Leonardo Bruni
Della vita, studi e costumi di Dante

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11

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11. E per darmi ad intendere meglio a chi legge, dico che in due modi diviene alcuno poeta. Un modo si è per ingegno proprio agitato e commosso da alcuno vigore interno e nascoso, il quale si chiama furore e occupazione di mente. Darò una similitudine di quello che io vodire: beato Francesco non per iscienza, né per disciplina scolastica, ma per occupazione e astrazione di mente, sì forte applicava l’animo suo a Dio, che quasi si trasfigurava oltre al senso umano, e conosceva di Dio più che né per istudio né per lettere cognoscono i teologi; così nella poesia, alcuno per interna agitazione e applicazione di mente poeta diviene; e questa si è la somma e la più perfetta spezie di poesia: e onde alcuni dicono i poeti essere divini, e alcuni li chiamano sacri, e alcuni li chiamano vati. Da questa astrazione e furore che io dico, prendono l’appellazione; gli esempii li abbiamo da Orfeo e da Esiodo, de’ quali l’uno e l’altro fu tale, quale di sopra è stato da me raccontato; e fu di tanta efficacia Orfeo, che e sassi e selve moveva con la sua lira; ed Esiodo, essendo pastore rozzo e indotto, solamente bevuta l’acqua della fonte Castalia, senz’altro studio poeta sommo divenne: del quale abbiamo l’opere ancora oggi, e sono tali, che niuno de’ poeti litterati e scientifici lo vantaggia. Una spezie adunque di poeti è per interna astrazione ed agitazione di mente; l’altra spezie è per iscienza, per istudio, per disciplina ed arte e per prudenzia: e di questa seconda spezie fu Dante; perocché per istudio di filosofia, teologia, astrologia ed arismetica e geometria, per lezioni di storie, per revoluzione di molti e varii libri, vigilando e sudando nelli studii, acquistò la scienza la quale dovea ornare ed esplicare con li suoi versi.

E perché della qualità de’ poeti abbiamo detto, diremo ora del nome, per lo quale ancora si comprenderà la sustanzia: contuttoché questa sono cose che mal si possono dire in vulgare idioma; pur m’ingegnerò di darle ad intendere, perché, al parer mio, questi nostri moderni poeti non l’hanno bene intese; né è maraviglia, essendo ignari della lingua greca. Dico adunque, che questo nome Poeta è nome greco, e tanto viene a dire, quanto Facitore. Per aver detto insino a qui, conosco che non sarebbe inteso il dir mio; sì che più oltre bisogna aprire l’intelletto. Dico adunque de’ libri e delle opere poetiche. Alcuni uomini sono leggitori dell’opere altrui, e niente fanno da sé, come addiviene al più delle genti; altri uomini sono facitori d’esse opere, come Virgilio fece il libro dell’Eneida, e Stazio fece il libro della Tebaida, e Ovidio fece il libro Methamorphoseos, e Omero fece l’Odissea e l’Iliade. Questi adunque, che ferno l’opere, furono poeti, cioè facitori di dette opere che noi leggiamo; e noi siamo i leggitori, e loro furono i facitori. E quando sentiamo lodare un valentuomo di studii e di lettere, usiamo dimandare: - Fa egli alcuna cosa da sé, lascerà egli alcuna opera da sé composta e fatta? - Poeta è adunque colui che fa alcuna opera, cioè autore e componitore di quello che altri legge. Potrebbe dire qui alcuno, che, secondo il parlar mio, il mercatante che scrive le sue ragioni e fanne libro, sarebbe poeta; e che Tito Livio e Salustio sarebbero poeti, perocché ciascun di loro scrisse libri e fece opere da leggere. A questo rispondo: che fare opere poetiche non si dice se non in versi; e questo addiviene per eccellenza dello stile, perocché le sillabe e la misura e il suono è solamente di chi dice in versi, e usiamo di dire in nostro vulgare: - Costui fa canzone e sonetti; - ma per iscrivere una lettera a’ suoi amici, non diremo che lui abbia fatto alcuna opera. Il nome del poeta significa eccellente e ammirabile stile in versi, coperto e adombrato da leggiadria e alta finzione; e come ogni presidente comanda e impera, ma solo colui si chiama Imperadore ch’è sommo di tutti, così chi compone opere in versi, ed è sommo ed eccellentissimo nel comporre tali opere, si chiama Poeta. Or questa è la verità certa e assoluta del nome e dell’effetto de’ poeti; lo scrivere in istile litterato o vulgare non ha a fare al fatto, né altra differenza è se non come scrivere in greco o in latino.

 


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