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| Gaetano Carlo Chelli L’eredità Ferramonti IntraText CT - Lettura del testo |
Nonostante la coadiuvazione d'Irene, il traffico delle ferrarecce non prosperò quanto Pippo si era aspettato. Ci vollero dei mesi perché i guadagni raddoppiassero; poi, raggiunto un tal limite, lo sviluppo si fece più lento ancora. Nelle sue illusioni di bottegaio innamorato, Pippo aveva sognato una fortuna sùbita ed iperbolica coll'utilizzare la giovine donna. I disinganni della realtà lo irritavano e lo rendevano ingiusto. Ma dunque egli era nato decisamente sotto una cattiva stella? Sta a vedere che l'essersi lui messo a negoziare di ferrami faceva venir di moda i cardini ed i catenacci di ricotta!
Irene doveva affaticarsi a calmarlo. Lo rimproverava sorridendo di lamentarsi a torto. I loro guadagni non erano forse in continuo aumento? Che cosa voleva di più? Essi avevano ogni motivo di sperare nell'avvenire; ma bisognava saper pazientare. Le fortune solide sono quelle che s'innalzano a poco a poco cogli scudi sudati che producono gli scudi e li moltiplicano. Quelle altre, messe insieme dal mattino alla sera, sono campate in aria ed un lieve soffio le disperde. No, non avevano ragione di lamentarsi.
Nei primi tempi Irene aveva trascorso le sue giornate in bottega, dirigendo lei di fatto il traffico, consigliando e guidando il marito nelle cose più minute ed in quelle più gravi. Poi era comparsa soltanto in certe ore determinate, per esercitare una sorveglianza più sintetica. L'acquisto di un commesso, reso necessario dall'aumento di lavoro, liberò i due coniugi dalle cure della vendita minuta, e permise a Pippo di assumere sopra di sé maggior parte della direzione suprema. Allora Irene non si fece più vedere che un paio di volte per settimana, brevi momenti, all'impensata. Era come l'apparizione di un altro mondo, in mezzo ai metalli accatastati sugli scaffali, ammucchiati negli angoli oscuri, invadenti il pavimento colla ruvidezza plutonica dei grossi ferrami. Lei portava nell'ambiente annerito da un polverìo di fucina, una nota di eleganza, un fascino di sorriso ed uno splendore di bellezza, onde pareano risentirsi e rispondere i luccichii gialli delle bruniture d'ottone, i luccichii bianchi delle bruniture d'acciaio. Poi spariva lasciandosi dietro l'effluvio lieve di verbena che profumava le sue vesti, un fremito, una gioia, una ebbrezza sottile che penetravano uomini e cose.
Pippo aveva voluto lui stesso l'allontanamento della giovine donna dalla bottega. Era troppo invanito di lei per soffrire di vederla al banco come una borghese qualunque. Non gli importava rinunciare all'utile di un così prezioso aiuto. E d'altra parte, il rinunciarvi era forse un abile tratto di previdenza e di scaltrezza. Se nella testa d'Irene frullavano dei progetti per l'avvenire, non conveniva ch'ella vi fosse distratta dalle cure del traffico.
Egli si era appunto messo pel capo che sua moglie mulinasse dei progetti d'ambizione e di fortuna, i quali aspettavano, secondo lui, l'occasione di manifestarsi. Attribuiva alla giovane donna qualità segrete, forze ignote, che nessuno poteva sospettare, appetiti implacabili, che si acuivano sotto la vernice di quella sua dolcezza. Non dubitava punto sul successo di lei, sulla validità dei mezzi ch'ella avrebbe impiegato; al contrario, aveva una fede in lei così cieca, che non la interrogava neppure. Si limitava ad aspettarla all'opera, con una muta ansietà, rendendosi frattanto il suo schiavo, secondandola ciecamente, dimenticando per lei tutte le tradizioni di grettezza e di parsimonia ond'era cresciuto, assimilandosene le passioni.
La giovine famiglia non metteva da parte un centesimo. Aveva montato un comodo quartiere in via di Torre Argentina; teneva due persone di servizio; si trattava bene negli abiti, nel vitto, nei divertimenti. Irene trasformava il marito, facendone un uomo possibile; ma non si accorgeva che, sotto un certo punto di vista, lo peggiorava. Infatti, s'egli era più spigliato, più corretto, se gli si affinavano i tratti, ed il suo linguaggio diventava meno scorretto e sboccato, questa ripulitura esteriore lo educava alle livide dissimulazioni di un ipocrita. I suoi odî contro i propri parenti acquistavano di perfidia e d'intensità quello che perdevano di brutale virulenza. Del resto, continue cagioni si accumulavano per rendere sempre più acre e mortale questo antico veleno: la chiusura del forno a via del Pellegrino; le vendite di stabili che rivelavano nel vecchio Ferramonti il progetto di una spogliazione; le notizie che arrivavano fino a S. Eustacchio, portatevi dagli oziosi e dagli inframmettenti, sui propositi manifestati da padron Gregorio riguardo ai figli. Spesso Pippo faceva di tutto per distogliersi da tali pensieri, pauroso d'esserne spinto a qualche delitto, che lo avrebbe compromesso. Ma egli aspettava ancora la morte del padre, come l'occasione di un'acre gioia: l'ebbrezza immensa di una vendetta ottenuta dal caso.
Irene parve persuasa di non poter nulla su tale stato dell'animo del marito. Rassegnavasi al fosco dramma di passioni e di odi che rendeva realmente impossibile la felicità della sua casa. Ella ottenne soltanto che Pippo cessasse di prenderla confidente dei suoi sfoghi. Voleva egli farla morire di dolore, di vergogna e di raccapriccio? Lo supplicava come si supplica il Signore: domandava di essere risparmiata, come la prova suprema di amore che Pippo potesse darle...
E dove la giovane donna poté, si fece mediatrice di pace. Così, prese vivamente ad attenuare il fallo commesso da Teta, sorella di suo marito, non appena le nozze lo ebbero sbiancato agli occhi del mondo. Pippo ne aveva provato un piacere perfido, pensando al dispiacere, alla vergogna, ed ai furori di suo padre; ma non aveva perciò affettato meno il contegno di un borghese onesto offeso nei suoi sentimenti di dignità, di pudore e di morale. Era una cosa da ammattirne: la sua famiglia voleva assaggiare tutti gli scandali! A lui, Pippo, non restava altra soddisfazione che quella di non aver più nulla da spartire coi suoi. No, non riconosceva più parentela!...
In fondo, non sapeva darsi pace della scelta imbecille di Teta. Bisognava dire ch'ella avesse perduto totalmente la testa! Darsi ad uno straccione d'impiegato, dopo aver disprezzato un droghiere pieno di quattrini e di speranze!... Del resto, Pippo non dubitò un istante che lo scopo di Paolo Furlin, il rapitore, non si risolvesse a prendersi sulle spalle una calìa della forza di Teta, per tirare ai quattrini del vecchio fornaio. Ed il giovine trafficante di ferrarecce provava una sorda paura del nuovo avversario contro il quale avrebbe forse dovuto lottare un giorno o l'altro. Era la diffidente soggezione degli uomini, che sanno appena imbastire con mano incerta e pesante una lettera di commercio, verso gli arzigogolatori di scritture.
La lite mossa da Furlin al suocero per la dote di Teta non rassicurò certo Pippo. Dunque l'impiegato non voleva perdere un giorno di tempo? Ci teneva a mostrar subito ai Ferramonti che sarebbe stato un osso duro da rodere? Corpo di Cristo! ci mancava anche quest'altra seccatura!... Ma mentre Pippo cercava di mettersi in guardia per tutelare, al caso, i propri interessi, venne fuori il miserabile accomodamento dei tremila scudi accettato da Furlin. Il trafficante di ferrarecce ghignò, sollevato: infine, anche per questa volta, il diavolo non era così brutto come si dipingeva. Sta a vedere che sotto la scorza di Furlin ci si trovava un impasto di minchione.
Irene si prevalse di tale disposizione d'animo per cantare le lodi dei cognati e per cogliere di sorpresa il marito con certe rivelazioni quasi incredibili.
— Davvero, — diss'ella col suo sorriso buono — tua sorella e tuo cognato sono gente per bene. Si amano; vivono decorosamente e modestamente, non domandano niente a nessuno.
— Si sa, tu ci hai della simpatia — osservò Pippo.
— Infine, sono parenti stretti. Senza dubbio, Teta ha commesso uno sproposito; ma Dio mio! tutti possiamo trovarci al caso di sbagliare, e tu hai torto a serbarle rancore. Siete stati sempre i più affezionati della famiglia, gl'interessi dell'uno rimangono ancora quelli dell'altro. Bisognerebbe che tu ci riflettessi un pochino di più...
Andò assai per le lunghe. In una espansione del cuore si tradì: ella non parlava a caso; conosceva i Furlin; sapeva giudicare la gente che avvicinava.
— Tu li hai avvicinati? — esclamò Pippo sbalordito.
Lei non seppe mentire. Tremava. Suo marito doveva perdonarle, ma ella soffriva troppo di tutte quelle discordie di famiglia. E del resto, anche il caso ci si era messo di mezzo. Recandosi una domenica in visita dalla signora Rosati, ella non aveva potuto sospettare d'incontrarci Teta.
— E poi, ci siam riviste quattro o cinque volte. Mi pare proprio di aver trovato una sorella. Credimi: tu ti troverai contento di una riconciliazione.
Pronunciò l'ultima frase col parlar lento e misterioso che usava, quando voleva decidere il marito a secondarla ciecamente. Infatti egli non seppe resistere, fantasticando ancora disegni nascosti nella condotta della moglie. Giacché lei ci teneva tanto, perché si sarebbe ostinato a farci la figura di un uomo di macigno? Il passato era il passato: ci si poteva mettere su un piastrone. Se i Furlin venivano, egli non avrebbe sbattuto loro la porta sul viso.
Due giorni dopo, la riconciliazione era un fatto compiuto. I Furlin si presentarono coll'aria di due sposi in visita, accolti da Irene nella stessa guisa. Poco appresso, Pippo entrò nel salotto come per caso; fratello e sorella si abbracciarono, ricambiandosi il bacio della pace. Paolo Furlin evitò abilmente le allusioni al passato, si disse felice di stringere cordialmente la mano al fratello di sua moglie. Sarebbero stati buoni amici, dovevano darsi del tu!
— Per me... figurati! — sorrise Pippo, vinto dall'aria di tenerezza che spirava intorno.
— Sei un bravo ragazzo! — proclamò Paolo Furlin. — Io amo e stimo gli uomini del tuo carattere: seri, avveduti, che sanno guadagnare del danaro, e farsi voler bene da un angelo di donna. Questi simpaticoni si trovano nel commercio. Io amo il commercio. Sono impiegato perché mi ci hanno voluto i miei parenti, perché non ebbi il coraggio di dare un dispiacere a mia madre. Che volete, la va sempre così: un niente decide del vostro avvenire. Cose del mondo!...
Parlava lui solo, interminabilmente, impedendo agli altri di rispondergli. Aveva la sovrabbondanza di frasi e l'accento gutturale del dialetto veneto. Pippo lo ascoltava soltanto, un po' stordito, mentre Irene e Teta, sedute sullo stesso amorino, si facevano delle confidenze di donna.
Pippo pensava che il cognato poteva esser benissimo una brava persona; ma che i suoi meriti non gli toglievano un'aria d'armeggione e d'intrigante. Era anche, tutt'insieme, una figura buffa: alto, magro, cogli occhi bigi, i capelli di un rosso sbiadito, pieno di smorfie e di gesticolazioni curiose.
Ma Pippo sentiva rinascere le sue sorde diffidenze: vedeva in Paolo Furlin un uomo a lui superiore nella nascita, nell'educazione, in un cert'ordine di scaltrezze. Si persuadeva sempre più che non era quello il tipo da rapire per amore una ragazza sul genere appunto di Teta. E lo colpiva il contegno della sorella. Lei stava intorno al marito cogli atti di una cagna domata che guaisce d'amore ed è pronta a saltare alla gola di chi le minaccia il padrone. Le aveva dunque dato a bere qualche filtro, il furbo impiegato?...
Nondimeno, Furlin era in buonissima vista, già segretario al Ministero dell'interno, a malgrado de' suoi ventisette anni. Gli pronosticavano una brillante carriera, e si aspettava di saperlo nominato cavaliere tra non molto. Il ratto di Teta lo aveva danneggiato momentaneamente, fino ad esporlo al rischio di un trasferimento nelle amministrazioni provinciali; ma il matrimonio sollecito ed i buoni precedenti dell'impiegato avevano dissipate le nuvole. Non si parlava più della scappata, se non per trovarci un sapore di romanticismo che rendeva Paolo Furlin interessante agli occhi di qualche alto funzionario dalle idee larghe ed ardite. Si era cercato di conoscere l'eroina dell'avventura, di avvicinarla; le si attribuivano attrattive e pregi nascosti. Nondimeno Paolo introduceva la moglie a poco a poco nelle conversazioni e nei ritrovi del mondo burocratico, rendendo così più sicura e più completa l'accettazione di lei, ed educandola, frattanto, con una cura minuziosa, ai modi, al linguaggio ed alle abitudini di cui non poteva ormai fare più a meno. Per conto proprio, egli era dovunque festeggiatissimo. Se ne teneva un po'; parlava di commendatori, di duchi, di senatori, di deputati, di magistrati, colla noncuranza e la familiarità d'un uomo avvezzo. Ed era un compagno prezioso nelle brigate; forse loquace più del bisogno, talvolta; ma inesauribile, pronto alla barzelletta, fornito di una copiosa raccolta di rivelazioni, di fattarelli piccanti, di maldicenze, di piccoli scandali, che fanno protestare a fior di labbra, sorridendo, e si ascoltano sempre volentieri. Infine, ammogliandosi, egli aveva rinunciato ad una gaia esistenza.
In quel primo incontro fra parenti, Paolo cercò di porsi naturalmente sotto un punto di vista favorevole; fors'anche di colpire l'imaginazione dei cognati. In realtà, a poco a poco, crebbe nel concetto di Pippo. Costui cominciava a sentire come un solletico dolce: il germogliare, nel proprio cervello di bottegaio, di una vanità di villan rifatto. Infine, doveva confessare a se stesso che fa un certo effetto potersi dire parente di un personaggio di conto che vive nella miglior società. Può anche essere utile in qualche occasione, anzi in molte occasioni.
Si alzarono con grandi esclamazioni di gente sorpresa dall'ora tarda, promettendo di rivedersi il più frequentemente possibile. Ma Paolo non se ne contentò: perché la domenica prossima i Ferramonti non andavano a mangiar quattro risi dai parenti? Non dovevano dir di no. Si sarebbero rivisti dunque domenica, a tavola. Un piatto di buon viso avrebbe supplito al resto. Che diavolo! non erano per nulla tra fratelli e tra cognati.
— Ha delle buone qualità, Paolo! — sentenziò Pippo appena partiti i Furlin. Irene sorrise.