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| Gaetano Carlo Chelli L’eredità Ferramonti IntraText CT - Lettura del testo |
A Torre Argentina si seguivano le mosse d'Irene con attenzione ansiosa, pari ai grandi interessi in giuoco.
Dominava una grande incertezza. La giovine donna aveva adottato un sistema audace di equivoci, che poteva comprometterla colla più futile circostanza, ma che teneva egregiamente sospesi gli animi. Tirava innanzi a prolungare la leggenda del matrimonio del vecchio Ferramonti, appoggiandosi ai pettegolezzi degli oziosi, fatti nascere e diffusi abilmente da lei e da Lalla Frati. Ella mostravasi costantemente inquieta: certo il suocero diffidava di lei. L'accoglieva e la trattava assai bene; ma qualche cosa in lui lasciava capire che aveva progetti segreti. Voleva ch'ella lo aiutasse nella scelta della moglie. Essa era soltanto riuscita ad impedirgli risoluzioni precipitate; ma non sperava di durarla più a lungo. No: la fatica superava le sue povere forze.
D'altra parte, bisognava esser giusti: padron Gregorio trascinava un'esistenza impossibile; aveva realmente bisogno d'una compagnia. E poiché tali erano le circostanze, lei s'infiammava di un nuovo progetto: avrebbe secondato il desiderio del suocero, gli avrebbe trovato lei stessa una moglie.
Provocò una di quelle esplosioni in cui le sordide passioni umane si mostrano senza veli. Mario solo si contenne, fidandosi di lei ed intuendo la commedia. Gli altri no: perdevano la testa. Pippo stesso scoteva il suo giogo di marito domato, ritrovando l'occasione di mostrarsi furioso. Nessuno di loro avrebbe sopportato in pace un ladrocinio simile. Parlavasi di andare a cavar fuori il cuore di quel vecchio birbaccione che trattava così il sangue suo. Furlin, sempre ripugnante da propositi che potessero compromettere, dimostrava che il vecchio Ferramonti doveva ritenersi impazzito. E suggeriva mezzi tortuosi per farlo interdire e chiudere in una casa di salute. Bastava far agire influenze valide, allargando a tempo e generosamente i cordoni della borsa.
Poi Irene si sentì circondata da sordi sospetti, e comprese che quel soffio ostile partiva da Teta. Per tre o quattro giorni le escandescenze scoppianti nel salotto ebbero un carattere artificioso: la banda indagava se la giovine donna si fosse per avventura permesso di darle a bere qualche fandonia. Irene aspettò che questo momento critico passasse, con lo stoicismo di una donna forte; poi, ad un più fiero scatenarsi della tempesta, capì di aver vinto la partita. Allora schiacciò i riottosi colle sue occhiate compassionevoli, coi suoi freddi sorrisi, dove un disprezzo appariva. Non la capivano d'esser fuori di strada? I loro propositi folli di violenze e di perfidie li avrebbero posti al bando della gente onesta. Lei non rinunciava a contraporre i proprî scopi disinteressati alle loro cupidigie; ma parlava considerando anche le cose dal loro stesso punto di vista. Non si trattava più d'impedire a padron Gregorio il matrimonio; si trattava di mettergli a fianco un'amica della famiglia.
I Furlin ebbero un'ultima velleità di resistenza, tentando dimostrare che tal progetto era un sogno. Ma rimasero soli. Pippo, loro alleato degli ultimi giorni, disertava ad un tratto, messo al bivio risolutamente dalla moglie di scegliere fra l'ubbidirla ciecamente ed il dichiararsele apertamente contro. Egli aveva scelto il primo partito; la sua individualità era sparita, soppressa dalla volontà della giovine donna.
Mario, dal canto suo, aveva altri motivi per secondare la cognata. Ella era stata con lui più sincera: in un momento di espansione, lo aveva assicurato che il matrimonio del vecchio Ferramonti non sarebbe in realtà accaduto, mai. Infine, anche i Barbati si dichiararono per Irene. Paolo e Teta dovettero pensar seriamente al pericolo di separare i propri interessi da quelli della famiglia. E si rassegnarono ad abbassare le armi.
Allora la banda si sguinzagliò a cercare la donna che occorreva. I nomi si susseguivano, si vagliavano e si scartavano nelle discussioni ardenti che l'impresa originò. La vedova Remedi venne fuori ultima, proposta timidamente da Flaviana Barbati. A principio non la presero neppure sul serio; ma la difesa d'Irene, che raccomandò la vedova come una antica conoscenza di cui poteva garantire, ne decise la scelta.
Furono fatti dei passi; la vedova rispose come Irene riferì al suocero; il disegno si concretava rapidamente. Ad aver conosciuto i fini segreti ond'era mossa la moglie di Pippo, si sarebbe detto ch'ella perdeva la testa, per una smania singolare di scherzare coi carboni ardenti. Infatti, quando i Furlin specialmente ebbero ben ripensato alla cosa, anatomizzando l'indole della Remedi e persuadendosi che quella donna, santa fino all'imbecillità, avrebbe necessariamente considerato come suo dovere riconciliare il vecchio Ferramonti coi figli, Irene dovette moderarne gli entusiasmi e le impazienze. Non capivano, che non conveniva affrettarsi? Dovevasi lasciare padron Gregorio libero nelle proprie risoluzioni. Un passo falso avrebbe potuto comprometter tutto.
Frattanto la giovane donna impiegava le giornate intere in via del Pellegrino, sottraendosi alla banda, che si rodeva di non poterla seguire. Irene godeva senza dubbio delle impazienze che spasimavano e si esasperavano, la sera, intorno a lei. Dubitava ancora della riuscita! Il suocero continuava a non volerla vedere che dalla Frati, in casa di estranei! Forse la burlava, o forse agiva così, per poterla più facilmente sfuggire, non appena si fosse seccato di lei. Ed ella non sapeva come entrare sul discorso della vedova Remedi. Ma perché i suoi non la consigliavano e non l'aiutavano?
Una sera, questa raffinata tortura cessò d'incanto. Nel salotto di via Torre Argentina fremette il sospiro della vittoria. Irene annunziò che il suocero l'aveva autorizzata a cercare. Oh, egli era l'uomo migliore della terra! Che serve? Ella lo amava! lo amava!
Non permise più che si arrischiasse una parola ostile al padre loro. Ricadeva in pieno idillio; pigliava un'espressione da far languire di tenerezza Pippo, mentre Mario sorrideva finalmente, ed i Furlin ed i Barbati si guardavano stupiti fra loro, quasi dubbiosi che le desse di volta il cervello.
Ma non si veniva a capo di nulla. Era la settimana in cui padron Gregorio credeva Irene occupata a cercargli la sposa. Si cominciava a veder buio nell'indugio; a ritentare delle osservazioni, che tradivano rinascenti sospetti.
Tutto ciò svanì nella sorpresa suscitata dall'avvenimento che mandava a monte il matrimonio, e che faceva entrare Irene in casa del suocero. Tornando dal Pellegrino, lei non volle aspettar la sera per spargere la gran novità. Passò dal marito, a bottega, fece correre lui dai Furlin. E la sera accolse gli entusiastici applausi della famiglia, colla sua celestiale modestia.
Fu una vera apoteosi. Ripensandoci bene, essi vedevano adesso soltanto da quale pericolo erano sfuggiti. Su quei visi accesi dall'ebbrezza del trionfo passavano dei brividi di raccapriccio. Se la Remedi avesse pensato a se stessa? se avesse dato a padron Gregorio un'altra nidiata di figli? Erano tanti i casi! Infine, Irene era stata davvero la provvidenza della famiglia.
Ma passata la prima foga di ammirazione, l'orizzonte si annuvolò di nuovo. L'abilità somma d'Irene, rivelandosi così brillantemente, lasciava dei sordi sospetti in quel pugno di gente scettica per i sentimentalismi della filantropia e del disinteresse. Il domani Mario si procurò un abboccamento colla cognata. Dalle prime parole, lasciò intendere che non voleva essere mistificato.
— Mi congratulo con te. Papà è tuo e noi tutti siamo a tua discrezione. Ho idea che, adesso, tu pensi a farne veder delle belle a qualcuno...
— Sei un ingrato ed un infame! — esclamò lei, rivoltandoglisi contro come una vipera.
— Mah! sarà un difetto organico — fece Mario, con una spietata ironia. — In ogni caso, desidero rammentarti le tue promesse! Via! non c'è davvero motivo di fare un viso da spiritata. Lo sai bene, che nessuno al mondo potrebbe augurarti di riuscire, come te lo auguro io. Non è vero, forse? Rispondi: non è vero?
Ella fremeva, nel sentimento angoscioso dell'insulto ricevuto, coll'aria di una vittima che vorrebbe ribellarsi.
— Oh, lo vedo, quali sono i tuoi sentimenti per me — balbettò con una voce strozzata; — non me ne dai forse una prova anche adesso?
— Io ti amo ed ho paura di te...
— Nessuno. È un istinto. Se tu sapessi di che sarei capace perdendoti! I nostri interessi saranno sempre comuni, non è vero?
— Siamo due complici! — diss'ella cupamente.
— Due complici, sia! Tanto meglio. Guarda: io ti ringrazio della parola, e ti chiedo perdono. Dammi un bacio.
Ella non voleva. Poi lo baciò: rifecero la pace. Poi venne la volta dei Furlin.
Ad un tratto essi mostraronsi impazienti di realizzare gl'ideali della cognata nelle sue aspirazioni di concordia. Parlarono del vecchio Ferramonti come si parla di un padre il cui pensiero rinverdisce antiche affezioni e mette nel cuore una folla di pentimenti. Avevano avuto torto: erano pronti a riconoscerlo e ad umiliarsi in qualunque modo per ottenere il perdono. Irene doveva prometter loro d'informare il suocero sui loro attuali sentimenti.
La pregavano di difenderli, di raccomandarli, di affrettare la generale riconciliazione. Insistevano sul concetto che già si era aspettato anche troppo.
Ella si limitava ad assicurare che non avrebbe dimenticato nessuno. Anche il suo contegno cambiava. Stimava forse giunto il momento di risparmiarsi in parte la fatica delle proprie dissimulazioni, e cominciava ad affermare una superiorità, a prendere un'aria di alterigia e di protezione. Aveva talvolta certi lievi sorrisi, certe lunghe e pallide occhiate, che mettevano i brividi nelle ossa di Teta.
Insomma, un senso di disagio piombava sui conciliaboli di via Torre Argentina: il sordo presentimento di una lotta preparatasi insidiosamente, dove alcuni sentivansi sopra un terreno falso ed infido. In quello stato di cose una circostanza venne ad aumentare le difficoltà, lasciando la famiglia a se stessa: i Barbati sparirono. Rinaldo doveva attendere a troppi affari, e si tuffava in un mare di segrete macchinazioni politiche. Dal canto suo, Flaviana si vedeva rubare tutte le sue serate dagli spettacoli, dalle visite di riguardo, da mille impegni uno più indeclinabile dell'altro. Erano pretesti: moglie e marito fiutavano nell'aria imbrogli nei quali non volevano trovarsi mescolati, e viravano prudentemente di bordo.
Fu l'idea dei Furlin, al vedere l'assiduità dei Barbati cessar bruscamente, dopo aver attraversato un breve periodo di rallentamento.
Ebbene, s'ingannavano. Una sera mancò pure Mario, e il domani Irene stimò necessario scrivergli un bigliettino per invitarlo a passare un momento da lei. Quando egli arrivò, trovò la cognata già vestita per recarsi dal suocero. Fece l'indiano:
— Ci sono delle novità?
— Lo sai tu, se ce ne sono. Siedi. Dobbiamo parlar seriamente, e non ho tempo da perdere. Perché non sei venuto ieri sera?
— E prima?
— Diventeresti per caso gelosa? — fece Mario con uno scoppio di risa. Ma, dinnanzi allo sguardo inesprimibile della giovane donna, si stizzì:
— Ebbene! sono stato da lei. E poi?
— Che cosa ti ha detto? Intendo ieri sera, nei giorni scorsi, dacché, insomma, non la vedo più.
— Non te lo imagini? Sei curiosa di avere dei particolari scabrosi sulle nostre intimità?
— Sta bene! — disse Irene con una fredda ironia. — Tu credi necessario fingere di non capirmi. Mi hai già capita perfettamente, però! La catena della nostra complicità si rallenta, non è vero?
Mario, sorpreso, guardò lungamente la cognata. In realtà la comprendeva. Alla fine si risolse a risponderle.
— Allora, se vedi così da lontano, devi sapere che io sono estraneo al cambiamento di Flaviana a tuo riguardo. Non mi puoi rimproverare né una indiscrezione, né un'imprudenza. Mi pare anche di condurmi con quella povera donna nel modo che tu, spesse volte, mi hai consigliato.
— Credi? Può darsi — bisbigliò Irene conservando il suo fare mordace. — Continua pure. Vorrei conoscere il tuo pensiero.
Mario trasalì, come un cavallo di razza che morda il freno. Si sentiva lanciato sopra un terreno pericoloso; perdeva la calma.
— Vuoi? — riprese vivamente: — ebbene, hai sbagliato tu. Non capisco perché tu abbia voluto Flaviana testimone dei nostri affari di famiglia, e tanto meno come tu non abbia pensato che una donna indovina sempre la rivale...
— Povero Mario! — interruppe Irene: — divaghi tanto, che non sai neppur più dove volevi riuscire. Via, sbrighiamoci! Ti ho detto che non ho tempo da perdere. Desideravo metterti in guardia. Se tu ti commuovi ai corrucci ed alle gelosie di Flaviana, e se congiurate insieme, io non vi temo. Anzi vi sfido. Ecco!
Avviluppò il cognato con una occhiata lunghissima e profonda. Le sue parole presero una lentezza appassionata.
— Solamente, tu mi procuri una ben dura esperienza. Il tuo amore non resiste alla prova di un maligno sospetto che un'altra donna ti soffia nell'anima. Del resto, lo so come tu mi hai sempre stimata!...
Parve sopraffarla un'amarezza infinita. Tacque, aspettando che Mario parlasse a sua volta. Egli era agitatissimo. Pronunciava delle frasi incoerenti, ridicole per lui stesso. Alla fine, vedendo Irene abbandonarsi più che mai ad uno sconforto angoscioso, ebbe la risorsa dei deboli: diventò brutale.
— Vuoi costringermi a dirti ciò che avrei voluto risparmiarti? Lo sai, che la pazienza non è la mia virtù predominante.
Irene rialzò vivamente il capo, guardando Mario pallida, risoluta e sfidatrice.
— Come ti pare. Allora ti dirò che mio padre e Pippo insegnano come tu sai domare gli uomini. Ed io rifletto se davvero tu abbia un interesse vero, positivo, a serbarmi una sorte diversa. Sono un Ferramonti, della famiglia la cui fortuna dovrà appartenerti. A mio favore ci sarebbe soltanto il tuo capriccio, la tua debolezza, la tua passione per me. Ma non c'è dubbio, che invece di esistere realmente, tutte queste cose siano un mezzo nelle tue mani?
— Flaviana dice ch'è un mezzo, non è così? — domandò Irene sordamente.
— Flaviana non ne sospetta l'esistenza. Sospetta invece il disegno di far nascere in me la passione, come un mezzo.
La giovine donna si alzò. La sua figura si era ricomposta ad una calma strana e terribile. Si allontanò due o tre passi, assorta nel suo pensiero intenso. Quando ritornò verso Mario, parve aver preso il suo partito:
— Vuoi dimenticare tutto quello che ci univa? Io ti sciolgo; ti ridò intera la tua libertà.
— Credi dunque di poter sfidarmi impunemente?
Fu come la goccia che fa traboccare la tazza troppo piena. Irene ricadde sopra una sedia, con un singhiozzo da cui parve spezzato il suo cuore. Si nascose il viso fra le mani, e pianse lagrime di angoscia e di furore, mentre il cognato la guardava interdetto.
— Sembriamo veri bambini! — diss'egli, per mettere una frase qualunque in quel silenzio opprimente.
— Non ti pare che basti ancora? — gridò la giovine donna furibonda, col viso sfigurato dal dolore e dalla collera, bagnato di pianto. — Io ho sofferto tutto quello che potevo soffrire, intendi? Perché resti? Che c'è più fra noi? Non vedi che mi metti tant'odio nel cuore da farmi impazzire? Va! sì, ti sfido! T'ho detto un'altra volta, che sei un ingrato ed un infame! Ma va, dunque, dalla tua Flaviana!
— Vuoi che ti sentano? vuoi comprometterti? — balbettò Mario, spaventato di vedersela dinnanzi così, fremente e sconvolta.
— Che m'importa? Va dunque a dire a Pippo che mi hai avuta! È il solo mezzo di scuoterlo: è il solo mezzo di colpirmi a morte, togliendomi la mia fama di donna onesta. Tu ci guadagneresti un tanto: faresti la figura di un uomo caduto nelle reti di una sirena. Ti perdonerebbero tutti i tuoi torti pel merito di averla smascherata...
— Ascoltami... — fece Mario. Cercava di farle comprendere il gran cambiamento che avveniva in lui. Ma la giovine donna lo respinse con un atto selvaggio, con uno scoppio di risa rauco, somigliante ad un ruggito.
— Ho da credere che tu sia un imbecille al pari di tutti gli altri? — proseguì nello splendore affascinante della sua collera di creatura straordinaria, nell'ebbrezza ineffabile di un'impudenza suprema. — Senti: sono proprio venuta nella vostra famiglia per impadronirmi delle vostre sostanze. Vi ho raccolti intorno a me per sorvegliarvi e per raggirarvi meglio. Avrei voluto incontrare qualche difficoltà, che lusingasse il mio amor proprio. Invece, non sapete neppure odiare. Se io avessi sospettato di te la decima parte di quello che tu sospetti di me, ti avrei stritolato. Non lo credi? non mi stimi da tanto? Guardami!
Egli trasalì guardandola; sentì un freddo brivido penetrargli nelle ossa. Allora tutta la sua energia s'infranse: balbettò una frase vile:
— Tu sai che io non farò mai nulla contro te. Io ti amo.
In realtà la sua passione ridestavasi dispotica, selvaggia, dinnanzi al furore della donna. Lei non aveva mostrato di udirlo. Ricadde, incapace di proseguire, col petto gonfio dall'affanno, colle membra in sussulto. La crisi della sua collera durava ineffabile nella contrazione della bocca semiaperta e fremente, nel livido pallore del viso, nell'infiammata intensità dello sguardo. Allora Mario, spinto a sua volta da una specie di delirio, le si avvicinò; volle afferrarle le mani.
Fu una scena muta, dopo un grido d'angoscia di lei. Ella erasi scossa, balzando in piedi. Fuggì. Mario non la trattenne; la vide ridursi all'angolo più lontano, senza levargli d'addosso gli occhi spaventati ed ammaliati. Poi vide quel viso cereo sformarsi, esprimere qualche cosa, che non era più l'odio di poc'anzi. Quelle braccia contorcevansi con un atto di angoscia infinita. Passò un lungo istante così.
Mario ebbe un pallido barlume di volontà; sentiva che tale scena doveva cessare a qualunque costo; egli non poteva restare un minuto di più.
— Rassicurati — diss'egli, con un filo di voce, — non hai più nulla da temere da me. Addio.
S'incamminò verso la porta, risoluto. Lo trattenne un grido angoscioso. Irene barcollava presso a cadere. Egli si slanciò a sorreggerla; la raccolse nelle braccia.
Lei gli si abbandonò. La fralezza femminea, che aveva superato e vinto fino allora, si vendicava di lei. Era una crisi di pianto, una convulsione di singhiozzi, che fiaccava le sue membra gentili di giovine donna. Mario, commosso dalla pietà e dallo spavento, avrebbe dato la sua propria vita per toglierla da quello stato.
Ed egli non poteva soccorrerla; non poteva domandare aiuto ad estranei che avrebbero sorpreso una parte almeno del loro segreto. Egli l'adagiò, disperato, sopra un sofà. Le bisbigliava parole affettuose d'incoraggiamento, chiamandola coi più dolci nomi. Le domandava perdono, riconoscendo di avere agito contro di lei come uno sciocco e come un malvagio. Ma era però perché l'amava, fino al punto di perderci la ragione. Davvero. Egli aveva riso, giuocato coll'amore; non lo aveva mai preso sul serio. Era toccato ad Irene ridurlo al punto a cui si trovava.
— Oh, parole! — balbettò la giovine donna singhiozzando, coll'amarezza ineffabile del suo disperato scetticismo.
— Ma che debbo fare per provartelo? — replicò lui. — Perché non me lo indichi? Perché ti ostini?
Si palleggiarono lungamente frasi spezzate, con un fervido bisbigliare d'innamorati che si accapigliano nel cercare la via per intendersi. Mario insisteva perché Irene lo sottoponesse ad una prova, felice di vederla rianimarsi a poco a poco.
— Non mi tentare, — diss'ella improvvisamente, raddrizzandosi sotto l'impressione di un'idea subitanea. — No! È meglio restare così. Amici, se vuoi. Noi ci scaviamo un abisso sotto i piedi.
— A che pensi, adesso? — domandò Mario.
— Lo vedo bene: non è possibile seguitare come pel passato. Scuso le tue diffidenze; le capisco; rinascererebbero necessariamente alla prima occasione. Sono stata assurda... Non si può! non si può!...
Spasimava. Si ribellò contro il proprio destino, balbettando frasi scucite. Mario guatava quella nuova complicazione, sopraffatto. Scongiurava la giovine donna di spiegarsi meglio. D'improvviso, ella si decise.
— Io non resisto più; non so più mentire. Che m'importa ormai la mia fama? che m'importa il resto? Io ti amo; basto io sola per te, e sono gelosa, io! Allora, bisogna che tu scelga tra Flaviana e me.
Mario gettò un grido di gioia.
— No, no! — aggiunse la giovine donna, arrestandolo; — Non già in questo modo. Bisogna che tu rifletta seriamente. Si tratta d'impegni tremendi, che non consentirebbero né prudenze, né finzioni. Il meno che ci potrà accadere, sarà comprometterci nella stima del mondo. E noi siamo quelli della famiglia che si allontanano di più dalla fortuna di tuo padre.
— Ebbene? Che ce ne importa?
— Ti pare adesso. No, no! Non voglio! Aspetta quarant'otto ore. È l'ultima prova di pazienza che ti domando. D'altra parte non posso più trattenermi con te. Addio.
Gli stese la mano per salutarlo. Ed egli non seppe più resistere alla muta preghiera di quello sguardo amoroso e sorridente. Si allontanò, coll'ubbidienza passiva della quale, in un caso simile, avrebbe dato spettacolo suo fratello.