6. E perché da questo confronto, sebbene
accuratissimo, dei passi, e dalla discussione delle sentenze certi uomini
protervi non prendessero l’occasione di malignare, allo scopo di ovviare a
qualunque cavilloso commento forse già preparato, risolvemmo di
utilizzare la saggia decisione che per reprimere analoghe pericolose emergenze
e nocive novità adottarono cautamente molti Nostri santissimi
Predecessori e Vescovi di grande autorità, ed anche, legalmente, certi
Concilii generali, come è testimoniato e raccomandato da illustri esempi
che Ci sono stati trasmessi.
Essi conoscevano bene l’arte maliziosa propria degli innovatori, i quali,
temendo di offendere le orecchie dei cattolici, si adoperano per coprire sotto
fraudolenti giri di parole i lacci delle loro astuzie, affinché
l’errore, nascosto fra senso e senso (San Leone M., Lettera 129
dell’edizione Baller), s’insinui negli animi più facilmente e avvenga
che – alterata la verità della sentenza per mezzo di una brevissima
aggiunta o variante – la testimonianza che doveva portare la salute, a seguito
di una certa sottile modifica, conduca alla morte. Se questa involuta e fallace
maniera di dissertare è viziosa in qualsiasi manifestazione oratoria, in
nessun modo è da praticare in un Sinodo, il cui primo merito deve
consistere nell’adottare nell’insegnamento un’espressione talmente chiara e
limpida che non lasci spazio al pericolo di contrasti. Però se nel
parlare si sbaglia, non si può ammettere quella subdola difesa che si
è soliti addurre e per la quale, allorché sia stata pronunciata
qualche espressione troppo dura, si trova la medesima spiegata più
chiaramente altrove, o anche corretta, quasi che questa sfrenata licenza di
affermare e di negare a piacimento, che fu sempre una fraudolenta astuzia
degl’innovatori a copertura dell’errore, non dovesse valere piuttosto per
denunciare l’errore anziché per giustificarlo: come se alle persone
particolarmente impreparate ad affrontare casualmente questa o quella parte di
un Sinodo esposto a tutti in lingua volgare fossero sempre presenti gli altri
passi da contrapporre, e che nel confrontarli ognuno disponesse di tale
preparazione da ricondurli, da solo, a tal punto da evitare qualsiasi pericolo
d’inganno che costoro spargono erroneamente. È dannosissima
quest’abilità d’insinuare l’errore che il Nostro Predecessore Celestino
(San Celestino, Lettera 13, n. 2, presso il Coust) scoperse nelle
lettere del vescovo Nestorio di Costantinopoli e condannò con durissimo
richiamo. L’impostore, scoperto, richiamato e raggiunto per tali lettere, con
il suo incoerente multiloquio avvolgeva d’oscuro il vero e, di nuovo
confondendo l’una e l’altra cosa, confessava quello che aveva negato o si
sforzava di negare quello che aveva confessato.
Contro tali insidie, purtroppo rinnovatesi in ogni età, non fu messo
in opera modo migliore che quello di esporre le sentenze le quali, sotto il
velo dell’ambiguità, avviluppano una pericolosa discrepanza di sensi,
segnalando il perverso significato sotto il quale si trova l’errore che la
Dottrina Cattolica condanna.
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