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Gaetano Carlo Chelli
L’eredità Ferramonti

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A casa Barbati finivano di desinare. S'erano messi a tavola assai tardi, pei soliti impicci che non permettevano più a Rinaldo d'esser padrone del suo tempo. Era un dicembre eccezionale, agitatissimo. Tre giorni innanzi, una domenica, Rinaldo aveva parlato ad un meeting al Politeama, ed era stato in procinto di farsi arrestare per intemperanza di linguaggio. Nei ritrovi più scapigliati dei suoi correligionari politici, egli mostravasi esasperato di non trovare intorno a sé uomini abbastanza risoluti per spingere le cose agli estremi. Perché aspettavano ancora? Non vedevano che al popolo prudevan le mani? Erano dunque traditori anche loro, oppure volevano saltare in aria cogli altri, quando la mina sarebbe scoppiata da sé?

Ebbene, egli tirava in ballo i suoi furori politici per sfogare guastasangui di tutt'altro genere. Aveva commesso un paio di quegli spropositi, che un uomo della sua qualità non può perdonarsi. Era fallita la Banca dell'Agro romano all'impensata, un mese prima delle sue previsioni, sul più bello del giuoco al rialzo sulle azioni di quell'Istituto. Barbati, per ingordigia, aveva troppo indugiato a disfarsi di una partita di tali titoli, che gli era rimasta per incartarci il salame. In compenso, le «Banca Italica» andavano alle stelle, ed egli era stato così bestia da non conservarne, nel suo cassetto, neppur l'odore. Si sarebbe dato volentieri dei pugni nel capo. L'aveva a morte con quei furfanti degli amministratori della Italica. Dire che lo ricompensavano con una famosa ingratitudine della propaganda da lui fatta all'Istituto la decorsa primavera, e non gli lasciavano neppur le briciole di quella pappolata solenne! Che mondo birbone!

Nondimeno, aveva delle consolazioni: un contratto di fornitura d'oggetti di vestiario ad un collegio comunale, e l'arredamento completo di un monastero in formazione. I maligni potevano sogghignare a piacere: non era agente d'affari in genere, lui? Del resto, il suo nuovo socio aveva sempre lavorato appunto in articoli di vestiario e di mobilio. Bisognava, perdio! essere idioti ed invidiosi, per maravigliarsi che un galantuomo cerchi di guadagnar quattro soldi in un modo, piuttosto che in un altro.

Quella sera i Barbati si affrettavano a finire di desinare, in causa appunto del nuovo socio. Flaviana, già vestita, doveva andare al Metastasio con lui. Al vederla inghiottire con una rapidità di passera vorace, Rinaldo si mise in allegria; trovò delle facezie. Ebbene; le cosce delle figuranti ingolosivano, per caso, lei pure?

Nell'intimità egli dimenticava volentieri le sue rigidezze di tribuno. Quando ne aveva il tempo, evocava gioconde imagini di sensualità, con una mordace brutalità di linguaggio da vecchio vizioso. Gli piaceva veder Flaviana combattuta fra l'orrore dei suoi spropositi e la voglia di riderne. Tali piccole scene lo eccitavano, lasciandogli come l'appagamento di un piacere prelibato.

Ma quella sera Flaviana non gli dava retta, alzando le spalle alle provocazioni di lui, continuando a preoccuparsi unicamente di mangiar molto e presto. Egli ne fu quasi indispettito; lanciò un altro epigramma:

— Perché non ti metti in saccoccia l'arrosto, il formaggio e le frutta? Te lo ruberanno il tuo Metastasio!

Flaviana, seccata, si giustificò:

— Sono le otto passate; non voglio fare aspettare Federico.

Povero Federico! — compassionò Rinaldo con uno scroscio di risa. E dette addosso al socio che gli conduceva a teatro la moglie. Sicuro: Federico ci avrebbe troppo patito a non trovarsi all'alzar del sipario. Era già incredibile che si conducesse una donna. Che tipi, la gioventù benvista in Vaticano! Un mucchio d'animali, degni, per Cristo, d'essere fatti vedere a pagamento!

— Però, qualche volta, con loro, ci si trova dell'utile non è vero? — disse Flaviana, urtata dall'aggressione. Rinaldo diventò serio.

— Che c'entra? Si sa: sono uomini, al pari degli altri. Anzi, salvo le loro stupide idee, valgono spesso più degli altri. Ho forse avuto delle difficoltà a prendermi Federico per socio? Vuol dire ch'ero sicuro anticipatamente del fatto mio. Il pensiero è libero, ed il valore d'un uomo non si misura niente affatto sulle sue convinzioni politiche. Questa è la mia massima!

L'espressione del suo viso diceva assai più che le parole. Era riconoscente alla moglie d'essergli andata a pescar Federico per nuovo socio, dopo l'allontanamento di Mario Ferramonti. Usavano così, loro. Al Banco di Rinaldo, sotto la ditta commerciale «Barbati e Compagno», il compagno si cambiava a periodi più o meno lunghi, secondo gli umori e l'influenza di Flaviana. Un giorno la società scioglievasi naturalmente, senza che si stimasse, da nessuna parte, guastarsi il sangue con delle spiegazioni. Un mese dopo, il socio disertato aveva un successore.

Non lo cercava Rinaldo. Ci pensava sempre Flaviana, presentandogli talvolta persone che egli non aveva mai conosciuto, e che ottenevano l'entratura in casa Barbati col pretesto di una visita di convenienza alla giovine donna. L'idea dell'associazione aveva l'apparenza di nascere a caso, fra un complimento ed una frase frivola. Poi si maturava rapidamente; l'affare concludevasi. Flaviana, continuando a mostrarsi insieme al marito colle sue assiduità ed i suoi strofinamenti di gattina amorosa, diventava la migliore amica del socio.

Questa volta Flaviana aveva messo le mani addosso ad un giovanotto in ottimi rapporti col Vaticano, e coi caporioni dei partito nero. Ella era libera nelle sue scelte, come era libera nell'esercizio delle sue pratiche religiose. Rinaldo non le aveva domandato nulla, superiore a tali miserie; ma lei doveva aver rivolto le sue ricerche entro qualche chiesa, o nel parlatorio di qualche monastero. Federico Vettoni era un acquisto prezioso; attivissimo, sapeva metter le mani in ogni genere d'affari, come un ebreo. Non badava, per ciò, a tenersi in relazione cogli usurpatori. D'altra parte, sicuri di lui, glie lo permettevano.

Nondimeno l'affermazione pubblica della società Barbati-Vettoni, avrebbe forse passato un po' i limiti della convenienza. Allora, perché non salisse la senapa al naso a nessuno, e perché le apparenze fossero salve, si era stabilito di non mettere in piazza il contratto. Federico non si sarebbe fatto vedere, né al banco, né in compagnia di Rinaldo. Ognuno avrebbe avuto l'aria di fare gli affari per proprio conto, indipendentemente dall'altro. C'era bene degli espedienti per restare uniti dietro le scene.

Ma Federico Vettoni sapeva di non compromettersi affatto, col mostrarsi apertamente in buoni rapporti con Flaviana. Ella non era suo marito, e, in questioni di donne, i protettori del giovanotto non guardavano eccessivamente pel sottile. Federico era noto per le sue buone fortune galanti; lo sapevano capace di mescolare ai mistici rapimenti di una donnetta bella e pia, qualche più profana distrazione, e lo compativano. Erano debolezze della carne, dalle quali nessuna creatura umana può dirsi esente, e che si riparano coll'esercizio delle pratiche religiose e coll'edificante esemplarità della vita cristiana.

Però Barbati ne sapeva di belle, e quella sera appunto, sentendosi in vena, sfilzò una litania di storielle piccanti, sul conto del socio, per edificarne la moglie. Non avvertiva di farci, lui marito, una figura discretamente barbina. L'incipiente lavorìo della digestione lo riscaldava, colorandogli vivamente le gote, e facendogli luccicare gli occhi. Perché dunque Flaviana non si divertiva a far chiacchierare ed a far disperare il suo galante e cattolico cavaliere? C'era un'avventura recentissima: un vero romanzetto allegro, che aveva lasciato forse degli strascichi: insomma, una monachina francese che si era lasciata distrarre dai suoi doveri di sposa del Signore pel birbante, e gli aveva permesso, non solamente di toglierle il soggolo, ma di farle anche volare la sacra camicia di sopra la testa.

Finalmente Federico comparve. , dinnanzi al marito, Flaviana rivolse al socio una di quelle frasi motteggiatrici, che riassumono tutti i rimproveri, e rifiutano anticipatamente tutte le scuse:

— Si sa quanti selci ci sono da Piazza Colonna a qui?

Contarli, non ci avrebbe fatto arrivare a teatro più tardi, — rispose Federico sorridendo. Portava dinnanzi alla bianchezza della mensa un po' in disordine, la sua figura di giovinotto trentenne, grassotto; un faccione sereno e scialbo, una testa ricciuta e castana; due occhi grigi, sorridenti e scaltri. Aveva raccattato nelle sacristie un'untuosità pretina nei modi, un fraseggiar molle, che temperava le asprezze di certe consonanti. La sua risposta, lasciata cadere con una noncuranza fatua, sprigionò due lampi terribili dagli occhi di Flaviana.

Barbati s'intromise. Se stavano ancora a tavola, era colpa sua. La povera Flaviana aveva inghebbiato il cibo come un pollastro da ingrasso. Del resto, anche Federico era arrivato con tutti i suoi comodi, come un vero canonico.

Allora Vettoni scese a maggiori particolari. Sorseggiò, con un raccoglimento di ghiottone religioso, un bicchiere di vino mesciutogli dal padrone di casa. Gli era passata l'ora senza che se ne avvedesse. S'era perduto ad ascoltare, al caffè, i discorsi sulla convulsione finanziaria che la città attraversava. Correva una voce: a Como avevano scoperto il Gerente della Banca dell'Agro romano sul punto di guadagnare il confine, e lo avevano tratto in arresto.

— E tu hai tanto aspettato a dirmelo! — esclamò Barbati. Egli aveva quella notizia più cara di un guadagno di mille lire! Ma che mille lire! Non gl'importava più delle diecimila perdute, a condizione di vedere in galera i furfanti che glie le avevano fatte perdere. Non la finiva più; il suo risentimento esplodeva con un fraseggiare iroso di galantuomo indegnamente ingannato. Ad un tratto si calmò; si rivolse alla moglie sorpreso:

— Perché non fai portare il caffè?

Lei dette gli ordini indolentemente. Aveva mangiato le frutta ed il formaggio con una lentezza ostentata e dispettosa. Pareva che avesse rinunciato al teatro; la sua espressione non prometteva nulla di buono a Federico.

Ma questi capì alla fine che doveva abbonirla. Allora le si pose attorno con una maniera insinuante di faceto monsignore che addomestica e sollecita una penitente gustosa. Vinse. Flaviana cominciò a sorridergli, mentre la domestica recava il caffè. E riebbero tutti fretta. Si scottavano le labbra e la lingua, arrischiando troppo grosse sorsate del caffè fumigante. Anche Rinaldo, diventato a sua volta impaziente di uscire, incitava la giovine donna a sbrigarsi.

Ella li lasciò per andare a finire di abbigliarsi. Allora i discorsi interrotti fra i due uomini si riallacciarono. Per una rapida associazione d'idee, presero a parlare della Banca Italica. Calcolavano che il cancan del rialzo si sarebbe prolungato ancora tre mesi. Oh, il pubblico! che gabbia di merli! Ma frattanto i furbi del momento lavoravano al sicuro, e dei bagliori lividi tradivano la rabbia di Barbati. Federico ebbe un ricordo subitaneo:

— A proposito! Sai quanto ha guadagnato Ferramonti?

— Quanto?

Trentacinquemila...

Fole! — gridò Barbati, interrompendo. Soffocava.

— Ma che fole! Lo so di sicuro.

Federico specificò, togliendo alla notizia qualunque ombra di dubbio. Del resto Rinaldo non ne aveva bisogno. Erasi anzi aspettato una cifra più elevata. La marmaglia del ceto affarista, da vari giorni, parlava dei guadagni sorprendenti di Mario in quel rialzo della «Banca Italica». Non si capiva d'onde il fortunato briccone avesse cavato fuori dei titoli, dei quali s'era totalmente disfatto all'epoca dell'emissione.

Barbati non si tenne. Aveva troppo alla gola l'abbandono di Mario alla vigilia di una così brillante operazione. Inveì contro l'antico socio, contro i Ferramonti in genere. Una razza stomachevole di farabutti. Oh, egli ne poteva raccontare, sul conto di quella canaglia! L'aveva fiutata da vicino, lui!

— Non s'era detto di non parlarne mai più? — interruppe Flaviana, ritornata senza che gli altri due se ne fossero accorti. Non volle sentire le scuse del marito; non ce n'erano! La gente onesta non deve sporcarsi a parlare di simili birbaccioni! Poi, furiosa, invitò Federico a portarla via, senza perdere un minuto di più. Quell'incidente da nulla l'aveva assolutamente sconvolta.

            In sostanza, la rottura coi Ferramonti non aveva somigliato alle solite. I Barbati digerivano ancora il fiele di una             disfatta completa, sotto tutti gli aspetti. Essi pure avevano intuito l'abilità ed i segreti disegni d'Irene, e Flaviana, volontariamente, le si era profferta a coadiuvatrice ed alleata, per trarne, col marito, dei vantaggi futuri, quando la fortuna di padron Gregorio fosse passata in mano della scaltra cacciatrice. Trattavasi, insomma, di servire abilmente la Ferramonti per sfruttarla più tardi. A questo patto Flaviana aveva potuto fingere filosoficamente di non accorgersi quali relazioni Irene e Mario cercassero di nascondere.

Invece i Barbati avevano dovuto alla fine persuadersi, che la moglie di Pippo mistificava loro come tutti gli altri. Nel salotto di via Torre Argentina, studiando le apparenti contradizioni che davano all'opera della giovine donna uno sviluppo tortuoso ed ondeggiante, essi si erano assopiti, sfibrati in una fiducia pericolosa. Non avevano sospettato d'esser perché la Ferramonti li aveva voluti, servendosene per uno scopo affatto diverso da quello da loro imaginato. Il risveglio fu crudele. Flaviana conobbe interamente Irene alla notizia che il matrimonio di padron Gregorio andava a monte, e ch'ella restava incaricata di tener compagnia al suocero, senza che per questo apparisse la probabilità di una riconciliazione fra il padre ed i figli. Poi il nuovo contegno d'Irene compì l'esperimento. I Barbati si accorsero appunto ch'erano stati ciechi stromenti nelle mani di un'intrigante emerita, perdendo, per proprio conto, il loro tempo.

Allora deposero le armi. Rinaldo avanzò bensì qualche timida obbiezione su quella vergognosa ritirata; ma Flaviana non lo ascoltò. Ella era, in fondo, una pigra natura, rifuggente dal crearsi dei crucci nella esistenza. Non era neppure orgogliosa al punto di mentire a se stessa. Che serve? Ella aveva paura della Ferramonti. Bisogna ben rassegnarsi, quando non c'è a far meglio. Bastava rammentare ed aspettare. Poteva offrirsi l'occasione di qualche piccola vendetta, al sicuro.

Ma l'istinto femminile non si placò interamente in lei. Cercò di contendere Mario ad Irene, impiegandovi tutta la sagacia, tutta l'abilità, tutta la perfidia di cui si sentiva capace. Spogliò la figura della rivale di ogni maschera ipocrita; ne scoprì la putredine e la scelleratezza con una logica stringente, basata sulla osservazione dei fatti, quasi con una ispirazione profetica, le cui fosche conclusioni avrebbero scosso un'indole di granito. Infatti ella vide che Mario pure era scosso, e, per un istante, il cuore di lei palpitò nell'illusione della vittoria.

Ma n'ebbe appena per qualche giorno; poi anche quel miraggio ultimo si dileguò. Ella stessa scoprì, senza farsi illusioni, i primi sintomi della rivincita d'Irene. Ed ella stessa sventò gli equivoci, provocando di propria iniziativa una spiegazione franca, che risparmiò la commedia meschina di una separazione strascicata per gradi. Non voleva più udir parlare dei Ferramonti; ma nudrì da quel momento l'idea ferma di una vendetta. Frattanto, si accordava delle distrazioni.

 

 




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