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Pius PP. VII
Quum memoranda

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Molte volte ed a lungo fummo indotti a sperare, soprattutto quando vedemmo tanto desiderato ed anelato un Nostro viaggio in Francia; ma subito dopo le Nostre domande furono eluse con motivazioni furbesche, con cavilli e con risposte finalizzate a tirare in lungo o ad imbrogliare. Infine, senza aver risolto nulla di ciò, s’avvicinava il tempo previsto in cui sarebbero arrivati a conclusione i disegni già avviati contro questa Santa Sede della Chiesa di Cristo. Noi eravamo messi alla prova e vessati con sempre nuove, strane e capziose richieste, che comunque si sarebbero risolte in eguale rovina a danno di questa Santa Sede e della Chiesa, sia che, consentendo con esse, ingannassimo turpemente il Nostro ministero, sia che contestandole, la Nostra venisse interpretata come posizione di guerra aperta.

Poiché Noi non potevamo aderire contro coscienza a quelle pretese, se ne trasse subito l’occasione per inviare truppe ostili contro questa Nostra santa città e, preso il forte di Castel Sant’Angelo, per disporre presidi per le strade e nelle piazze. Lo stesso palazzo del Quirinale che Noi abitiamo fu circondato minacciosamente da un grande stuolo di fanti e cavalieri e dall’artiglieria. Noi tuttavia, confortati da Dio al quale tutto dobbiamo e resi forti dalla coscienza del Nostro dovere, non Ci siamo lasciati soverchiare dall’improvviso terrore e dall’apparato bellico e non abbiamo cambiato il Nostro atteggiamento. Con animo pacato e tranquillo, come si conveniva, abbiamo intrapreso le cerimonie previste ed i divini misteri, che si riferivano alla solennità di quel santissimo giorno; né tralasciammo, per paura, dimenticanza o negligenza, alcuno degli impegni che il Nostro ruolo C’imponeva per quel giorno.

Ricordavamo con Sant’Ambrogio (De Basilica tradenda, n. 17) la storia di quel sant’uomo di Naboth, che possedeva una vigna, al quale il re aveva chiesto di cedergliela affinché – tagliate le viti – vi potesse seminare il vile cavolo; ed egli rispose: "Lungi da me che io ceda l’eredità dei miei padri". Noi ritenemmo che non Ci fosse assolutamente lecito abbandonare un’eredità tanto sacra e tanto antica, né accettare col silenzio che qualcuno s’impadronisse della principale città del mondo cattolico, per poi (una volta sovvertita e distrutta la santissima forma di governo che Gesù Cristo affidò alla sua Chiesa, e che fu strutturata sui sacri canoni emanati dallo Spirito di Dio) introdurvi un codice contrario e ripugnante non solo ai sacri canoni ma agli stessi precetti evangelici; insomma, trasferirvi, come è d’abitudine, un nuovo ordine delle cose che tende palesemente ad uniformare e a confondere la Chiesa Cattolica con tutte le altre sette e superstizioni.

Naboth difese le sue viti col proprio sangue. Potevamo dunque Noi, qualunque cosa stesse per capitarci, tralasciare di difendere i diritti ed i possessi di Santa Romana Chiesa, a conservare i quali, per quanto sta in Noi siamo obbligati dalla solennità di un giuramento? Ovvero, potevamo non rivendicare la libertà della Sede Apostolica, strettamente legata alla libertà ed all’utilità della Chiesa universale?

E quanto grande sia l’opportunità di questo dominio temporale e quanto esso sia necessario per garantire al Capo supremo della Chiesa il libero e sicuro esercizio dell’attività spirituale, la cui responsabilità gli fu affidata dal cielo per tutto il mondo, anche se altre ragioni mancassero, lo dimostra fin troppo chiaramente ciò che sta accadendo adesso. Perciò, anche se non abbiamo mai ambìto agli onori, al potere o alle ricchezze di questo supremo Principato, dal desiderio dei quali Ci siamo sempre tenuti lontani sia per Nostro carattere sia per la natura del Santissimo istituto al quale Ci siamo dedicati con amore fin dalla più giovane età, tuttavia abbiamo ritenuto Nostro dovere d’ufficio (dacché, in quel famoso 2 febbraio 1808, venimmo ridotti a tali angustie) emettere una solenne protesta per il tramite del Cardinale Nostro Segretario di Stato; in essa venivano rese pubbliche le cause dei mali che stiamo subendo e veniva dichiarata la Nostra volontà che i diritti della Sede Apostolica fossero mantenuti integri ed intatti.




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