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- la maestrina d’inglese
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È una pìccola stanza. Serve, con vece
alterna, e da sala da pranzo e da vìsite, e, si potrebbe anche dire, da càmera
a letto, ché i due sofà mi han punto l'aria di restar sempre sofà. Tègoli
troppi si vèggono fuori, per crèderci bassi di piani; troppa slisa mobilia
dentro, per crèderci alti di fondi.
Squillo di campanello. Il campanello
sussulta nella stanzetta; che la sia pure anticàmera?
E al suono, una ragazza gentile si
presenta a una porta e leggera leggera corre a dischiùderne un'altra. Ed ecco
un bel giòvane biondo, alto, entrare, e tosto pigliarle con trasporto le palme.
¾ E il papà? ¾
chied'egli di sottovoce.
Aurora muove la graziosa testina
tristissimamente.
¾ Ma e il dottore, che dice?
¾ Dice; vi è un solo rimedio; morire —
Aurora ha nel parlare la più adoràbile
erre del mondo. Ma, oè, signore lettrici, non vi sforzate a erreggiare; un
rossetto e un bianchetto come Natura dà, nel profumiere non troverete mai.
I due bei giòvani stanno zitti, mani
con mani, sguardo con sguardo.
¾ Aurora! ¾
geme una voce dalla stanza vicina.
La fanciulla si scuote, scioglie le
sue dalle mani di Enrico, che con passione le preme, e accorre a chi chiama.
Enrico ode la voce dell'ammalato,
diventando agra e stizzosa, dire alla figlia che lo si abbandona, che lo si
lascia morire, anzi! che lo si desìdera morto... E Aurora, giù a piangere.
¾ Oh l'egoista! ¾ fà il giovanotto fra i denti, e
sospira.
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