-3-
Enrico San-Giorgio era dal suo quinquennale viaggio rimpatriato.
Scàpolo e milionario, fu accolto a braccia aperte dalle mammine, e le figliole
èbber licenza di compromèttersi; qualcuna anzi, ingiunzione. E ben si poteva
ubbidire; giòvane e bello era Enrico.
Ma!... egli era anche di spìrito, non
qualità da marito sì che, guardàndosi attorno, vìdesi tosto, in mezzo ad amici
che gli dicèvano «se' navigato abbastanza»; a babbi, che gli narràvano le
domèstiche gioje, apprese a colla-di-bocca in su i libri; a mamme ¾ grandi e non-grandi ¾ che gli toglièvano il fiato a furia
di sesquipedali accoglienze con tanto di fòdera, ora invitàndolo a pranzo per mètterlo
accosto a collegialine pigotte sciocchissimamente belle, ora facèndolo a forza
ballare con vèrgini stagionate, pudìche fino allo scàndalo; insomma, vìdesi in
mezzo a una tal rete vasta d'intrighi, a tanta roba posticcia che, stomacato e
anche un po' impaurito, risolse fuggire laddove ancor si dormiva beatamente «il
greve sonno della barbarie».
Fêrmo nel quale partito, Enrico, un
dì, soprapensieri passeggiava una via, in riandando i paesi già visti e quelli
a vedere. Ecché non andrebbe al Giappone? là, in quella terra da vasi, in cui
il mondo è a rovescio, e i nostri non-sensi hanno senso, e le nostre eccezioni son
règole? Ei vi potrebbe comprare un bel servizio da tè, poi, tanta curiosa
frugaglia ¾ e palle d'avorio cìnque-entro-una, e un
vestiario di carta, e strani disegni (sogni-fotografati) e scarpe di porcellana, piccine... e perché
no? forse coi loro pieducci vivi al didentro, con quel che sègue al difuori... ¾ Dùnque, al Giappone!... si piglia
prima per Suez; si fà il mar Rosso... tocco Ceilàn, mi vi provvedo del buon
zafferano, torno a imbarcarmi per Singapore e Sciang-hai, vo a Nagasaki, poi a Yokoama, poi, se si
può, infilo lo stretto di Kanagava... ed egli scorgea di già i draghi-volanti nella
imperiale Yeddo, quando «oè! la vita, signori! eh!» venne arrestato dalla
carriola di un pere-cottajo... Maledetta carriola!
Per cui, si trasse di banda contro di
una bottega. Era questa di fiori; ci si vedèvano vasi di novellini gerani e
garòfani, desìo della pòvera agucchiatrice; vasi di erba crèspola e salvia,
dìttamo e ruca, amori della pulcellona; mazzi con il Vi-doppio; teppa; corone di bianche rose da far parere
più in fiamme la guancia di una vèrgine sposa o pàllida doppiamente quella di
una vèrgine morta; ma, il tutto, qual sfondo ad un più splèndido fiore, dico ad
una fanciulla, vero occhio di sole, fêrma anche lei per la carriola di pere...
Oh benedetta carriola!
E la fanciulla avea uno di que' tai
visi, passavìa della tristezza, che fanno belli gli specchi, a colori e a
contorno finìssimo, dal naso gentilmente aquilino, e cui, gli occhi furbetti e
un germe di malizioso ghignuzzo sul destro canto fra i labbri, dàvano il
moscadello. Le manine poi, lunghe, sottili, a mezzi-guanti di filo; una, sul seno come a fermaglio,
tenea raccolto uno scialletto scozzese; l'altra, stringendo un mazzoluccio di
viole, scendeva lungo la gonna a mille-righe di bianco e di nero. E, dall'imo di questa,
usciva la mascherina di una scarpetta, pìccola sì, da mèttere il dubbio se
avrebbe potuto annidare una tòrtora.
Enrico si sentì il cuore sommosso;
capì i suoi viaggi finiti; gli cadde di bocca lo scorcio di sìgaro, e:
¾ Oh il bel mazzetto! ¾ fece.
Allor la fanciulla girò la testa alla
voce, infiorando un sorriso, ma, come diede nel giòvane, arrossì tutta e volse
lo sguardo al mazzetto, quasi a passargli quel complimento, che, sotto il nome
di lui, èrasele vôlto. Eppoi, lesta lesta, partì. Ed egli, dietro.
|