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Carlo Dossi
Vita di Alberto Pisani

IntraText CT - Lettura del testo

  • PARTE UNDECIMA
    • 2 - insoddisfazione
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2 - insoddisfazione

 

Era, nella città, l'ora, in cui i ciccajoli allùmano i lor lampionini, e i mangia-malta appòstano i gatti, e i pòveri vergognosi di nani dagli ampi mantelli fanno la traversata dalla bottega alla casa. Gli ùltimi raggi di sole avèano arroventato una rastrelliera di casserole di rame, e si èran rinfranti in una di majòliche e vetri, e fatto brillare una fila di guantiere e cucchiai di ottone, dùnque, è una cucina la scena; ed io aggiungo, cucina di un'osterìa mezzo perduta tra i monti.

Nella quale, ora, l'ombra ha inghiottito un giòvane di sèdici anni, seduto in un canto. Chi, verso le sei, la chiacchierava alla porta, avèalo visto a venire e ad entrare, lo schioppo a tracolla, un cane ai tacchi. Era, la giubba sua, frustagno, ma la fòdera, seta. E il giovanetto, di dove avea pranzato non si era più mosso; insieme alla frutta, sopragiungèvan le tènebre.

Sìano le benvenute! Sentìvasi stanco, forse. Scarpe di montanaro, nelle montagne, non bàstano. Allora, la ostina avea deposte inaccese le due stoppiniere dal piattel verde di latta sopra la tàvola, e, mentr'ei si stendeva, chiudendo gli occhi, su 'na panchetta di legno, zitta, era andata a sedere sulla predella del vasto camino e si appoggiava, come a dormire, contra uno stìpite. Il bracco poi, lappata la sua foppa di galba, e leccàtosi i baffi, già stàvasi accovacciato a pie' del padrone, i nottolini giù ¾ di tutti e tre il solo che non facesse per finta.

Infatti, sotto palpèbra, il giòvane teneva lo sguardo fiso nella fanciulla. In confidenza, essa l'avea turbato fin da principio, quando, con una di quelle voci soavi, di argento, che ricèrcan le vene, avèagli detto «buon », mentre, intorno alla voce, appariva il più bel gràppolo di giovinetta che mai. E, com'egli avea voluto, per dare passata alla emozione che gl'imbragiava la gota, arrischiarsi a delle disinvolture, ajutando, ad esempio, l'ostina a dispiegar la tovaglia, a porre giù i tondi e i bicchieri, a cavar l'àqua dal pozzo, questa emozione era invece aumentata; così, egli avea scelto un cibo per l'altro, bevuto àqua per vino... poi, si scottava, tagliava... Tènebre, oh benedette!

Ché, protetto da esse, Guido ora pasceva la vista nella fanciulla, aggruppata al camino, e illuminata, a tratti, dal chiaror di uno stizzo. Con gli occhi, il giovanetto accarezzava, ricarezzava il viso di lei malinconicamente inclinato, dai colori contadineschi ma dal profilo di dama, e la sua bocca da baci, e il mento dal «sigillo di Amore»; poi, si godeva a smarrire nei folti e castagnini capegli; poi, sostato all'orecchio sur il grassello incorallato, veniva giù giù con le volte più tonde per un vèrgine corpo, sciutto, sveltìssimo. E ritornava ai capegli, e vi scopriva un bottone di rosa. Oh felici le mani che ve l'avèano messo! Pur non èran le sue! e, sospirando, invidiava colui del quale la giovinetta sognava.

Or, chi era colui? Più di una volta, ella avea arrossato, e non di certo pel calor della fiamma. La giovinetta sentiva la presenza di Guido; stava, direi, in una attesa vaga, che la mano di lui le frisasse la spalla; e desiosa e temente. Oh! com'egli era gentile! La ostina non poteva fuggire di confrontarlo con que' suoi rozzi paesani, che non venìvan da lei se non per pigliare la sbornia e attaccar delle liti, e le dicèvano brutte e villane parole, e le buffàvano in faccia il lor ributtante tabacco. Poi, quanto bello! (quì la ostina aggricchiava). Essa ancor lo vedeva con quel suo viso aperto, dal velluto di pesca, il sorriso che rischiarava, la pupilla azzurrina, buona come la stessa bontà. Ma lui era ricco, lui! essa lavava i piatti!

E , gonfi gli occhi, affisàvasi giù.

Momenti, per tutti e due, di un acuto languore; momenti fuor dagli spazi e dai tempi, in cui scorgèano, in una, migliaja di cose e di affetti a indefiniti contorni; momenti, che la mùsica solo ¾ universal lìngua ¾ saprebbe narrare.

Il silenzio, profondo; il cielo, stellato.

E così stèttero? quanto?... Non guardai l'orologio. So tuttavìa che sarèbberci stati molto e molto di più, se dalla chiesa vicina non fòsser piovuti sulla osterìa, gravi, severi, lenti, ùndici tocchi.

Quella, era una voce che rassegnata diceva «il tempo passa». E tàque.

Ma, quasi contemporaneamente, udissi un trac nella stanza. Tosto, il grido aspro del cùculo ripetè l'ora.

E questo, un corollario maligno alla sentenza del campanile. Parea dicesse «dùnque, svelti!» E, trac, l'usciolo si chiuse.

La giovinetta si alzò con premura. Venne alla tàvola, tolsene una stoppiniera, e, tornata al camino, chinossi e l'accese.

Guido levò pure su. Prese la seconda bugìa, e, fàttosi, presso alla bella, le dimandò con la voce per tremare «una càmera».

¾ Venga ¾ disse in mezzo tono colei; e precede' Guido. E, uno dietro dell'altro, salìrono una scaluccia, stretta; salìrono lentamente, come se in cima li attendesse la scure. Pur tuttavìa, avrèbber voluto la scala, lunga ¾ non a gradini ¾ a miglia.

Senonché, ecco il primo ripiano.

E si fèrmano . Guido bassa la candela di lui, intatta, verso l'accesa di lei; quanto agli sguardi, sono bassi di già, ché ciascuno si crede sotto quelli dell'altro

Diàvolo di uno stoppino! non vuoi pigliare, eh? È Amore che ti filò? ti par di troppo anche una? Cert'è, che, adesso, i polsi dei due be' giovanetti non sono i propri per accèndere lumi.

Ma, infine, aah! ci rièscono. Le due fiammelle stanno un istante confuse, poi si distàccano. E anch'essi. Auguransi la buona notte (intantoché se la danno cattiva); lui, apre un uscio e scompare; lei ridiscende la scala.

E il bracco? Il bracco, navigato vecchione, che ride forse tra i denti, si allunga alla porta del suo arancino signore.

Pare, dei tre, l'ùnico soddisfatto.

 

 




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