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Gaetano Carlo Chelli
L’eredità Ferramonti

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Padron Gregorio Ferramonti, la sera, fino alle dieci, pigliava il fresco ai tavolini esterni del caffè delle Alpi in via Banco Santo Spirito. Aveva la sua piccola corte di ricco bottegaio in ritiro: tre o quattro vecchioni, che occupavano con lui le ore d'ozio a rimpiangere il passato, ed a rivedere le bucce al prossimo. Erano i padroni del tavolino scelto pei loro conciliaboli: non vi soffrivano invasioni. Certe sere, sul principio dell'estate, al trovare il posto già occupato da avventori più solleciti, avevano afflitto per ore intiere il padrone del negozio ed il tavoleggiante coi loro brontolamenti di uomini furibondi, coi loro sarcasmi feroci di clienti che ne hanno piene le tasche e che meditano una diserzione in massa. Il Caffè delle Alpi aveva finito col tener nascosto il loro tavolino, per collocarlo al posto soltanto quando il primo della brigata compariva a prenderne possesso.

I quattro o cinque amici sdegnavano il resto della clientela sparsa intorno agli altri tavolini: dei gruppi allegri e chiassosi di bassi ufficiali, e poche coppie di borghesi capitate a prendere il gelato od il caffè, per caso. La vita fervida del quartiere passava senza interessarli, nei bagliori delle cento fiammelle della strada, immerse nel fumo denso e diffuso delle friggitorìe. Non la curavano, sordi allo strepito di quella promiscuità di folla plebea, alle grida, ai canti, agli scrosci di risa ed alle bestemmie; insensibili al formicolìo della corrente umana irrompente dal lato di Campo di Fiori e perdentesi nel buio della piazza di Ponte, d'onde il Tevere esalava ad intervalli un'aria umidiccia e fangosa. Succedeva appena qualche volta, che uno della brigata lasciasse cadere sul turbinìo un'occhiata inerte, o che l'apparizione di una coppia equivoca, od il passare rasente i muri di una femmina in cerca di avventure, strappasse loro un'osservazione mordace. Avvezzi allo spettacolo, non se ne scandalizzavano. Ne accettavano la continua riproduzione col loro stoicismo e colle loro facezie di filosofi pratici.

Gregorio Ferramonti era il capo riconosciuto ed accettato della brigata. Godeva la superiorità che gli derivava dai suoi quattrini, la più legittima e la più incontestata fra tutte. Lo corteggiavano vigliaccamente, ed egli poteva cullarsi nell'idea lusinghiera d'esser qualche cosa di particolare, solleticato vagamente dalle adulazioni grossolane ond'era circondato. Queste erano anche sincere: un omaggio istintivo di cervelli limitati e di animi cupidi, sedotti dalle ricchezze dell'antico fornaio. Ferramonti, come tutti i miserabili arricchiti navigando in acque poco limpide, conosceva gli uomini, non li stimava, e soprattutto ne diffidava: tre motivi per indurlo a negare l'onore ed il piacere della sua relazione a chi avesse potuto valersene per dargli delle seccature. Aveva delle massime sordide di egoista. È una bricconata prevalersi della buaggine di un amico per frecciargli la borsa col domandargli dei prestiti di favore. Quando s'è al verde, si trova danaro, come si trova una libbra di pane, rivolgendosi a chi lo commercia e pagando la dovuta provvigione. Questo se si ha credito. Se non si ha credito, segno che non si vale un baiocco, ed allora il miglior consiglio è gettarsi a fiume con una pietra al collo. Per conto suo, egli non avrebbe prestato dieci lire all'amichevole ad un morente di farne. Prestava bensì ad interesse, per un istinto d'uomo sempre vissuto negli affari. Ma quelle operazioni di poche centinaia di lire, le rendeva complicatissime ed interminabili. Ne ritardava la conclusione, cercando pretesti assurdi, mentre ingolfavasi in tutte le indagini possibili sulla solvibilità e sulla puntualità del suo futuro debitore. Voleva firme di garanti superiori ad ogni eccezione; promesse solenni che non si sarebbe parlato mai, per nessun motivo, di prorogare le scadenze. Senza accorgersi di cadere in contradizione, ripeteva fino alla sazietà, che non era un usuraio, e che voleva mettersi completamente al coperto, appunto perché acconsentiva a metter fuori il suo danaro per solo tratto di condiscendenza e di buon cuore. In realtà, esigeva l'interesse onesto e modesto del cinque per cento all'anno, libero e netto da spese: meno di quello che esigono le Banche.

Ma i suoi intimi erano esclusi da tali generosità. Diceva che non ci possono essere relazioni quotidiane e cordiali fra creditore e debitore. Egli non amava le posizioni equivoche: i suoi amici dovevano essere i suoi amici, e null'altro.

Insomma, egli si era formata la più tranquilla esistenza di vecchio sornione. A poco a poco, i rancori contro i figli che lo avevano abbandonato ed offeso, eransi calmati, trasformandosi in una specie di disprezzo sardonico che covava una vendetta indeterminata. Egli rideva delle arie da signori prese da Mario, da Teta ed anche da quel bestione triviale di Pippo, sfoderando una litania di epigrammi atroci. Quei bravi ragazzi! Volevano mostrare che avevano sangue nobile nelle vene; prepararsi a far saltare decorosamente i quattrini raggruzzolati da papà! Ma che burletta preparava loro, il vecchio Gregorio! Per averne un'idea, bastava riflettere ch'egli ci meditava sopra da anni, impiegandoci tutte le sue ore d'ozio.

Ma non concretava realmente mai nulla. I curiosi restavano nel campo delle ipotesi campate in aria. Non si poteva assolutamente prevedere che cosa Ferramonti avrebbe fatto del danaro che continuava ad accumulare con una ingordigia di avaro. Esclusa come assurda la idea che egli potesse farne qualche donazione a privati bisognosi, a chiese, ad ospedali, o che potesse arricchirne parenti lontani, affatto sconosciuti, la più logica conclusione era che il vecchio fornaio, malgrado le sue minacce, avrebbe finito col lasciare ai figli di che rimpannucciarsi famosamente, col marsupio che gli avrebbero trovato in casa.

In ogni modo, la brigata raccolta intorno al tavolino del Caffè delle Alpi sapeva di far piacere a Ferramonti, col tagliare i panni addosso alla sua discendenza. C'erano certe irruzioni di fredde malignità, nelle quali ognuno faceva a chi le dicesse più grosse. In genere, Teta e Pippo si dipingevano come due idioti, lasciatisi abbindolare da due intriganti. Furlin doveva aver meditato senza dubbio di sfamarsi e di pagare i suoi debiti colla dote della moglie. Forse non esisteva già più un centesimo dei tremila scudi strappati a padron Gregorio in un modo indegno. E Pippo, lui sì, doveva essere stato conciato per le feste, dalla moglie! Era impossibile, ch'ella non gli ricamasse la testa. I quattrini per far la principessa dovevano uscire da qualche parte, non è vero? S'aveva forse da credere che nascessero sotto i cassettini delle punte di Parigi? Davvero, dovevano succedere delle commedie graziose in via di Torre Argentina!

Padron Gregorio torceva il naso tutte le volte che gli nominavano il genero e la nuora. L'idea di poterli un giorno o l'altro incontrare, lo rendeva furioso. Prima di sporcarsi a guardare soltanto quei due scalzacani birbaccioni, lui si sarebbe gettato a fiume. Ma non c'era da pensarci: lo scritturale e la ferrivecchi si badavano bene dall'arrivargli a tiro. Senza dubbio, dovevano essere stati avvertiti che una tale combinazione avrebbe fatto passar loro un quarto d'ora da ricordarsene per tutta la vita. In ogni modo, restavano al largo, e tanto meglio così!

Una sera, la buona armonia della brigata si annuvolò. Ferramonti, arrivato l'ultimo, rispose con dei grugniti ai saluti degli amici. Restò in un mutismo selvatico, sorbendo il suo caffè, come se avesse ingoiato del veleno. Evidentemente, aveva ragione di dolersi con qualcuno dei suoi cortigiani. Lo lasciava capire, lanciando delle frasi misteriose e terribili sulla sorte birbona che espone un galantuomo a non esser sicuro di nessuno. Gli altri si guardavano allibiti, per scoprire chi fra loro poteva essere il colpevole, e quale colpa avesse potuto rimproverarsi. Poi, incoraggiandosi l'un l'altro, tirarono l'antico fornaio a dare delle spiegazioni. Ma perché restava così strano? Che cosa poteva essergli accaduto? Aveva forse ricevuto qualche cattiva notizia?

— Ma che notizie! — scoppiò padron Gregorio. — Io me ne infischio, io! Ma ho piene le tasche di chi s'occupa dei miei affari particolari. Potrebbe darsi che gli armeggioni se ne avessero a pentire!

Non rispose direttamente. Ritornava a divagare colle frasi. Curiosa! un galantuomo non può vivere come gli pare! Ce ne sono dei cervelli balzani e dei rompiscatole, al mondo!

Però, a poco a poco, attraverso un viluppo di parole oziose, il suo pensiero veniva chiarendosi. Almeno si fosse trattato di qualcuno che non lo conosceva! Ma trovare una persona amica, al corrente di ogni cosa, e matta al punto di toccare certi tasti, questo era l'incredibile. Ebbene: lui aveva una risposta sola! chi ci teneva alla sua amicizia, non doveva mai più nominargli la nuora.

— Si tratta di lei? — domandò il curiale Frati, interpretando la comune curiosità.

— Già! si tratta della principessa. Che bella idea, eh? volermela gettare sulle braccia! È troppo bella. Ci deve esser sotto qualche secondo fine.

Ne convennero tutti, quantunque non sapessero bene di che potesse trattarsi. Il curiale Frati prese la mano sui compagni, ammonendo Ferramonti di tenersi in guardia. C'era da aspettarsi tutto dalla combriccola di Torre Argentina

— Allora dite a vostra moglie che non ci si mescoli! — esclamò padron Gregorio, interrompendo vivamente il curiale. — Capite? è lei, che vien fuori a parlarmi di mia nuora come di un angelo sceso dal cielo, nientemeno! E bastasse! pare ch'io faccia la figura dell'orco, a trattare come tratto quell'anima santa. Un monte di minchionerie!

— Mia moglie mi sentirà! — mugolò Frati, schiacciato dalla rivelazione.

Ditele, del resto, che non me ne importa un accidente. Ma pretendo di non esser più seccato. Avete capito? Va bene? Mutiamo discorso.

Parlarono di grani, che accennavano a sensibili ribassi sul mercato. Ma il curiale Frati non si trattenne, preso da uno zelo impaziente di andare a redarguire la moglie. Padron Gregorio poteva viver tranquillo: quella scema avrebbe messo giudizio, una volta per sempre.

Il curiale era in buona fede; ma la moglie gli rise in faccia, invitandolo lui stesso ad impicciarsi nei propri affari. Ella sapeva quello che faceva, lei! Aveva spuntato il dente del giudizio, e non le servivano più le lezioni.

Però, durante quasi due settimane, la signora Lalla, pure incontrando quasi ogni giorno Ferramonti, non gli parlò più della nuora. Pareva invece occupata di tutt'altro, curiosa di conoscere un segreto che gli attribuiva. E finì col mostrarsi piena d'ansietà, incapace di tener la lingua a casa. Era proprio vero? Padron Gregorio aveva risoluto sul serio un passo così grave? Chi era la donna scelta da lui? Se ne citavano almeno dieci.

Insomma, spargevasi la voce che l'antico fornaio era sul punto di riammogliarsi. Un pettegolezzo infame che lo fece andar sulle furie, e che si era accreditato in un modo incredibile. Trattavasi, per Cristo, di far passare da vecchio rimbambito un uomo che aveva sempre il cervello a posto, e che soprattutto teneva a mostrare di avercelo.

Ebbene, la sortita di Lalla Frati fu come la rottura di una diga. Ferramonti non era più padrone di mettere il naso fuori di casa, senza vedersi circondato da imbecilli, che si congratulavano con lui, che gli domandavano l'epoca delle nozze, e che gli tessevano le lodi delle future attribuitegli. Ce n'erano per tutti i gusti: attempate, ragazze nubili, vedove, ricche, povere, belle e brutte. E nessuno metteva in dubbio l'avvenimento in genere. Qualche infame burlone doveva essersi messo in giro apposta per ordire quella specie di commedia scandalosa.

La tranquillità del vecchio Ferramonti vi annegò. Non sapeva darsi pace. Viveva meditando propositi feroci, nel sospetto che tutto il rione si divertisse alle sue spalle. Non sapeva più come regolarsi: non lo credevano, sia che negasse mandando la cosa in burletta, sia che ci si arrabbiasse fino a far delle scene. Era tentato di ridursi in casa come un orso selvaggio nella sua tana. Non si fece più vedere al caffè. Si persuase che non ne avrebbe evitata una malattia di rabbia e di bile.

Ma allora trovò nella signora Lalla Frati il conforto di un'amicizia discreta e consigliatrice. Era costretto a riconoscere in quella donna delle qualità ottime. Lei trovava modo di calmargli il dispiacere; pigliava sopra di sé l'impegno di far cessare gradatamente le ciarle che avvelenavano il suo povero amico. Peraltro essa voleva farlo convenire di avercene un pochino di colpa: non s'era mai visto un uomo della sua qualità e coi suoi mezzi, viver così, solo come un cane. Si capiva: il mondo, persuaso che le cose non potevano durar sempre in tal modo, doveva credere facilmente a tutte le fole inventate per annunciare un cambiamento.

A poco a poco, tali discorsi presero una piega particolare. Ferramonti riconosceva di dover mutare sistema di vita; cercava il mezzo; ci si affannava in buona fede. Talvolta trovava molto assennate certe osservazioni incidentali della signora Lalla. Sicuro, il rimedio sarebbe stato , pronto: mostrare al mondo, che si vuol bene a qualcuno. Il vecchione non godeva più del suo isolamento; non si cullava più, soddisfatto, nei suoi odi contro la parentela. Ora invece ne subiva la necessità, sentendone il duro peso.

Frattanto, i pettegolezzi della strada duravano, facendosi più incalzanti e più precisi, nonostante gli sforzi della Frati per spazzarli via. Buon Dio! ci voleva ben altro! n'era piena mezza Roma! Non si aveva più neppure la magra soddisfazione di sperare, che i nomi diversi citati a principio servissero essi stessi, colla loro molteplicità, a screditare le dicerie. N'era rimasto uno solo, quello di una ragazza venticinquenne: Mimma Scozzi. Era la figlia di un erborista a Borgo Pio. Il ridicolo cresceva. Mimma Scozzi, bellissima, non s'era maritata ancora, per certe storie compromettenti. Non aveva un soldo, e suo padre, il semplicista, era gobbo. Si diceva fissato il matrimonio a settembre, aggiungendosi che padron Gregorio faceva una dote di diecimila scudi alla propria fidanzata.

Poi Ferramonti ci ebbe il colpo di grazia. Una mattina, il gobbo Scozzi semplicista gli andò in casa per invitarlo a far cessare i pettegolezzi. Dipendevano da lui. Aveva certo desiderato Mimma, ne aveva parlato e si era poi pentito. Ma per cristallina, questi capricci di vecchio caprone non sono ammissibili, quando s'ha che fare con della gente per bene. Come intendeva padron Gregorio di riparare ad una tale indegnità?

Oh, il gobbo poteva raccontare di averla passata bella! Ferramonti, imbestialito, se lo era cavato d'attorno, minacciandolo di pigliarlo a pedate e di fargli fare le scale a ruzzoloni. Ma l'antico fornaio non ne poteva più: sarebbe schiattato; ci si mise a letto. Sentiva che il ricordo di quell'incidente grottesco non gli avrebbe lasciato più pace.

Si rifugiò più che mai nell'amicizia della signora Lalla. Provava il bisogno che quella donna lo ascoltasse, lo consigliasse. Ma lei pure non sapeva offrirgli che parole inconcludenti; era proprio abbandonato da tutti! E lei non si difendeva. Chiusa in un riserbo misterioso, lasciava comprendere di non trovare il coraggio per una proposta. Nondimeno, egli vedeva bene che qualche cosa in corpo doveva avercela; anzi che gli faceva pure dei misteri. Un giorno ella non si fece trovare; poi un altro; poi un altro ancora. Ebbene! quelle assenze erano un pretesto; non erano vere.

Una quarta volta, Ferramonti, andando a casa della Frati, raggiunse sul portone la donna di servizio, che saliva lei pure. Seppe da lei, che la signora Lalla stava su. Ma entrato, capì che senza l'incontro colla domestica lo avrebbero mandato a spasso di nuovo. Lo fecero aspettare come un salame, nello stanzino d'ingresso, quasi tre minuti. Poi, comparendo, ed introducendolo, la Frati si mostrò turbatissima. Di , mentre egli sedeva, un rumore d'usci aperti e richiusi, di passi rapidi e leggieri e di parole concitate, femminee, percorse il quartiere.

— Che c'è dunque? Ho fatto scappar qualcuno? — domandò lui, cercando di abbozzare un sorriso...

— Che idea! — balbettò la Frati turbata. Infilzò un mucchio di parole incoerenti; ma dinnanzi alla collera concentrata di quell'uomo, che non voleva esser preso in giro, confessò. Che serve? Irene, la moglie di Pippo, era presente, quando padron Gregorio entrava. Era fuggita appunto per non incontrarsi con lui. E fu il principio di una confessione completa: Irene veniva quasi ogni giorno, all'unico scopo di chieder notizie del suocero, e di parlarne liberamente. Era un angelo di donna; un cuore pieno di sentimenti onesti; quello che si dice una buona creatura. Non sapeva darsi pace d'essere entrata nella famiglia Ferramonti, senza una parola amica del padre di suo marito. Diceva di non meritarlo. Aveva sperato di rimetter la pace nella casa che l'aveva accolta, aveva fatto di questa speranza lo scopo della sua vita. Era riuscita con Pippo, Teta e Mario; ma non stimava di aver raggiunto lo scopo principale e migliore dei propri desideri. Ella sarebbe stata felice il giorno soltanto che padron Gregorio, anche lui, avesse consentito a placarsi.

Qualunque altra al suo posto avrebbe creduto di poter fare a meno delle delicatezze e degli scrupoli che l'arrestavano: l'idea, cioè, che si potesse trovare un secondo fine al suo sogno di presentarsi al suocero per supplicarlo a volerle un po' di bene. Ma quello che già aveva fatto, le dava il diritto di tenere alta la testa in ogni contingenza. Per esempio, non c'era lingua maledica capace di dire una sola parola che non le facesse onore nella storia del suo matrimonio con Pippo. Ella non lo aveva cercatoprocurato. Non le sarebbero mancati certamente a dozzine i partiti cento volte migliori. Aveva consentito a Pippo per condiscendenza d'animo ben fatto; soprattutto, per risparmiargli di andare a picco nel traffico delle ferrarecce, in cui quella testa quadra si era gettato ad occhi chiusi. L'aveva fatta, la bella presa! Un disgraziato senza un baiocco, scacciato dal padre! In piazza s'era creduto matto Pippo, matta lei; s'era aspettato di vederli ambedue andare colle gambe all'aria insieme alla bottega, dopo sei mesi. Non la conoscevano ancora.

Invece, lei aveva preso a dirigere il negozio e ad istradare il marito, facendone a un tratto un commerciante avveduto. Padron Gregorio poteva prendere delle informazioni: adesso, per lei, la firma di Filippo Ferramonti valeva quattrini sonanti, e la bottega a Sant'Eustacchio era un capitale da levarcisi tanto di cappello. Ecco che cosa Irene era stata capace di fare!

Questa volta padron Gregorio non impedì alla signora Lalla di parlargli della nuora. Ascoltò sbalordito. L'apprendere la visita clandestina d'Irene in casa Frati, lo aveva scosso, lo lasciava in un turbamento profondo. Una tenerezza di vecchione sedotto penetravagli insidiosa nel cuore, facendo svaporare i suoi antichi rancori. Egli arrischiava appena qualche obbiezione di cui sentiva la fiacchezza; qualche lieve ghigno sardonico, che gli tornava amaro, con un sapore d'ingiustizia. I pettegolezzi calunniosi della strada lo avevano colpito troppo duramente, perché, in quella disposizione d'animo, non potesse attribuirne una parte al male che aveva sentito dire d'Irene. Del resto, ripensandoci, non vi trovava che delle stupide malignità; dei chiacchiericci da oziosi, campati in aria. Le parole della Frati diventavano verità sacrosante, appoggiate a fatti irrefragabili. Poi, era proprio un inferno, viver solo come un cane. Questa idea si figgeva ostinata nel fantasticare vagabondo del suo pensiero sulla nuora. S'aveva dunque da creder davvero, che quella donna fosse una perla? Quasi quasi, gli veniva voglia di farne la prova. Lasciò la signora Lalla col fare distratto e preoccupato di un uomo che ha piena la testa di cose confuse.

Allora la Frati non se lo lasciò più scappare. Lo cercava lei stessa; spingeva innanzi il marito ad aiutarla, dandogli l'imbeccata. La seduzione incalzava. Si servirono anche della bellezza d'Irene. Un angelo, che avrebbe consolato il suocero soltanto con una delle sue occhiate soavi, con uno dei suoi sorrisi pieni d'incanto, colla sua voce che andava al cuore! Quando Ferramonti parlava della nuora, ridotto a riconoscerne i meriti, vibrava nella sua voce la tentazione di un vecchio che pensa a giovani carezze. Fino allora egli aveva trattato le donne col disprezzo di un cacciatore arrabbiato della fortuna; le voluttà molli intravvedute, erano l'ignoto, il mistero; un fascino al quale non aveva armi per resistere.

— Ma insomma, questa ottava maraviglia non si fa più vedere? — disse improvvisamente, una volta.

La signora Lalla lo indovinò a volo.

Sicuro, che si fa vedere! Vien qui, almeno due volte per settimana, di nascosto.

— Ebbene, la prima volta che capita, fatemelo sapere. Voglio parlarle. Già! voglio parlarle.

 

 




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