Che cosa dunque Ci resta, se non vogliamo incorrere
nella taccia di pusillanimi ed inetti o persino in quella di aver iniquamente
tralasciato la causa di Dio, che – abbandonato ogni orgoglio umano e
dimenticata ogni prudenza fisica – dare attuazione al precetto evangelico:
"Se poi non ascolterà la Chiesa, consideralo alla stregua di un Pagano
o di un Pubblicano" (Collatione 18)? Capiscano essi finalmente
che sono soggetti al Nostro imperio, al Nostro trono, alla legge di Cristo.
Anche Noi abbiamo un dominio, e lo consideriamo il principale, a meno che non
sia giusto sottomettere lo spirito alla carne e la Chiesa alle vicende mondane
(Greg. Nazianzeno, Orat. 18, edit. Manrin). In passato, tanti sommi
Pontefici, illustri per dottrina e santità, per l’una o l’altra di quelle colpe
che i sacri canoni puniscono con l’anatema, volendo favorire le ragioni della
Chiesa contro Re e Principi ostinati, scelsero di percorrere questa estrema
via: avremo forse paura di seguire il loro esempio Noi, dopo tante violenze, tante
nefandezze, tante atrocità, tanti sacrilegi, così noti ovunque e così
conosciuti da tutti? Non Ci dovremmo preoccupare di più, per non essere
accusati a buon diritto, di essere arrivati tardi a questa decisione, piuttosto
che di esserci comportati temerariamente e frettolosamente? Soprattutto perché
con quest’ultimo attentato – il più grave di quanti siano stati commessi contro
il potere temporale del Nostro Principato – abbiamo avuto certezza che non Ci
sarà restituita maggiore libertà, per corrispondere alle incombenze, tanto
gravose quanto necessarie, del Nostro Ministero Apostolico.
Di conseguenza, con l’autorità di Dio onnipotente, dei Santi Apostoli
Pietro e Paolo e Nostra, chiamiamo a render conto tutti coloro che hanno avuto
a che fare con l’invasione di quest’alma città e del territorio ecclesiastico,
e con la sacrilega violazione del patrimonio della Chiesa compiuta dalle truppe
francesi, dopo che dovemmo patire tutto ciò che è indicato nelle suddette due
allocuzioni concistoriali ed in molte altre proteste e contestazioni (rese note
per Nostro volere) che avvennero nella predetta città e nel territorio
ecclesiastico, contro l’immunità, contro i diritti della Chiesa e di questa
Santa Sede, anche temporali.
Pertanto scomunichiamo ed anatemizziamo nuovamente, se necessario, i loro
mandanti, fautori, consulenti, aderenti, o comunque implicati nell’esecuzione
dei predetti mali, od operanti autonomamente, che sono incorsi nella maggiore
scomunica, e nelle altre censure e pene ecclesiastiche inflitte dai sacri
canoni, dalle costituzioni apostoliche e dai Concilii generali, in particolare
da quello di Trento (Sess. 22, cap. 11, De referen.). Priviamo
chiunque di qualunque privilegio, grazia o indulto comunque ottenuto, da Noi o
dai Pontefici Romani Nostri predecessori; e da queste censure, nessuno, se non
Noi o il Romano Pontefice regnante pro tempore, potrà assolvere e
liberare (eccetto che in articulo mortis ed anche allora con la clausola
di ricadere nelle punizioni una volta risanati); con l’aggravante che gli
scomunicati non potranno conseguire il beneficio dell’assoluzione finché non
avranno pubblicamente ritrattato tutti i loro misfatti, li avranno contestati e
sconfessati ed avranno reintegrato tutto com’era prima o comunque avranno
offerto alla Chiesa, a Noi ed a questa Santa Sede l’adeguata soddisfazione.
Coloro poi che sono degni di specialissima menzione ed i loro successori negli
incarichi (cui competono la personale ritrattazione, revocazione, cancellazione
ed abolizione di tutte le malvagità sopra indicate, od altre equivalenti
pratiche, in grado di procurare alla Chiesa, a Noi ed a questa Santa Sede la
dovuta e commisurata soddisfazione, talché se ne possa produrre l’effetto
disposto in materia dalla presente lettera) non si considerino minimamente
liberi o a qualunque titolo emendati, ma sappiano di essere sempre obbligati ad
ottenere il beneficio dell’assoluzione. Questo, sulla base delle presenti
affermazioni, disponiamo e deliberiamo.
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