antonio, il giòvane biondo dal mazzolino di rose, che dalle quinte miràvala con
batticuore?
Paolino, nel mentre, fedele al suo ufficio, avea sbarrato una
porta:
¾ Oh che riso e fagioli! ¾ esclamò ¾
Venga a vedere ¾
Alberto venne. E vide una stanzettina con tutta quella
bizzarra e sospettosa parvenza, che una collezione di bielle, pairòli, caldari,
fiaschi, pirotte, non della sòlita forma, dà; e che, più d'ogni altro, dànno e
le storte e i lambicchi, fòssero pure stillando del tamarindo, del
vigliacchìssimo tamarindo. Ma è sempre la medèsima storia; fortis imaginatio
gènerat casum; un lavativo a sistema Éguisier, e anche
non-Éguisier, può, tra il chiaro ed il bujo, con la sua
sola fisionomìa, tògliere il fiato; ed io conosco un brav'omo, che, in mezzo a
una strada fuori di mano, riuscì a vòlgere in fuga quattro assassini, mirando
lor contro ¾ indovinate mò cosa? ¾ un salame. Quì poi, ad aumentar lo
scuriccio, era un ammasso di libri, libri ben'inteso vecchi e ben'inteso oni,
sparsi un po' dapertutto... sopra i fornelli... per terra... sugli scaffali...
sul tàvolo...
E Alberto dimandò il nome a qualcuno:
E un primo frontispizio rispose «traité pour ôter la crainte
de la mort et la faire désirer» e un altro «de propaganda vita puellarum
anhèlitu» e un altro «ars moriendi» e un quarto «serraglio dei personaggi che
vivèrono sècoli e ringiovanèttero» e un quinto «trinum màgicum sive arcana
arcanìssima»; via via così, Alberto si trovò possessore di un manicomio di
libri... màgica, astrologìa, ascètica... di Pietro d'Abano, Celso, Longino,
Bailardo, Ottavio e Tomaso Pisani, Andalotto del Negro, Flàmel, Cardano, atque
aliorum magnorum clericorum multorum.
¾ Scusate se è poco! ¾ saltò su a dire Paolino, aprendo un
armadio ¾ Aqua! che compagnìa brusca
d'ampolle, di scatolini, caraffe... E che razza di nomi! Tedesco pretto di
Vienna! ¾
E Alberto leggendo:
¾ Sexta-essentia...
Anima Solis... Cedrorum Lybani essentia... Macrobiòtica Pulvis... Sancti
Germani the... Sal secretìssimus... Eh? capisci, Paolino?
¾ Poco.
¾ È già troppo quel poco ¾ e continuando: ¾ Pulvis procreationis... Coeli
tintura... Caliostri elixir... Mundi spìritus universus... Lapis
Philosophorum... Nèctar... Potàbile aurum... Risolvente flogìstico... Gioventù
eterna... Sanatodos...
¾ Chissà! se ne potrebbe anche
trovare... ¾ interruppe la vecchia con un barlume
nel viso di cupidigia e di speme.
¾ Il cielo ne guardi! ¾ fe' Alberto ¾
E a scanso che se ne possa ¾ aggiunse ¾
tu, Paolino, butterai via tutta 'sta roba. Ma... ¾
Il ma gli correva alle labbra nello scoprire, fra quelle
quintessenze di vita, una terzetta a due colpi, càrica.
¾ Ma ¾ riprese ¾
eccettuando cotesta ¾ E se la mise in saccoccia.
Più non restava da visitare se non la càmera a letto del mago.
Vi s'accedeva per la cucina... scusate! volevo dire laboratorio; ed il pennello
di luce, che insieme alla portinaja e ai nostri due amici vi entrò, ivi loro
dipinse una catasta di mòbili.
Alberto cammina dritto a disbarrare le imposte.
Sotto, ecco un'ortaglia; al disopra, odi rugugliare i
piccioni. E, nell'ortaglia, non un segno di andari, ma un guazzabuglio di
piante; poi, una cinta; al di là, praterìa. Di cui, seguendo una scriminatura,
la quale giusto si parte dalla casina del mago, incòntrasi un'altra cinta,
quella del cimitero: ancora al di là, pòpolo fitto di spade appuntate nel
suolo.
¾ Alt! ¾
sclama Alberto, battendo la mano sul davanzale della finestra. E pensa: quì
scriverò. Quella veduta, sprona ¾
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