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| Gaetano Carlo Chelli L’eredità Ferramonti IntraText CT - Lettura del testo |
Pippo non aveva affatto preveduto di trovare nella bottega di ferrarecce anche la moglie. Nondimeno il suo matrimonio fu proprio la conseguenza necessaria dell'acquisto.
In mezzo ai chiodi, ai badili ed alle toppe, ascoltando padron Giovanni Carelli, che gli faceva la presentazione della bottega, prima di firmare il contratto, il giovine Ferramonti capì la gravità del suo colpo di testa. Mandando al diavolo l'Arte Bianca per fare un dispetto al padre, s'era figurato che il traffico delle ferrarecce fosse preferibile a tutti: un pezzo di ferro è un pezzo di ferro, che ha il suo prezzo determinato, e che i compratori acquistano quando ne hanno bisogno, senza che occorra allettarli con malizie speciali. Gli pareva sufficiente a cavarsene con onore, l'accorgimento comune ai commercianti in genere, in cui egli si era agguerrito, dalla nascita, attendendo al forno di via del Pellegrino.
Invece trovava un mondo nuovo. La voce fessa di Padron Giovanni gli lasciava indovinare lenocinî, trappole giuochi di prestigio, raffinatezze del mestiere, ch'egli non aveva neppur sospettato. Gli mancava tutta una iniziazione piena di difficoltà e di astruserie. Pensò di prendere il largo; ma era già troppo tardi per la parola impegnata e per le esigenze della sua vendetta contro il padre, che sarebbe mancata colla confessione di quel fiasco enorme.
S'abbandonò al suo destino, persuaso che si legava al collo una pietra per affogar più presto. D'altra parte, ripensandoci bene, una rovina gli avrebbe offerto il mezzo di giustificare una risoluzione chiassosa. Aveva bisogno di parer rispettabile; s'era per questo rassegnato allo sfratto intimatogli dal padre; ma certi istinti d'uomo brutale lo portavano spesso a fantasticare sinistre rivolte, che lo avrebbero rivelato terribile. Ebbene! ci provasse padron Gregorio a vedere il figlio suo ridotto agli estremi! ne sarebbero nate delle belle!…
Tuttavia egli non voleva arrivare fino al punto di farsi derubare a man salva e burlare dai compratori. Più in confuso, almanaccava che un uomo accorto può trovare la fortuna sotto l'affare apparentemente più sgangherato. In ogni modo, bisognava bene trovare un cane che lo agguerrisse. I Carelli non gli potevano lasciare fra le mani la bottega, come si lascia un giocherello ad un bambino, perché lo mandi in pezzi, se glie ne piglia il capriccio.
Ne parlò ai Carelli, moglie e marito, colla parola insinuante e col sorriso adulatore di chi domanda un favore grande. Essi lo capivano, non era vero? Lui si trovava in bottega sperso, proprio come un uomo bendato. Certamente, per una ventina di giorni, lo avrebbero aiutato: non se ne sarebbero pentiti... no, non se ne sarebbero pentiti!...
Dio buono, essi non potevano! Pippo vide i Carelli stringersi nelle spalle, guardarsi fra loro, col sorriso indefinibile dei negozianti che burlano un compratore malaccorto. Ma, nel loro freddo egoismo, erano compitissimi: davvero non potevano. Padron Giovanni non doveva più metter piede in bottega per espressa ordinazione del medico; ed avevano appunto venduto la bottega perché neppure la signora Rosa, sua moglie, era al caso di attendere al traffico. Che aiuto poteva Pippo aspettarsi da lei? Non la vedeva? Non si poteva più muovere dalla sua sedia.
Dicevano, in fondo, la verità; offrivano a Pippo un bello spettacolo!... Padron Giovanni allampanato, afflitto da una tosse cavernosa, logorato da una tisi senile; la signora Rosa enorme, sformata dalla pinguedine, che la immobilizzava su di una poltrona, e che la soffocava d'affanno al più piccolo sforzo di attività. Per un istante Pippo si lasciò vincere dallo scoraggiamento. Lasciò cascarsi le braccia; fece un viso angoscioso d'uomo forte che si dichiara vinto.
— Mi pare che ci sarebbe un mezzo per conciliare ogni cosa — balbettò una voce timida di ragazza.
Si voltarono tutti. Era la prima frase che Irene, la figlia dei Carelli, metteva nel colloquio, al quale aveva assistito in disparte, a cucire.
— Dio mio, sì, ci sarebbe! — insisté sorridendo, convinta. Corrispondeva allo sguardo che Pippo teneva fiso in lei, incerto fra una speranza rinascente, ed il timore di trovarsi un'altra volta deluso e burlato.
— Ebbene, se lo trovi, siamo qui — incoraggiò padron Giovanni. — Quando si può, non si nega mai un favore ad un amico.
Allora Irene si spiegò brevemente: perché non sarebbero scese in bottega, la madre e lei? Giacché abitavano al secondo piano della stessa casa, era il male di portarsi giù, qualche ora del giorno, i loro lavori donneschi, per una diecina di giorni. In capo a questo periodo, il signor Ferramonti non avrebbe avuto più nulla da imparare. Prendeva la cosa sopra di sé.
I vecchi Carelli si consultarono cogli occhi, perplessi, con mille obbiezioni sulla punta della lingua. Non avevano preveduto affatto la proposta. Ma ad un tratto, dopo aver guardato anche la figlia, la signora Rosa annuì risolutamente: sicuro, si poteva provare; Irene era abbastanza esperta. Lei, la signora Rosa, avrebbe trovato un posticino comodo, dietro al banco, mentre sua figlia si sarebbe ingegnata ad insegnare al signor Pippo tutto quello che facea di bisogno sapere. L'espediente era proprio bene imaginato, ed il signor Pippo se ne sarebbe trovato contento.
Rimasero così. Pippo accettò disilluso, costrettovi dalle circostanze, che non gli offrivano un mezzo migliore. Glie ne capitavano davvero d'ogni colore! Adesso doveva prender lezione da una povera creatura, che non aveva neppur mai vista in bottega e che considerava come una stupidina, impastata soltanto di vanità.
Infatti Irene, nella fiorente leggiadria dei suoi diciotto anni, era, per ciò che rifletteva la sua indole, un fiore delicato di modestia angelica, e per ciò che rifletteva la sua figura ed il suo tratto, una bellezza affascinante di signorina. I Carelli la custodivano come si custodisce un tesoro, la mandavano vestita da principessa, le procuravano ogni sorta di divertimenti onesti. Ma non c'era lingua velenosa di vipera che potesse dirla guastata da tali trattamenti. Non le si erano mai conosciuti intrigucci o passioncelle di gioventù. Forse i possibili aspiranti alle sue preferenze, pensando che il matrimonio era il solo risultato possibile di un passo decisivo verso di lei, vi rinunciavano, intimiditi da un'altra riflessione: una moglie così, sarebbe stata ottima con duecentomila lire di dote, e lei, figlia di trafficanti poco fortunati, non aveva un centesimo. Da parte sua, lei agiva come poche altre avrebbero agito al suo posto: non le si poteva rimproverare il minimo atto, la più innocente civetteria per trarsi dietro i cascamorti. Sarebbe stato negare la giustizia divina il dubitare sull'avvenire suo.
Era un tipo di bruna; ma di bruna calma, senza linee capricciose, senza bagliori provocanti. Una di quelle bellezze tutte simpatia, che suscitano pensieri di voluttà miti, desideri vaghi, soavi, pieni di serenità. Soltanto i suoi occhi bruni restavano impressi talvolta: due grandi occhi profondi, che si velavano sotto le palpebre, che illanguidivano all'ombra delle ciglia lunghissime; ma che, in certi momenti d'oblio e di animazione, scintillavano di fierezza e di energia. Era una trasformazione rapida, che faceva presentire un essere ignoto sotto le calme apparenti della fanciulla
Un uomo sul genere di Pippo Ferramonti doveva provare per lei una specie di disprezzo istintivo. Non aveva né le procacie di una ragazza atta a servire da richiamo ad una clientela di maschi viziosi, né la dura e fredda energia di una bottegaia d'istinto, che si dimenticherà d'esser donna per diventare una macchina da far quattrini. A sentirla profferirsi per istradarlo nelle malizie del traffico delle ferrarecce, Pippo avrebbe voluto volentieri riderle sul viso. Promettevano, per Cristo! d'esser curiose quelle lezioni. Ci mancava appunto l'intervento di una smorfiosa, perché quella brutta commedia finisse in ridicolo!
Or bene, i brutti pronostici di Pippo non si confermarono. Una volta scesa in bottega, Irene provò col fatto, che il traffico delle ferrarecce non aveva segreti per lei. Bisognava vedere come lusingava i compratori, come li solleticava, come li domava, rendendo vano il mercanteggiare di qualche arrabbiato che trovava i prezzi esagerati! come accreditava la merce! Aveva certe affabilità insinuanti di venditrice discreta, che ha già chiesto il meno possibile per simpatia del cliente; certi sospiri di donna che reprime il dispiacere di privarsi di una cosa cara e preziosa. Il suo colpo d'occhio sicuro non la ingannava mai, nella farraggine degli articoli svariatissimi; diceva i prezzi per intuizione pronta, senza la fatica di consultare i segni convenzionali del commercio, da cui sono indicati. Pareva nata e vissuta sempre nella bottega, e si sarebbe detto che ne avesse fatto il suo piccolo mondo.
Ma ciò era il meno. Riusciva ben più utile a Pippo, coll'iniziarlo metodicamente alla conoscenza intima del suo nuovo mestiere. Gl'indicava come si distinguono le qualità del ferro, le tempre dell'acciaio, le diversità delle leghe e delle fusioni; quali fossero gli articoli su cui si guadagna di più, di maggiore smercio, più suscettive di sfuggire ai prezzi correnti della piazza. Una ad una, con minuti particolari, andava nominandogli le case produttrici colle quali conveniva stare in buone relazioni, e quelle di cui bisognava diffidare. C'erano delle camorre che un commerciante sagace e risoluto poteva sfuggire; ma ve n'erano altre a cui bisognava invece necessariamente assoggettarsi. Per esempio, il commercio del ferro in verghe e della ghisa da rifondere: sarebbe stato un sogno pensare ad aver questi generi di prima mano. I fratelli Mazzei ne esercitavano il monopolio di grossisti, e di commissionari sulla piazza. Non si sarebbe trovata una Casa rispettabile che non fosse già vincolata da speciali contratti con loro; ma trovato anche il mezzo di superare questa prima difficoltà, una guerra aperta coi Mazzei avrebbe significato il fallimento nel termine di tre o quattro mesi. Era già accaduto più volte.
Pippo ascoltava sbalordito. La maraviglia e l'ammirazione l'ammutolivano dinnanzi ad Irene, nelle penombre della bottega vasta e nera. Si sentiva dominato, accorgendosi di avere scoperto una donna-miracolo quando meno se lo aspettava. Ne intuiva le nascoste energie, fino al punto d'esserne intimidito. Era una cosa incredibile: Irene non lasciava il suo fare modesto e semplice, non aveva un atto che tradisse in lei la coscienza della propria forza. Parlava colla sua voce naturale e gentile, con certe perplessità di persona non sempre sicura di sé. Ad udirla da lontano, senza distinguerne le parole, sarebbe stato impossibile imaginare quali maraviglie di criterio andava rivelando con quel suo tratto da signorina impastata per pascersi di frivolità.
I giorni passavano così rapidamente. Pippo, sgomento all'idea che quei lunghi abboccamenti dovevano pur cessare prestissimo, faceva apposta l'idiota per prolungarli. Disgraziatamente, Irene sfatava un tal giuoco, colla sua pazienza ammirabile, dando certi schiarimenti brevi e precisi, che bisognava capire per forza. Allora Pippo cercò di rubare il tempo alle lezioni, assentandosi dalla bottega, mendicando argomenti estranei. Un giorno si accorse di aver trovato il fatto suo, senza averci pensato. Da un quarto d'ora la ragazza assisteva muta, ansiosa, ad un'esplosione delle segrete amarezze di lui. Ah, sì? n'era curiosa? Ebbene, lo avrebbe visto, quanta roba c'era da buttar fuori...
Sfuggiva a Pippo la confessione dei suoi rancori di fratello e di figlio, tutto il dramma di cupidigie in lotta che aveva sgominato la famiglia Ferramonti. Non eran discorsi da farsi ad una ragazza; ma erompevano dalle labbra sfrenate di Pippo, nella concitazione di un'indole che trova alfine uno sfogo. Nel fondo della bottega, tra le bige oscurità dei grossi ferrami, interrotte da riflessi giallicci di ottoni, e da lucentezze chiare di arnesi bruniti, successero scene indescrivibili: la voce grossa di Pippo invadeva l'ambiente scoppiando, ruggendo, con veemenze furibonde, che avrebbero fatto gelare il sangue nelle vene. Nel suo risentimento contro il padre, egli arrivava fino al punto di giustificare i ladrocini del fratello Mario. Meritava ben peggio, il vecchio esoso: a girare il mondo non si sarebbe trovato un ugual mostro traditore del sangue suo. Faceva l'elemosina di tremila scudi ad un figlio che lo aveva sempre aiutato, senza defraudarlo mai di un centesimo, lui che contava le centinaia di migliaia! No, per tutti i santi: non poteva andare a finir bene. Pippo sarebbe ammattito se avesse dovuto rinunciare alla speranza di una vendetta solenne.
Ma Pippo pagava salati simili eccessi. Gli troncava le parole in bocca uno sguardo supplichevole, un brivido d'orrore da parte d'Irene. Egli perdeva la bussola, gettato d'improvviso nell'annichilimento della vergogna. Non sapeva acconciarsi all'opinione che la fanciulla doveva formarsi di lui, ed a sua volta tremava soprafatto dal disprezzo di se stesso. Avrebbe voluto almeno ch'ella agisse diversamente; lo ritenesse degno della collera sua; esigesse da lui promesse di pentimento. Si sarebbe sentito capace di qualunque umiliazione, a patto di non vederla più in quello stato. E riducevasi a non aver neppure il coraggio di scusarsi. Allontanavasi pallido, sfatto, giurando a se stesso che non le avrebbe dato più tale spettacolo vergognoso della propria perfidia.
Lei non faceva nulla per trattenerlo. Ma quando si rivedevano, sapeva, con parole velate, rivolgergli certe esortazioni di buona creatura, che gli mettevano nel cuore tenerezze strane. Egli si abbandonava ad un infrollimento voluttuoso. Forse, ad intervalli, riacquistava la coscienza della propria superiorità d'uomo forte, positivo e brutale dinnanzi a quell'indole dolce e riguardosa di ragazza; ma una specie di allettamento ignoto, acuto, magnetico, lo portava a bamboleggiare lui pure in cose tenere, come un effeminato od un imbecille.
Passò un mese; Pippo non ebbe più nulla da imparare; mancò alle Carelli ogni scopo di restare in bottega. Una mattina la signora Rosa annunciò al giovine commerciante che il domani, lei e sua figlia, sarebbero rimaste in casa. Se ne andarono verso le due dopo mezzogiorno, l'ora di pranzo, augurandogli cordialmente mille fortune.
Pippo ne risentì come lo stordimento di una mazzata in testa. La notte non dormì, agitato da mille pensieri. Al domani si trovò così solo, così desolato, così smarrito, che la bottega gli parve odiosa. Allora, subitanea, gli balenò una idea: perché non avrebbe sposato Irene Carelli?...
Tutto gli consigliava un tal passo. A ventisette anni, padrone di negozio, egli non poteva restar celibe. Una moglie lo avrebbe aiutato, lo avrebbe posato da borghese rispettabile e serio. Poteva senza dubbio aspirare ad una dote che Irene non aveva; ma ella valeva ben più che una dote. Lei sola, coi suoi modi da signorina e colla sua grande abilità, avrebbe fatto prosperare il negozio, attirandovi una clientela da guadagnarci dei capitali. Bisognava proprio dire che i Carelli erano una coppia di vecchi stupidi per non averlo capito loro prima di ogni altro.
La difficoltà stava nel vedere se Irene avrebbe accettato lui proprio. Da questo lato egli era assalito da veri sgomenti d'uomo timido che aspira a cose straordinarie. Per quanto modesta e buona, la giovinetta non era certo così malaccorta da ignorare che poteva pretendere una posizione ben superiore a quella di mercantessa di ferrarecce. E d'altra parte, la sua educazione, i suoi gusti e l'indole sua dovevano necessariamente renderle ripugnante l'idea di unirsi ad un uomo rozzo, ineducato, volgare. Pippo si creava un quadro orribile di se stesso; la disperazione lo schiacciava. Ma che! era una sciocchezza pensare soltanto a tal sogno!
Invece Pippo continuò a pensarci tre o quattro giorni, interminabili. Alla fine sentì di non poter più sopportare lo spasimo. Lo pigliava l'idea funebre di attaccare un nodo scorsoio ad un gancio della bottega, e di passarvi il collo. Ma questo eccesso gli dette il coraggio che gli mancava. Una domenica mattina, all'improvviso, salì dai vecchi Carelli a far loro sapere che perdeva la testa appresso ad Irene, e che desiderava la ragazza per moglie.
Si mostrarono sorpresi, incerti, combattuti fra il desiderio di fargli piacere, e l'idea di non rinunciare a certi progetti cui alludevano con frasi indefinite. In ogni modo, doveva pensarci bene Irene, e decidere lei stessa. Loro, all'infuori dei buoni consigli che la gravità della circostanza imponeva, avrebbero lasciato piena libertà alla figliuola di risolversi come il cuore e la ragione le avrebbero suggerito. Non era un linguaggio da buoni amici e da galantuomini?... Ebbene: domandavano il tempo necessario per ben riflettere, ringraziando in ogni modo il signor Ferramonti.
La condussero per le lunghe altri sei giorni. Il povero Pippo dimagriva a vista d'occhio, ed offriva robinetti a chi gli domandava toppe inglesi, e chiodi a chi voleva raspe. Se avessero aspettato ancora di più, sarebbe successo qualche grosso guaio. Ma il sabato successivo dissero di sì, dopo avere ottenuto da Pippo le più formali rinuncie a qualunque pretensione di assegni dotali presenti o futuri. Il matrimonio fu affrettato, prendendo il tempo strettamente necessario per le formalità legali.