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13. Cominciossi a dire in rima, secondo scrive Dante, innanzi a lui circa anni centocinquanta; e furono i principi in Italia Guido Guinizzelli bolognese, e Guittone cavaliere Gaudente d’Arezzo, e Bonagiunta da Lucca, e Guido da Messina, i quali tutti Dante di gran lunga soverchiò di sentenze, e di politezza, e d’eleganza, e di leggiadria in tanto, che è opinione di chi intende, che non sarà mai uomo che Dante vantaggi in dire in rima. E veramente egli è mirabil cosa la grandezza e la dolcezza del dire suo prudente, sentenzioso e grave, con varietà e copia mirabile, con scienza di filosofia, con notizia di storie antiche, con tanta cognizione delle storie moderne, che pare ad ogni atto essere stato presente. Queste belle cose, con gentilezza di rima esplicate, prendono la mente di ciascuno che legge, e molto più di quelli che più intendono. La finzione sua fu mirabile, e con grande ingegno trovata; nella quale concorre descrizione del mondo, descrizione de’ cieli e de’ pianeti, descrizione degli uomini, meriti e pene della vita umana, felicità e miseria e mediocrità di vita intra due estremi; né credo che mai fusse chi prendesse più ampia e fertile materia da poter esplicar la mente d’ogni suo concetto, per la varietà delli spiriti loquenti di diverse ragioni di cose, di diversi paesi e di varii casi di fortuna. Questa sua principale opera cominciò Dante avanti la cacciata sua, e di poi in esilio la finì, come per essa opera si può vedere apertamente. Scrisse ancora Canzone morali, e Sonetti: le canzone sono perfette e limate e leggiadre, e piene d’alte sentenze; e tutte hanno generosi cominciamenti, siccome quella canzona che comincia: Amor, che muovi tua virtù dal Cielo - Come il Sol lo splendore, dove fa comparazione filosofica e sottile intra gli effetti del sole e gli effetti d’Amore; e l’altra che comincia: Tre donne intorno al cor mi son venute, e l’altra che comincia: Donne, ch’avete intelletto d’Amore. E così in molte altre canzone è sottile e limato e scientifico; ne’ sonetti non è di tanta virtù.
Queste sono l’opere sue vulgari; in latino scrisse in prosa e in verso: in prosa un libro chiamato Monarchia, il quale è scritto a modo disadorno, senza niuna gentilezza di dire. Scrisse ancora un altro libro intitolato De vulgari Eloquentia; ancora scrisse molte Epistole in prosa; in versi scrisse alcune Egloghe, e ’l principio del libro suo in versi eroici; ma non gli riuscendo lo stile, non lo seguì.