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Animum rege, qui, nisi paret, Imperat
hunc frenis, hunc tu compesce catena.
ORAZIO, Ep. I, 2, 62-63
Un uomo nato a Venezia da poveri
parenti, senza beni di fortuna e senza nessuno di que' titoli che nelle città
distinguono le famiglie dalle ordinarie del popolo, ma educato, come piacque a
Dio, nella guisa di quelli che sono destinati a tutt'altro fuorché a mestieri
coltivati dal volgo, ebbe la disgrazia, nell'età di ventisett'anni, di
incorrere nell'indignazione del governo; e, nell'età di vent'otto, ebbe la
fortuna di fuggire dalle sacre mani di quella giustizia, della quale non
soffriva di buona voglia il castigo. Fortunato è quel reo che può in pace soffrire
la pena che meritò, aspettandone il termine con rassegnata pazienza; infelice è
l'altro che, dopo aver errato, non ha il coraggio di compensare le sue colpe e
cancellarle, soccombendo puntualmente alla sua condanna. Questo veneziano era
un intollerante; fuggì, malgrado che avesse preveduto che, fuggendo, si esponea
al rischio di perdere la vita, della quale senza la libertà non sapea qual uso
fare; e forse egli non ragionò tanto, ma fuggì ascoltando solamente, come fanno
i più vili animali, la semplice voce della natura. Se quel governo, dalla
disciplina del quale egli fuggia, avesse voluto, l'avrebbe sicuramente fatto
arrestare in viaggio, ma non se ne curò e lasciò in tal guisa che il mal
avveduto giovine andasse ad esperimentare che, per vaghezza di libertà, l'uomo
si espone spesso a vicende assai più crudeli di una passaggera schiavitù. Un
prigioniero che fugge non sveglia mai nella mente che il condannò sentimento
d'ira, ma bensì di pietà, poiché fuggendo accresce, cieco, i propri mali,
rinunzia al bene del proprio ristabilimento in patria, e resta reo, com'era
avanti che cominciasse ad espiare il suo delitto.
Questo veneziano, in somma, in
preda del fuoco della sua età, uscì dello Stato per la via più lunga, poiché
sapea che la più corta è per lo più fatale a chi fugge, ed andò a
Monaco in Baviera, dove stette un mese per ristabilirsi in salute e provvedersi
di denaro e di onesto equipaggio, e poi, attraversando la Svevia, l'Alsazia, la
Lorena e la Ciampagna, giunse a Versailles il giorno 5 di Gennaio dell'anno
1757, mezz'ora avanti che il fanatico Damien desse la coltellata al re Luigi XV
di felice memoria.
Quest'uomo, divenuto avventuriere
per forza, poiché tale è chiunque va non ricco pel mondo in disgrazia della sua
patria, provò in Parigi i straordinari favori della fortuna e ne abusò. Passò
in Olanda, dove condusse a fine affari che gli produssero rilevanti
somme, che consumò; ed andò poi in Inghilterra, dove una malnata passione gli
fe' quasi perdere il cervello e la vita. Lasciò l'Inghilterra
nell'anno 1764, e per la Fiandra francese entrò ne' Paesi Bassi austriaci,
passò il Reno, e per il Vesel entrò in Vestfalia, scorse i paesi di Annover e
di Brunsvich, e giunse per Magdeburgo a Berlino, capitale del Brandeburgo. In
due mesi che vi soggiornò, e nei quali si abboccò due volte col re
Federico, grazia che facilmente S. M. accorda a tutti que' forastieri che
gliela dimandano per iscritto, conobbe che servendo quel re non avea luogo di
sperar gran fortuna, onde partì con un servo e con un lorenese ben istrutto
nelle matematiche, che prese seco in qualità di suo segretario: avend'egli
intenzione di andar a cercar fortuna in Russia, un uomo tale gli era
necessario. Si fermò egli pochi giorni a Danzica, pochi in Königsberg capitale
della Russia ducale, e costeggiando il mar Baltico giunse in Mitavia capitale
della Curlandia, dove passò un mese, molto onorato dall'illustre duca Gio.
Ernesto de Birhen, a spese del quale egli scorse tutte le miniere di ferro del
ducato; onde partì poi generosamente ricompensato, attesoché egli suggerì a
quel sovrano e dimostrò i modi di stabilire in quelle utilissimi miglioramenti.
Lasciata la Curlandia, si fermò poco in Livonia, scorse la Carelia e
l'Estonia e tutte quelle provincie, ed arrivò nell'Ingria a Pietroburgo, dove
avrebbe trovato quella fortuna che bramava, se vi fosse andato chiamato. Non
isperi di far fortuna in Russia chi vi si porta per semplice curiosità: cosa
è egli venuto a far qui è una frase che tutti pronunziano e tutti ripetono;
sicuro poi di essere impiegato e proveduto di pingue stipendio è colui che a
quella corte arriva dopo aver avuto la destrezza di presentarsi in qualche
corte di Europa al ministro russo, il quale, se rimane persuaso del merito
della persona, ne dà parte all'imperatrice, dalla quale riceve ordine di
spedirle l'avventuriere pagandogli il viaggio. A questo tale non può mancar
fortuna, poiché non dee poter dirsi che non portava la spesa di gettar via i denari
del viaggio in un soggetto di niuna capacità: il ministro che il propose si
sarebbe ingannato, e nemmen questo può essere, poiché i ministri se ne
intendono d'uomini moltissimo; il solo uomo, alla fine, che non ha e non può
avere merito alcuno, è il buon uomo che va là a proprie spese; e questo avviso
serva a quello de' miei lettori che ruminasse il progetto di andarvi non
chiamato, sperando di divenir ricco all'imperial servigio.
Il nostro veneziano però non
perdette il suo tempo, poiché fu sempre suo costume d'impiegarlo in
qualche cosa, ma non fece fortuna; sicché in capo ad un anno, provveduto al suo
solito se non di lettere di cambio, di buone raccomandazioni, andò in Varsavia.
Egli partì da Pietroburgo nel suo legno tirato da sei cavalli da posta e con
due servi, ma con poco danaro, di modo che quando incontrò in un bosco
dell'Ingria il maestro Galuppi detto Buranello, che andava colà chiamato dalla
Czarina, avea la sua borsa già vuota; ciò non ostante ei
corse felicemente novecento miglia che dovea fare per arrivare nella capitale
della Polonia. In que' paesi chi ha l'aria di non averne bisogno
trova facilmente denaro, e non è difficile là l'aver quest'aria, com'è
difficilissimo l'averla in Italia, dove non v'è alcuno che supponga una borsa
piena d'oro, se prima non l'ha veduta aperta. Italiam! Italiam!
Il veneziano in Varsavia fu molto
bene accolto. Il principe Adamo Czartoryski, cui si presentò con una
valida comendatizia, il presentò al principe palatino di Russia suo padre, al
principe zio gran cancelliere di Lituania e dottissimo giureconsulto, ed a
tutti que' grandi del regno che trovavansi allora alla corte. Egli non fu
presentato con altro nome che con quello che trasse dall'umile sua nascita,
né potea esser ignota a' polacchi la di lui condizione, poiché da una
gran parte di que' grandi era stato veduto a Dresda quattordici anni prima,
dove avea servito con la sua penna il re Augusto III, e dove avea madre,
fratelli, cognati e nipoti. Abbiano pazienza i signori mendacissimi gazzettieri;
sono però i poverini degni di compatimento, poiché gli articoli falsi,
principalmente quando sono maledici, mettono in voga le loro gazzette molto più
dei veri. Il solo aggiunto straniero, che decorava l'esteriore della non mal
piantata persona del veneziano, era il troppo strapazzato ordine della
cavalleria romana, che appeso ad un brillante vermiglio nastro egli portava al
collo en sautoir, cioè come i monsignori portano la croce. Egli aveva
avuto quell'ordine dal papa Rezzonico, di felice ricordazione, quando ebbe la
bella sorte di baciargli in Roma il sacro piede nell'anno 1760. Un ordine di
cavalleria, qualunque ei sia, quando è brillante, è molto giovevole ad un uomo
che, viaggiando, ha occasione di comparir nuovo in varie città quasi ogni mese:
egli è un ornamento, una rispettabile decorazione che impone a' sciocchi; ond'è
necessario, poiché di sciocchi il mondo è pieno, ed inchinati sono tutti al
male, sicché quando il calmarli dipende da un bell'ordine di cavalleria che li
rende estatici, confusi e rispettosi, è bene lo sfoggiarlo. Il veneziano poi
finì di portare quest'ordine nell'anno 1770 a Pisa dove, trovatosi in bisogno
di denaro, vendette la sua croce, ch'era adorna di brillanti e di rubini: era
egli d'essa già da molto tempo disgustato, poiché decorati della medesima avea
veduto varj ciarlatani.
Otto giorni dunque dopo ch'egli
giunse in Varsavia ebbe l'onore di cenare in casa del principe Adamo
Czartoryski con quel monarca, di cui tutta l'Europa parlava, e ch'egli
ardentemente bramava di conoscere.
Alla rotonda tavola, cui sedevano
otto persone, tutti poco o molto mangiarono, fuori che il re ed il veneziano,
poiché ragionarono sempre e della Russia, molto conosciuta dal monarca, e
dell'Italia ch'egli, quantunque d'essa assai curioso, non vide mai. Ciò non
ostante molte persone a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano mi dissero di
averlo trattato nelle loro case, e lasciai che così dicessero e credessero,
poiché corre gran pericolo a questo mondo chi intraprende il difficil mestiere
di disingannar gl'ingannati.
Dopo quella cena il veneziano
passò tutto il rimanente di quell'anno ed un pezzo del seguente a far omaggio a
S. M., a que' principi ed a que' ricchi prelati, essendo egli sempre convitato
a tutte le brillanti feste, che si facevano alla corte e nelle magnifiche case
de' magnati, e principalmente in quelle della famiglia (così era
chiamata per eccellenza l'inclita casa Czartoryski), dove regnava, ben
superiore a quella della corte, la vera magnificenza.
Giunse in quel tempo in Varsavia
una ballerina veneziana che, con le sue grazie e co' suoi vezzi, si cattivò
l'animo di molti, e fra gli altri del gran panattiere della corona Xaverio
Braniscki. Questo signore, che oggi è gran Generale, era nel fiore della sua
età, bell'uomo che, inclinato fin dalla sua adolescenza al mestier della
guerra, avea servito sei anni la Francia. Avea là imparato a sparger il sangue
de' nemici senza odiarli, ad andarsi a vendicar senza ira, ad uccidere senza
discortesia, a preferire l'onore, ch'è un bene imaginario, alla vita, ch'è
l'unico bene reale dell'uomo. La carica dell'ordine equestre di gran Postòli
della corona, vocabolo che significa panattiere, l'avea ottenuta dal re Augusto
terzo; era decorato dell'ordine insigne dell'Aquila Bianca, ritornava allora
dalla corte di Berlino alla quale era stato accreditato dal nuovo re suo amico
per certa secreta commissione nota a tutti. Di questo re egli era il
favorito, ed a lui dovette in seguito la sua fortuna, poiché ricolmato ei fu di
benefici. Vero è anche che il gran favore cui era asceso l'avea meritato col
proprio suo valor guerriero, con la fedeltà con la quale gli era stato
compagno, quando, qualche anno prima ch'egli fosse eletto re, era stato alla
corte di Pietroburgo, dove divenne adoratore delle eminenti qualità, dello spirito
e della avvenenza della gran duchessa di Moscova, ora gloriosissima
imperatrice. Questo cavaliere meritava realmente la predilezione dell'amico
monarca, poiché, come l'era stato quand'egli era suo eguale, così, quando
giunse allo splendor del trono, fu sempre pronto e quasi cieco esecutore de'
suoi ordini ad ogni occasione, e non con men di fervore, quando si trattava di
esporre pei di lui servigio ad evidente rischio la propria vita. Ei fu
quell'intrepido, che combatté e si fe' nemica tutta la nazione polacca, e da
principio quella considerabil parte, che malcontenta si armò, quando la dieta
di convocazione stabilì di porre il diadema reale sulla testa di Stanislao ora
regnante, ch'egli adorava. Verso la metà dell'anno 1766 il re gli conferì la
molto utile carica di Lofcig, o sia gran cacciatore della corona, mentre giacea
ferito dalla pericolosa pistolettata che il veneziano gli die' nel duello di
cui siamo per parlare. Per ottenere tal carica, ei lasciò quella di gran
panattiere, abbenché di due gradi fosse alla nuova superiore; ma non era
lucrativa: il lucro è una sostanza che molti preferiscono ad ogni altra
superiorità.
La veneta ballerina non avea
bisogno, per farsi rispettare, della protezione del Braniski Postòli della
Corona, poiché tutti l'amavano, e godea anche di altre più segnalate
protezioni, ma pure il favore dell'intrepido e bravo Postòli, cavaliere
risoluto e di non facile accesso, accresceva il di lei credito, e tenea forse
in freno quelli che in divisi partiti teatrali sono qualche volta cagioni alle
virtuose di non piccioli disgusti.
Il veneziano era per genio e per
dovere amico della veneta ballerina, ma non in guisa che per applaudire alla
sua danza fosse divenuto nemico di quella di un'altra prima ballerina, fra gli
amici della quale esser egli solea, avanti che la veneziana arrivasse alla
corte di Varsavia. Ciò era di mal animo da questa danzatrice sofferto. Le
sembrava che non le convenisse il soffrire in pace che l'unico suo compatriotta,
che trovavasi in Varsavia, fosse nel drappello di quelli che applaudivano alla
sua rivale, piuttosto che nel suo. Una donna di teatro, che sostiene una
concorrenza, aspira alla vittoria con tanta ansietà, che è nemica dichiarata di
tutti quelli che non le prestan mano a soggiogare chi vuol starle in competenza
ed a trionfare. Questo e' il modo di pensare di tutte le eroine della scena;
dominate dall'ambizione e dall'invidia, non sanno perdonarla a quelli che
sostengono l'emula, siccome non v'è favore che non sieno pronte ad accordare in
premio dell'abbandono a chiunque riescano ad allontanare da' ferri dell'altra,
se possano imaginarsi contribuire molto quel tale a mantenere l'altalena della
bilancia.
Erasi ella molte volte lagnata
col suo Postòli, alla testa allora del suo partito, dell'ingratitudine del
veneziano; ma egli non sapea che fare: solamente le promise che, se l'occasione
se gli presenterà, saprà mortificarlo, nel modo medesimo che ne' passati giorni
avea mortificato altra persona che non potea naturalmente esser d'essa
parziale. L'occasione, benché strascinata pel collo, non tardò molto a
presentarsegli.
Il 4 di Marzo, giorno di San
Casimiro, fu solennizzato da gala di corte, per chiamarsi con questo nome il
principe gran ciambellano fratello del re. Dopo il pranzo S. M. disse al
veneziano che avrebbe piacere di udire cosa egli pensasse della commedia
polacca che per la prima volta avea fatto che in quel giorno con attori, come
già s'intende, polacchi, venisse rappresentata sul suo teatro di Varsavia. Il veneziano
promise al re di essere tra' spettatori, supplicandolo a non voler poi ch'egli
ne dia parere, poiché quella lingua gli era affatto ignota. Sorrise il monarca,
e tanto bastò perché il veneziano abbia in quell'augusta assemblea ricevuto un
grande onore. Quando i monarchi si trovano corteggiati in pubblico dalla
numerosa assemblea de' loro ministri, degli ambasciatori e de' forestieri,
hanno attenzione ad indirizzare una qualche domanda a tutti quelli che vogliono
che sieno sicuri che la maestà loro si avvede che trovansi a lei presenti;
quindi pensano a quale specie di questione possan fare a questo o a quello cui
vogliono fare l'onore del colloquio, la quale sia non suscettibile di seria
riflessione, non equivoca, non tale che l'interrogato possa rispondere che non
sa; e sopratutto parlano schietto e preciso, poiché non dee mai avvenire che la
persona, chiamata dalla voce regia a parlare, abbia a rispondere: Sire, non
ho inteso ciò che V. M. mi ha detto; questa risposta farebbe ridere
l'assemblea, poiché assurda è l'idea che offre o un re che non fu inteso per
non aver saputo spiegarsi, o un cortigiano che non intende un re che gli parla.
Il cortigiano, nel caso che non abbia inteso, o abbassa con un gesto di
riconoscenza il capo, o risponde ciò che gli viene in bocca, e, a proposito o
no, va sempre bene.
Le parole poi che il sovrano dice
in pubblico a qualcuno debbono esser freddure; ma qualche cosa dee dire; se no
l'affare è notato, e tutta la città sa, la mattina seguente, che un tale è mal
veduto in corte, poiché il re a cena non gl'indrizzò mai il discorso. Queste
bazzecole sono notissime a tutti i sovrani, compongono anzi uno de' più
importanti articoli del loro catechismo, poiché con occhi d'Argo fino al più
piccolo de' loro gesti è attentamente dagli astanti esaminato; le loro parole
poi, per poco che ne siano suscettibili, sono soggette a cento differenti
interpretazioni.
Mi trovai, nell'anno 1750, a
Fontanablò nel circolo di quelli che assistevano al pranzo, o (per meglio dire)
guardavano la regina di Francia a mangiare. Il silenzio era profondo. La
regina, sola alla sua tavola, non guardava che le vivande, che le veniano poste
innanzi dalle sue donne, quando, gustando essa di un piatto a segno di volerne
la replica, alzò maestosamente lo sguardo, ed accompagnando gli occhi col girar
lento del capo, a differenza di certe signore poco accorte del nostro paese,
che non girando che i soli occhi sembrano spiritate, scorse in un istante tutto
il circolo; poi fermatasi sopra un signore, il più grande di tutti, e quello
forse al quale solo era a lei conveniente di fare tanto onore, dissegli in
chiara voce: Je crois, monsieur de Lowendal, que rien n'est meilleur d'une
fricassée de poulets. - Io credo, signor Lowendal, che una fricassea di polli
sia il migliore di tutti i cibi. Egli (avanzatosi già di tre passi tosto
che udì la regina a pronunziar il suo nome), rispose con voce sommessa, serio,
e guardandola fisso, ma col capo chino: Je suis de cet avis là, Madame. -
Tale, o Madama, è il mio parere. Detto questo, ei ritornò,
tenendosi curvo, in punta di piedi e camminando all'indietro, al luogo dov'era,
e 'l pranzo si terminò senza che si pronunziasse più parola.
Io ero fuori di me. Tenevo gli
occhi fissi su quel grand'uomo, che pria non conoscevo se non per nome e pel
famoso espugnatore di Berg-op-Zoom, e non potevo concepire
come avesse egli potuto tenersi dal ridere, egli, maresciallo di Francia, a
quella frase da cuoco, che la regina si era degnata d'indrizzargli, ed alla
quale egli avea risposto con lo stesso serioso tono e con quella gravità con la
quale in un consiglio di guerra avrebbe opinato per la morte di un uffiziale
colpevole. Più vi pensavo, e più sentivo a venirmi meno la forza, che impiegavo
per trattenere lo sbruffo del riso che mi strangolava. Guai a me, se non avessi
avuto il vigore di trattenerlo! mi avrebbero preso per un solenne pazzo, e Dio
sa cosa mi sarebbe avvenuto. Da quel giorno in poi, cioè per un intero mese che
passai a Fontanablò, trovai ogni giorno in tutte le case dove andai a pranzo,
la fricassea di polli che cuochi e cuoche componevano a gara, sostenendo che la
regina avea detto il vero, ma che vero altresì era, che non v'era nella cucina
francese piatto più difficile di quello. Io poi non seppi mai intendere come
quel piatto potesse in fatti esser tanto difficile, mentre il trovavo
dapertutto, e dapertutto egualmente perfetto, ma mi guardavo di spiegarmi,
poiché, dopo che la regina ne aveva fatto l'elogio, mi avrebbero fischiato. Fu
deciso che non v'era che il cuoco della regina che potesse vantarsi di comporlo
alla perfezione.
Quella parola che quel giorno il
re di Polonia disse al veneziano per non sapergli che dire, fu cagione del
duello, poiché, se il re non gliel'avesse comandato, è cosa certa che egli non
sarebbe mai andato ad annojarsi alla commedia polacca. Egli vi andò, e, dopo il
primo ballo ch'ei vide, stando dietro alla sedia del re nel palchetto
proscenio, avendo osservato che S. M. avea battuto le mani alla ballerina Casassi,
gli venne voglia di andar in scena a complimentarla, poiché il re quel giorno
non era stato generoso del suo applauso che ad essa sola. Egli andò prima in
passando a fare una visita alla ballerina veneziana nel suo camerino, dove
stavasi alla sua teletta per il secondo ballo, ma non v'era entrato appena, che
videsi comparire d'innanzi il Postòli assai torbido in ciera. Il veneziano,
vedendolo comparire accompagnato dal Bissinski vestito alla polacca e tenente
colonnello del suo reggimento, se ne andò facendogli umilissima riverenza. Que'
cortigiani galanti, che fanno al di là de' monti cortesi visite ne' loro
camerini alle sedicenti virtuose, usano andarsene allorquando un nuovo
visitatore arriva; e questa si chiama urbana civiltà, poiché è impiegata per
far piacere a due, ed il patto tacito è reciproco. In Italia la cosa si fa
altrimenti. Chi arriva il primo non se ne va mai più. Ei sa che fa rabbia; ma
ha piacere. Uscendo dallo stanzino, il veneziano incontrò dietro una quinta
Madama Casassi e si trattenne con essa, facendole complimento sull'applauso che
avea riscosso dal monarca e scherzando con lieti motteggi su varie cose. Ma
ecco improvvisamente il Postòli, il quale dovea esser uscito dal camerino dove
l'avea lasciato nulla per altro che per inseguirlo ed attaccarlo. Se gli piantò
d'innanzi, e, guardandolo incivilmente come fanno i sartori da capo a piedi,
gli domandò cosa facesse là con quella donna. Il veneziano, che con quel
signore non avea mai parlato, non poco sorpreso gli rispose che trattenevasi là
con essa per farle complimenti. Il Postòli allora gli domandò se la amava, ed
ei gli rispose che sì. L'interrogatore soggiunse che l'amava anch'esso e che
non era suo costume il soffrir rivali. Il veneziano gli rispose che di questo
suo gusto egli non era informato. Dunque, disse il Postòli, voi dovete cederla
a me. Il veneziano, con tuono alquanto scherzoso: benissimo, signore, gli
rispose; ad un bel cavaliere come voi non v'è uomo che non debba cedere: io vi
cedo dunque questa amabile signora pienamente, e con tutti i diritti che posso
aver sopra di lei. Così mi piace, soggiunse il Postòli con faccia brusca, ma un
poltrone che cede, quando ha ceduto f..t le camp. Queste parole, che
scrissi in francese, perché in francese parlavano, e perché mal si possono
tradurre, sono quelle vilissime che per dir va via impiega un uomo
altero, superiore ed incivile verso un uomo vilissimo al quale, servendosi di
questo stile, non solo vuol dar segno di sommo disprezzo, ma vuol minacciare di
subitanea risoluzione a via di fatto, se pronto non ubbidisse.
Il veneziano, che per sua mala o
buona sorte intendeva il francese, e che fin dalla sua più tenera età si era
avvezzato a resistere al primo moto, il quale, veramente indegno dell'uomo che
ragiona, il trasforma in bestia, e per il quale io rido che le leggi abbiano
stabilito di aver misericordia, seppe moderarsi, frenar la tentazione
fortissima che gli venne di uccider sul fatto il brutale ed incamminarsi tosto
verso la scaletta, che conduceva giù dalla scena, avendo solamente detto al
superbo insultatore, prima di muovere il primo passo per andarsene, guardandolo
fisso in faccia e ponendo la sua mano sinistra sulla guardia della sua spada: c'en
est trop: - questo è troppo. La disfida non era dubbiosa, poiché poteva
essere ancora più laconica: la mano sulla guardia della spada dovea bastare, un
movimento, un gesto, un batter d'occhio. Mentre il veneziano con lentissimo
passo se ne andava, il Postòli disse ad alta voce, sicché l'intesero anche due
ufficiali ch'erano di là poco distanti: Quel poltrone veneziano prende,
andandosene, il buon partito; j'allais l'envoyer se faire f....e: - Ero per
mandarlo a farsi, etc., alle quali parole l'altro, senza voltarsi, rispose:
Un poltron vénitien enverra dans un moment à l'autre monde un brave
polonais: - un veneziano vigliacco, da qui a un pochetto, manderà all'altro
mondo un valoroso polacco. - Se al termine, benché grossolano, di poltron,
egli non avesse accoppiato l'epiteto di veneziano, avrebbe forse
l'altro sofferto l'affronto; ma una parola che vilipende la nazione, non v'è, a
mio credere, uomo che possa soffrirla. Dopo aver così detto andò sulla porta
del teatro ad aspettarlo, con intenzione di andar sul fatto, benché la notte
fosse molto oscura, in qualche luogo, a dare o a ricevere qualche stoccata e
terminar così l'affare; ma si trattenne in vano per mezz'ora senza veder
alcuno, e la pioggia agghiacciata cadea sulla neve, onde mezzo intirizzito si determinò
a far avanzare la sua carrozza e ad andarsene alla casa del principe palatino
di Russia, dove sapea che il re dovea portarsi a cena.
Il veneziano fu prudente a
soffrire nel loco in cui si trovava l'insolente ingiuria del Postòli, poiché il
re trovandosi con le guardie a quel loco molto vicino, ogni di lui moto
violento, benché picciolo, sarebbe divenuto di gran conseguenza; ma egli non
potea dissimular l'affare. Due uffiziali furono presenti alla scena ed il
Bissinski fido amico del Postòli, sicché egli rimase immerso nella più seria
perplessità.
Senza determinarsi a nulla giunse
a gran trotto alla casa del principe palatino, dove trovò alla assemblea il
fiore della nobiltà.
Il principe, tosto che il vide,
fece la partita di tresette, e, come solea, sel prese per compagno; ma egli
giocando non facea che spropositi, de' quali rimproverato dal principe, gli
rispose ch'era con la testa quattro leghe lontano dal loco in cui giocava. Il
principe, dicendo con aria serena che bisogna aver la testa non altrove che là
dove si gioca, gettò le carte sulla tavola, e la partita finì. Arrivò allora un
uffiziale di corte a dire che il re non sarebbe venuto a cena, onde il palatino
ordinò che le tavole fossero subito imbandite.
Dispiacque molto al povero
forastiere ingiuriato che il re non venisse, poiché avrebb'egli comunicato a S.
M. l'ingiuria che il Postòli aveagli fatta, ed il sovrano avrebbe accomodato
tutto, obbligando l'ingiusto insultante a dare all'offeso qualche sufficiente
risarcimento; ma l'affare dovea definirsi in modo assai diverso.
Sedettero tutti a cena, ed al
capo della tavola bislunga egli sedea presso il principe palatino, alla sua
sinistra. Parlavasi di cose liete, ed a tutt'altro egli pensava fuori che a
parlare della sua disgrazia, che avrebbe desiderato che potesse rimanere
occulta a tutta la terra, allorquando a mezza la cena arrivò il principe
Gaspare Lubomirski generale al servigio di Russia, che andò a sedere al capo
opposto della tavola, alla quale trenta in circa potevano esser quelli che
mangiavano. Quando questo principe si vide in faccia di lui all'altro capo, gli
disse ad alta voce che gli dispiacea della lacrimevole avventura ch'eragli
sopravvenuta al teatro; a tal complimento, che andò a ferirgli l'anima, e
ch'egli buonamente sperava che non avesse ad essergli fatto da alcuno, per non
essersi l'affare ancora divulgato, non ebbe la forza di rispondere, ma nulla di
meno il principe Gaspare seguitò, forse malignamente, a confortarlo, dicendogli
che l'offensore era ubriaco, che convenia sprezzar la cosa, che la stima, che
tutti faceano della sua persona, non sarebbe a cagione di ciò per diminuirsi, e
cento simili crudelissimi conforti che, invece di calmarlo, l'accendevano,
della qual cosa il palatino avvedendosi, gli domandò con bontà a bassa voce,
che affare era quello: egli pregò Sua Altezza ad aspettare fino dopo cena, che
testa a testa glielo comunicherebbe. Vedevasi però tutti all'altro capo della
tavola a parlare e ad ascoltare il principe Gaspare, mentre l'altro moria di
vergogna, vedendo fissi sopra di lui gli occhi di tutta la compagnia da quel
lato.
Terminatasi la cena, il principe
palatino il trasse in disparte, e da esso fedelmente circonstanziata intese
tutta la miserabile istoria. Avea quel principe, ascoltandolo, il dolore
dipinto sul maestoso suo volto, ed arrossia che fosse in Varsavia un uomo
onesto sottoposto a simili vigliaccherie. Terminata la sua narrazione, ei
domandò al principe cosa il consigliasse di fare nel caso in cui si trovava;
alla qual domanda rispose ch'era suo costume di non dar mai ad alcuno il suo
consiglio in pari casi: conviene all'uomo onesto in simili frangenti, diss'egli
sospirando, far molto, o nulla affatto. Così dicendo il principe si
ritirò, e l'altro, fattosi dare la sua pelliccia, uscì dal palazzo, entrò nel
suo legno, e si avviò alla sua casa, dove coricossi subito e dormì
saporitamente sei ore. Svegliato prese certa medicina, che erano già due
settimane che prendea, per guarire da certo male che allora l'affliggea e che
l'obbligava dopo presa a starsene per lo meno sei ore a letto. Fatto ciò, si
accinse a spicciare le lettere sue e quelle che indispensabilmente dovea in
quel giorno di mercordì, giorno in cui partia il regio dispaccio per l'Italia,
mandar alla corte. Accingendosi a questo lavoro, ricapitolò ciò che gli era
avvenuto col Postòli la sera della non ancor scorsa notte; riandò il proprio
contegno e ponderò le parole che il principe palatino di Russia gli avea detto,
richiesto di consiglio, ed in quelle sagge parole, che glielo negavano, ei lo
trovò. Molto, o nulla.
Pensò prima al nulla, e si
ricordò che Platone nel Gorgia dicea che l'eroismo consiste nel non far
ingiuria ad alcuno, onde ne segnia che dovea più pregiarsi colui ch'era capace
di soffrirla, che l'altro che impunemente avea saputo farla. Che non
essendo egli uomo di guerra, mestiere che chi il professa dee convincere il
mondo che non fa caso della vita, e fuggir la nota di spauroso come fugge
l'infamia, era dispensato dalla sovrana legge di uccidere chi l'insultò o di
farsi dallo stesso uccidere; onde potea con intrepida ed altera fronte
dichiararsi seguace del gran filosofo, che dice chiaro nell'ep. VII, ch'è
meno disonore sopportar gravissime ingiurie che farle. Pensò poi anche che
era questa la massima di un cristiano, e si rimproverò che Platone si fosse
presentato alla sua mente un momento prima del Vangelo. Ma, riflettendo poi col
maledetto orgoglio attaccato alla natura umana, esaminò il modo del pensare de'
filosofi della corte, li quali espressamente o tacitamente vogliono che l'onor
regni e che l'onore sia modellato dal codice militare, per accelerare il
trionfo del quale i monarchi medesimi ne portano addosso pomposamente le
insegne. Egli vide che, se l'avesse fatta alla platonica, sarebbe stato un buon
cristiano ed un bravo filosofo, ma non meno perciò disonorato, e vilipeso, e
forse cacciato via dalla corte, o escluso dalle nobili assemblee con maggior
obbrobrio.
Tale è il nostro secolo. Tocca
alla filosofia a lagnarsene, e quelli che vogliono seguire le di lei massime
debbono abitare da per tutto fuori che nelle corti.
Se il povero oltraggiato avesse
preso il partito di pacificamente ingoiare l'amara pillola, tacendo o palesando
la cosa a quella neutra torma d'oziosi che sfoggiano il freddo e vuoto titolo
di comuni amici, avrebbe trovato in folla mediatori che, con l'apparenza del
maggior zelo, si sarebbero impegnati di riconciliare i discordi; ma egli sapea
qual era ordinariamente de' mediatori il costume: tutti per massima preliminare
più favorevoli all'offensore che all'offeso; tale essendo la malignità
dell'umana natura, che gode sempre del male avvenuto, ed è perciò portata sempre
a favorire chi l'ha fatto, ridendo in sé di chi ha sofferto l'oltraggio e
studiando di sminuirlo con sofistiche ragioni, sotto lo specioso pretesto del
desiderio del bene della pace.
Un vero amico d'un uomo
oltraggiato, o lo aiuta a vendicarsi, o fa come fece il principe palatino di
Russia, il deplora e lascia ch'ei faccia ciò che gli viene suggerito dal
sentimento d'onore ch'egli ha, che non è dato ad alcuno l'indovinare di qual
calibro sia. Il mediatore in generale fa sempre più o meno di ciò che l'offeso
può desiderare. Un uomo che opera così non ha d'amico altro che il nome;
nome che non merita quando pretende che l'amico voglia, non ciò che vuole, ma
ciò che a parer suo dee volere, e che non si contenta di consigliare, ma,
ergendosi, affetta superiorità di mire e di prudenza. Queste sono parole di
Cicerone; e per questo le distinsi.
Fattesi dall'oltraggiato queste
riflessioni in tempo assai minore di quello ch'io ho impiegato a scriverle, si
determinò a far molto. Si risolse a sfidare a duello quel cavaliere che
l'avea vilipeso, unico modo in que' paesi ed in altri ancora col quale un uomo
onesto, offeso da chi non ha sopra di lui diritto alcuno, può lavare la macchia
che la ricevuta ingiuria gl'impresse.
Se gli offesi, chiamando in
giustizia gli offensori, potessero lusingarsi di esser per ottener dal giudice
una pingue sentenza in loro favore, potrebbe darsi che i duelli non avvenissero
tanto di frequente, malgrado le infelici massime del punto d'onore; ma
l'esperienza fa che non possano sperar niente più di una fredda scusa o di una
ridicola ritrattazione, che secondo il parer di certi pensatori sembra più atta
ad accrescere la macchia che a toglierla. In Inghilterra però un uomo che ha
detto ad un altro una parola offensiva, se tradotto in giustizia non può
provare di avergli detto il vero, è mezzo rovinato.
Questa riflessione è quella che
porta certuni a chiamar in duello chi li insultò ed a farsi anche spesso da'
medesimi uccidere.
Rousseau il moderno a questo
proposito ne dice una delle sue: dice che i veri vendicati non sono già quelli
che uccidono, ma quelli che costringono i loro offensori ad ucciderli. Confesso
di non aver lo spirito abbastanza elevato per esser in questo del parer del
sublime ginevrino, quantunque il pensiero sia peregrino, nuovo e suscettibile,
per chi volesse giustificarlo, di sottili ed assai eroici ragionamenti; di
quelli de' quali vanno in traccia i pensatori moderni, che propriamente sono
beati quando possono con sofismi fare che paradossi diventino aforismi. - O
il Postòli, discorrea il veneziano, accetta la mia sfida, o la rifiuta;
se l'accetta, eccomi risarcito, qualunque sia per essere la sorte del duello;
se la rifiuta, sono ciò non ostante vendicato, poiché sfidandolo gli dimostro
che non lo temo e che chiudo in seno un core intrepido ed un animo che m'induce
a non far più caso della propria vita, dopo che fu ottenebrata da un insulto; e
con tal passo lo sforzo a stimarmi ed a pentirsi di aver oltraggiato un uomo
ch'egli non può più spacciare per vile, perché il vede pronto ad immolarsi al
proprio onore. Si aggiunga che, se il Postòli rifiutava il duello, il
veneziano divenia padrone di accusarlo di poltroneria e di dire apertamente che
non si credea più macchiato da quell'ingiuria, dacché avea scoperto che
l'ingiuriatore era un vil poltrone, dal quale un uomo d'onore non può mai
essere offeso, poiché il disprezzo lo pone nella linea de' pazzi.
Lo sfidar a duello chi offese è
un natural impulso di un animo, che l'educazione seppe rendere moderato e
padrone di frenar la brutalità de' primi moti. Un animo barbaro, che una nobil
educazione non avvezzò a reprimere i primi impulsi, rispinge offesa con offesa,
e tenta, condotto dalla sua passione e da natural disio di vendetta, di privar
di vita chi il vilipese, senz'esporsi al rischio di divenir esso medesimo la
vittima del suo proprio diritto.
In conseguenza di questo
ragionamento, fondato sulla conoscenza del core umano e sulla forza de'
dominanti pregiudizi, egli si dispose senza frapporre tempo alcuno a scrivere
al cavaliere un biglietto, il quale in fatti lo sfidasse, ma che di tal tempra
non potesse essere giudicato dalla giustizia, in ogni caso che potesse
sopraggiungere, in un paese nel quale sotto pena di morte erano vietati i
duelli. Questo è quanto contenea il biglietto, di cui la fedel copia originale
esiste tra le mani di chi ora scrive questo fatto.
Monseigneur,
Hyer au soir, sur le théâtre,
Votre Excellence m'a insulté de gaieté de coeur, et elle n'avoit ni raison, ni
droit d'en agir ainsi vis-à-vis
de moi. Cela étant, je juge, Monseigneur, que vous me haïssez; et que par
conséquent vous voudriez me faire sortir du nombre des vivants. Je puis et je
veux contenter Votre Excellence.
Ayez la complaisance,
Monseigneur, de me prendre dans votre équipage, et de me conduire où ma défaite
ne puisse pas vous rendre fautif vis-à-vis des lois de la Pologne, et où je
puisse jouir du même avantage, si Dieu m'assiste au point de tuer Votre
Excellence.
Je ne vous ferais pas,
Monseigneur, cette proposition, sans l'idée que j'ai de votre générosité.
J'ai l'honneur d'être,
Monseigneur, de Votre Excellence le très humble et très obéissant serviteur.
G.C.
ce mercredi, 5 mars 1766, à la
pointe du jour.
Eccellenza,
Jeri sera dietro alla scena
Ella mi offese senza motivo e senza dritto alcuno di procedere verso di me in
simil guisa. Ciò essendo, giudico che V. E. mi odj e che, per conseguenza,
brami di farmi uscire dal numero de' vivi. Posso e voglio contentarla.
V. E. si compiaccia di
prendermi seco nella sua carrozza e di condurmi in luogo nel quale,
uccidendomi, Ella non abbia a divenir reo violatore delle leggi della Polonia,
e nel quale io possa goder dello stesso vantaggio, se con l'assistenza di Dio
mi riuscisse di uccider Lei.
Se non sapessi quanto sia
grande la sua generosità, non farei a V. E. questa proposizione.
Ho l'onor d'essere, oggi
mercordì 5 Marzo allo spuntar del giorno,
Di V. E.
L'umil. dev. oss. Servitore G.
C.
Copiato e sigillato questo
biglietto, egli scosse dal sonno un cosacco, che dormia sempre vestito sulla
soglia della sua stanza, ed il mandò portatore del biglietto alla Corte,
all'appartamento del Postòli, e gli ordinò di consegnarlo senza nominare chi lo
mandava e di ritornar subito a casa. Così ei fece. Non passò mezz'ora che un
paggio del Postòli venne a consegnare nelle proprie mani del veneziano la seguente
risposta, scritta di sua mano, sigillata con le sue armi.
Monsieur,
l'accepte votre proposition,
mais vous aurez la bonté, Monsieur, de vouloir bien m'avertir quand j'aurai
l'honneur de vous voir. Je suis très parfaitement, Monsieur,
Votre très humble et très
obéissant
Serviteur Branicki P.
5 mars 1766.
Signore,
Accetto la vostra
proposizione, ma avrete la bontà, Signore, di voler bene avvertirmi quando avrò
l'honore di vedervi. Sono perfettissimamente, Signore,
Vostro Um. ed Obbed.
Servitore.
Dal nobile laconismo di questo
biglietto si conosce che il Postòli non esitò neppur un minuto ad accettare la
sfida, e che fu anzi un piacere per lui quello di riceverla. Scorgendo in un
attimo di aver offeso un uomo che nol teme, gli venne un pensiero che gli
trafisse il core: ebbe timore che lo sfidatore potesse immaginarsi di aver a
fare con un poltrone, e forse di atterrirlo. Rifletté che l'uomo che lo sfidò
si crede forse più bravo di lui, e se ne rise. Gli venne poi in pensiero che
ebbe forse la disgrazia d'insultare un uomo intrepido, e quindi riconobbe per
suo religioso dovere quello di risarcirlo, anche uccidendolo se abbisognasse,
ma onorandolo nel medesimo tempo e compiangendolo poi che abbia voluto farsi
uccidere per non saper soffrire da lui una picciola ingiuria; non indifferente
in questa riflessione al piacere di un nuovo trionfo. Quindi si affrettò ad
accettar la sfida, acciò l'altro, supponendolo timoroso, non avesse tempo di
accrescersi il coraggio. Gli venne anche un altro pensier maligno. S'imaginò
che lo sfidatore, sfidandolo, abbia sperato ch'egli non accetti la sfida.
Accettò dunque, e si lusingò ch'ei fosse per inciampare in qualche poltroneria,
la quale poi potesse giustificar lui, dimostrando al mondo che alfine non avea
insultato che un vile. Desiderò però nel fondo del suo core che lo sfidatore
fosse uomo valoroso, poiché non avviene mai che un bravo stimi un altro più
bravo di lui, onde prevede la sua vittoria sempre più gloriosa, e della
vittoria nel suo core è sicuro. Questi sono i pensieri che in simili occasioni
albergano nell'animo dell'uomo veramente nobile. L'uomo nobile, che ha offeso,
non va in traccia di sotterfugi per esimersi dal dare all'oltraggiato tutte le
soddisfazioni. Quelli che non sono pronti a darle sono infingardi, se pure non
dimostrino che le persone che offesero meritavano d'esserlo, o erano in debito
d'essere anime vili insensibili ad ogni affronto; ovvero tenuti dall'umiltà
della loro condizione o dalla doverosa subordinazione a dissimularlo.
Contento il veneziano di avere
condotta a buon termine la faccenda, rispose sul fatto così:
Je me rendrai, Monseigneur,
demain matin jeudi, à l'antichambre de V. E.; j'attendrai votre réveil, et
j'aurai toute la journée libre. Vous ne sauriez penser, Monseigneur, combien je
me crois honoré par la réponse que V. E. m'a faite. J'ai l'honneur, etc.
Domani mattina giovedì
aspetterò nella sua anticamera che V. E. si svegli, ed avrò libero tutto il
giorno. V. E. non può figurarsi quanto io mi senta onorato dalla sua risposta.
Ho l'onore d'essere, etc.
Egli consegnò la risposta al
medesimo paggio, il quale ritornò un quarto d'ora dopo con questo biglietto
dell'impaziente Postòli:
Je ne consens pas à
transporter à demain une affaire qu'on doit terminer aujourd'hui. Je vous
attends chez moi d'abord. Marquez-moi, en attendant, les armes et le
lieu, etc.
Non acconsento a trasportare a
dimani un affare, che si deve terminar oggi. Vi aspetto qui subito. Nominatemi
intanto le armi e il luogo, etc.
Il veneziano gli rispose:
Je n'aurai point d'autre arme
que mon épée, et quant au lieu ce sera celui où V. E. me conduirà, hors de la
starostie de Varsovie; mais pas avant demain, puisqu'auiourd'hui j'ai un paquet
à remettre au roi, j'ai pris médecine, et j'ai un testament à faire. Je suis, etc.
Non avrò altre armi che la mia
spada e, quanto al luogo, mi piacerà quello dove V. E. mi condurrà fuori della
starostia di Varsavia; ma replico che ciò avverrà dimani, poiché oggi ho un
pacchetto da rimettere al re, ho preso medicina, ed ho a fare testamento. Sono,
etc.
Mezz'ora dopo che questa lettera
fu spedita, il veneziano, il quale era a letto, rimase un poco sorpreso di
veder il Postòli comparire solo nella sua stanza e di udirlo a dirgli che avea
a parlargli di affare segreto. Onde udite queste parole, alquanti subalterni,
che si trovavano per caso nella stanza, non aspettarono di esser pregati di partire;
i due principali attori rimasero soli ed il Postòli si assise sul letto. Perdoni
il lettore se chi scrive ha qui bisogno di divenir drammatico per essere
fedelissimo nella storia ed abbastanza chiaro.
Postòli (seduto sul letto del
veneziano). - Sono venuto
per domandarvi se pensate prendervi giuoco della mia persona.
Venez. - Come mai! Io ho per la vostra persona, o
signore, il maggior rispetto che aver si possa.
Post. - Mi mandate una sfida e, dopo ch'io l'ho
prontamente accettata, cercate di guadagnar tempo. Questo non si fa. Se
sentiste l'affronto che pretendete ch'io vi abbia fatto, dovreste aver più
fretta di me di scaricarvene.
Venez. - Dell'ingratissimo peso mi sento già di
molto alleggerito dal momento che vi siete impegnato di battervi meco. Una
dilazione di ventiquattr'ore non è considerabile; la nostra rissa, dopo un
accordo, è divenuta tale che può accoppiarsi con la cortesia. Chi ci affretta
ad andarci a battere oggi più tosto che domani?
Post. - La persuasione in cui sono che, se non ci
battiamo subito, non ci batteremo più.
Venez. - Chi potrà impedircelo?
Post. - Un comune arresto d'ordine regio.
Venez. - E come? chi potrà far nota a S. M. la
nostra intenzione?
Post. - Io no per sicuro.
Venez. - E men'io.
Post. - Non so; conosco i strattagemmi della
vostra nazione.
Venez. - V'intendo, ma v'ingannate a partito. La
mia nazione ha insegnato la bravura e la civile politezza alla vostra, e, per
quanto dipende da me, vi sforzerò a rispettarla. Sappiate poi che son tanto
lontano dallo scruttinar strattagemmi per ischivare di cimentarmi con voi che,
per aver un tal onore, farei cento leghe a piedi, tanto è grande la stima che
ho del vostro personaggio; e sappiate ancora ch'io ho sopra di voi un
vantaggio, ed è ch'io non credo voi capace di una viltà.
Post. - Mi rallegro che mi conosciate
perfettamente. Io non sono tenuto ad aver di voi la buona opinione che voi
avete di me, poiché voi dovete sapere che non vi conosco. Vi dirò bensì che la
vostra sfida mi fa ben augurare di voi, ma col differire il cimento mi date di
voi un saggio che vi è assai svantaggioso. Non facciamo tante parole;
battiamoci oggi e datemi così una convincente prova che non chiudete in mente i
disegni che sono indotto a sospettar che coviate.
Venez. - Ho una medicina in ventre, ho lettere a
scrivere di somma importanza, e debbo fare un picciolo testamento.
Post. - Da qui a sei ore la medicina avrà oprato;
le lettere potrete scriverle dopo che ci saremo battuti, e, se soccombete con
la vita, credetemi, che non vi verrà ciò, da chi resterà al mondo dopo di voi,
annotato a gran mancamento; quanto poi al testamento, in verità mi fate ridere;
voi prendete un duello per cosa troppo seria; non si muore, no, tanto
facilmente; sappiatelo. Non abbiate paura. Voglio che in questo voi pensiate come
me; sono picciole bagatelle. Vi dirò in somma in due parole che, dopo che mi
sfidaste e ch'io accettai, ho dritto di dirvi che o voglio battermi oggi o mai
più. Voi mi avete inteso.
Venez. - V'intesi tanto bene che mi avete persuaso,
anzi convinto. Sarò pronto ad andar in vostra compagnia a battermi con voi oggi
tre ore dopo mezzogiorno.
Past. - Così mi piacete: bravo; ma ho ancora una
cosa a dirvi.
Venez. - Ditela, di grazia.
Post. - Voi mi avete scritto che le vostre armi
saranno la vostra spada; e questo è un sogno.
Venez. - Perché?
Post. - Perché io posso dispensarmi dal battermi
con la spada con qualunque uomo ch'io non conosco, essendoché voi potete di
quel giuoco essere troppo abile maestro ed in tal guisa aver sopra di me un
troppo grande vantaggio, poiché non ne so di più di quello che convenga sapere
ad ogni cavaliere, la professione del quale è la guerra.
Venez. - Potreste rifiutare un maestro di scherma,
ve l'accordo, ma non me, che naturalmente credo di saperne meno di voi,
essendoché il vostro mestiere non fu mai il mio.
Post. - Vi replico che non vi conosco. Ci
batteremo a colpo di pistola. L'arma è eguale, e facilmente con essa eguale può
essere il valore.
Venez. - La pistola è troppo pericolosa. Con mio
sommo dolore potrebbe avvenirmi la sciagura di uccidervi, ed egualmente
potreste, malgrado vostro, senza forse molto odiarmi, uccider me. Dunque no
pistola. Con la spada alla mano spero che non mi avverrà di ferirvi
mortalmente, e poche stille del vostro sangue abbondantemente mi compenseranno
dell'affronto con cui mi avete lordato. Così a voi non riuscirà, tanto porrò
ogni studio a tenermi bene in guardia, se mi feriste, che il pungermi
leggermente la pelle, e quella poca quantità del mio sangue mi avrà sufficientemente
lavato dalla brutta macchia con cui mi avete annerito. Ricordatevi, in somma,
che mi avete dato la scelta dell'armi, che scelsi la spada, e che non voglio
battermi che con la spada, e che ho il diritto di sostenervi che non dipende
più da voi il rifiutarla.
Post. - È vero, non posso negarlo: io non
sono più in dritto di ritirare la mia parola; ma se vi domandassi ciò, come si
domanda ad un amico un piacere?
Venez. - Un piacere! Uomo barbaro!
Post. - Sì un piacere. Ascoltatemi. Cominceremo il
nostro duello con un buon colpo di pistola cadauno, e poi se vorrete ci
batteremo alla spada a sazietà. Questo è il piacere che vi chieggo. Potrete
negarmi un così tenue favore che vi domando?
Venez. - Se è poi vero tanto fermamente, come mi
dite, che questo vi paia un piacere, quello di contentarvi diventa un piacere
anche per me. Sarete servito, ci manderemo entrambi un buon colpo di pistola;
ma lasciatemi ridere, perché egli è di una specie che credo non abbia molto del
voluttuoso. Vi prego intanto di portar con voi due pistole da duello, poiché io
non ne ho che di corte.
Post. - Porterò meco arme perfette. Mi avete
sensibilmente obbligato. Vi ringrazio e vi stimo. Porgetemi la vostra mano.
Verrete meco ed andremo a batterci con la più intera reciproca soddisfazione, e
saremo poi buoni amici. Verrò a prendervi in punto all'ore tre dopo
mezzogiorno. Mi promettete voi di esser pronto?
Venez. - Vi prometto, signore, che non vi occorrerà
nemmeno di salire queste lunghe scale. Mi troverete prontissimo.
Posi. - Tanto mi basta. Addio.
Tosto che il veneziano rimase
solo, mise in pacchetto sotto sigillo le scritture che avea presso di sé
importantissime; e, dopo aver ben pensato di qual persona gli convenisse
servirsi, della di cui fede potesse credersi sicuro, si determinò a scegliere
un veneziano maestro di ballo, dimorante allora in Varsavia, chiamato Vincenzo
Campioni. Egli mandò a cercare quest'uomo e, consegnandogli il pacchetto, gli
domandò s'era pronto a giurargli di eseguir fedelmente una commissione che a
lui importava più della propria vita. Egli impegnossi. Il veneziano gli disse
allora Se alla fine di questo giorno potete parlarmi, mi rimetterete questo
pacchetto; se no, andrete a rimetterlo tra le proprie mani di S. M., e, se
questa mia commissione vi fa in questo momento formare qualche sospetto, vi
avviso che, se osate comunicarla a qualcuno, divenite verso di me un traditore
e divenite il più atroce de' miei nemici. Quest'uomo, che sapea ciò ch'era
avvenuto tra il veneziano e il gran panettiere nel giorno innanzi, e che l'avea
per caso veduto quella stessa mattina uscire dalla di lui casa, s'immaginò che
trattavasi di un duello. Egli temea molto per la vita del veneziano, ch'egli
avea cagione di amare; e dipendea da lui l'andar tosto a riferire ogni cosa al
sovrano, onde il conflitto non avrebbe avuto luogo, ed avrebbe allontanato
dall'amico il pericolo di perder la vita o la libertà; ma così non oprò: se
avesse così oprato sarebbe stato un vile, uno spergiuro, un poltrone, un
traditore, insomma, un falso amico.
Il vero amico non sa far nulla
che ad intera soddisfazione dell'amico, e crede mal fatto tutto ciò che a
qualcun altro sembrerebbe meglio fatto in diversa guisa. Il vero amico è
ammirabile negli affari, ne' quali interesse o gloria impedisce l'interamente
spiegarsi. Facilissimo è il fargli vedere e capire ciò che non si vuole né
mostrargli, né dirgli, ed a cagione di quella riserva non si offende, né
s'impiega con meno calore di quello con cui si sarebbe impiegato, se l'amico
con lui si fosse affatto spiegato, affidandosi alla di lui discrezione. Il vero
amico in somma non può essere contento di sé medesimo che tanto quanto rende
soddisfatto colui per il qual opera, non avendo altro interesse in ciò che fa,
se non il solo dell'amico per cui s'impegna.
Il falso amico, all'opposto, è
sempre mal soddisfatto della maniera con cui è impiegato; abbonda di tacite
riflessioni; si forma sempre qualche interesse personale nell'affare che gli
viene appoggiato; ed ha sempre qualche segreta mira che non ardirebbe confessare.
Quando fa d'uopo penetrare il senso sostanziale della cosa, l'eseguisce ad
verbum, e, quando non conviene staccarsi in modo alcuno dalla parola, va
ghiribizzando raffinamenti. Egli ha sempre o mal letto, o mal inteso, e con lui
nessuno si è mai abbastanza spiegato. Posto ch'egli ebbe in sicuro l'involto,
pensò a desinare delicatamente, onde diede sopra di ciò gli ordini opportuni e
mandò a pregare due dotti giovani cavalieri, affettuosi fratelli, che
l'onoravano della loro amicizia, di portarsi a pranzar seco a mezzogiorno. Le
vivande squisite, il buon vino e la buona compagnia di persone scelte, e sopra
tutto bene affette, compongono un nutrimento che colloca un uomo sano nel sommo
grado di quella perfezione di cui è capace. Un pasto tale mette in un fermo
equilibrio i fluidi, corrobora i solidi, dà tutto il necessario vigore a tutte
le facoltà fisiche ed una letizia allo spirito che sveglia tutte le virtù, le
quali, unite all'eccitato coraggio, costituiscono quell'individuo attissimo ad
intraprendere qualunque importante azione, nella quale abbia bisogno di tutto
se stesso, e sopra tutto di non aver a rimproverarsi qualche mancamento se non
riesce con felicità, onde gli esaminatori dell'azione possano dopo
l'avvenimento dire ch'egli si regolò male. Ciò era noto al veneziano: egli
sapea che le facoltà del corpo e dello spirito rimangono a cagione del mangiare
e del bere sopite ed ammorzate in quelli ch'eccessivamente ne usano, onde
sopravvien loro, dopo preso il nutrimento, quel letargo che chiamasi sonno, del
quale la natura non avrebbe quel pronto bisogno, se non l'avessero stancata,
oppressa e mortificata col soverchio, grossolano, o mal ammannito mangiare. La
cucina francese, che giustamente gode dell'applauso universale, non genera, in
quelli che ne conoscono i pregi, né intempestivo sonno, né indigestione, né
pentimento in chi senza ingordigia sa gustarne le delizie. Non v'è uomo, non
v'è donna che non sia, dopo un delicato pranzo più bella, più eloquente, più
animata, più cortese e più giudiziosa e più presente a se stessa, feconda di
bei pensieri e di peregrine invenzioni atte a procurar onesti e leciti piaceri
a questa misera umanità che, se si lascia andare abbandonata a se stessa, è una
fonte inesausta di miserie, di noje e di affannosi dissapori.
Siccome dunque procede dal buon
cibo la salute del corpo, non si dovrà dubitare che da esso non derivi anche la
tranquillità dello spirito, che non può aver altro moto che quello che riceve
dalle impressioni fisiche. Guai poi a quelli che si sono meritati al mondo il
nome che li disegna per mangiatori. Rari sono fra questi quelli che sappiano
cosa sia ben mangiare; l'ingordigia è il loro nume, e se li contempliamo non
discerniamo né nel loro corpo, né nel loro spirito, verun segno del felice
nutrimento di cui io qui sopra feci l'elogio. Il soverchio mangiare genera
malattie, accorcia la vita e rintuzza le facoltà dell'anima.
Dulcia se in bilem vertent,
stomacoque tumultum
Lenta feret pituita. Vides ut
pallidus omnis
Cœna desurgat dubia? quin
corpus onustum
Hesternis vitiis animum quoque
pregravat una,
Atque affigit humo divinæ
particulam auræ.
Dopo aver ben pranzato ed
amalgamato il cibo con puro vino di Borgogna, egli pregò la compagnia di
andarsene. Il giorno di corriere questa preghiera non può parer incivile.
Restato solo, si mise in punto di non fare aspettare il Postòli che, secondo
l'accordo, poco potea stare a comparire. Egli arrivò all'ora stabilita a gran
trotto di sei cavalli, che tiravano una carrozza inglese da quattro persone.
Scese presto il veneziano le scale e si trovò alla portiera del legno, mentre
il Postòli era per uscirne. Nel legno si ritrovava oltr'esso un ciamberlano
ajutante di campo generale del re ed uno de' suoi cacciatori. L'aiutante
generale, che sedea presso il Postòli, cedette il loco al veneziano, sedendosi
sul d'innanzi; ma questo, tenendo già il piede sullo staffone del cocchio,
sospese l'entrarvi quando in un'occhiata vide, oltre i postiglioni, cacciatori,
volanti, staffieri e paggi, anche un altro ajutante generale a cavallo con un
servo che avea alla mano due cavalli bardati. Egli rivolse allora il capo e
disse a' due suoi servi, che erano per montar dietro la carrozza, che nol
seguissero, ma stessero là ad aspettar i suoi ordini. Il gran panettiere,
udendo ciò, gli disse: Lasciate che vi seguano, poiché potrebbe avvenire che
aveste bisogno di essi; il veneziano gli rispose: - giacché non posso
condur meco un numero di servi eguale al vostro, non voglio neppure que' due miserabili;
voi ne avete abbastanza per far servire anche me, se ne avessi bisogno. Posso
sperarlo? - Sì, egli rispose, e vi prometto da cavalier d'onore, che vi
farò servire in preferenza di me medesimo. E, ciò dicendo, gli porse la
mano, che l'altro strinse entrando in carrozza e ponendosi presso di lui.
Partirono subito, e non seppe dove andassero, né si curò di domandarlo.
Non erano ancora fuori della
città, quando parve al veneziano una civiltà quella di rompere il silenzio.
Egli domandò dunque al Postòli se pensava di far la sua dimora in Varsavia nella
futura estate; alla qual questione egli rispose: Così avevo divisato di
fare, ma voi forse sarete cagione che dovrò fare altrimenti. Il veneziano
gli rispose che sperava di non aver ad esser cagione di cosa alcuna, che fosse
per dispiacergli. - M'immagino già, rispose l'altro, che abbiate carattere di
gentiluomo, o che abbiate servito in guerra... - Il veneziano, interrompendolo,
gli disse che non si era mai trovato tanto nobile quanto in quel giorno; ma
perché, soggiunse egli, guardando il Postòli in viso, mi fate voi questa
dimanda?
- Non so perché, rispose l'altro vivacemente e sorridendo, per
non sapere che altro dire: non ne parliamo più, vi prego. E non se ne parlò
più. Malgrado la molta neve i cavalli, correndo assai bene, arrivarono due ore
e mezza avanti notte a Wola, ampio giardino appartenente al conte di Bruhl,
gran generale dell'artiglieria della corona, che allora trovavasi a Dresda.
Inoltratosi nel giardino il
Postòli, con l'altro a fianco e seguito da tutta la sua comitiva, si fermò
sotto una pergolata di figura ovale, non più lunga di dieci pertiche, che avea
nel mezzo una tavola di pietra. Su questa tavola il suo cacciatore, cui egli
fece un cenno, depose un paio di pistole di lunga misura e brillanti dal
forbito acciajo, e con esse una picciola ferriera ed un astuccio, d'onde
quell'uomo trasse polve, palle e bilancia, con una specie di mulinello
necessario a caricare quell'arme. Dopo ch'ei mostrò ch'eran vuote ai due principali
attori, che attentissimi stavano guardando il di lui lavoro, scelse due palle
adattate e di egualissimo peso e calibro, e pesò due eguali quantità di
polvere, ed indi le caricò. Caricate che furono, il gran panattiere con viso
cortese pregò il veneziano di dar di mano a quella di quell'arme che più gli
piacesse, essend'egli per servirsi dell'altra. La voce allora dell'ajutante
generale del re impedì il veneziano dal prontamente scegliere. Qui si
tratta, diss'egli in tedesco, di un duello, e ciò io non soffrirò. - Voi
non dovete sapere, risposegli il Braniscki, di che si tratti; tacete e
state a vedere, e quando avrete veduto potrete parlare. - Non posso ignorar
nulla, replicò l'altro, siamo nella starostia di Varsavia, io sono oggi
di guardia, mi avete con inganno levato dalla corte per rendermi complice di un
delitto che mi tirerà addosso lo sdegno di S. M. Alle vostre idee, giacché mi
avete fatto venir qui, io mi oppongo. - Come volete opporvi? disse l'altro
sorridendo: il re vi perdonerà quando saprà che voi siete stato presente al
fatto per sorpresa, e pel rimanente acchetatevi, poiché prendo sopra di me
tutte le conseguenze dell'affare, cui per buone ragioni vi voglio presente.
Avete inteso? Scostatevi dunque due passi e lasciateci fare. Son cavaliere
d'onore e debbo dar soddisfazione a chiunque crede aver dritto di domandarmela,
e voglio dimostrar a quest'italiano «que je sais payer de ma personne,» che so
sempre bastar a me medesimo. - Tocca dunque a voi signor C....... (replicò
al veneziano l'ajutante generale) a schivar questo duello: vi invito a
rimettere ogni vostra cagione di lagnanza a S. M., e vi avviso che qui non
potete battervi, poiché siete nella regia starostia. Il veneziano allora
rispose che non pensava a battersi ma a difendersi, il che avrebbe fatto anche
se fosse in chiesa; ma che se si trattava di dar un segno della sua venerazione
al re, (e ciò dicendo, levossi il cappello) rimettendosi a lui pel compenso di
un torto che il signor Postòli gli avea fatto, era pronto a tutta la sommissione
purché a ciò l'invitasse il medesimo Postòli, e ch'era anzi pronto a non
pretender soddisfazione ulteriore, se egli volea allora, lui presente, dirgli che
gli dispiacea di avergli detto jeri quelle oltraggiose parole. Con faccia
brusca allora il Postòli, guardando fisso in faccia il veneziano, gli disse: Monsieur!
je ne suis pas venu ici pour raisonner, mais pour me battre, - io non venni
in questo luogo per discorrere, ma per battermi. - L'ajutante generale allora
levò gli occhi al cielo e, percotendosi con la sua destra la fronte, ritirossi
due passi. Il Postòli con aria serena levossi la pelliccia, che un paggio
raccolse, e si slacciò la spada che consegnò allo stesso paggio. L'altro si
vergognò di non imitarlo: fece anch'esso lo stesso e consegnò la sua spada allo
stesso paggio, ma con dolore, poiché non sapea come l'affare potesse andare, e
così oprando rimanea disarmato. Pensò un istante che potea tener la sua spada a
fianco, richiamando al Postòli il patto di sguainarla dopo un colpo di pistola,
ma temette di dimostrarsi men cortese del cavaliere, o troppo eccitato da mal
animo. Il Postòli allora gli replicò che desse di mano ad una di quell'armi che
incrociate erano sulla tavola, il che egli eseguì prendendo quella di cui il
calcio era verso lui rivolto, e prontamente il Postòli afferrò l'altra
dicendogli queste medesime parole: L'arme que vous tenez, Monsieur, est
parfaite; j'en suis garant. - Quell'arma che sceglieste è perfetta, ve ne
faccio io la sicurtà. Al qual complimento di formalità venne in bocca
all'altro questa troppo vera risposta: Actuellement, Monseigneur, je le
crois, mais je ne le saurai qu'après en avoir fait l'expérience contre votre
tête; prenez garde à vous: - Ora, signore, credo ciò, ma nol saprò che dopo
averne fatto l'esperienza contro la vostra testa; tenetevi bene in guardia. Di
più non dissero, ma con arme basse, guardandosi in faccia, retrocessero
lentamente entrambi dieci passi, onde restarono dieci passi geometrici lontani
uno dall'altro, distanza ch'era quasi tutta la lunghezza della pergolata. Il
veneziano, che aveva già montata la pistola tenendone la bocca verso terra, si
adattò in fianco, come se dovesse battersi alla spada, ma senza punto allungar
la guardia, ed in questa positura, levandosi il cappello e, portandolo al
ginocchio sinistro, disse al Postòli: Votre Excellence m'honorera de tirer
le premier. Egli rispose:
Mettez-vous en garde. L'altro in un istante si mise il cappello, portò
la stessa mano al suo sinistro fianco, alzò con l'altra mano la pistola, e,
quando la vide dritta al corpo del Postòli, la sparò: nel medesimo istante il
cavaliere sparò la sua, sicché i vicini non udirono che un sol colpo, tanto è
vero che scaricarono nello stesso tempo. Se il Postòli non avesse perduto tempo,
è cosa certa che avrebbe tirato avanti l'altro e l'avrebbe forse ucciso; ma
egli perdette almeno tre secondi a rispondere all'altro: mettez-vous
en garde (cosa alla quale non toccava a lui a pensare) ed
a estendersi sul suo corpo, allungando a tutto suo potere la sua guardia, in
modo che l'altro non potea più vedergli la testa, contro la quale supponea che
il veneziano mirasse, in conseguenza delle parole che gli avea detto; parole,
che egli disse per un modo di dire, non già con intenzion di eseguirle, poiché
troppo disavantaggio ha il duellante che prende di mira il capo dell'avversario
e non il petto. Il veneziano, dopo aver detto all'avversario: fatemi l'onore
di tirare il primo, non si credette tenuto a supporre che differisse né a
troppo allungare il civil complimento aspettando tutto il comodo dell'altro, né
pensò al fievole vantaggio di farsi più picciolo allungandosi sulla guardia, ma
nella non incomoda positura in cui era, senza punto muoversi né batter occhio,
con polso fermo sparò, e nello stesso tempo che si sentì ferito alla mano
sinistra, che cacciò presto nella saccoccia della giubba, vide il Postòli
sostenersi con la sinistra a terra per non cadere, e l'udì dire: Je suis
blessé. Gettò via il veneziano la pistola e corse ad esso, ma a mezza
strada vide due sciabole polacche pendenti sopra lui pronte a tagliarlo in
pezzi; e gli sarebbero già piombate addosso, poiché erasi fermato ed immobile
attendea i due fendenti, se con voce di atroce collera il guerriero, che
sostenevasi appena, vedendo que' sciagurati non avesse gridato: Canaille,
respectez ce chevalier. - Canaglie, rispettate questo cavaliere1 A questi accenti si
vergognarono quegli infingardi (alla polacca però veri amici del Braniscki) e
si ritirarono. Corse il veneziano alla sinistra del generoso, e con la sua
destra sotto l'ascella il sollevò, mentre alla dritta era accorso l'affannato
generale ad aitarlo. In questa guisa il Postòli, camminando curvo sostenuto dai
due e seguito dai suoi, giunse all'osteria cento passi di là distante, dove
sdrajato sopra una gran sedia volle veder la sua ferita. Fu prestamente, supino
come si tenea, sbottonato, ed alzatagli da' servi l'insanguinata camiscia sino
al petto, si vide che la palla eragli entrata nel corpo fra la terza e quarta
costa spuria alla dritta, ed era uscita descrivendo una diagonale lunga un
palmo verso il mezzo dell'ippocondrio sinistro, lasciando illesi gl'intestini;
tanto era egli allungato ed esteso quando ricevette il colpo. Mentre i suoi
servi mondavangli il ventre dal sangue di cui era tutto bruttato, il veneziano,
che stavagli a fianco in piedi, osservò ch'egli volgea di tempo in tempo gli
occhi al di lui ventre, onde gettando egli il guardo sopra se stesso, si avvide
ch'era tutto grondante di sangue che uscivagli dal ventre, della qual cosa si
maravigliò, ma non fece alcun movimento.
Quando il Postòli vide l'orribile
propria ferita, sereno in faccia ordinò che corressero alla città tutti in
traccia di chirurghi, ed all'altro, che tenevasi appoggiato alla spalliera
della sedia, disse: Monsieur, vous m'avez tué, j'ai le cordon de l'aigle
blanc et une charge dans la couronne; les duels sont défendus, et nous sommes
dans le district de Varsovie; vous serez condamné à mort; sauvez-vous;
servez-vous de mes chevaux, dont je croyais
de devoir me servir moi-même, allez en
Livonie et si vous n'avez pas d'argent, acceptez ma bourse. Mi avete ucciso, ho l'onore dell'Aquila
bianca ed una carica nella corona; i duelli sono proibiti, e siamo nel
distretto di Varsavia; sarete condannato a morte; fuggite; servitevi de' miei
cavalli, de' quali credevo dovermi servire io stesso; ricovratevi in Livonia; e
se non avete denaro accettate la mia borsa. Il veneziano ammiratore di tanta virtù, gli
rispose con l'angoscia nell'anima: Accetterei, signore, le vostre offerte,
se pensassi a fuggire; vado in Varsavia a farmi medicare, e spero che
pericolosa non sia la ferita, di cui mi avete astretto ad esser autore. Se
fossi poi reo di morte, vado a portar la mia testa a' piedi del trono. -
J'accepterais vos offres, Monseigneur, si je pensais à me sauver. Je vais à Varsovie me faire soigner de mes
blessures, et le veux espérer que celle dont vous m'avez forcé à être l'auteur
n'est pas dangereuse. Si le suis coupable de mort, je vais porter ma tête aux
pieds du trône. Detto
questo, gl'impresse un bacio sulla sudata fronte, e partì solo, gettandosi ad
attraversare un campo coperto di neve per cogliere una slitta che vedea
giungere a buon trotto di due cavalli sulla strada maestra. Senza quella slitta
che mandogli la provvidenza, egli si sarebbe trovato a mal partito, poiché a
piedi pericoloso gli sarebbe stato il portarsi alla città e difficile, a
cagione del molto sangue che perdea dalla mano e dal ventre, e degli angosciosi
dolori che la ferita della mano, che cominciava ad inasprirsi, gli recava.
Questo fatto fece divenir lecito
al veneziano queste seguenti critiche riflessioni.
Il Signor Postòli il condusse
seco solo, essend'egli accompagnato da dieci persone; e questa fu una
soperchieria, poiché, s'egli rimanea morto, quegli amici suoi uccidevano il suo
uccisore. Ciò fu dimostrato dal fatto, ed in simili materie il punto d'onore e
la delicatezza esigono che si supponga tutto. Gli promise di battersi con la
spada dopo una mutua pistolettata, e, sul campo di battaglia levandosela, costrinse
la delicatezza dell'altro a far lo stesso, onde l'espose al sommo dei pericoli.
Quando entrò nel di lui legno, gli giurò da cavalier d'onore che il faria
servire in preferenza di lui medesimo, e nol fece, sicché senza quella slitta,
che gli fu certamente mandata dal suo angelo custode, egli rimanea esposto alla
furia dell'indemoniato Bissinscki, che gli avrebbe tagliato il capo netto, il
quale diavolo arrivò dieci minuti dopo, come si vedrà.
Il colpo di pistola che gli diede
Postòli il colse un pollice sotto l'umbelico: sdrucciolò la palla a fior di
carne, lasciandogli una poco considerabile ferita che per altro suppurò per
molti giorni ma che sul fatto non sentì, ed entrò nella sua mano sinistra nei
muscoli del pollice, ed infrangendo la prima falange rimase dentro morta e
schiacciata, come fu veduta quando il chirurgo per estrarla fu costretto ad
aprirgli la mano alla parte superiore opposta.
Entrato nella slitta in virtù di
un zecchino che diede al paesano che la guidava, si sdrajò e si fece coprire da
una stuoja, più per ripararsi dalla neve che il trotto de' cavalli facea saltar
dentro, che per nascondersi. Buon fu per lui il trovarsi così coperto e non
esposto alla vista di alcuno, poiché non avea ancora fatto un miglio che
incontrossi col Bissinscki, che a cavallo di carriera aperta con la sciabola
sfoderata correa, sperando d'incontrarlo per tagliarlo in minuti pezzi con
tanto buon core, con quanto l'amoroso pastore dà un'archibugiata al lupo che
incontra traendo seco sul collo l'agnella, che gli uccise e rubò. Il Bissinscki
avrebbe eseguito il suo polacco progetto senza né pure idearsi che creatura
ragionevole avesse potuto chiamare la sua azione men che onesta, non che
spacciarla per un tradimento; tanto sembra eroica oggidì ancora a' polacchi la
vendetta. Egli non poté mai immaginarsi ch'ei fosse sotto quella stuoja, onde
seguitò a correre verso l'osteria, dove l'amico suo ferito stava aspettando
ristoro, e 'l veneziano giunse in Varsavia, dove, non avendo trovato alcuno
alla casa del principe Adamo Czartoryski, si determinò a ricoverarsi nel
convento de' zoccolanti.
Essendosi egli presentato, il
portinaio, che nol conoscea, vedendolo tutto sporco di sangue e supponendolo
perciò un malfattore, era per chiudergli la porta in faccia, ma il veneziano
non gli diede tempo; entrò a forza gettandolo con le gambe all'aria. Accorsero
molti frati allora, e 'l guardiano istesso, il quale si determinò a dargli una
stanza. Non passò mezz'ora che quella stanza si vide piena de' primi signori
della corte e de' più accreditati, poiché il Postòli in sostanza, quantunque
intrepido e valorosissimo, era considerato come il maggior nemico della
nazione, e favorito del re, avea la maledizione che hanno tutti i favoriti, era
temuto ed odiato o invidiato da tutti. I più cospicui tra magnati si
affrettarono dunque di accorrere al convento, chi per udire la storia del
fatto, chi per assicurar il ferito di protezione, chi per offrirgli danaro che
non accettò e che se fosse stato saggio avrebbe accettato; ma trovavasi troppo
in que' momenti in preda del demone dell'eroismo. La necessità però il
costrinse ad accettare cento zecchini dal principe palatino di Russia, e dal figlio
principe Adamo il trattamento intero della tavola giornaliera, non per lui che
fu tosto condannato alla dieta, ma per chi portavasi all'ora di pranzo ad
onorarlo. Un chirurgo francese accorse tosto ad aver cura di lui, il quale dopo
avergli cacciato sangue, gli aprì il di sopra della mano presso al pollice, gli
estrasse la palla, gli passò nella ferita un cordone di seta, gliela fasciò, e
poi gli ordinò un medicamento, perché dicea che sgombro da ogni materia dovea
essere lo stomaco di un ferito e che dovea poi esser lasciato senza nutrimento
alcuno, eccettuato quello di semplice brodo; al qual ordine il veneziano non
osò opporsi, come avrebbe desiderato, quando udì quel chirurgo, che pregiavasi
d'intendere il latino, fulminargli l'aforismo: Vulnerati fame crucientur. L'operazione
che il chirurgo gli fe' per trargli dall'interno della mano la palla, fu
dolorosissima; ma egli imparò che non v'è dolore materiale che un animo
risoluto non possa dissimulare: mentre il chirurgo oprava, egli narrava il
fatto al palatino di Calich Tuardouski e ad altri magnati astanti, e poté,
malgrado il dolore che sentia, né dar segno di sentirlo, né interrompere il suo
racconto. Il non posso è troppo di frequente sulle labbra dei mortali;
per l'uomo che vuole, vi si trova assai di raro.
Il principe Stanislao Lubomirski
allora Strasnik, ora gran maresciallo della corona, dotto e dolcissimo signore,
portossi alla stanza del veneziano al cominciar della notte, e narrogli la
scena ancor più tragica avvenuta dopo il duello. Il furioso Bissinscki quando,
giunto a Vola, vide l'amico in quello stato, e seppe che il veneziano se n'era
andato, diè nelle smanie; rimontò a cavallo determinato di andarlo a cercare
ne' più cupi ripostigli, non già per isfidarlo a duello, ma per ucciderlo di
presenza in qualunque luogo fosse per ritrovano. S'immaginò dunque, tornando in
Varsavia, ch'egli si fosse ricoverato in casa del conte Tomatis, italiano
anch'esso, del quale sapea che il veneziano era amico. Si figurò anzi che dal
Tomatis medesimo poteva il veneziano esser stato spronato a chiamare il Postòli
in duello, per vendicarlo di una vilissima ingiuria che avea dovuto soffrire
dal Postòli poco tempo avanti, e per la quale avrebbe meritato che il Tomatis
l'avesse ucciso sul fatto. Ma se anche il Bissinscki non avesse pensato a ciò,
egli dovea certamente credere che gratissimo fosse riuscito al Tomatis il modo
con cui il veneziano avea abbassata e punita l'insolenza del troppo ardito
cavaliere, onde gli parve indegno di vivere ed andò determinato di uccider lui,
se in di lui casa non ritrovasse l'altro.
Scese da cavallo nella corte,
montò furibondo le scale, e, trovato il Tomatis in bella compagnia di donne e
di cavalieri, dimandò che gli si desse subito tra le mani il veneziano, alla qual
dimanda avend'egli risposto che non sapea dove la persona ch'egli volea si
trovasse, l'altro si trasse di tasca una pistola e gliela sparò alla testa. Il
colpo andò a vuoto. Il conte Mozinski, Stolnik della corona, amabile, dotto,
generoso e vigorosissimo, che trovavasi là presente, corse ad afferrare a
traverso il furioso per gettarlo dalla finestra; ma avend'egli per disgrazia
libero il braccio dritto, lanciò al Mosinski due fendenti, con uno de' quali
gli ferì il braccio sinistro, e con l'altro tagliogli la faccia imprimendogli
una lunga ferita che dall'alto della guancia sinistra scendevagli fin sotto la
bocca alla destra, avendogli tagliato il labbro e quattro denti con grave
ferita nelle gingive. Fatto ciò, rapidamente corse sul principe Stanislao Lubomirski
che trovavasi parimenti in quella compagnia e, presentandogli al petto una
pistola, il prese pel braccio e 'l minacciò di morte, se nol conducea subito
salvo fino al suo cavallo, che avea lasciato nella corte. Era colui un diavolo
determinato, di cui non era permesso eludere i cenni; il principe il condusse a
salvamento al suo cavallo, e lasciò che egli andasse alla malora. Grande
intanto era divenuto lo strepito e lo spavento in Varsavia. Erasi sparsa la
voce che il veneziano avea ucciso il Postòli, onde correvano a cavallo gli
Ulani ed i suoi ben affetti per tutte le strade cercando l'uccisore, che non
conosceano, e lanciando colpi di sciabola a tutti quelli che incontravano non
vestiti alla polacca. Avevan presto tutti i mercadanti chiuse le loro botteghe,
come se avessero temuto un armata di turchi, che fosse per entrar vittoriosa e
dare il sacco alla città. Fortunata fu la combinazione che la notte non
tardasse molto a sopraggiungere.
Questo fu il racconto che al
veneziano, cagione di tutti questi accidenti, fe' il principe che, in virtù
d'una pistola al petto, fu quello che aiutò l'assassino ad uscir salvo dalla
casa del conte Tomatis. Giunse allora nella stanza un frate, che venne a dire
che il convento era tutto circondato da guardie. Disse il principe che ciò
erasi fatto per ordine del gran maresciallo della corona, che temea a ragione
che non andassero gli Ulani a forzare il convento per impadronirsi della
persona del veneziano e vendicar, facendone strage, l'ucciso loro colonnello.
Il tribunale del gran maresciallo
della corona, cui compete tutto il criminale e che, non soggetto ad
appellazione, condanna i malfattori a morte, padrone di negar la grazia della
vita di qualcuno anche allo stesso re, pubblicò contro il Bissinski, che andò a
ricoverarsi a Kônigsberg, un severo bando sotto pena capitale e con taglia, con
confiscazione di beni e degradamento di nobiltà.
Giunse in quegl'istanti un
uffiziale del principe Czartoryski palatino di Russia, che consegnò al
veneziano un biglietto nel quale trovavasene incluso un altro. Quello del
principe dicea così: Lisez, mon ami, ce que le roi m'écrit, et mettez votre
esprit en repos: leggete, amico, ciò che il re mi scrive, e ponetevi l'animo in
calma. L'incluso
biglietto era del re, e dicea: J'ai donné ordre, mon cher oncle, a mes
chirurgiens d'avoir grand soin de Braniski, mais j'ai su toute l'affaire, et je
n'ai pas oublié le pauvre C....... Vous pouvez lui faire savoir que je lui fais
grâce. - Ordinai, mio caro zio, ai miei chirurghi di aver gran cura di
Braniski, ma ho saputo tutto l'affare, e non dimenticai il povero C....... Voi
potete fargli sapere che gli accordo grazia. Il veneziano baciò ambi i biglietti, e bisognoso
di riposo congedò la compagnia e si mise a letto.
Nel giorno seguente il Postòli
mandò un suo uffiziale a complimentarlo, a portargli la sua spada, ad
informarsi di sua salute ed a fargli sapere che la ferita da lui riportata non
era giudicata mortale, ma bensì bisognosa di lunga cura, poiché v'era gran
laceramento di tegumenti. Fu fatto dal veneziano il contraccambio, e questa
reciproca visita si fece ogni giorno.
Visibile in tutte le combinazioni
è la divina provvidenza, ed ingrato è colui che non vi riflette e non vuol
riconoscerla. Il Postòli non perì in quel duello per aver fatto ciò che il
veneziano non fece, e questo sarebbe probabilmente restato sul suolo, se avesse
fatto ciò che al Postòli parve bene di fare. Tosto che il Braniski appuntò con
l'altro l'ora del combattimento, e che ne fu certo, andò a confessarsi ed a
comunicarsi ed udì messa con la più profonda divozione, poi stette due ore solo
e non volle prendere cibo di sorte alcuna. L'evento dimostrò ch'ei dovette la
vita al non aver desinato; se avesse mangiato, la palla gli avrebbe forato a
traverso i tumidi intestini, e sarebbe morto. Il veneziano a digiuno avrebbe
parlato in guisa affatto diversa, e non avrebbe fatto nell'altro quella
impressione che, per poco che l'abbia alterato, diminuì in lui l'altra abilità,
nota a tutti, ch'egli avea per colpire con palla di pistola nel taglio d'un
coltello ogni volta che volea, sicché la palla rimanea tagliata. Il veneziano
con la pistola non si era mai esercitato, e ad altro non si affidò, quando si
risorse a cimentarsi, che alla scienza che avea, che altra linea la palla espulsa
non potea descrivere che la retta; sicuro dunque di mirar dritto e di aver
impedito con un buon pranzo la possibilità del tremito del suo polso, andò a
battersi ed ottenne vittoria.
Discorse assai inconsideratamente
un certo ragionatore, che volea sostenere che il veneziano avrebbe fatto
un'azione più che eroica e forse anche una assai brillante fortuna, se avesse
tirato il suo colpo non al corpo del Postòli ma all'aria.
A me pare che quando questo caso
di tirar il colpo all'aria sopravvenne a questo mondo, sia sopravvenuto
condotto dalla combinazione, e mai premeditato; e se premeditato ei fu,
sostengo che qualunque uomo, che andò a battersi covando in sua mente questo
progetto, fu un pazzo da catena, poiché il primo precetto che si dà a chi va a
cimentarsi è di procurar più presto che può di ridurre il nemico impotente ad
offendere.
L'arte di ridur l'avversario a
scaricar le sue armi per divenir di lui padrone, appartiene a chi si batte a
colpo di pistola a cavallo, dove non si può scaricare che guadagnando la
groppa, poiché la testa del cavallo copre il cavaliere, ed uccidere il cavallo
è una viltà, ma a piedi il giuoco è diverso. Egli è come alla spada: afferrate
l'armi, ciascuno pensa a sé, ma il cortese non spara se non vede l'avversario
in atto di appostar la sua, poiché appostare e tirare è un solo tempo. Il
veneziano disse all'altro, tenendo la bocca della sua pistola contro terra, che
tirasse il primo, per confonderlo, dandoli in quel critico momento un segno di
rispetto, il quale pochi uomini hanno la forza di pensare, ma il riporsi il
cappello, l'appostar e 'l tirare fu un sol tempo: e l'altro avrebbe certamente
tirato il primo, se non avesse perduto il tempo ad allungar la sua guardia:
tempo che il veneziano sarebbe stato uno sciocco se glielo avesse concesso.
Che se poi il Postòli avesse
tirato subito e fallato il colpo, allora posso, io che conosco il veneziano,
assicurare il lettore che, nell'istante, quello di correre sopra lui sparando
il colpo all'aria ed abbracciandolo amichevolmente sarebbe stato in lui un solo
movimento. Queste circostanze tutte eventuali dimostrano che il tirar il colpo
all'aria non può ragionevolmente mai esser l'effetto di un progetto
premeditato. Ma chi può sapere che il Postòli, dopo veduto il colpo tirato
all'aria, non avesse preteso di ricominciar il duello! Con certa superba gente
le eroiche azioni vanno in danno di chi le fa. Saggio è colui che schiva tutte
le occasioni di pari cimenti, ma chi vi si mette, a nessuna cosa dee tanto
pensare quanto a disfarsi del nemico.
Resta ad esaminarsi qual sia
quello di questi due combattenti che abbia, prima di battersi, dato segno di
maggior religione cristiana. Il gran panattiere andò a confessarsi; ma, se
disse tutto, non capisco come possa essere stato assolto; e se non disse tutto,
non intendo come egli possa essere rimasto in sua coscienza soddisfatto di una
assoluzione carpita. Mi fu detto che ad un uomo di guerra si trova facilmente
confessore, che permette ch'ei vada a battersi e modo provisionis gli dà
anche innanzi tratto l'assoluzione in articulo mortis. Questo può forse
essere; ma il duello tra questi due era affatto fuori della sfera di quelli che
la religione una volta permettea, cioè quando regnava lo spirito della
cavalleria errante; spirito che in certi bravi regna ancora. M'immagino che il
Braniscki abbia detto al confessore che il suo onore esigea che andasse a
battersi, e dovendo l'onore essere dal guerriero preferito alla stessa vita,
egli avrà trovato un confessore assai docile. Così la cosa debb'essere; ma resto
attonito di quella coscienza che persuade di aver legittimamente ottenuta l'assoluzione.
Seppi poi in qual guisa ragionò
il veneziano, il quale, cristiano cattolico, amava per lo meno quanto il
Postòli l'anima sua, ed il quale non sarebbe certamente andato a battersi se
fosse stato sicuro di restar morto, certissimo poi essendo che l'anima sua
sarebbe andata nel foco eterno uscendo del suo corpo. Ecco la breve
giaculatoria ch'ei fece a Dio nel suo pensiero. Io so, o Dio, che non posso
andarmi a battere che in disgrazia vostra, poiché vado ad espormi alla prossima
occasione di divenir omicida; abbiate dunque misericordia dell'anima mia,
facendo ch'io non rimanga ucciso; poiché, se perissi sul fatto, conosco che non
mi è neppure lecito di pregarvi ora di esentarmi dalle pene eterne
dell'inferno. Concedetemi, o Dio, il tempo e la forza di pentirmi di quel
peccato che per superbia vado adesso spontaneamente a commettere.
Anche questa preghiera è assurda
e contraddicente; prima, perché è cosa ridicola che un uomo preghi il sovrano
dei sovrani di una grazia nel tempo medesimo che sa esser a lui nota
l'intenzione che ha di offenderlo; poi, perch'egli non ha bisogno di domandar
perdono di un delitto ch'è padrone di non commettere; onde ne segue che
commettendolo divien doppiamente reo, se temerario aspira a quel perdono. Ciò
non ostante, la religione del veneziano mi sembra meno irragionevole di quella
dell'altro.
Nel giorno seguente si presentò al
convento un gesuita; egli si nominò confessore di Monsignor Czartoryski vescovo
di Posnania, e domandò di abboccarsi con lui da solo a solo. Fatto dar luogo
agli astanti, gli disse che veniva a nome di Monsignore per assolverlo dalle
censure ecclesiastiche, nelle quali era incorso avendo fatto duello. Il
veneziano il ringraziò, e gli disse che non si credea scomunicato, poiché sapea
di non aver fatto duello. Qui vi fu una non breve seria contestazione tra lui e
'l gesuita sulla questione, se avesse fatto duello o no, la quale non si
sarebbe facilmente terminata, se il gesuita non avesse escogitato un mezzo
termine, che non dispiacque al preteso scomunicato. Ecco la formula con la
quale confessò il suo delitto. Se ad onta che a me non sembra duello, il mio
conflitto col gran panattiere della corona fu veramente duello, me ne confesso,
me ne pento e domando dalla santa madre chiesa l'assoluzione del mio peccato e
la riabilitazione della mia persona nella comunione de' fedeli. Detto ciò
il discreto padre l'assolse, e se ne andò. Il veneziano, per buone ragioni,
comunicò per lettera questo fatto al principe palatino di Russia. Gli premea
che il suo affare non potesse rigorosamente essere riconosciuto per duello; ed
in fatti egli a rigore non ne avea tutti i requisiti.
Il chirurgo intanto non era
contento del progresso della ferita. Era nera, non gli piacea la suppurazione,
il braccio era gonfio, e vedea imminente la cancrena. Il quinto giorno dopo la
sfasciatura disse chiaramente che convenia ricorrere all'amputazione della
mano; giunsero nel medesimo istante due chirurghi di corte, che dopo un serio
esame decisero che indispensabil era il taglio. Vous consentirez donc, Monsieur, (disse il chirurgo, ch'era francese, al
veneziano, che dopo cinque giorni trovavasi esinanito dalla fame) à vous
laisser couper la main, nous ferons cela avec une adresse étonnante, et cela ne
sera pas long; en deux minutes vous serez servi. - Monsieur (rispose
l'ammalato), je n'y consens pas. - Et pourquoi, s'il vous plait? disse
l'altro, ed ei rispose: - Parce que je veux garder ma main; et personne ne
peut y trouver rien à redire, puisque je suis son maître souverain.
Chir. - Mais Monsieur, la
gangréne va s'y mettre.
Venez. - Y est elle?
Chir. - Pas encore, mais elle
est imminente.
Venez. - Fort bien. Je veux la
voir; j'en suis curieux. Nous parlerons de ceci après son apparition.
Chir. - Ce sera trop tard.
Venez. - Pourquoi?
Chir. - Parce que ses progrès
sont extrêmement rapides, et il sera pour lors nécessaire de vous couper le
bras.
Venez. - Très bien, vous me
couperez le bras; mais en attendant remettez-moi mes bandeaux, et allez-vous
en.
Chir. - Voi consentirete, signore, a lasciarvi
tagliar la mano. Vi faremo questa operazione con una destrezza che v'incanterà,
e l'affare non sarà lungo; in due minuti sarete servito.
Ven. - Signor mio, non v'acconsento.
Chir. - Ditemi di grazia il perché.
Ven. - Perché voglio tenermi la mia mano, e non v'è
alcuno che a ciò possa opporsi, poiché sono d'essa il sovrano padrone.
Chir. - Ma la cancrena...
Ven. - Dov'è?
Chir. - È imminente.
Ven. - Benissimo: io intanto voglio vederla; ne sono
assai curioso. Parleremo del taglio della mano dopo la sua apparizione.
Chir. - Sarà troppo tardi.
Ven. - Perché?
Chir. - Perché fa rapidissimi progressi, ed
allora sarà necessario di tagliarvi il braccio.
Ven. - Bravissimo. Mi taglierete il braccio.
Fasciatemi intanto, e poi andate via.
Due ore dopo ei seppe dal
principe Czartoryski, che il re gli avea detto ch'egli era un pazzo a non voler
lasciarsi tagliar la mano, poiché avrebbe dovuto poi lasciarsi tagliar il
braccio. Egli rispose al principe (pregandolo di ringraziar il re), che non
sapea che fare del suo braccio senza la mano, onde che perdonasse se, prima di
veder la cancrena, non potea risolversi a lasciarsela tagliare, ma che veduta
che l'avesse, non sarebbe per opporsi all'amputazione del braccio. Vennero i
tre chirurghi la sera, disposti di far l'operazione; avevano per ciò l'aria
contenta e vittoriosa. Levate le fascie, la ferita fu veduta bella e netta. Si
smarrirono a tal vista. Il più accorto d'essi, ch'era polacco, sostenne
ch'erasi votato a qualche santo. In tre settimane egli uscì di là col braccio
al collo e molto smagrito; ma sano. Era il giorno di Pasqua.
Dopo ch'egli andò a fare il suo
dovere con santa chiesa, andò a corte per baciar la regia mano, e non trovò S.
M. Avendo saputo che stavasi in casa Oghinski, vi si portò ed al regio aspetto
baciò la real destra ponendo un ginocchio a terra; il re sollevandolo gli
domandò come andasse quel reumatismo, che l'obbligava a tener il braccio al
collo; e senza dargli tempo di rispondere, vi consiglio, disse, a schivar
per l'avvenire tutte le occasioni di contrarre simili malattie, poiché sono
mortali. L'ascoltatore rispose col silenzio ed abbassando il capo. Fatto
questo, andò a fare una visita al Postòli all'appartamento ch'egli occupava in
casa del gran ciambellano, e vide rimaner tutti attoniti nell'anticamera,
quando domandò di esser annunziato. Entrò timidamente un uffiziale polacco, che
tutt'altro s'immaginava fuori ch'egli potesse essere ricevuto, ma s'ingannò.
Uscì, ordinando ad un servo di spalancare le imposte, e fu fatto entrare. Egli
trovò il Postòli coricato, estenuato in ciera, ma che cortesemente gli porse la
destra; accostandosi egli a lui, gliela prese e baciò a forza, e gli disse: Mi
dispiace, signore, d'esser io il primo a far una visita a V. E.; vengo a dirle
che riconosco d'essere stato da lei mille volte più onorato che offeso, e le
domando perdono se non ho potuto nel giorno di San Casimiro dissimulare quel
sentimento, che fu cagione del presente suo male. Ella mi onori per l'avvenire
della sua grazia e della sua protezione. La prima era una bugia, tutte le
altre erano verità e veri desiderj. Egli rispose: Je suis charmé de vous voir, Monsieur; je vous demande
pour le temps à venir votre amitié; je crois d'avoir assez bien payé de ma
personne pour la mériter. Je vous prie de vous asseoir. Qu'on porte à Monsieur
du chocolat. - Mi rallegro di vedervi, signore; vi domando pel tempo a venire
la vostra amicizia. Credo
di avervi assai ben soddisfatto con la mia persona per meritarmela. Vi prego di
sedere. Portate a questo signore la cioccolata.
Si trattennero in varj discorsi
testa a testa, ma per pochi istanti. Non passò un quarto d'ora che giunsero a
quella casa più di dieci carrozze di signori che, avendo saputo che il
veneziano, uscendo dal palazzo Oghinski, aveva ordinato al suo cocchiere di
condurlo dal Postòli, erano accorsi, curiosi di sapere e vedere quali conseguenze
dovesse avere una visita, che pareva a tutti assai strana e troppo ardita. Entrarono
tutti e si rallegrarono di vedere que' due in contegno della più sincera
riconciliazione. Il veneziano dovea al Postòli quella visita per tutti i
riguardi, e pure non avrebbe osato fargliela solo, se il medesimo non avesse
costantemente mandato ogni giorno uno de' suoi per aver nuove della di lui
salute. La sua quarta visita fu fatta al rispettabile vecchio Bielinski, gran
maresciallo della corona. Approssimandosi a lui gli baciò la mano.
Quel grand'uomo gli domandò s'era
stato dal re; voi dovete, egli disse, a sua Maestà la vita, poiché se
il re non mi avesse persuaso a farvi grazia, io vi avrei condannato a morte. Il
veneziano, benché non persuaso, seppe abbassar la testa e tacere.
Egli passò due mesi in Varsavia
dopo questo avvenimento, godendo di tutti gli onori, ma non
tranquillo, poiché, avend'egli rifiutato molti palliati inviti di persone
sospette, che dovevano terminarsi con effusione di sangue, aveva molti nemici e
gran ragione di temere notturni agguati. Erano state scritte al re ed a molti
grandi varie lettere anonime, che ponevano il povero veneziano nella vista la
più abbominevole. Il rappresentavano esule dalla sua patria non solo, ma da
quasi tutti i paesi d'Europa, qua per intacchi di caffè, là per tradimenti, per
ratti, per scelleraggini infami, e dalla sua patria poi per cose nefande,
giacché non poteano sapersi. Queste erano tutte calunnie, ma l'effetto delle
calunnie non è fors'egli lo stesso che quello delle accuse fondate sul vero? La
giustificazione le dilegua; questo è vero: ma chi ignora quanto arduo sia il
giustificarsi? Tutti sanno che ad un povero calunniato non riuscì mai l'uscire
dal purgatorio della giustificazione senza portar seco indelebile la macchia,
che la falsa accusa gli impresse. Ciò che saggiamente oprando dee fare chi si
vede preso di mira dalla perseguitatrice invidia, è di cambiar cielo. Vir
fugiens denuo pugnabit. Ma dura cosa è l'andarsene, e lasciare
il campo libero a' scellerati, ed accordar la vittoria alla colpa: questo è
vero, ma così dee fare colui che non previde che pericoloso è sempre l'eccitare
l'invidia, e che spesso chi l'eccitò dovette farne la penitenza. Non si dee
però per non isvegliarla lasciar la virtù. Invidiam placare paras virtute
relicta? Contemnere miser. Vitanda est improba Siren desidia.
Il veneziano si determinò ad
andar a vedere la Podolia, la Volinnia, la Pocuzia e quelle Russie polacche,
che con un altro nome vivono oggi sotto la disciplina di uno scettro assai più
saggio del vecchio. Impiegò egli in questo giro tre mesi, né spese molto in
alberghi, poiché fu sempre da per tutto dove andava con molta generosità
accolto da que' grandi, che detestando il nuovo sistema tenevansi lontani dalla
corte, i quali poi furono della loro indocilità puniti dall'imperatrice di
Russia, quando osarono in dieta apertamente opporsi a' suoi desideri. Se
il veneziano non avesse veduto que' paesi, avrebbe assai male conosciuta
l'antica Polonia.
Col suo braccio, che avea ricuperato
tutto il vigore, egli ritornò in Varsavia. Vide il Postòli che guarito uscìa di
casa, né avealo invitato ad andare seco lui alla corte. Cenò con la principessa
Lubomirski, trovandosi a tavola il re, ch'è suo cugino, e non ebbe l'onore di
udir la regia voce a lui diretta. Dal principe palatino di Russia non gli fu
più offerto quell'appartamento che quel signore splendido e generoso gli aveva
fatto ammobigliare. Denigratum est aurum, ei disse, e ben
previde ciò ch'era per avvenirgli.
Quel medesimo ajutante generale,
ch'era stato presente al suo duello, venne a comandargli a nome di Sua Maestà
di uscire dalla starostia di Varsavia in otto giorni di tempo. Il veneziano
scrisse al principe Adamo Czartoryski una lettera di doglianza, nella quale gli
rappresentava quanto ingiusto fosse il complimento che Sua Maestà gli aveva
mandato a fare, ma altro il principe Adamo non gli rispose che queste tre
parole: Invitus invitum dimitto. Egli scrisse allora al conte
Mozinski, quello cui il Bissinski tagliò la faccia, signore ch'era sempre al
fianco del re; gli scrisse che non potea ubbidire, poiché avea molti debiti e
in qualità d'uomo onesto dovea pensare a pagarli pria di partire. Corse in
persona quel signore alla casa del congedato per sapere a qual somma ascendevano
que' suoi debiti; della qual cosa da lui istrutto con un'informazione per
iscritto il lasciò, dopo avergli detto che tre lettere anonime scritte contro
di lui erano state le cagioni della sua disgrazia.
Non so decidere qual de' due
personaggi merita maggior correzione; se il vile che scrive contro un uomo
qualunque una lettera anonima, o l'incauto che, dandole retta, fa che il
perfido che l'ha scritta, ottenga il suo intento. I veleni, i coltelli, le
occulte insidie non avrebbero mai fatto male ad alcuno, se non avessero trovato
quelli che con l'opera loro ne fecero uscire i malvagi effetti. Colui che
scrisse una lettera anonima è in somma sempre un traditore, se anche l'effetto
di quella lettera possa essere un bene.
Il generoso Mozinski si portò in
persona nel dì seguente alla casa nella quale il veneziano abitava e gli diede
mille zecchini e 'l buon viaggio. Con parte di questi ei pagò tutti i suoi
creditori, le quittanze de' quali mandò a quel nobilissimo uomo, e
partì per Breslavia capitale della Slesia, dove stette otto giorni a goder
della dotta conversazione e dell'ospitalità dell'abbate Bastiani veneziano, che
nel capitolo di quella cattedrale gode di un posto assai distinto e d'una assai
ricca prebenda.
Da Breslavia ei passò a Dresda,
ed andò poi alla fiera di Lipsia, indi a Praga ed a Vienna, dove gli
avvenne un assai strano accidente, del quale, se dovesse chi è assai bene
informato delle particolarità scriver l'istoria, sarebbe per castigo de'
lettori un volumetto poco differente da questo.
Il veneto ambasciatore, che per
riguardi politici credette di non dover accogliere in sua casa il veneziano,
ebbe core di salvarlo con due parole, che si lasciò a bella posta uscir di
bocca trovandosi col principe Kaunitz. Quell'ambasciatore fu sempre uomo grande,
ed oggi è grandissimo. L'implacabile Schrottembak ebbe quella volta una mentita. Da Vienna
passò in Baviera e poi in Augusta, dove conservava particolari aderenze, e dove
stette fermo sino che seppe che la principessa Lubomirski, nata Czartoryski,
dovea trovarsi a Spa nel mese di Agosto. Incamminossi allora il veneziano verso
quella parte, fermandosi però nel Palatinato e nel Wintemberg, a cagione di
varie avventure, ed un giorno a Colonia sulla sinistra riva del Reno per finire
un affare che gli stava molto a cuore e che, riguardando la materia del duello,
non dee passarsi sotto silenzio.
Standosi il veneziano a Dresda,
un mese dopo la sua partenza dalla Polonia leggendo sulla gazzetta di Colonia
l'articolo di Varsavia, ritrovò la storia del congedo ch'egli ebbe da quella
corte, in uno stile e con certe circostanze che gli dispiacquero assai. Tutte
le gazzette insieme unite compongono la storia del mondo, ed i lettori d'esse,
che non sanno le cose particolarmente, (e questi sono il maggior numero) si attengono,
per essere informati di tutto, a quello che da esse è loro riferito: que'
personaggi, che vi sono commendati, pajon loro eroi, ed hanno assai brutta idea
di quelli che rappresentati vi sono ingiusti e fraudolenti, e non avendo altre
a ciò contrarie notizie, quelle idee supposte da essi tratte dal vero rimangono
nella loro memoria scolpite.
Non è dunque maraviglia, che
siasi sdegnato il povero veneziano, trovandosi in quella gazzetta dipinto con
colori che non erano i suoi, e vestito dalla menzogna in modo, in cui pareagli
ingiusto, che si trovasse al mondo chi volesse ch'ei passasse al tempio della
memoria. Egli non si sarebbe offeso, se avesse letto che un uffizial generale
il congedò per ordine del re dalla corte, e non da tutta la Polonia, e non che
ciò gli avvenne dopo che il monarca fu informato del suo vero nome, e della
falsità di quelle qualità ch'egli erasi attribuite, all'ombra delle quali avea
rappresentato alla corte un personaggio affatto differente da quello che dovea
rappresentare. Queste oltraggiose bugie furono dal veneziano registrate nella
propria sua mente con interno proposito di andare a suo agio a disingannare
l'imprudente gazzettiere.
Giunto egli dunque a Colonia alla
metà di Luglio, poco meno di un anno dopo la sua partenza dalla corte di
Varsavia, si fece indicar la casa del gazzettiere suo panigirista, ed andò poi
al suo albergo, fece porre i cavalli al suo legno, e partì prendendo la strada
di Giuliere, che conduce in Aquisgrana; ma appena uscito dalla città fece alto,
ordinò al servo che l'aspettasse là, e tornò solo ed a piedi alla città, dove
andò a fare una visita al signor Jacquier, gazzettiere francese colà
domiciliato. Entrato in casa, una serva, cui dimandò di lui, gli mostrò la
stanza in cui stavasi egli solo componendo la sua gazzetta. Vi entrò il
veneziano bruscamente, chiuse la porta col chiavistello, imbrandì una grossa
canna che avea nella mano dritta, e cavò di sua saccoccia con la sinistra una
pistola, e si avvicinò al gazzettiere, che levato da sedere stavasi immobile e
tremante.
Se fate strepito siete morto, gli
disse il veneziano: ascoltatemi, e fate subito quello che vi ordino di fare,
perché ho fretta, e badate a non mentire, poiché la vostra vita me la
pagherebbe. Appena dette queste parole a quell'uomo che non battea palpebra,
gli presentò la sua gazzetta, e mostrandogli l'articolo di Varsavia gli ordinò
di leggerglielo chiaramente. Appena gettativi gli occhi sopra, egli volea
parlare, ma il veneziano, levando la canna, leggi, dissegli, e non parlar poi che
per rispondermi il vero, se vuoi che ti conceda la vita. Egli lesse tutto
l'articolo, ma con voce sì curiosamente ora tremante, ora languente, ed ora
sospirosa, che il buon veneziano si sentì tutto ad un tratto colto da un
sentimento di pietà, e da un tal prurito di ridere, ch'ebbe bisogno di tutta la
sua forza per ritenerne lo scoppio. Finito ch'egli ebbe di leggere, il
veneziano gli disse: mostrami da qual fonte hai preso questa storia, e sappi
ch'io son l'uomo che con questa gazzetta tu infamasti. Egli gittossi allora
ginocchione, e, chiamandosi incauto, disse che egli avea tratto l'articolo da
una lettera di Varsavia: se questa lettera, gli rispose l'altro, non si trova
per tua mala sorte in questa stanza, tu sei morto, e gli presentò al petto la
pistola: sì, signore, egli soggiunse, cadendo a braccia aperte, debb'esser qui
in questa stanza, e m'impegno di trovarvela subito. Presto trovala. Egli
levossi, e si mise, standogli il veneziano a fianco, a cercare e scartabellare
pacchetti in una scansia, ma tutto ad un tratto divenne pallido, andò in
sudore, e si lasciò cader sopra una sedia. Il veneziano trovossi allora in un
fastidioso imbroglio e quasi pentito, ma resistette ed aspettò senza parlare
che quel misero si riavesse. Si riebbe, ritrovò la lettera, il veneziano la
lesse, non riconobbe né nome, né carattere, se la mise in tasca, e poi ordinò
al gazzettiere di scrivere sotto la sua dettatura un articolo, che si fece
promettere, (e gli mantenne parola) di porlo tal quale nella sua prima
gazzetta. Fatto questo, gliela fece copiare, e ritenne per sé la duplicata.
Ordinogli poi di andar seco, e non gli permise di andar a prendersi un
ferrajuolo, che disse di aver in un'altra stanza, per ripararsi da una pioggia
che cadea dirotta. Si fece da lui condurre alla sua sedia da posta, e dopo
avergli detto di guardar bene dal non meritarsi una seconda visita, gli regalò
due luigi, e così fu terminata questa scena. Il gazzettiere fu
puntuale, ma il veneziano non rimase appieno soddisfatto, poiché non poté mai
sapere chi sia stato colui che con quel nome a tutti ignoto scrisse quelle
bugie. Il gazzettiere meritava d'essere ben bastonato, nulla per altro se non
perché credea che l'ostensione di quella lettera bastasse a dichiararlo
innocente; ma il veneziano è bravo per ruminar vendette, debole poi quando si
viene al punto di eseguirle, poiché per sua buona sorte è sottoposto al
sentimento di pietà, sentimento eroico, che è gran peccato, che quando il
pensatore l'esamina, lo scorga procedente da debolezza d'animo. Oggi poi
quest'uomo è divenuto tale, che non v'è avversità per lui sopra la terra capace
di alterarlo che per brevi istanti. Egli si concentra a compatire chi il
condanna, a deplorare chi confida negli uomini, a disprezzare i superbi, ed a
desiderare di divenir utile a tutti quelli che gli sono stati di nocumento,
vendetta sublime ed eroica, se pure non vada accoppiata con un poco di
superbia, il che è da temersi. Le persone, che nella sua patria egli stima,
sono poche, ma ha il piacer di vedere che quelle poche sono munite di quel vero
merito, che non si lascia discernere che dagli occhi del saggio. Del solo
suffragio di queste egli va in traccia, e disgustato del mondo, poiché non gli
somministra più voluttà alcuna, aspetta senza desiderarla e senza temerla, la
natural dissoluzione della sua macchina, procurando di mantenerla tranquilla e
sana. Tra i suoi difetti non è il minore quello ch'egli ha di voler far
conoscere certe verità di mondo a persone che, prevenute troppo in proprio
favore, non sono suscettibili di documento, o non possono soffrire che
scaturisca da chi riguardano come loro subalterno. Quando il veneziano sarà divenuto
ben saggio, se pure avrà tempo di divenirlo, contento di ciò che sa e disposto
sempre ad imparare da chi ha più esperienza di lui, lascerà che tutti credano
quello che vogliono, e non vorrà a forza istruire del vero chi ricalcitrante
ripugna a spogliarsi delle false idee e notizie che nutrisce. Gli uomini per
natura son tali che non si possono disporre ad imparare cosa alcuna da quelli
che vogliono far loro da maestri a forza: ed hanno tanta ragione quanto han
torto i primi.
Ma è tempo di terminare. Il
veneziano andò a Spa, poi a Parigi, dove fermossi tre mesi per
convincere il re di Polonia della falsità di una lettera anonima, poi in
Ispagna, dove soffrì massime disavventure ed insidie alla propria vita per
cagioni che, s'egli fosse stato saggio, non si sarebbero verificate: resistendo
però costantemente, superò tutte le difficoltà, uscì di quel regno, attraversò
il Linguadocche, la Provenza e 'l Piemonte, e andò a scrivere la confutazione
di una maligna istoria in un paese di cui non sarebbe uscito se un ministro di
stato non l'avesse scosso, svegliando in lui l'ambizione di entrare nella
spedizione de' russi sul mare contro il re de' turchi. Fu egli a Livorno dove
il suo destino fe' che il conte Alessio Orloff non l'accettasse con le
condizioni ch'egli volea. Andò allora a Napoli, e indi a passare un anno a Roma
e poscia a Firenze; ma in capo a sei mesi dovette uscirne per sovrano comando,
e per ragioni che saranno certamente state legittime, poiché saggia è quella
mente cui erano note, ma che il veneziano non fu mai degno di sapere né di
immaginare. Lasciata la Toscana, andò a Bologna dove soggiornò nove mesi, poi
andò in Ancona per farsi trasportare di là dal mare. Stette due anni in
Trieste, e ritornò verso la fine dell'anno 1774 per sovrana clemenza nella sua
patria, del favor della quale s'ei fosse degno, troverebbe in essa facilmente
il proprio sostegno.
Questo pezzo della storia del
veneziano serva a disingannare quelli che bramano ch'egli la scriva tutta.
Sappiano che s'ei si disponesse a servirli, non potrebbe mai risolversi a farlo
in stile ed in metodo differente da quello di cui questa narrazione offre loro
il saggio. Prospetti, riflessioni, digressioni, minute circostanze,
osservazioni critiche, dialoghi, soliloquî, tutto dovrebbero soffrire da una
penna che non ha né
vuole aver freno, poiché è sicura di non
spargere reo o bugiardo inchiostro, atto a macchiar le convenienze della
società, a render sospetto l'umil sentimento di suddito fedele, a far rivocare
in dubbio i doverosi pensamenti dell'uomo cristiano.
IL FINE.
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