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Gaetano Carlo Chelli
L’eredità Ferramonti

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Poi Ferramonti parve pentito. Lasciò passare tre o quattro giorni, senza trovare il verso di concretare l'ora ed il modo dell'abboccamento. Ritornava alle sue resistenze dispettose contro la Frati, che gli parlava della nuora. Non lo vedeva, lei, che lo seccava? Ella aveva delle frette ridicole. Forse che ad aspettare, qualcuno ci perdeva qualche cosa? L'occasione, certamente, sarebbe venuta da sé, a tempo sempre.

Egli però non cessava dall'andare ogni giorno in casa del curiale. Finì, che si trovò dinnanzi Irene, quando meno se lo aspettava. Quel mattino addensavasi sulla città un uragano estivo: nuvole fitte, nere, da fare accendere i lumi a mezzodì; sbavate di vento caldo, da togliere il respiro; un balenìo sinistro, un ruggire profondo di tuoni. La tempesta saliva dai punti bassi dell'orizzonte; le bufere s'indovinavano scatenate in giro, incalzanti a stringere un cerchio, attratte a confondersi, a diventare tutt'insieme un solo terribilio. Sotto le raffiche ardenti che spazzavano la strada e sbattevano porte e finestre, la gente s'affrettava a ripararsi, fiutando la pioggia in un odore di terriccio, greve e diffuso.

Ferramonti entrò nel portone di casa Frati ai primi goccioloni. Era più presto del solito; ma egli non voleva arrivar fradicio. Mentre saliva le scale, un gran lampo lo abbarbagliò, e subito un tuono scrosciante come una scarica di cannoni ripercossa cento volte dall'eco scosse la casa tutta quanta.

Padron Gregorio s'affrettò a salire; tirò violentemente il campanello. Aveva paura della tempesta. Ma altri lampi ed altri tuoni seguivansi; pareva che si rincorressero. La pioggia s'era sentita avvicinare con un crescente fremito; adesso veniva giù a torrenti impetuosi. All'aprirsi dell'uscio, l'antico fornaio si precipitò dentro, pallidissimo.

Andò innanzi, nella confusione, fino al salotto della signora Lalla. Aveva bisogno di trovarsi con persone amiche. Nondimeno, tentava di abbozzare un sorriso: entrando volle scherzare:

— Che razza di risciacquata! Roma fa il primo ba...

Non finì. Nel bagliore di un altro lampo, scorse ritta dinnanzi a sé, sorridente e pallida, Irene. Una vera apparizione. La giovine donna lo guardava rispettosa ed amorevole come tentata a gettarsegli fra le braccia.

Lui restò mezzo ebete. Certo, in un altro momento, avrebbe fatto sentire alla Frati ed alla nuora che non si sorprende così un pari suo. Adesso, n'era incapace; si sentiva tutto sconvolto.

Ad un tratto Irene gli si avvicinò; s'impadronì delle sue mani. Lo aveva chiamato papà; si diceva felice di potergli alla fine parlare. Buon Dio, egli sarebbe stato compiacente con lei, non era forse vero?

Parlava con una di quelle voci commosse di donna, che vanno dritte al cuore. Era soavemente bella; e fra lo strepito furibondo dell'uragano pareva un angelo sceso dal cielo apposta, per calmare i nervi in rivoluzione di un povero uomo. Cose dell'altro mondo: una tenerezza inesprimibile! Poi padron Gregorio si accorse, che la nuora lo aveva tratto dolcemente verso un canapè, lo aveva fatto sedere, e gli si era collocata vicino, guardandolo rapita. La tempesta avrebbe potuto portarsi via la cupola di San Pietro, senza che la giovine donna mostrasse di accorgersene.

Allora Ferramonti lasciò da parte ogni selvatichezza. Parlò alla nuora, dandole del tu:

— Ho piacere di vederti. So che sei una brava donnina. E sei più bella di quello che la gente non dica. No, no!  non fare la modesta. È proprio così. Ho una nuoruccia numero uno, io.

Diventava quasi inconsciamente galante, ricercando per istinto gli atti leziosi coi quali, nella sua gioventù, aveva allettato la clientela delle servotte. Irene ascoltava quelle volgarità, schermendosi un pochino; ma come annegata in una beatitudine muta, piena di venerazione.

Dio mio! — bisbigliò ella finalmente; — non avrei ardito sperar tanto, mai, mai...

La sua gratitudine le mozzava la parola. S'impadronì ancora delle mani del suocero, e le tenne fra le sue, bianche, morbide e gentili.

— Potevamo ben risolverci prima! — disse padron Gregorio. — Vedi: i miei figli m'hanno ridotto a viver solo come un lebbroso. Avevo bisogno...

Scoppiò una saetta. Irene, con uno strido, si avvinghiò al collo del suocero. E per un lungo istante l'uno e l'altra rimasero così, sbalorditi e tremanti, udendo il diluviare del di fuori, i gemiti fischianti del vento furioso. La giovine donna fu la prima a riaversi. Tornò al suo posto sorridendo:

— Sono una sciocca.

— Eh, no! — ghignò Ferramonti, nascondendo con una smorfia la sua paura. — Sei nervosa. Del resto, queste porcherie fanno sempre un certo effetto. La miglior cosa è non pensarci.

In realtà si sentiva più coraggioso del solito.

La vicinanza di quella bella creatura lo rianimava e lo ringalluzziva tutto. Provava egli pure il fascino esercitato da Irene su tutti coloro ch'ella aveva voluto attrarre a sé. Forse qualche cosa di più complesso: un viluppo strano di sentimenti paterni, e di sorde sensualità di vecchio. Egli non si era trovato certamente a trattare con delle duchesse! Epperò, non rammentava di essersi trovato tuffato così, come adesso gli accadeva, in un delicato profumo di verbena esalante dalle vesti d'Irene. Nell'abbracciarlo, essa gli aveva lasciato quell'odore sugli abiti, intorno al collo, nelle carni. Egli se ne sentiva come saturare il cervello.

— Avevo bisogno di voler bene a qualcuno, e che qualcuno mi volesse benediss'egli, ritornando sulla frase troncata dalla folgore. La pronunciò con una lentezza voluttuosa.

La signora Lalla, da qualche tempo, era uscita dal salotto, senza che gli altri due avessero fatto mostra di accorgersene. Padron Gregorio parve improvvisamente affaticarsi a darsi animo. Sorrideva.

— Se si potesse... Certo, allora andrebbe bene! Vuoi pigliarti tu l'incarico di consolare un vecchiaccio brontolone?

— Perché non posso mostrarvi a nudo il mio cuore? — diss'ella ineffabilmente commossa. Ma, con uno di quei cambiamenti subitanei che la rendevano anche più irresistibile, aggiunse subito, scherzando:

— Mi ci proverò... accetto! E se sarete brontolone, peggio per voi! Allora, volete darmi un bacio, papà mio?

Gli offrì la fronte. Baciò lui, dopo essere stata baciata. Cercava di divertire il suocero, e di farlo ridere, come per proposito deliberato a non ricascare nel sentimentale. Doveva senza dubbio costarle uno sforzo; ma il vecchione, dal canto suo, cercava di secondarla, solleticato da quelle gaie carezze di giovine donna, che egli non aveva gustato ancora. Dentro di sé, era ben altro!... Oh, se avesse potuto dire quel che provava dentro di sé! Irene doveva possedere certamente qualche filtro magico. Egli durava fatica a trattenere lagrime di tenerezza.

Sapete che c'è? — diss'ella, guardandolo con due occhi sfavillanti: — voglio fare di voi un altro uomo. Ci riuscirò, vedrete. Non ci sono forse riuscita con Pippo e con Mario?

Fu come una sferzata. Padron Gregorio, ricacciato dal cielo in terra, la interruppe ruvidamente:

Basta così! Mi guasti tutto il bello del nostro incontro. Ma forse giova. Bisogna intenderci subito.

— Che ho fatto? — balbettò Irene atterrita.

— Nulla. Senti: tu hai voluto sposar Pippo, e va bene. Io ci ho gusto, solo perché siamo diventati parenti e ci siamo incontrati. Ma se pensi di riavvicinarmi ai miei figli, perdi il tempo, capisci? Sono un mucchio di canaglie; non dimenticherò mai i dispiaceri che mi hanno dato. E voglio che tu mi giuri di non rinominarmeli mai più.

Irene, tremante, chinò la testa. Un singhiozzo le gonfiava il petto. Ferramonti la guardò lungamente, afflitto; rimase alcuni minuti sopra pensiero. Poi si scosse.

Dammi retta: pensiamo a cose allegre. Guarda: il tempo s'è fatto migliore. Ma tu, come sei venuta? Eri qui da molto, quando sono entrato io?

L'imbarazzo incatenava ambedue. Ella rispondeva, cercando di dissimulare un'angoscia che doveva lacerarle il cuore. Aveva fatto una passeggiata a piedi. Nell'uscir di casa, non aveva previsto la pioggia. Ed era , col suo ombrellino da sole. Ma si faceva tardi; lei doveva pensare a tornarsene via. Avrebbe preso una carrozzella, a Piazza Farnese. Aspettava che spiovesse.

Infatti, lo si poteva preveder prossimo. Il tuono non rombava più che da lontano. La bufera, ridottasi ad una pioggia senza vento, fitta e minuta, lasciava una frescura vivificante. Irene aprì la finestra. Di fuori, a ponente, uno strappo di nubi mostrava un lembo di cielo intensamente azzurro. Le strade lavate si ripopolavano con strepiti nuovi. Vibrava un'allegria di movimento e di voci nell'ebbrezza di quel preludio autunnale. L'aria circolava libera, purificata dai fetori di sporchizie che fermentano al sole. Si pensava alle gazzarre dei bambini dopo il bagno. Le carrozzelle correvano in ogni direzione.

Suocero e nuora non seppero uscir più dal tema del tempo. Tuttavia il loro imbarazzo svaniva, a poco a poco; ricominciavano a sorridersi. La signora Lalla ricomparve; Irene si alzò per accommiatarsi.

Allora Ferramonti la trattenne:

— Non correre; non brucia la casa! C'è sempre da fissare quando ci vedremo.

Una lieve nube passò sulla fronte della giovine donna. Ella pensava, forse, che suo marito doveva restare escluso dagli abboccamenti che si combinavano.

Cercherò di venire quasi ogni giorno. Farò di tutto per riuscirvi.

— Cioè! bisogna riuscire ad ogni costo. E... la prima volta, quando ci rivedremo?

— Non so... Doman l'altro?

— Sta bene. Doman l'altro...

— Qui, — soggiunse subito Irene, prima che il suocero potesse indicarle un altro appuntamento.

Padron Gregorio parve colpito. Infine si risolse.

— Sia pure: qui! A rivederci, nuoruccia.

— A rivederci, papà!

Ebbene, il vedersi in casa d'estranei acquistava un sapore piccante; un'idea come di appuntamento amoroso e clandestino. Il vecchio Ferramonti se ne sentiva turbato ed ingolosito. Bisognava dire che Irene ne avesse, dei curiosi capricci! il condursi così, come gente che ha paura di compromettersi, non aveva senso comune. No, non era cosa degna d'un uomo serio.

L'intero settembre passò senza cambiamenti. Irene andava tre o quattro volte per settimana da Lalla Frati; restava col suocero un'ora od un'ora e mezzo, irrequieta, nervosa, come combattuta fra la delizia d'essergli vicina, e la preoccupazione di dover scappar via al più presto possibile. Qualche volta facevasi attendere lungamente, o restava appena pochi minuti. A due o tre appuntamenti mancò del tutto. E queste furono per padron Gregorio giornate terribili. Insomma, la giovine donna era diventata subito un bisogno della sua esistenza. Nella vecchiezza, egli subiva ciò che la gioventù, rosa dagli appetiti del danaro, gli aveva risparmiato: una malia di sirena, completa, drammatica in certe brusche malinconie, in certe indefinibili velleità di rivolta impotente. Appunto: presentiva nei suoi lucidi intervalli lo scopo della giovine donna, di cui portavasi addosso il profumo nel suo vagabondeggiare di vecchio ozioso; di cui rammentava la voce, gli atti, gli sguardi ed i sorrisi, nelle ore lunghe e vuote, occupate ad impantanarsi fra i pettegolezzi del rione. Intravvedeva l'assedio paziente, sagace e formidabile alla sua fortuna; e, più ancora, capiva che avrebbe capitolato. Ma la tentazione ed il fascino non gli permettevano di raffermarsi in tali pensieri. Altri, opposti, li scacciavano. Non già Irene mirava ai suoi quattrini! Lui pensava di farnela padrona. Lo meditava, tenendo nascosto il disegno con una cura gelosa, perché nulla ne trasparisse al di fuori. Anzi, avrebbe messo alla prova il disinteresse della nuora; ed al più leggero dubbio sulla sincerità dei suoi procedimenti, le avrebbe luminosamente provato che non era né un imbecille né un rimbambito.

Ma lei conducevasi ammirabilmente, senza offrire il menomo appiglio alla diffidenza. Non aveva le caute allusioni ed i giri insidiosi di frase, che preparano un attacco, né i silenzi ostentati ed ostinati della dissimulazione. Il tema degl'interessi materiali ricorreva spesso nei loro abboccamenti. Essa lo affrontava con naturalezza, sia che fossero in quistione gli affari del suocero, sia che vi fossero i propri. Mostrava di amare il danaro, come deve amarlo una donna nata e vissuta nell'ambiente del traffico. Con egual candore, confessava inoltre di amare i godimenti onesti che il danaro permette. Avrebbe voluto guadagnar molto per potere accumulare e spendere in pari tempo: due piaceri che gli stupidi soltanto possono sconfessare.

Così, ella non ostentava un'indifferenza assurda all'idea che Ferramonti potesse dare esecuzione al progetto di diseredate i figli. Al contrario, il suo rincrescimento si manifestava con certi rabbuiamenti di espressione, con certe tristezze, con certe frasi piene di amari significati. Ma ciò si connetteva a tutto uno stato di cose ch'ella doveva subire, ed al quale erasi in realtà rassegnata. In sostanza, bisognava bene che lo riconoscesse lei pure: suo suocero non aveva torto. Forse l'odio di lui poteva ritenersi eccessivo.

Questo era il pensiero che traspariva dalle risposte vaghe ed imbarazzate della giovine donna, dalle sue affannose reticenze, quando i vecchi rancori di casa Ferramonti avvelenavano i colloqui fra suocero e nuora. Padron Gregorio dimenticava di aver chiesto ad Irene che non gli nominasse più que' furfanti di figli; cascava lui stesso parlarne, quasi portatovi da un confronto spontaneo fra la scelleratezza del sangue suo e la bontà di quell'angel di donna. Lei supplicava il suocero di tacere, di non ucciderla di dolore; si ricusava ad ascoltarlo. S'era sua nuora, non cessava per questo d'esser moglie di Pippo e cognata di Teta e di Mario. Dio santo! non si poteva inventare un martirio più crudele!

Poi, riuscendo inefficaci gli appelli alla pietà, essa mutò registro: diventava aggressiva; imponeva il silenzio, fiera dei suoi doveri di moglie e di cognata. Padron Gregorio poteva arrivare fino al punto di considerare i suoi figli come morti e perduti per lui; ma che cosa era quel continuo attossicarsi per progetto la vita, con violenze le quali non avrebbero cavato un ragno da un buco? Davvero, non c'era scusa possibile. Il passato è passato: quando non ci si può rimediare, è vano pensarci su.

Del resto, dipendeva dal sistema di vita che padron Gregorio aveva adottato, non c'era da dubitarne. Il suo rintanarsi in una poltronaggine selvaggia dopo aver sempre lavorato in mezzo agli uomini, avrebbe guasto il sangue più sano e pervertito il carattere migliore. Perché dunque non si creava qualche pensiero, qualche occupazione? Se non voleva saperne d'imitare quelli che non avendo interessi propri, s'occupano di quelli degli altri, perché non si formava una nuova famiglia?

Erano vere esplosioni, che sbalordivano Ferramonti. Egli non riusciva a ribatterle, sentendo che Irene aveva ragione. Recalcitrava soltanto all'idea ultima. Famiglia? Che cosa voleva dire formarsene un'altra? Ce n'era forse fabbrica privilegiata e depositi assortiti? E continuava a rispondere umoristicamente, aspettando da un giorno all'altro che Irene pure mettesse fuori, senza perifrasi, l'idea di un matrimonio. Sicuro: era già più che sott'intesa in tutti quei giri di frase, che lasciavano il vecchio in prolungati turbamenti nervosi.

Ci arrivarono infatti. Irene provò al suocero ch'egli non poteva fare a meno di una moglie, affettuosa ed intelligente. D'altra parte, egli non era decrepito. Si ammogliavano uomini in condizioni assai peggiori delle sue, e non se ne pentivano. Egli avrebbe potuto imbattersi bene, riavere qualche altro figlio. Se voleva che Irene cercasse per lui, essa non ci faceva difficoltà. Anzi, credevasi anticipatamente sicura di trovare quello che occorreva.

Ferramonti ebbe un'idea luminosa. Lasciò che la giovine donna versasse un fiume di parole per dimostrare sott'ogni punto di vista la convenienza di un secondo matrimonio, e che si montasse a dovere la testa nel credersi lei capace di pescare la donna per la quale. Quando gli parve che la cosa fosse matura appuntino, disse lui pure la sua prendendo un'aria indescrivibile di vecchio sornione.

— Insomma, pare che abbiate piantato tutti questo chiodo! Non trovo uno che non desideri di vedermi ammogliato. Sai che c'è, Irene? Sono stufo di sentirmi dir dietro tante sciocchezze. Finirò col levarne l'occasione. Sul serio: sono quasi tentato di pigliarti in parola.

Provatemi, papà! — incoraggiò vivamente Irene. — V'assicuro che ve ne troverete contento. Volete davvero che mi metta in campagna, fin da domani?

— Perché no? Tenta. Io resto da parte; non piglio impegni. Voglio vedere quello che sarai capace di trovare.

Per una settimana non si parlò d'altro. Irene pareva orgogliosa ed entusiasta dell'incarico ricevuto. Non ammetteva l'ipotesi di un insuccesso, respingendo vivacemente i dubbi del suocero. Ma che! egli non la conosceva ancora! Vedrebbe di che cosa era capace, lei!

Ed ella annunciò d'essere sulla pista. Castigava padron Gregorio delle sue ostentazioni d'incredulità, rifiutandosi a dirgli di più. Un giorno comparve coll'aria trionfante di una donna che ha trovato.

— Siete sempre risoluto, papà?

— Si capisce, — rispose lui, un po' sconcertato fin dal principio, tentando vanamente di far la burletta come al solito.

— Allora mi permettete di stringere i conti e d'impegnarmi a nome vostro?

— Come? come? Tu corri un po' troppo, carina! Se mi cucini, fammi sapere almeno in che salsa.

Salsa matrimoniale, credo!

— Non è questo. Butta fuori. Pretendi dunque di averci qualche cosa di positivo?

— Si sa. Resta solo che diciate di sì voi.

— Per Cristo! — esclamò Ferramonti, colpito dalla frase e dal modo ond'era stata pronunciata. Guardò a lungo, stranamente, la nuora. Era violentemente commosso, e poté a fatica frenarsi.

— Allora — disse infine, con un tremito della voce, — sono disposto a secondarti. Hai fatto le cose a dovere? Suvvia, dimmi una volta chi è la sposina.

Irene non si fece pregare. Nominò la donna trovata: Celeste Remedi, una vedova di quarant'anni. Realmente, non si poteva desiderare di meglio: la Remedi non aveva parenti prossimi; viveva di una modesta rendita portata in dote al primo marito e salvata miracolosamente dal naufragio commerciale di lui. Era tuttavia piacente; assennata, religiosa, di fondo docilissimo. Insomma, quella che occorreva appunto a padron Gregorio. Le avevano dunque parlato di lui, in termini molto generali, chiedendole se, al caso, avrebbe avuto contrarietà a rimaritarsi con un uomo così rispettabile. Ella non diceva di no. Sarebbe stato un matrimonio di convenienza, naturalmente; ma c'era posto, più tardi, anche per sentimenti d'altra natura. Irene conosceva la Remedi personalmente, da molti anni; garantiva per lei come per se stessa.

— E poi? — fece padron Gregorio.

— E poi? — replicò la giovine donna, maravigliata. — Non vi pare che basti? Sareste, per caso, incontentabile?

— Ma no! Per provartelo, ti dirò che ce n'è d'avanzo.

Manco male! Allora si combina?

— E via a correre! Mi sembri il barbero vincitore!

— Non vi capisco...

— Mi capirai. La tua vedova Remedi, la conosco, presso a poco. Suo marito faceva il cartolaio a via Frattina, non è vero? Bene! ebbero la fortuna attraverso; ma nessuno disse mai nulla sulla loro onestà. Dunque, riammogliandomi, non potrei trovar meglio di quella donna.

Bravo, bravo! Fareste...

Aspetta. C'è una difficoltà. Io ho voluto soltanto metterti in prova. Né più, né meno, capisci? Penso tanto a riammogliarmi, come a farmi vescovo, io! Sai che c'è? È ora di smettere questo modo di vederci. Quella che deve tenermi compagnia, sei tu. Ti voglio tutti i giorni, più che potrai. Non mi fare delle difficoltà; trova il modo; avvisa tuo marito; digli che la intendiamo così noi due; e basta! Vedrai: troverà i suoi buoni motivi per acconsentire, e purché non gli salti in testa di venirmi fra i piedi, ci guadagnerà realmente un tanto. Ma guarda come sei rimasta! Non vedi, scioccona, quanto ti voglio bene?

I suoi occhi imbambolati luccicavano umidi. Non fu più buono di resistere: si strinse fra le braccia la nuora palpitante e pallida. Poi rivoltosi alla Frati, presente e discreta, nel suo muto riserbo di donna che presta la casa ai convegni, l'avvertì:

Sapete, signora Lalla? vi ringraziamo. Adesso si cambiano le parti. Ci farete sempre un piacere, venendo qualche volta a trovarci.

 

 




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