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E, nella mattina, venne a trovarlo il
signor Camoletti, procurator suo in patria. Era egli una miseria di uomo, dal
viso color formaggio-di-Olanda, con due occhiucci nerìssimi, da faìna; neri,
i capelli cimati; nero, un pizzo da capra; nera, la cravattona (e non un
sìntomo di una camicia); nero, il vestito impiccato e le brache; sì che parea
ch'e' uscisse da un calamajo in quel punto e gottasse l'inchiostro. Il
corpicciolo di lui, inquieto, le palpignenti palpèbre, le mani che non
requiàvano mai, dicèvano chiaro il caràttere suo, rabattino e margniffo. Quando
parlava, colui che avèssene udita solamente la voce, dovea pensare «oh
pappagallo d'ingegno!» Ed era, quattro-parole-un-complimento-e-un-inchino.
Il quale ometto dei ceci, dopo di
èssere andato in dilèguo sul ritorno felice e sulla bella presenza di Leopoldo,
disse della fortuna di avere, il dì prima, ricevuto un biglietto «proprio del
signor conte» (e quì un saluto di capo); ma aggiunse della disgrazia di non
averlo potuto lègger che a sera... «capirà, noi gente d'affari...» Nondimeno,
com'egli, a fortuna, abitava nella medèsima via del Pensionnat Anglais
Catholique di donna Ines (e quì un altro saluto) così, vi avea tosto spedito il
suo saltafossi e il biglietto, Sgraziatamente! la contessina, uscita a pranzare
da una sua amica sposa, non era ancor rientrata...
¾ Tuttavìa ¾
osservò Camoletti ¾ io avea già avuto l'onore di
partecipare a donna Ines il pròssimo arrivo di sua signorìa. Donna Ines lo
sospirava da un pezzo.
¾ Anch'io ¾
fe' Leopoldo ¾ Pensi, avvocato, ch'essa toccava
appena i sei anni, quand'io partii con papà. Ben mi ricordo; era una bimba
cicciosa; bella, no certo; cattiva come la peste...
¾ Oh allora! ¾
esclamò Camoletti ¾ la contessina di adesso, chi è?
¾ Vero ¾
notò il giovanotto ¾ che le belle ragazze nàscono ai
quìndici anni...
¾ Infatti... ¾
fe' per dir l'avvocato.
¾ Prego! ¾
interruppe Leopoldo ¾ La non mi dica niente. Mi lasci un
po' d'improvviso ¾
E sonò il campanello.
¾ Un brougham! ¾
ordinò al servitore.
Intanto, il discorso si ridusse agli
affari, e parve che tutti assieme andàssero a maraviglia, inquantoché i per
fortuna in bocca di Camoletti fùrono un dieci a ciascun per disgrazia.
Leopoldo, da parte sua, accennò a cambiamenti ch'egli volea nei fondi (i fondi
visiterebbe nella settimana ventura), parlò di màchine agrarie commesse a
Manchester; di un nuovo sistema d'affitti; di nuove colture; sul che, il
discorso, continuando anche nel brougham, s'interessò vivamente tanto, che, al
fermarsi di quello, il cocchiere dovette smontare, aprir lo sportello, e dire
«signori!»
Ed essi scèsero ed entràrono.
Quantùnque la vaghìssima incognita
avesse già in Leopoldo occupato il posto migliore, tuttavìa, trovàndosi egli sì
presso a colei, che sola poteva ancor chiamare parente, si sentì bàttere il
cuore. Ecché! Ines, forse, non era nè un velo di Tulle, nè una che curiosava
ogni dove, nè un rompigloria a perché? bensì di quelle creature devote,
sentimentali, veri tiretti ai nostri segreti e manualucci di pràtica filosofìa.
Or, chi non sa che gli amanti han sempre a confidare qualcosa e sempre a
dimandare consigli?
In sulla scala, non incontràrono
alcuno. Ma, al primo ripiano, il signor Camoletti, a una vecchia senza cuffia e
in cartucce, che il salutò per nome e cognome, chiese:
¾ C'è donna Ines?
La inserviente rispose, che le
signore maestre e tutte le damigelle èrano fuori a messa... «messa bassa»
aggiunse per consolarli «vògliono intanto sedere?» e lor dischiuse una porta
con scritto su «Direzione».
Ned essi rispòsero no.
Rimasti soli, rimàsero anche in
silenzio. Il signor Camoletti, accomodàtosi in una sedia a braccioli, dopo di
aver concrepate le dita alcun po', prese a mangiarsi furiosamente le unghie.
Leopoldo girandolava la sala. Sulle pareti di cui, oltre il ritratto del rè,
muso beatamente intontito, gonfio dalla lussuria, era una mostra (proprio una
mostra) di adaquerelli e disegni, di prove di bella scrittura, pantòfole
ricamate, ghirlande di fiori, quadri a margheritine, iscrizioni (evviva la
direttrice! viva il suo onomàstico!) tutto disotto al vetro e in cornice; e,
sopra i tàvoli e i tavolini, programmi dell'istituto, mazzi di fiori di carta,
un cestino a viglietti da vìsita, in cui stàvano a galla quelli con la corona;
poi, dentro uno stipo, un lucichìo di oro e d'argento... pese, coppe, un nùvolo
di tabacchiere una sull'altra come le scatolette delle sardine, e campanelli e
penne e posate... doni ed omaggi. Oh quanti segni di amore!... diciamo
meglio... oh quanta adulazione pelosa! oh quanta smania di un saldo ai conti
gravosi della riconoscenza!... E, tuttociò, si voleva che fosse visto e
ammirato; Leopoldo ci frisò appena lo sguardo. Però, siccome, nè ad ammirar nè
a vedere, posava dimenticato sullo scrittojo un pìccolo albo, Leopoldo l'aprì.
E lesse:
«Note sulle ragazze del P. A. C.»
(Pensionnat Anglais Catholique) «anno corrente, mille... fatte da me direttrice
maria stewart».
E, a pàgina prima, lèttera A:
«aldifredi
baronessina vittoria ¾ diciasett'anni; naso all'in su;
capelli da Barba-Jovis; colorito di fuoco.
Da che reggo il collegio, non mi è
mai capitata una fanciulla più ghiotta. Va in seconda a ogni cibo. E sì che tra
i pasti non fà che spazzare scàtole di canditi, e pasticche, e cioccolatte, e
mentini! Jeri di là, ad esempio, mi ha furato e vuotato il mastelletto della
mostarda. Poi, ride sempre, di tutto. Entro io, ride. Entra il signor
Catechista, ride. Sgrido, ride ancor più. E attacca alle altre il morbino.
Vittoria ama, tra i fiori, il garòfano...»
Ma quì, Leopoldo, abbandonò
l'Aldifredi, e passò all'A-enne. E lesse:
«angiolieri
donna ines (dei conti) ¾ vent'anni.
Buona fanciulla, ma che si atteggia all'interessantismo.
Per quanti gliene sequestri e tèngala d'occhio, mi legge continuamente romanzi,
roba francese ed istèrica. Quando c'è il chiaro di luna, scende dal letto e va
ad aprire le imposte. Ma odia la luna piena. E cela in seno un librino, intitolato
«sorrisi e lagrime d'Ines» nel quale, ogni sera, scrive.
Il suo fiore mignone è la viola. Non
sa sonar che notturni, clòches du village, dernières pensées, e simili
piagnonerìe.
Ines è una slisa-vetriere, mangia il meno che può...»
¾ Sente, avvocato? ¾ dimandò Leopoldo ¾ dìcesi che mia sorella mangia il
meno che può. Quest'è, io credo, una nota di buona condotta in collegio; e lei?
¾
Camoletti si affrettò di sputare i
rottami di unghia; e disse:
¾ Oh certo! buona!... ih... ih! ¾ con un ridacchiar cavallino.
E Leopoldo leggendo, ma a forte:
«... Invìa delle letterone alle
amiche, a punti ammirativi e puntini...»
¾ Dica, avvocato, ma e le àprono
dùnque le lèttere?
¾ Sa! nei collegi! ¾ prese a dir Camoletti, in tono che
sott'intendeva «è un naturalìssimo uso».
¾ Bella! ¾
sogghignò il giovanotto; e seguendo:
«... punti ammirativi e puntini... in
cui loro confida dei dispiaceri impossìbili!»
¾ Auf! ¾
pensò ¾ che piaga! Dovea toccar proprio a
me! fosse la gaja Vittoria! ¾ e chiuse il pìccolo albo, mortificato.
In quella, uno scarpiccìo e un suono
di freschìssime voci. Rifluiva il sàngue al collegio. E, nella sala, parve che
gli ori, gli argenti e i cristalli scintillàssero il doppio, all'idea di
rispecchiare qualche grazioso visetto; e, dal giardino, levossi un'affollata di
cip-ri... cip-cip, tale che
sembrò ogni foglia e ogni fiore cangiato in un vispo augellino.
I passi, il cinguettìo, il fruscìo,
già rasentàvano l'uscio della direzione. E una vocetta, maliziosamente chioccia,
diceva: badabigelle! le pvego; non fàccian tvoppo vumove! ¾ Giù, un gruppo di risa! e le
fanciulle passàrono.
E, dopo un istante, si udì un ràpido
passo. Leopoldo assunse un contegno, serio.
¾ Oh fratel mio! ¾ sclamò una ragazza, entrando di
corsa.
Il giovanotto diede uno scatto
all'indietro: l'amata di lui non era più sconosciuta.
¾ Abbràccialo, Ines! ¾ fe' la rettrice apparsa alla soglia,
vedendo la tosa arrestarsi.
Ed Ines si appressò a Leopoldo,
tremante; ella, come un fantoccio, l'abbracciò; lui si lasciò abbracciare.
¾ Son pur felice, conte! ¾ disse la vecchia maestra, facèndosi
innanzi ¾ Si accòmodino ¾
E tutti e quattro siedèttero.
Così, il discorso, principiò e seguì,
solo tra Camoletti e la signora Marìa, due tali, per parlantina allo
stessìssimo buco; questa, che già iscorgeva in prospetto le sguizzasole vetrine
del giojelliere, tolse la mano del dire, mettèndosi a fare l'elogio della
scolara di lei, dàndola per garantita, e sospirò e pianse; quello, come riuscì
a rubarle la parola di bocca (ché altro mezzo non c'era), snocciolò una tirata
di lodi sul principale di lui, la quale, vôlto il tempo presente in passato,
avrebbe pure servito da necrologìa. Ma, quanto alla sorella e al fratello, non
una di quelle vampe di affetto che rischiàrano a un tratto antichi ricordi,
obliati, ricordi d'infanzia; sedèvano a bocca chiusa, non rispondèvan che a
cenni, parèvano insomma due poveretti villani, che, mascherati da ricchi,
stèssero in soggezione del loro vestito.
¾ Oh sacristìa! ¾ dicea tra sé l'avvocato ¾ che scherzi fà l’amore! ¾
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